Articoli con tag Popolo delle libertà

Povero Pd, gli pisciano addosso e dicono che piove

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Per fortuna che ci sono i numeri. Proprio così, perché stando alle parole e ai proclami, Silvio Berlusconi, e quindi il Popolo delle Libertà, in questa tornata elettorale avrebbe dovuto toccare la soglia del 45%, mentre a sentire Dario Francescini le Europee sarebbero state il fine corsa per il governo in carica. Anzi, avrebbero sancito la resurrezione del Partito democratico. Sta di fatto che Silvio è rimasto al di sotto delle sue previsioni e Lazzaro-Pd, invece di rialzarsi e camminare, continua beatamente a dormire.

Ma torniamo ai numeri che, alla fine della fiera, sono ciò che affettivamente conta. Il pallottoliere elettoreale dice che il Pdl si è assestato attorno al 35%, mentre il Pd si ferma al 26%, ben 9 punti percentuali di distacco. Se si confronta il dato con le ultime elezioni politiche, si ha pressappoco un dato speculare. Nel 2008, infatti, la coalizione di centrodestra (Pdl-Lega-Mpa) ottenne il 46,8%, mentre quella di centrosinistra (Pd-Idv) si attestò al 37,5%. Se nel confronto col dato odierno si scorpora, per quanto riguarda il centrodestra il dato della Lega (10,3%) e dell’Mpa (2,2%, ma va tenuto conto che a queste Europee il partito di Lombardo ha formato un cartello elettorale con La Destra e i Pensionati) si comprende bene come il Pdl ha confermato esattamente il dato del 2008. Diversamente il Pd, togliendo i voti di Italia dei Valori (8%), rispetto alle passate politiche è sotto di almeno 3 punti percentuali.

Se dunque si tiene conto dei numeri il quadro risulta essere pressappoco questo: stabile il Pdl, in discesa il Pd, boom di Lega e Italia dei Valori e definitivo tracollo dei comunisti (Prc-Pdci e Sinistra e Libertà). Tutto il resto è noia. O meglio, chiacchiere da bar dello sport.

Viene da ridere, quindi, quando senti parlare Franceschini e tutto il resto del centrosinistra, di una clamorosa sconfitta per Berlusca, senza però fare  un minimo di autocritica e pensare che loro sono rimasti letteralmente con le pezze al culo. Così come non dicono che Italia dei Valori ha rosicato proprio al Pd qualcosa come il 6% dei consensi (nelle passate Europee il partito di Di Pietro si era fermato al 2,1%). Come si ricorderà, dopo le disastrose Politiche del 2008 il povero Veltroni fu messo alle corde e al suo posto è stato chiamato Franceschini quale salvatore della patria. Oggi Walter si prende la sua bella rivincita: se il compagno Dario poteva fare peggio, c’è riuscito!

berlusconi_cornaE veniamo al Pdl. Berlusconi aveva detto che sarebbe arrivato al 45%, si è fermato “solo” al 35%. Di contro c’è una Lega che ha fatto il botto, raddoppiando i consensi delle precedenti europee. Messi insieme questi due dati, anche il peggior cieco che non vuole vedere comprende bene che la coalizione di governo (Pdl-Lega) conferma il dato (45-46%) delle Politiche dello scorso anno.

Se a tutto ciò si aggiunge che, notoriamente, in qualsiasi Paese chi governa viene sempre punito dal responso delle urne, ancora di più che c’è di mezzo una crisi economica che impone misure anche impopolari, si comprende bene che per Berlusconi e company ne sono usciti alla grande.

Morale della favola: ancora una volta ha avuto ragione “papi” Silvio. Il partito del gossip, che ha fatto del Noemigate la sua campagna elettorale, ha visto  rivoltarsi contro come un boomerang la sua arma antiberlusconiana.  Chiaro segno che ste stronzate non attecchiscono e finiscono per essere il migliore spot elettorale per Berlusca. Probabilmente agli italiani interessano di più i problemi del Paese anziché i pettegolezzi da portinaia di Franceschini, Sant’Oro e company. Esattamente quello che ancora non riescono a comprendere i signori della politica. (do.mal.)

