Articoli con tag Partito democratico

Opposizione turchese e stravagante!

franceschini

Complimenti a Dario Frasceschini. Il quasi ex segretario del Pd sa bene come si fa opposizione: indossando un paio di calzini turchese. E poi a sinistra si lamentano che Berlusconi governa, quasi ininterrottamente, da 15 anni. Se questo è il modo di contrastarlo politicamente, sarà davvero dura mandarlo in pensione.

Se il giudice Raimondo Mesiano è stato definito “stravagante” in un servizio giornalistico di Canale 5 (che peraltro non ho condiviso, così come non avevo condiviso l’incursione dell’obiettivo di Zappaddu nella residenza privata di Berlusconi), l’opposizione targata Partito democratico non solo è stravagante, ma addirittura ridicola.

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La sfortuna di Minzolini? Non chiamarsi Paolo Mieli!

Com’era prevedibile sull’editoriale del direttore del Tg1, Augusto Minzolini, riguardo la manifestazione di Roma, si è abbattuta la scomunica dell’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai) e quella ancora più velenosa di Repravda.

Mi chiedo:  dov’erano i paladini della libertà di stampa e di opinione quando, nel 2006, un certo Paolo Mieli, all’epoca direttore del Corriere della Sera, con un editoriale scritto di suo pugno e dal titolo “La scelta del 9 aprile” si schierò e schierò apertamente il suo giornale a sostegno dell’Unione di centrosinistra? Nessuna protesta, nessuno sciopero, nessuna marcia su Roma!

Oggi, invece, Minzolini viene crocifisso da chi , come lui stesso afferma nel suo editoriale, «manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un inaccettabile regime mediatico».

Mario adinolfiPer fortuna c’è chi ancora, anche a sinistra, fa valere il lume della ragione alla cieca ideologia antiberlusconiana, da servire in tutte le salse, sempre e comunque. Chi non ci sta ad assecondare l’inaccettabile idea di un nascente regime mediatico targato Repravda è Mario Adinolfi, giornalista ed esponente del Partito democratico, quindi non proprio amico e sostenitore di Silvio Berlusconi, si distacca dai cori di dissenso e su Facebook commenta così la vicenda Minzolini:

«…sarò pure completamente rincretinito, ma a me l’editoriale di Augusto Minzolini è piaciuto. Sulle modalità della nomina di Minzolini al Tg1, sul suo intollerabile berlusconismo militante, ho già scritto e non certo a suo favore. Ma l’editoriale di sabato io l’ho trovato sensato: “Manifestare è sempre legittimo e salutare per la democrazia, ma in un Paese dove negli ultimi tre mesi sono finiti nel tritacarne mediatico Berlusconi, l’avvocato Agnelli, l’ingegner De Benedetti, l’ex direttore di Avvenire, il direttore di Repubblica e tanti altri, denunciare che la libertà di stampa è in pericolo è un assurdo. La difesa corporativa non fa bene all’autorevolezza dei media; specie in Italia, dove si ha una strana concezione del pluralismo dell’informazione. Ci sono giornali che si considerano depositari della verità e che giudicano gli altri che la pensano in modo diverso come nemici o servi: chi ha questa concezione, manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un inaccettabile regime mediatico”. Sottoscrivo dalla prima all’ultima parola. Decide la democrazia. Non decidono i giornali. Guai a quel Paese, poi, dove a decidere è un giornale solo».

Decide la democrazia e non i giornali. Capito Repravda? E grazie a Dio la democrazia, che significa anche libertà di stampa e di espressione, in questo Paese è ampiamente garantita, nonostante l’avanzare di un’inaccettabile regime mediatico. (do.mal.)

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Povero Pd, gli pisciano addosso e dicono che piove

mavaffpd

Per fortuna che ci sono i numeri. Proprio così, perché stando alle parole e ai proclami, Silvio Berlusconi, e quindi il Popolo delle Libertà, in questa tornata elettorale avrebbe dovuto toccare la soglia del 45%, mentre a sentire Dario Francescini le Europee sarebbero state il fine corsa per il governo in carica. Anzi, avrebbero sancito la resurrezione del Partito democratico. Sta di fatto che Silvio è rimasto al di sotto delle sue previsioni e Lazzaro-Pd, invece di rialzarsi e camminare, continua beatamente a dormire.

