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Moratti, Balotelli e la doppia morale interista

birra-moratti1«I cori contro Balotelli sono stati terribili, ma ormai ci si sta abituando al razzismo da stadio… Se fossi stato a Torino sarei sceso in campo e avrei ritirato la squadra. Perché c’è un limite a tutto…». Così parlò Massimo Moratti dopo Inter-Juventus.

Siccome la storia non racconta bugie, a patto che la si sappia leggere, facciamo un passo indietro e torniamo al 27 novembre 2005. Allo stadio San Filippo si gioca Messina-Inter. Per tutta la partita il difensore ivoriano del Messina, Marc Zoro, viene bersagliato di insulti da parte dei tifosi nerazzurri, tanto che a un certo punto prende la palla in mano e minaccia di abbandonare il terreno di gioco. Un episodio che non gli era stato perdonato dagli ultrà nerazzurri, tanto che il 2 aprile 2006, durante la partita di ritorno al Meazza, continuarono a insultarlo.

Sapete cosa disse in quella circostanza il sor Moratti? «È stata una cosa molto stupida, ma non razzista. Ci sono altre cose di cui vergognarsi. In questo caso il razzismo non c’entra, è stata soltanto una manifestazione di stupidità da parte di un gruppo che pensa di essere stato ingiustamente danneggiato per quello che accadde nella gara di andata. Per questo motivo non temo assolutamente la squalifica del campo. Gli ultrà ce l’avevano con la persona». Insomma, Moratti descrive i suoi tifosi come dei ragazzotti troppo entusiasti, forse anche un po’ stupidi, ma razzisti no.

Delle due l’una: o Moratti ha gravi problemi di stabilità psichica, oppure il padre-padrone dell’Inter ha davvero la faccia come il culo per ergersi a paladino della morale e accusare di razzismo gli altri, quando i primi razzisti sono proprio i suoi amati tifosi.

Una terza possibilità è che tre anni fa a parlare dell’episodio di Zoro fu un altro dei tanti fratelli Moratti. Ma ne dubito, considerato che solitamente il giocattolino di famiglia (l’Inter, appunto) viene dato sempre al componente più incapace, giusto per distrarlo dagli altri affari ed evitare che arrechi danni patrimoniali di maggiore gravità.

Il palmares dei “ragazzotti troppo entusiasti” di Moratti e così ricco di trofei che il gioioso presidente dell’Inter, oltre all’episodio di Zoro, dimentica anche il lancio dello scooter da parte dei suoi tifosi in Inter-Atalanta del 2001, oppure il petardo scagliato contro il portiere del Milan Dida nell’euroderby di Champions League del 2005, e la distruzione di un asilo nido a Parma a maggio 2008.

Proprio in quest’ultima occasione il patron dell’Inter aveva dato un ulteriore saggio della sua devianza psichica. Intervenendo a Gr Parlamento, aveva tentato questa singolare giustificazione: «Peccato che ci sia stata questa specie di assalto a questo asilo, ma credo che sia stato involontario, da quello che ho letto pensavano fosse parte dello stadio», facendo capire che all’interno dello stadio quindi certi gesti sono giustificati.

Andando ancora indietro con la memoria, rimane indimenticabile per oscenità lo striscione apparso in una stracittadina Inter-Milan degli anni Ottanta che recitava così: «Rossoneri ebrei stessa razza stessa fine», oppure quello che campeggiava dal secondo anello verde alcuni anni dopo in occasione di un Inter-Napoli: «Hitler con gli ebrei anche con i napoletani».

Insomma, con questo popò di curriculum non mi pare proprio il caso di ergersi a paladini della morale, nè di recitare sempre e comunque il ruolo delle vittime. Quindi Moratti farebbe meglio a chiudere la bocca… anzi, a stringere le chiappe!

Questo il comunicato stampa dei Drughi bianconeri sulla vicenda Balotelli. E, giusto per non dimenticare, pubblico anche qualche perla dei tifosi interisti:


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Juve e Reggina con un cuore grande così

di Ivano Bova per Malarablog

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Sulle montagne russe. Anche la ventitreesima giornata conferma l’impressione che il campionato in corso è tra i più strani e aperti degli ultimi anni. Ad ogni turno corrisponde una sorpresa, e ad ogni sorpresa uno stravolgimento in classifica.