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Benito Berlusconi e i suoi complici del Pd

di Fausto Carioti per Libero del 26 marzo 2009

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Nel manicomio della politica italiana mancava solo lo schizofrenico. Ci ha pensato il Partito democratico a colmare la lacuna. Al momento, infatti, di Pd ne esistono almeno due. Il primo, che è facile incontrare sui titoli dei giornali, è quello che minaccia di rivolgersi al Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca. È il partito del Walter Veltroni che paragona il premier oggi a Vladimir Putin e domani a Benito Mussolini. E intanto denuncia, fremente di sdegno, «il disegno scellerato e autoritario» di un governo che «minaccia la democrazia». È il Pd di Dario Franceschini che sale sulle barricate perché se il premier vincerà pure le elezioni europee «quello che potrà fare dal giorno dopo è inimmaginabile». Del capogruppo al Senato Luigi Zanda, convinto che Berlusconi voglia decretare «la fine della divisione dei poteri». Poi c’è l’altro Pd, di cui però si parla poco. Meno affascinante, forse, ma di sicuro molto più concreto. È quello che, se si va a guardare le votazioni parlamentari sui provvedimenti più importanti, si scopre essere allineato al pericoloso «regime» berlusconiano. Un partito che riesce a fare eleggere i suoi uomini alla guida delle giunte e delle commissioni parlamentari. E che poi, incassata la poltrona, come se nulla fosse tornare a gridare al golpe strisciante.

L’ultimo esempio è quello del federalismo fiscale. Era «un testo contraddittorio e pasticciato di cui non si capiscono i tempi e soprattutto i costi» (parole di Anna Finocchiaro, 3 ottobre del 2008). Veltroni lo definiva «una concessione alla Lega». Alla fine, nonostante Giulio Tremonti non abbia fornito chiarimenti sui costi, lo hanno fatto passare senza nemmeno opporsi. Segno che forse non faceva poi così schifo. Alla votazione finale della Camera, infatti, il Pd si è astenuto, mentre l’Italia dei valori ha votato addirittura a favore. Morale: 319 voti favorevoli, 195 astenuti e appena 35 contrari. Certo, ha pesato la decisione del governo di accogliere qualche emendamento del Pd, oltre alla volontà del partito di Franceschini di non rompere i rapporti con la Lega (domani, chissà, Umberto Bossi potrebbe tornare utile). Proprio questo, però, fa del federalismo fiscale – la più importante delle riforme volute sinora dal governo – un provvedimento bipartisan.

Ma il Pd è riuscito a fare anche di meglio. Una delle novità più discusse della legislatura, ovvero la modifica della legge elettorale per le europee, fatta apposta per tagliare i “nanetti” di destra e sinistra da ogni rappresentanza parlamentare e privarli dei contributi pubblici, è stata votata in fraterna armonia dal Pd assieme al PdL. A Montecitorio, dopo una votazione – questa sì – bulgara (517 favorevoli, 22 contrari, 2 astenuti), Veltroni andò a stringere la mano ai berlusconiani Elio Vito, ministro per i rapporti con il Parlamento, e Denis Verdini, coordinatore di Forza Italia. «Almeno una cosa insieme in questa legislatura l’abbiamo fatta», gongolava felice il leader del Pd. A dimostrazione del fatto che con i colonnelli del tremendo dittatore di Arcore si possono anche fare buoni affari, quando conviene.

Del resto è dall’inizio della legislatura che il Pd intasca poltrone con il benestare dell’«anti-democratico» Berlusconi. Alla Camera ha ottenuto la presidenza della giunta per le Elezioni, andata a Maurizio Migliavacca, e della giunta per le Autorizzazioni, toccata a Pierluigi Castagnetti. Alla guida del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è stato mandato Francesco Rutelli. Il comitato per i procedimenti di accusa (di fatto un ente parlamentare inutile) è stato affidato al senatore del Pd Marco Follini, che somma questa carica con quella di presidente della giunta per le Elezioni e le Immunità parlamentari di Palazzo Madama. Sempre al Senato Ignazio Marino, del Pd, è stato mandato alla guida della commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, mentre a Montecitorio la presidenza della commissione d’inchiesta sugli Errori in campo sanitario è andata all’esponente dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando. Un altro senatore del Pd, Pietro Marcenaro, è presidente della commissione straordinaria per i Diritti umani, ed Emma Bonino, eletta pure lei nelle liste del Partito democratico, presiede la commissione per le Pari opportunità nel Senato. Gran parte di queste cariche sono andate all’opposizione perché così vuole la prassi parlamentare. Ma il punto è proprio questo: la normalità della spartizione delle poltrone, alla quale l’opposizione partecipa senza remore, smentisce le invettive sul regime che gli esponenti del Pd lanciano un giorno sì e l’altro pure.