Ma torniamo ai numeri che, alla fine della fiera, sono ciò che affettivamente conta. Il pallottoliere elettoreale dice che il Pdl si è assestato attorno al 35%, mentre il Pd si ferma al 26%, ben 9 punti percentuali di distacco. Se si confronta il dato con le ultime elezioni politiche, si ha pressappoco un dato speculare. Nel 2008, infatti, la coalizione di centrodestra (Pdl-Lega-Mpa) ottenne il 46,8%, mentre quella di centrosinistra (Pd-Idv) si attestò al 37,5%. Se nel confronto col dato odierno si scorpora, per quanto riguarda il centrodestra il dato della Lega (10,3%) e dell’Mpa (2,2%, ma va tenuto conto che a queste Europee il partito di Lombardo ha formato un cartello elettorale con La Destra e i Pensionati) si comprende bene come il Pdl ha confermato esattamente il dato del 2008. Diversamente il Pd, togliendo i voti di Italia dei Valori (8%), rispetto alle passate politiche è sotto di almeno 3 punti percentuali.

Se dunque si tiene conto dei numeri il quadro risulta essere pressappoco questo: stabile il Pdl, in discesa il Pd, boom di Lega e Italia dei Valori e definitivo tracollo dei comunisti (Prc-Pdci e Sinistra e Libertà). Tutto il resto è noia. O meglio, chiacchiere da bar dello sport.

Viene da ridere, quindi, quando senti parlare Franceschini e tutto il resto del centrosinistra, di una clamorosa sconfitta per Berlusca, senza però fare  un minimo di autocritica e pensare che loro sono rimasti letteralmente con le pezze al culo. Così come non dicono che Italia dei Valori ha rosicato proprio al Pd qualcosa come il 6% dei consensi (nelle passate Europee il partito di Di Pietro si era fermato al 2,1%). Come si ricorderà, dopo le disastrose Politiche del 2008 il povero Veltroni fu messo alle corde e al suo posto è stato chiamato Franceschini quale salvatore della patria. Oggi Walter si prende la sua bella rivincita: se il compagno Dario poteva fare peggio, c’è riuscito!

berlusconi_cornaE veniamo al Pdl. Berlusconi aveva detto che sarebbe arrivato al 45%, si è fermato “solo” al 35%. Di contro c’è una Lega che ha fatto il botto, raddoppiando i consensi delle precedenti europee. Messi insieme questi due dati, anche il peggior cieco che non vuole vedere comprende bene che la coalizione di governo (Pdl-Lega) conferma il dato (45-46%) delle Politiche dello scorso anno.

Se a tutto ciò si aggiunge che, notoriamente, in qualsiasi Paese chi governa viene sempre punito dal responso delle urne, ancora di più che c’è di mezzo una crisi economica che impone misure anche impopolari, si comprende bene che per Berlusconi e company ne sono usciti alla grande.

Morale della favola: ancora una volta ha avuto ragione “papi” Silvio. Il partito del gossip, che ha fatto del Noemigate la sua campagna elettorale, ha visto  rivoltarsi contro come un boomerang la sua arma antiberlusconiana.  Chiaro segno che ste stronzate non attecchiscono e finiscono per essere il migliore spot elettorale per Berlusca. Probabilmente agli italiani interessano di più i problemi del Paese anziché i pettegolezzi da portinaia di Franceschini, Sant’Oro e company. Esattamente quello che ancora non riescono a comprendere i signori della politica. (do.mal.)

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Benito Berlusconi e i suoi complici del Pd