Questa volta lo stop è toccato al Milan, fresco della vittoria per 0-3 all’Olimpico di Roma contro la Lazio. Sabato è stata una serata da dimenticare per i rossoneri: merito di una Reggina determinata oltre ogni aspettativa, capace addirittura di sfiorare con Corradi, nell’ultimo istante del recupero, il gol della vittoria. Gli amaranto, dopo il pareggio per 2-2 contro la Roma, si sono ripetuti in una gara ancor più difficile. Contro Kakà, Ronaldinho, Pato e Beckam (quella dell’inglese è stata la peggiore gara sin qui disputata in Italia), gli uomini di Orlandi hanno innalzato una diga insormontabile, con giocatori come Santos, Valdez e Lanzaro sugli scudi. Sul palco di San Siro, però, il protagonista assoluto è stato Di Gennaro, capace di ribaltare l’azione e di sfruttare le sponde di Corradi: da una di queste è nato il gol del momentaneo vantaggio amaranto, realizzato dal giovane talento di scuola Milan.

Il pareggio per 1-1 è stato più che meritato, anche se nel dopo partita Ancelotti ha recriminato per un gol annullato a Seedorf, proseguendo sulla falsariga del tecnico dell’Inter Mourinho. Il portoghese nel pomeriggio aveva criticato aspramente l’arbitro Morganti, nonostante la rotonda vittoria dei nerazzurri a Lecce (0-3 il risultato finale): se i toni del tecnico rossonero, però, sono stati pacati, Mourinho ha addirittura parlato di “episodi strani” che si sarebbero verificati, ai danni dell’Inter, nelle ultime giornate.

poulsenIn seconda posizione il posto del Milan, in discesa, è stato riguadagnato dalla Juve, che ha espugnato Catania con un po’ di fortuna (clamoroso il liscio di Terlizzi, che ha consentito a Poulsen di siglare l’1-2 al 93′) e tanto cuore: per oltre 80′ gli uomini di Ranieri hanno giocato in dieci, causa la stupida espulsione rimediata da Iaquinta. Due gialli nel giro di un minuto, uno subito dopo il gol dello 0-1, per essersi tolto la maglia nell’esultanza, e l’altra per un fallo inutile a centrocampo. La Juventus è così rimasta sulla scia dell’Inter, a -7 dalla vetta, e adesso aspetta il derby di domenica prossima tra Inter e Milan, nella speranza di poter recuperare qualcosa in classifica. Nel dopo gara, Ranieri non le ha mandate a dire a Mourinho, evidenziando con toni decisi che alimentare le tensioni non fa bene al campionato.

La squadra che continua imperterrita la risalita è la Roma, adesso a un solo punto dalla zona Champions, quel quarto posto occupato dalla Fiorentina. Ieri, la squadra di Spalletti ha offerto una prova d’alta scuola, funzionando come un’orchestra: tre gol al Genoa, uno più bello dell’altro. Il primo è stato da manuale del calcio: De Rossi, velocissimo, ha “bruciato” 50 metri di campo e servito Vucinic, che al volo non ha lasciato scampo a Rubinho.

In coda, oltre alla Reggina, anche Torino e Chievo, pareggiando nello scontro diretto, hanno accorciato su Bologna e Lecce sconfitte, portandosi a -3 dalla salvezza. La Reggina è invece a -6, e se il distacco appare difficile da colmare, lo spirito messo in campo nelle ultime due esibizioni lascia ben sperare i tifosi reggini: per alimentare i sogni di salvezza la vittoria sul Palermo, ospite domenica al Granillo, diventa adesso obbligatoria.

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Bentornato Milan

di Ivano Bova per Malarablog

Bentornato Milan. Il verdetto più importante della ventiduesima giornata, è stato emesso dal posticipo della domenica: come si era intuito nelle tre gare precedenti, è il Milan la formazione che ha digerito meglio la sosta natalizia, e con la vittoria in notturna si è portato a sei lunghezze dall’Inter.

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Una grande prestazione, quella offerta dai rossoneri all’Olimpico di Roma, contro una Lazio che nulla ha potuto di fronte allo strapotere offensivo dei milanesi: da quando Ancelotti ha messo in panchina Ronaldinho, ma soprattutto ha avuto a disposizione un Beckam in stato di grazia, il suo Milan sembra volare. Le garanzie, li davanti, sono Kakà e Pato, a segno anche a Roma: la sensazione è quella che, una volta trovate le giuste soluzioni in difesa, il Milan contenderà lo scudetto all’Inter fino all’ultima giornata.