Normalità che si è vista anche con le nomine in campo radiotelevisivo. Alla fine la presidenza della commissione di Vigilanza sulla Rai è andata a Sergio Zavoli, senza dubbio più gradito al Pd di quanto lo fosse Leoluca Orlando, sul cui nome il partito di Veltroni, all’inizio della legislatura, aveva finto di essere d’accordo. Ieri Paolo Garimberti, proveniente dal gruppo di Repubblica, scelto anch’egli dal Pd e approvato da Berlusconi, è stato indicato per la presidenza della Rai. A febbraio era toccato a Giuliano Amato, già ministro nei governi di Massimo D’Alema e Romano Prodi, essere chiamato dal governo a presiedere l’istituto Treccani. Ad aversene a male – non senza qualche ragione – furono tanti esponenti del PdL, mentre i parlamentari del Pd applaudivano alla «prestigiosa» scelta fatta da Berlusconi. Il giorno dopo, manco a dirlo, avevano già ricominciato con la litania del governo che occupa tutti gli spazi e fa carne di porco della democrazia. Fosse vero, visto come sono andate sinora le cose in Parlamento, difficilmente il «regime» di Berlusconi avrebbe potuto trovare un complice migliore del Pd.

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Dalla casa del padre alla villa del padrone

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Dalla casa del padre...

Dalla casa del padre alla villa del padrone. Ecco come in una sola battuta (la paternità è di Francesco Storace) si può riassumere vita, morte e sepoltura della Destra che fu e la transumanza in atto, o la deportazione volontaria, fate voi, di Alleanza Nazionale nel Popolo delle libertà.

Se usava questo come slogan per l’ultimo congresso di An, probabilmente Gianfranco Fini sarebbe stato più credibile. Ma di credibilità e coerenza all’ex figlioccio di Giorgio Almirante ne è rimasta ben poca, tanto poca che dopo aver buttato nel cesso la destra e la sua storia, adesso certifica la sua instabilità mentale (che fa rima con opportunismo politico) rinnegando ciò che egli stesso aveva orgogliosamente affermato non più di qualche anno fa: «Mussolini è il più grande statista del Novecento».

Al giornalista che gli ricorda come 15 anni fa definì il Duce il più grande statista del secolo, Fini replica: «Sono affascinato dalla sua domanda… è evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi anni… la mia risposta è no, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico. Un minimo di coerenza, altrimenti avremmo fatto bingo…».

...alla villa del padrone
…alla villa del padrone

Certo che sentire parlare Fini di coerenza fa un certo senso. Proprio lui che “coerentemente” ha abiurato tutto l’abiurabile possibile, financo la moglie Daniela Di Sotto (fascista della prima ora);  lui che se avesse un quotidiano tutto suo lo chiamerebbe “Svolta continua” e che nel giro i pochi anni è passato dal cameratismo alla Camera dei deputati. Il prossimo gradino sarà quello di presidente del Consiglio con Berlusconi capo dello Stato. Un copione già scritto. Il prezzo da pagare, quello che oggi è sotto gli occhi di tutti.

Ma torniamo alle esequie… ops, al Congresso di An. Forse non è un caso che gli applausi più fragorosi si sono avuti quando sul vidiwall è passato il video di Giorgio Almirante e durante l’intervento del deputato triestino Roberto Menia, il quale ha espresso forti perplessità per la fusione nel Pdl. Tutto questo prima delle lacrime di coccodrillo del buon Fini che, qualcun maligna, sembra avere avvertito i suoi di non votare per alzata di mano. Si sarebbero notate troppe braccia tese… (do.mal.)

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Caro Travaglio, fatti, non pugnette!