di Fausto Carioti per Libero del 26 marzo 2009

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Nel manicomio della politica italiana mancava solo lo schizofrenico. Ci ha pensato il Partito democratico a colmare la lacuna. Al momento, infatti, di Pd ne esistono almeno due. Il primo, che è facile incontrare sui titoli dei giornali, è quello che minaccia di rivolgersi al Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca. È il partito del Walter Veltroni che paragona il premier oggi a Vladimir Putin e domani a Benito Mussolini. E intanto denuncia, fremente di sdegno, «il disegno scellerato e autoritario» di un governo che «minaccia la democrazia». È il Pd di Dario Franceschini che sale sulle barricate perché se il premier vincerà pure le elezioni europee «quello che potrà fare dal giorno dopo è inimmaginabile». Del capogruppo al Senato Luigi Zanda, convinto che Berlusconi voglia decretare «la fine della divisione dei poteri». Poi c’è l’altro Pd, di cui però si parla poco. Meno affascinante, forse, ma di sicuro molto più concreto. È quello che, se si va a guardare le votazioni parlamentari sui provvedimenti più importanti, si scopre essere allineato al pericoloso «regime» berlusconiano. Un partito che riesce a fare eleggere i suoi uomini alla guida delle giunte e delle commissioni parlamentari. E che poi, incassata la poltrona, come se nulla fosse tornare a gridare al golpe strisciante.

L’ultimo esempio è quello del federalismo fiscale. Era «un testo contraddittorio e pasticciato di cui non si capiscono i tempi e soprattutto i costi» (parole di Anna Finocchiaro, 3 ottobre del 2008). Veltroni lo definiva «una concessione alla Lega». Alla fine, nonostante Giulio Tremonti non abbia fornito chiarimenti sui costi, lo hanno fatto passare senza nemmeno opporsi. Segno che forse non faceva poi così schifo. Alla votazione finale della Camera, infatti, il Pd si è astenuto, mentre l’Italia dei valori ha votato addirittura a favore. Morale: 319 voti favorevoli, 195 astenuti e appena 35 contrari. Certo, ha pesato la decisione del governo di accogliere qualche emendamento del Pd, oltre alla volontà del partito di Franceschini di non rompere i rapporti con la Lega (domani, chissà, Umberto Bossi potrebbe tornare utile). Proprio questo, però, fa del federalismo fiscale – la più importante delle riforme volute sinora dal governo – un provvedimento bipartisan.

Ma il Pd è riuscito a fare anche di meglio. Una delle novità più discusse della legislatura, ovvero la modifica della legge elettorale per le europee, fatta apposta per tagliare i “nanetti” di destra e sinistra da ogni rappresentanza parlamentare e privarli dei contributi pubblici, è stata votata in fraterna armonia dal Pd assieme al PdL. A Montecitorio, dopo una votazione – questa sì – bulgara (517 favorevoli, 22 contrari, 2 astenuti), Veltroni andò a stringere la mano ai berlusconiani Elio Vito, ministro per i rapporti con il Parlamento, e Denis Verdini, coordinatore di Forza Italia. «Almeno una cosa insieme in questa legislatura l’abbiamo fatta», gongolava felice il leader del Pd. A dimostrazione del fatto che con i colonnelli del tremendo dittatore di Arcore si possono anche fare buoni affari, quando conviene.

Del resto è dall’inizio della legislatura che il Pd intasca poltrone con il benestare dell’«anti-democratico» Berlusconi. Alla Camera ha ottenuto la presidenza della giunta per le Elezioni, andata a Maurizio Migliavacca, e della giunta per le Autorizzazioni, toccata a Pierluigi Castagnetti. Alla guida del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è stato mandato Francesco Rutelli. Il comitato per i procedimenti di accusa (di fatto un ente parlamentare inutile) è stato affidato al senatore del Pd Marco Follini, che somma questa carica con quella di presidente della giunta per le Elezioni e le Immunità parlamentari di Palazzo Madama. Sempre al Senato Ignazio Marino, del Pd, è stato mandato alla guida della commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, mentre a Montecitorio la presidenza della commissione d’inchiesta sugli Errori in campo sanitario è andata all’esponente dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando. Un altro senatore del Pd, Pietro Marcenaro, è presidente della commissione straordinaria per i Diritti umani, ed Emma Bonino, eletta pure lei nelle liste del Partito democratico, presiede la commissione per le Pari opportunità nel Senato. Gran parte di queste cariche sono andate all’opposizione perché così vuole la prassi parlamentare. Ma il punto è proprio questo: la normalità della spartizione delle poltrone, alla quale l’opposizione partecipa senza remore, smentisce le invettive sul regime che gli esponenti del Pd lanciano un giorno sì e l’altro pure.