La squadra nerazzurra, in questo momento, non appare in forma, e nonostante la prima posizione in classifica, come sempre l’area della Pinetina è pesante: pareggio casalingo col Torino dopo una gara incolore, raddrizzata solo grazie al forcing finale dei padroni di casa sull’1-1. A questo si aggiunge l’assurda esclusione di Quaresma, il giocatore maggiormente voluto da Mourinho e il colpo di mercato più costoso dell’estate, dalle liste Champions. E tra due settimane c’è il derby

L’Inter non è stata in grado di capitalizzare la sconfitta subita sabato dalla Juventus: lenta e involuta, la squadra di Ranieri resta in corsa solo grazie al mezzo passo falso della capolista. Ma dopo il capitombolo subito nel turno di metà settimana in casa dell’Udinese, la Juve s’è ripetuta, in negativo, contro un grande Cagliari. Gli isolani hanno sbancato l’Olimpico per 3-2. Molti i limiti mostrati dalla Juve, soprattutto dal punto di vista fisico, adesso a 7 punti dalla vetta. Ma si farebbe un torto a non sottolineare i meriti dei sardi, che si trovano a 34 punti in classifica, in piena zona Uefa, ed esprimono un calcio piacevole: un plauso va di diritto ad Allegri, giovane allenatore che ha saputo assemblare alla perfezione giocatori come Cossu, Acquafresa e Jeda, un autentico tridente delle meraviglie.

In classifica, nelle zone basse, sembra essersi creata una mini-frattura: la vittoria del Lecce a Siena, infatti, ha formato un solco di 4 punti fra le terz’ultime Chievo e Torino, rispetto a Bologna e Lecce, che allo stato attuale sarebbero salve. Mancano però molte gare alla conclusione: i punti in palio sono tanti, per cui neppure formazioni come Siena o Catania, rispettivamente a sette e otto punti dalla zona salvezza, possono sentirsi tranquille. Nessuno ha mollato, lo testimonia il pari interno tra Reggina e Roma: un 2-2 inatteso della squadra di Orlandi contro i lanciatissimi giallorossi, prova che gli amaranto non vogliono mollare, nonostante il distacco dal quart’ultimo posto è adesso di ben sette lunghezze.

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E lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità…

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«Avevamo bevuto, avevamo deciso che ci saremmo divertiti: uno di noi l’ha violentata due volte, quella ragazza. Ci avevamo già provato, quella sera. Poche ore prima avevamo tentato di aggredire un’altra coppietta, ma era andata male».

Basta con l’ipocrisia della solidarietà di facciata e dal politicamente corretto. Solo una minima percentuale di stranieri che arrivano in Italia sono una risorsa, il resto sono criminali che trovano nel nostro Paese dei balocchi un luogo sicuro dove poter delinquere. Si tratta, per la maggior parte, di rumeni, marocchini e albanesi. Nonostante tutto i nostri governanti, anche di fronte ad episodi come quelli accaduti a Guidonia e Torino (solo gli ultimi di una lunga serie), restano impassibili e scelgono di fare demagogia. Da una parte Berlusconi che insiste con la fregnaccia dell’esercito, dall’altra l’opposizione fantasma guidata da Veltroni che piuttosto che fare una proposta seria, preferisce cavalcare l’onda lunga delle violenze per sparare contro il governo. In mezzo c’è la banda Di Pietro-Grillo-Travaglio, per i quali gli stupri e le violenze non esistono: avete sentito, da parte loro, solo una minima parola sull’argomento? Niente, silenzio, erano troppo impegnati a insultare il presidente della Repubblica e menarcela con il solito teatrino dell’antipolitica.

Infine c’è il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, che potrebbe ma non vuole. Anzi, partecipa anche lui al festival delle cazzate. Dice che si potrebbe sospendere il trattato di Schengen, ma non vuole farlo perché proprio lui è stato uno responsabili dell’allargamento delle frontiere europee. Certo, sarebbe come sconfessare se stessi. Frattini riesce a fare, anzi a dire, anche di più:

«Io non direi che questi sono criminali rumeni: un criminale è un criminale. Però ci sono dati statistici: la comunità rumena è quella dalla quale purtroppo viene una gran parte di quelli che commettono reati in Italia. Questi criminali devono scontare la pena nel loro Paese e la Romania deve accettare questo discorso».