È proprio vero, alcune volte è meglio stare zitti e dare l’impressione di essere stupidi che aprire bocca e togliere ogni dubbio. Marco Travaglio, ieri sera, questo dubbio ce l’ha tolto. Nella sua solita requisitoria ad Annozero, il pm dell’antipolitica, non solo ha dimostrato di essere stupido, ma probabilmente anche ignorante (intenso come colui che ignora, che non conosce un determinato insieme di nozioni o una determinata materia). Dico probabilmente perché è più verosimile che il professor sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti, accecato dal suo odio per quella cricca di malfattori di Berlusconi & Co., abbiamo solo voluto calcare la mano più del dovuto, non pensando che qualcuno potesse stanarlo.

La predica di padre Marco è incentrata sulle recenti inchieste giudiziarie napoletane in tema di corruzione. Ovviamente sta accuorto ed evita abilmente di tirare in ballo il figlio di Di Pietro, tanto più che il papà e in studio e potrebbe rimanerci male.

Travaglio sfodera il suo solito sorriso ironico e visto che non può parlare dell’enfaint prodige di casa Di Pietro, ripiega su Alfredo Vito, descritto come personaggio chiave nella spartizione della ricca torta degli appalti pubblici. Il politico napoletano è stato condannato in via definitiva a 2 anni (pena patteggiata) con restituzione di 5 miliardi di lire ascrivibili a episodi di corruzione. Lo stesso è stato deputato fino all’aprile 2008, eletto per Forza Italia nella circoscrizione Campania 2.

E qui casca l’asino, cioè Travaglio. Il documentatissimo Marco tira fuori dal suo tacquino dei peccati la solita perla di saggezza: «Alfredo Vito – dice – ha restituito 5 miliardi di lire di tangenti, ha promesso e giurato che lasciava la politica per sempre ed infatti oggi è deputato del Popolo della Libertà».

La stronzata ormai è detta ed è il sottosegretario del PdL, Alfredo Mantovano, a beccare quel Travaglio di un Marco con le mani nella marmellata. Mantovano, infatti, ha ricordato che l’unico Vito attualmente in Parlamento per il PdL è Elio Vito (ministro per i rapporti con il parlamento) e che quando l’altro Vito era parlamentare, il PdL ancora non esisteva. Insomma, come si dice in questi casi, notizia falsa e destituita di ogni fondamento!

Guai, però, ad ammettere l’errore, dire “scusate mi sono sbagliato, anche io non sono infallibile”. Per carità, sarebbe come sconfessare se stessi. E così, con quel ghigno, che più che un sorriso sembra una paresi, Travaglio come si giustifica? Candidamente afferma di aver parlato di Alfredo Vito come di “un parlamentare del centrodestra”, e che in fin dei conti non fa differenza col PdL. Come dire: l’importante è sputtanarli, se poi ci sono delle imprecisioni non importa.

Caro Travaglio, spargiti il capo di cenere e ammetti di aver detto proprio una ca…, una vera cazza…, una grande gigantesca strepitosa cazzata! (do.mal.)

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Nome: Fini Gianfranco. Segno zodiacale: camaleonte

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È da un po’ di tempo che Gianfranco Fini le spara davvero grosse. L’ex segretario del Movimento sociale italiano, cresciuto fra busti del Duce, camicie nere e l’orbace delle divise da gerarca fascista, colui che definì Benito Mussolini «il più grande statista del secolo», alla disperata ricerca di una nuova verginità, nel giro di pochi anni ha abiurato tutto l’abiurabile.

Del Fini figlio di una destra che era Dio, patria, famiglia, tradizione mischiata a futurismo, un po’ di reducismo e nostalgia, un po’ di feticismo e goliardia, saluti romani, circoli evoliani, nobiltà e sottoproletariato, non è rimasto praticamente nullà. Il Gianfranco che fu si è fatto tanto prendere la mano dal sentimento antifascista, che è arrivato a rinnegare anche la moglie Daniela Di Sotto (fascista della prima ora).

Non sapendo più chi e cosa rinnegare, l’ex “figlioccio” di Giorgio Almirante adesso se la prende con la Chiesa, arrivando a dire che «le leggi razziali furono un’infamia, e la Chiesa non si oppose».