Prima dice che i rumeni sono criminali come gli altri, poi, però, non può fare a meno di evidenziare come la comunità rumena sia quella che commette più reati. Per la serie: come rettificare se stessi nel giro di qualche riga. Frattini, inoltre, in quanto ministro degli Esteri ed ex commissario europeo, dovrebbe sapere che il sistema giudiziario rumeno è ancora più indulgente di quello italiano. Si rischierebbe, dunque, che queste bestie scontino nel loro Paese una pena minima e nel giro di qualche anno ce li ritroveremmo sotto casa a stuprare e delinquere. come prima e più di prima.

Certo, qualcuno potrebbe anche ribattere dicendo che stupratori e delinquenti ce ne sono anche in Italia, e l’esempio del violentatore della notte di Capodanno a Roma ne è la testimonianza. Appunto, grazie a Dio, non ci facciamo mancare nulla, ed è proprio per questo che non abbiamo certo bisogno degli immigrati per ingrossare le fila della criminalità nostrana.

Per frenare l’ondata di delinquenza straniera, duqnue, l’unica proposta seria è proprio quella di sospendere temporaneamente il trattato di Schengen, per arginare l’afflusso di tutta questa feccia. Non una proposta populista, come potrebbe pensare qualcuno, ma una procedura prevista dalla stesso trattato:

Art. 1 Le frontiere interne possono essere attraversate in qualunque luogo senza che venga effettuato il controllo delle persone.
Art. 2 Tuttavia, per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, una Parte contraente può, previa consultazione delle altre Parti contraenti, decidere che, per un periodo limitato, alle frontiere interne siano effettuati controlli di frontiera nazionali adeguati alla situazione. Se per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale s’impone un’azione immediata, la Parte contraente interessata adotta le misure necessarie e ne informa il più rapidamente possibile le altre Parti contraenti.

Una misura già adottata nel 2005 sia dall’Olanda che dalla Francia, quando ministro degli Interni era un certo Nicolas Sarkozy. Ma si sa, qui siamo in Italia, il Paese che qualcuno definisce incivile perché non ci sarebbe libertà di stampa. Di converso, però, c’è libertà di delinquere. In Italia tutto si può, nulla osta. (do.mal.)

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La politica dei numeri uno

Mai come in questo caso l’autorevole sondaggio Ipr Marketing per il “Sole 24 ore” sul consenso dei sindaci fotografa, in modo quanto più nitido possibile, il panorama politico italiano. In testa alla classifica ci sono, infatti, i primi cittadini di Torino (Sergio Chiamparino), Reggio Calabria (Giuseppe Scopelliti) e Verona (Flavio Tosi), con appunto il 75% di gradimento nelle rispettive cittadinanze. Uno (Chiamparino) di area Pd, gli altri due di scuderia berlusconiana. Tre sindaci amici (Scopelliti qualche mese fa ha anche premiato Chiamparino con il San Giorgio d’oro, l’equivalente dell’Ambrogino d’oro milanese) che hanno in comune una lungimirante capacità amministrativa, che si traduce nel sapere intercettare quelli che sono i reali bisogni della gente.

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Per Chiamparino si tratta dell’ennesima conferma ai vertici delle classifiche di gradimento, dato che deve fare seriamente riflettere un Partito democratico in forte calo di consensi e alla ricerca di un segretario meno velleitario del “maanchista” Walter Veltroni. Nelle scorse settimane anche il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, aveva elogiato il collega-amico Chiamparino («è un buon leader»), proponendolo per la guida del Pd del Nord. La realtà dei fatti, però, è diametralmente opposta. Non solo il Pd non rinnega gli illustri fallimenti napoletani targati Jervolino-Bassolino, il che restituirebbe un minimo di credibilità politica sia al partito che allo stesso Veltroni, ma tentenna a leggittimare gente come Chiamparino o Cacciari. Probabilmente neppure Tafazzi avrebbe fatto meglio!