Adesso, al di là delle dichiarazioni dell’Osservatore romano, che definisce le parole pronunciate dal presidente della Camera «approssimazione storica e meschino opportunismo politico», è bene riportare un elenco degli atti della Chiesa Cattolica contro il razzismo antisemita del nazismo:

Febbraio 1931: lettera pastorale dell’episcopato bavarese, che condanna gli errori del razzismo.
23 gennaio 1933: lettera pastorale di monsignor Gfoellner, vescovo di Linz, contro il paganesimo e il razzismo nazista.
Dicembre 1933: sermoni del cardinale Faulhaber che stigmatizza la persecuzione contro gli Ebrei.
21 dicembre 1933: lettera pastorale collettiva dell’episcopato austriaco.
9 febbraio 1934
: messa all’indice del libro di A. Rosemberg, Der Mythus des 19 Jahrhunderts (Acta Ap. Sedis, 1934).
7 giugno 1934: lettera pastorale collettiva dei vescovi tedeschi.
19 luglio 1935: messa all’indice del libro di A. Rosemberg, An die Dunkelmänner unserer Zeit. Eine Antwort auf die Angriffe gegen den “Mythus des 19 Jahrhunderts” (Acta Ap. Sedis, 1935).
14 marzo 937
: enciclica di Pio XI Mit brennender Sorge che condanna le dottrine del nazismo (Acta Ap. Sedis, 1937); il testo, clandestinamente introdotto e diffuso in Germania, viene letto nelle chiese.
19 giugno 1937: messa all’indice del libro di C. Cogni, Il Razzismo (Acta Ap. Sedis, 1937).
13 aprile 1938: lettera della Congregazione dei seminari e università al cardinale Baudrillart che ingiunge alle istituzioni scientifiche cattoliche di confutare le tesi del razzismo.
19 aprile 1938: lettera pastorale collettiva dei vescovi tedeschi.
3 maggio 1938: visita di Hitler a Roma. Il 30 aprile, Pio XI aveva lasciato il Vaticano per Castelgandolfo dichiarando che l’aria di Roma gli era irrespirabile; ordinò anche la chiusura dei musei del Vaticano e proibì alle strutture religiose di esporre le bandiere con i colori del reich nazista: «Non si può non trovare fuori posto e intempestivo il fatto di erigere il giorno della santa Croce l’insegna di un’altra croce che non sia la croce di Cristo», dichiarò Pio XI. Per di più, fu precisamente il 3 maggio che l’Osservatore Romano, giornale della Santa Sede, pubblicò la Lettera contro il razzismo, datata 13 aprile, mentre taceva completamente sulla visita di Hitler a Roma.
15 luglio 1938: in seguito alla pubblicazione, da parte di un gruppo di scienziati fascisti, di un documento in dieci punti, favorevole al razzismo e all’antisemitismo, discorso di Pio XI contro il «nazionalismo esagerato che innalza barriere tra i popoli…» (Osservatore Romano del 17 luglio).
21 luglio 1938: discorso di Pio XI davanti agli alunni del Collegio della propaganda, che rappresentava trentasette nazioni: «Cattolico vuol dire universale… Non vogliamo dividere niente della famiglia umana…. L’espressione “genere umano” rivela l’unità della razza umana… Possiamo chiederci com’è possibile che, sfortunatamente, l’Italia abbia avuto bisogno di imitare la Germania…. La dignità umana è di essere una sola e grande famiglia, il genere umano, la razza umana… Ecco la risposta della Chiesa….» (Osservatore Romano del 23 luglio).
6 novembre 1938: discorso del cardinale Faulhaber, arcivescovo di Monaco, sul senso cristiano della comunione nella fede, non nel sangue.
Novembre 1938: pubblicazione da parte del cardinale Van Roey, arcivescovo di Malines, di un discorso che condanna il razzismo e il suo mito del sangue.
13 novembre 1938: discorso del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, contro il mito razziale.
17 novembre 1938: lettera del cardinale Verdier, arcivescovo di Parigi, che aderisce al testo di monsignor Van Roey.
6 gennaio 1939: discorso del cardinale Piazza, patriarca di Venezia, che condanna l’antisemitismo razzista.