Un altro “habituè del medagliere”, come lo definisce il “Sole 24 ore”, è Giuseppe Scopelliti, lanciatissimo anche sul palcoscenico politico nazionale. Il giovane sindaco di Reggio Calabria consolida il suo personale gradimento, dopo essere stato rieletto alle ultime amministrative con oltre il 70% dei suffragi, risultato che lo ha portato ad essere il primo cittadino più votato d’Italia. La lungimiranza amministrativa di Scopelliti è stata premiata con la nomina a vicepresidente dell’Anci, l’associazione nazionale comuni italiani, e certificata lo scorso settembre dall’indagine Monitor città di Ekma che lo ha incoronato sindaco più popolare d’Italia.
Al di là del successo politico, a Scopelliti bisogna riconoscere il merito di  essere riuscito a fare reinnamorare i reggini della città, restituendo loro quel senso di appartenenza che più di qualcuno avevano smarrito. Un’impresa alla quale, probabilmente, solo lui credeva.
Adesso qualcuno lo vorrebbe alla guida della Regione Calabria, invito che lui ha cordialmente declinato con un «No, grazie. Preferisco continuare ad amministrare la mia città». Più probabile la sua candidatura alle prossime politiche (che andrebbero a coincidere con la conclusione del suo mandato da sindaco) e quella imminente al parlamento europeo, cui lo stesso Scopelliti, in tempi non sospetti, aveva guardato con attenzione. Anche perché non incompatibile con la carica di primo cittadino.

tosi1Se per Chiamparino e Scopelliti si tratta di una conferma, la sorpresa è rappresentata dal sindaco leghista Flavio Tosi, eletto con un plebiscitario 60% alle ultime consultazioni comunali. Tosi guadagna 15 punti dall’anno scorso (e 14,3 dal giorno delle elezioni) con una politica che non lesina la repressione (dalle prostitute, che ora il sindaco vuol inseguire fin nelle case, a chi mangia o sparge rifiuti nel salotto buono intorno all’Arena) e rivendica più risorse in nome di un federalismo fiscale spinto. Soldi e sicurezza, insomma.

Chimparino, Scopelliti e Tosi. Probabilmente uno spiaraglio di buona politica esiste ancora. (do.mal.)

Fonti: la foto di Chiamparino e Scopelliti di Attilio Morabito

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Come la marcia dei quarantamila

di Mario Giordano

«E se la chiamassimo la strage di via Epifani?». C’è anche il lettore spiritoso. E poi c’è quello infuriato, quello sdegnato, quello sgomento. Ce ne sono di tutti i tipi fra le centinaia e centinaia che in queste ore hanno fatto arrivare in redazione messaggi in ogni modo, via mail, telefono o posta tradizionale. Tutti hanno in comune una cosa: condividono la denuncia contro i mandarini del sindacato kamikaze. C’è chi si sfoga, chi s’interroga, chi propone misure drastiche, chi chiede di ripubblicare le inchieste sul giro d’affari della Cgil, che come sapete custodisce i bilanci come il Vaticano il segreto di Fatima. Qualcuno propone addirittura uno sciopero contro i sindacati, una specie di nemesi storica, di impraticabile legge del contrappasso all’insegna del «chi di cobas ferisce di cobas perisce».
I messaggi arrivati in redazione, d’altra parte, combaciano alla perfezione con quello che si respira nel Paese, nelle strade delle città, sui tram, nei bar, fra la gente comune, fra le persone normali, quelli per cui il giorno dura sempre 24 ore (mica come i piloti che possono farlo diventare di 33 ore), quelli che non vanno a lavorare con l’autista mandato dall’azienda e faticano a farsi retribuire quando restano in fabbrica fino all’ultimo minuto, figurarsi se c’è qualcuno che paga loro pure i giorni di riposo.
Anche i sondaggi lo confermano: per la maggior parte degli italiani la colpa del fallimento della trattativa Alitalia è della Cgil e dei piloti. E con buona pace degli affannosi proclami di Fassino (ma non doveva occuparsi della Birmania?) e di Veltroni in gita a New York (ma non doveva occuparsi dell’Italia?), solo il 10 per cento degli intervistati addossa qualche responsabilità al governo. Chissà che stupore per i bonzi della cloche dorata. Ma in realtà si stupiscono solo loro: agli altri è abbastanza evidente che ormai i sindacati non li comprende più nessuno. Sono lontani dal Paese, non lo capiscono e non si fanno capire, parlano un linguaggio esoterico e sconosciuto.
L’altra sera sono capitato in mezzo a un dibattito sull’Alitalia in cui c’erano tre di loro: mi sembrava di essere un marziano piovuto per sbaglio a Trastevere. Li ho sentiti arrampicarsi sugli specchi dei loro formalismi, li ho visti specchiarsi dentro le circonlocuzioni che nascondono il loro nulla. Alla fine si dipingevano sempre come eroi, generosi condottieri, salvatori della patria. A un certo punto, mi chiedevo: ma ci sono o ci fanno? Sanno quel che dicono o ci stanno prendendo in giro?
E ho realizzato di colpo che lo choc dell’Alitalia forse potrebbe diventare un bene per il Paese. Come lo fu la marcia dei quarantamila a Torino, come lo fu lo sciopero dei minatori per la Thatcher. Può essere il punto di svolta, il momento di non ritorno, il vero cambiamento del Paese. Fateci caso: i sindacati hanno perso definitivamente la faccia, il loro consenso è crollato. Hanno dimostrato la loro vera natura: sono marajah, una casta, boiardi iperprotetti con tendenza al parassitismo, privilegiati che arricchiscono le loro organizzazioni alle spalle del sistema senza mai difendere i più deboli. Anzi, il più delle volte danneggiandoli.
La dimostrazione sta in quelle scene di giubilo esplose alla notizia del fallimento delle trattative. Immagini che oggi riepiloghiamo in un’apposita pagina: sono da staccare e conservare perché resteranno nella storia del Paese. Voi avete mai visto operai che festeggiano perché la loro fabbrica sta chiudendo? Tute blu che esultano quando lo stabilimento viene smantellato? No? E allora perché, invece quei bei figurini imbustati dentro tailleur e divise d’ordinanza si sganasciavano dalle risate? Per un motivo semplice: speravano (e sperano) nell’intervento dello Stato. In fondo per decenni è sempre stato così: loro si rimpinzavano di privilegi, piatto ricco mi ci ficco, menu da business class. Tanto poi il conto l’abbiamo sempre pagato noi.
Ecco perché facevano festa l’altro giorno. Perché temevano che con il piano Cai la pacchia sarebbe finita. Addio all’era dei vizi rimborsati dal contribuente a piè di lista. E si illudevano, al contrario, con il fallimento delle trattative, di poter contare ancora sull’intervento pubblico, sui soldi di papà Stato, su una giravolta in stile Iri, magari addirittura una nazionalizzazione. Ma ciò non accadrà. Non può e non deve accadere. Il ministro Tremonti ha escluso subito ogni possibilità di questo genere. E ha fatto bene, anzi benissimo. Gli italiani non capirebbero una scelta diversa. Non accetterebbero di mettere mani al portafoglio per consentire ai privilegiati di continuare a godere dei loro privilegi. Non sopporterebbero neanche un euro di tasse per la messa in piega perfetta di quella signorina che esultava di fronte al crac.
Fra le lettere che sono arrivate ieri in redazione, oltre a quelle sdegnate, infuriate e sgomente, ce n’era anche una molto sofferta. Ce l’ha scritta un ingegnere, piccolo imprenditore in edilizia da 28 anni, settore restauro ed edifici storici. Ha 10 dipendenti, 4 di loro lavorano con lui da 25 anni. Mai una sanzione fiscale e amministrativa, nessun incidente sul lavoro, mai un giorno di ritardo nel pagamento di salari e contributi. Lo scorso 8 settembre ha dovuto chiudere. «La resa», la chiama lui. «Tutti in cassa integrazione per mancanza di commesse, tutte scippate da concorrenti fuori dalle regole. Protezioni sociali: una miseria per sei mesi. Per i dipendenti dell’Alitalia si prevedevano 7 anni di cassa integrazione». Lui dice di essere senza parole. Anche noi.

Fonte: Il Giornale (edizione del 20/9/2008)

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Treni nuovi… di zecca

Va bene che si chiama Moretti, ma l’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato non può pensare che ci beviamo così, come fosse un boccale di birra gelata, la storiella che i treni italiani sono i più confortevoli, i più puntuali, i più economici e magari i più puliti d’Europa. E no caro Moretti, se vogliamo ubriacarci lo facciamo con del vino buono e non con della birra annacquata.

Passi per la puntualità, passi per il comfort, passi anche per l’economicità delle tariffe, ma difendere l’integrita igienico-sanitaria dei treni italiani e un po’ come difendere il lupo di Cappuccetto rosso, come ascoltare i Pink Floyd cantare le canzoni di Pupo (ci scusi Pupo, ma soprattutto i Pink Floyd). Non ci crederebbe praticamente nessuno, neppure Paperino, Paperoga e Ciccio di Nonna Papera messi insieme.