Nel passato governo Berlusconi, Gianfranco Fini è stato vicepremier e ministro degli Esteri. Il 30 aprile 2008 è stato eletto presidente della Camera dei deputati per il Popolo delle libertà. Approssimazione storica? Macché, è semplicemente il prezzo che bisogna pagare al potere. E c’è chi è pronto a farlo rinnegando anche la storia e gli ideali. D’altronde si sa, la politica è macchiavellica e mai come in questo caso il Fini giustifica i mezzi! (do.mal.)

Fonti:
“La Chiesa cattolica di fronte alla questione razziale”
, del padre predicatore Yves M. J. Congar, stampato dall’Accademia degli Incolti in occasione di un convegno promosso a Milano dal gruppo ecumenico cristiano-ebraico, il 30 novembre 1998.

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The winner is… Barack Obama!

Stanotte Barack Obama sarà ufficialmente il 44esimo presidente degli Stati Uniti. Il nostro Trapattoni direbbe «non dire gatto se non ce l’hai nel sacco», ma al di là delle dichiarazioni di facciata e dei sondaggisti (che volete anche loro tengono famiglia e devono pur campare) che danno John McCain in recupero sul senatore nero dell’Illinois, gli americani hanno già deciso chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca.

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Di fatto Obama è diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti il 3 giugno 2008, quando ha ottenuto il quorum necessario per la nomination democratica, battendo a sopresa, alle elezioni primarie del Partito Democratico, l’ex first lady e senatrice dello stato di New York Hillary Clinton (ritenuta dai sondaggi la grande favorita della vigilia).

Per fortuna i Democratici americani sono tutt’altra cosa rispetto ai Democratici italiani, così come Obama non è assolutamente l’equivalente del nostro Uolter Veltroni, anche se qualcuno vorrebbe farcelo credere. Cercare di spiegare le differenze tra Repubblicani e Democratici americani, prendendo ad esempio la Destra e la Sinistra italiana e quanto di più fuorviante possa esistere.

Rispetto all’Italia, infatti, dove gli schieramenti contrapposti esistono solo per eliminarsi a vicenda, nella politica americana democratici e repubblicani si discostano di poco. Per questo motivo un americano può stare tranquillo che governi l’uno o l’altro, faranno sempre l’interesse del popolo.

È nascosto proprio in questa differenza il fascino che Obama inizia a riscuotere anche nella destra italiana. La prima a rimanere stregata dal senatore nero è stata il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini («Il mio punto di riferimento è quello che sta facendo Obama in America»), poi è stata la volta di Sandro Bondi («Vedo molte analogie tra Obama e Berlusconi») e Franco Frattini («È vero hanno punti in comune soprattutto nel modo di comunicare»). Anche Paolo Guzzanti ha rivelato di aver fatto il tifo per McCain, ma di tenere adesso per Obama («Sono di destra e sto per Obama, anche se brinderò lo stesso se dovesse vincere l’Old Boy»).

In rete è nato addirittura il sito “Il PdL per Obama su iniziativa di un gruppo di parlamentari del Popolo delle Libertà:

«… abbiamo aderito a questa iniziativa perché non sono rimasti indifferenti alla proposta riformista, modernizzatrice e di forte innovazione politica e sociale di Obama. Alla sua passione, al suo carisma che può davvero rappresentare una svolta storica per gli Stati Uniti d’America».

In questo senso mi sembra molto interessante la riflessione di Giuseppe De Bellis che spiega il perché Barack Obama affascina la destra:

«Obama affascina la destra perché se c’è una certezza è che lui non è di sinistra. Lo dicono le sue idee, i fatti, la sua campagna elettorale. Ovvio che la sinistra italiana, perennemente a caccia di una legittimazione internazionale, abbia tentato di appropriarsene. Ovvio e però diabolicamente perverso, perché Obama non c’entra con loro. C’entra con un nuovo prototipo di leader bipartisan, forse nopartisan».

Più chiaro di così…

E poi permettetemi una divagazione personale. Un nero alla Casa Bianca è quello che ogni juventino si sognerebbe. Un’accoppiata assolutamente vincente! (do.mal.)

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Quando il Fini giustifica i mezzi

La politica è l’arte del possibile. Se c’è di mezzo lui, Gianfranco Fini, anche dell’impossibile. La sua linea politica è la svolta; se avesse un quotidiano tutto suo, lo chiamerebbe “Svolta continua”. Segno zodiacale camaleonte, cresciuto fra busti del Duce, camicie nere e l’orbace delle divise da gerarca fascista, Fini è figlio di una destra che era Dio, patria, famiglia, tradizione mischiata a futurismo, un po’ di reducismo e nostalgia, un po’ di feticismo e goliardia, saluti romani, circoli evoliani, nobiltà e sottoproletariato. Una destra povera, ma viva e nonostante tutto affascinante.

Oggi Fini è la brutta copia del Gianfranco che fu. Freddo e pragmatico, abiura tutto l’abiurabile e nel giro di pochi anni (e talvolta perfino di qualche mese o settimana) si appropria del più disinvolto laicismo, del più improbabile occidentalismo, del più sfacciato liberismo, voltando le spalle a quei milioni di elettori che erano di Destra non solo perché anticomunisti, ma perché portavano dentro di sé un mondo magari confuso, ma pieno di valori. Fini li lascia orfani e tristi. La grande stampa plaude, i militanti di vecchia data piangono. Qualcuno se ne va.

Gianfranco si è fatto tanto prendere la mano dal sentimento antifascista, che è arrivato a rinnegare anche la moglie Daniela Di Sotto (fascista della prima ora). L’ultima abiura è arrivata direttamente da Atreju, dove si è celebrata la festa dei giovani di An, nel corso della quale Fini ha ribadito la necessità per la destra di riconoscersi nei valori dell’antifascismo.

A questo punto c’è da chiedersi che fine, anzi che Fini abbia fatto il Gianfranco che a un Berlusconi che si affannava a strappargli via l’immagine di fascista, replicava: «Sono un postfascista, ma sarebbe meglio dire un fascista nato nel dopoguerra». O quello che nel libro “Il fascista del Duemila” di Corrado De Cesare, affermava che il compito della destra era quello di «attualizzare, in una società postindustriale alle soglie del 2000, gli insegnamenti del fascismo che ha lasciato un testamento spirituale, dal contenuto profondamente sociale, dal quale non possiamo prescindere». E, ancora, il 5 gennaio 1990 quando intervistato da “Il Giornale” disse: «Nessuno può chiederci abiure della nostra matrice fascista». Per non dimenticare, ovviamente, il Fini che il 30 settembre 1992 pontificava Mussolini definendolo «il più grande statista del secolo, esempio di amore per la propria terra e la propria gente. Un uomo che se vivesse oggi, garantirebbe la libertà degli italiani».

Fini è colui che nel 2003, appena divenuto ministro degli Esteri si reca in visita ufficiale in Israele e con assoluta naturalezza definisce il fascismo «il male assoluto». Da allora in poi fu un’escalation senza fine, dal voto agli immigrati all’apertura alle coppie di fatto e agli omossessuali, fino all’insegnamento del Corano nelle scuole statali.

Una grande lezione di coerenza Fini l’ha data poi tra dicembre 2007 e gennaio 2008. Queste furono le sue testuali dichiarazioni:
«Il Cavaliere ha distrutto la Cdl, e ora dovremmo bussare alla sua porta con il cappello in mano e la cenere in testa? Non siamo postulanti. Io tornare all’ovile? Sono il presidente di An, non una pecora» (Gianfranco Fini, 16 dicembre 2007)
«Condivido la proposta di Berlusconi di dare al popolo del 2 dicembre, al popolo della libertà, un’unica voce in Parlamento. E’ una pagina storica della politica italiana: il 13 aprile nascerà un nuovo grande soggetto politico ispirato ai valori del Partito popolare europeo e quindi alternativo alle sinistre. Mi auguro che gli amici dell’Udc vogliano scrivere questa importante pagina assieme a noi» (Gianfranco Fini, 8 febbraio 2008)

Il resto è storia recente. Il 30 aprile 2008 Gianfranco Fini viene eletto presidente della Camera dei deputati per il Popolo delle libertà. Postulanti? Pecore? Macché, si sa che la politica è macchiavellica e mai come in questo caso il Fini giustifica i mezzi! (do.mal.)

Consiglio di leggere l’interessante riflessione di Luca Telese.

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