Zecche, acari, pidocchi e parassititi di ogni genere, sui vagoni ferroviari sono ormai all’ordine del giorno, più numerosi anche dei viaggiatori al rientro dalle vacanze. Le cronache raccontano persino di un topo, avvistato nell’ottobre 2008 sull’intercity Caserta-Roma. «Un ospite indesiderato», così l’aveva definito Trenitalia in un comunicato stampa, che aveva terrorizzato e fatto evacquare i pendolari che affollavano il treno.

La ixodes ricinus (magari detta così la zecca del cane suona pure meglio e fa meno ribrezzo) si sveglia dal letargo in una calda mattina di settembre e torna a colpire ancora. Stavolta a essere punta dai parassiti è stata una donna di 62 anni che viaggiava sul treno Roma-Agrigento. L’episodio è avvenuto domenica scorsa e in base alla ricostruzione dei fatti, dopo che il convoglio è giunto nei pressi di Enna, la viaggiatrice originaria di Canicattì ha detto al personale ferroviario di avvertire un forte prurito nelle parti intime, notando anche evidenti rigonfiamenti all’altezza delle braccia. Una volta giunta a destinazione, la signora è stata trasportata all’ospedale “Barone Lombardo” dove i medici le hanno effettivamente riscontrato segni di punture d’insetto. Dopo le prime cure la donna ha lasciato l’ospedale e ha subito sporto denuncia contro Trenitalia.  Nel frattempo la carrozza è stata fatta evacuare, “piombata” e inviata a Roma per gli esami necessari ad accertare la presenza di pulci, zecche o altri insetti e la successiva disinfestazione.

Episodio isolato? Ora, non è che vogliamo fare le pulci a Trenitalia, ma non sembra proprio che si tratti di un fatto nuovo. A settembre del 2005 si sono verificati ben quattro episodi: sull’intercity 768 Reggio Calabria-Torino le zecche hanno attaccato 18 passeggeri; sul treno internazionale Ventimiglia-Parigi, sempre le zecche, supportate dalle cimici, hanno assaltano i malcapitati passeggeri; poi è toccato all’Intercity Torino-Milano, dove una passeggera ha denunciato di essere stata morsicata ancora dalle zecche; stesso copione sull’espresso 810 Palermo-Torino, a bordo del quale un’altra passeggera è stata morsicata dai parassiti. Insomma non c’è che dire, il 2005 è stata una buona annata per le zecche. Anche il 2008, però, non sembra essere da meno. A marzo, infatti, si registra la denuncia di un passeggero dell’espresso 806 Napoli-Torino, punto dalle zecche in più parti del corpo. La cosa si ripete lo scorso 17 agosto, sempre sullo stesso treno, l’espresso 806 Napoli-Torino, ma stavolta con un “bollettino di guerra” ben più preoccupate: cinquanta passeggeri rientrano dalle vacanze e vengono assaliti da battaglioni di zecche. L’ultimo episodio proprio domenica scorsa sul Roma-Acireale (prezzo del biglietto in seconda classe 62,15 euro, zecche comprese).

Ma cosa volete che siano dei piccoli parassiti di fronte alla stazza di qualsiasi uomo? Quisquilie, bazzecole. Un po’ come l’elefante e la farfalla di Michele Zarrillo. Cinico? Mai quanto l’ad di Ferrovie dello Stato. Leggete cosa ha dichiarato Moretti intervistato il 19 agosto 2008 dal “Giornale”: «Ho sentito l’accusa per il Torino-Napoli di questi giorni. Ma si tratta di un treno su 9 mila. Non mi sembra una percentuale così grave. A parte il fatto che quelle, secondo me, non sono nemmeno zecche. Lì si tratta semplicemente di un’impresa di pulizie che non ha fatto il suo dovere». Non mi sembra una percentuale così grave? È evidente, dunque, che per Moretti rientra nella normalità il fatto che almeno un treno su 9 mila sia preso di mira dalle zecche.

Ora, in un Paese normale l’amministratore di un’azienda infestata come Ferrovie dello Stato sarebbe già stato cacciato via o, se avesse un barlume di dignità (mamma mia che parolone) si sarebbe subito dimesso. Considerato, però, che siamo in Italia e il nostro non è un Paese normale, la migliore cosa da fare sarebbe quella di obbligare Moretti a viaggiare in uno dei suoi 9 mila treni in compagnia di zecche, pidocchi e acari. Certo, poi il rischio sarebbe quello di una crisi mistica dell’ad di Ferrovie dello Stato, che davvero potrebbe sentirsi come Noè sull’Arca. (do.mal.)

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