Normalità che si è vista anche con le nomine in campo radiotelevisivo. Alla fine la presidenza della commissione di Vigilanza sulla Rai è andata a Sergio Zavoli, senza dubbio più gradito al Pd di quanto lo fosse Leoluca Orlando, sul cui nome il partito di Veltroni, all’inizio della legislatura, aveva finto di essere d’accordo. Ieri Paolo Garimberti, proveniente dal gruppo di Repubblica, scelto anch’egli dal Pd e approvato da Berlusconi, è stato indicato per la presidenza della Rai. A febbraio era toccato a Giuliano Amato, già ministro nei governi di Massimo D’Alema e Romano Prodi, essere chiamato dal governo a presiedere l’istituto Treccani. Ad aversene a male – non senza qualche ragione – furono tanti esponenti del PdL, mentre i parlamentari del Pd applaudivano alla «prestigiosa» scelta fatta da Berlusconi. Il giorno dopo, manco a dirlo, avevano già ricominciato con la litania del governo che occupa tutti gli spazi e fa carne di porco della democrazia. Fosse vero, visto come sono andate sinora le cose in Parlamento, difficilmente il «regime» di Berlusconi avrebbe potuto trovare un complice migliore del Pd.

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Luca era gay come Walter era segretario

In questa settimana o quasi che sono mancato dalle pagine di questo blog ne sono successe di cose. Il governo ha varato il decreto antistupri, Enrico Mentana è stato trombato da Mediaset, Povia (vero vincitore di Sanremo) ha finalmente potuto raccontare la storia di sto povero Luca, Oreste Lionello e Candido Cannavò sono morti e anche il Partito democratico non si sente tanto bene.

polizia-locale_10924Ma andiamo per ordine. Qualche giorno fa mi è stato chiesto cosa ne pensassi del decreto sicurezza emanato dal governo. Posso dire che qualcosa è stato fatto, ma è ancora troppo poco. In sintesi il dl governativo prevede le ronde composte da ex agenti in congedo; niente più domiciliari agli stupratori e quindi arresto cautelare in carcere; patrocinio gratuito per assicurare una più adeguata assistenza legale alle vittime delle violenze sessuali; 2.500 agenti in più e stanziamento di fondi per 100 milioni di euro per rafforzare il sistema di controllo e di presidio del territorio; ergastolo in caso di omicidio commesso in occasione di violenza sessuale, atti sessuali con un minorenne, violenza sessuale di gruppo e atti persecutori; il nuovo reato di stalking; videosorveglianza più diffusa ed estensione da due a sei mesi del tempo di permanenza nei Centri di identificazione e espulsione (Cie).

Personalmente non credo che le tanto discusse ronde possano risolvere il problema stupri, quando invece avrei visto più efficace un provvedimento che arginasse il flusso migratorio di quegli stranieri, in modo particolare quelli dell’Est europeo, che arrivano nel nostro Paese esclusivamente per delinquere. Era preferibile, come a più riprese sostengo, il blocco temporaneo del trattato di Schengen, tanto più che questo è previsto in caso di ordine pubblico. Ma più in generale, considerato che gli stupratori non sono solo stranieri (anche se questi rappresentano lo zoccolo duro), l’istituzione della castrazione chimica. Ci sarebbe poi il solito discorso sulla certezza della pena e sulla concezione di carcere, non come luogo di villegiatura spesato dai contribuenti, ma come autentica istituzione punitiva, dove chi delinque ci pensa due volte prima di rientrarci.

La sicurezza è un argomento troppo importante, sul quale il centrodestra ha costruito quasi tutta la sua campagna elettorale, compresa quello per l’elezione del sindaco di Roma. Non è pensabile che il grido di giustizia e sicurezza che arriva dalla gente, si esaurisca in un decreto legge che fa acqua da tutte le parti. Un provvedimento che è più un palliativo che una cura vera e propria all’avanzare dell’onda criminale.

dalema_veltroniIl secondo argomento che merita approfondimento e il Partito democratico o, almeno, quel che ne resta dopo la rottura del suo leader  Walter Veltroni, legittimato dalle pseudo-primarie dell’ottobre 2007 e buttato giù dalla torre dai suoi stessi compagni all’indomani dell’ecatombe sarda. Veltroni doveva essere l’agnello sacrificale di un partito nato già morto e così è stato. Un film magistralmente diretto e interpretato da Baffino D’Alema. Era già tutto previsto, canterebbe Riccardo Cocciante. Tanto che già lo scorso 5 settembre su questo blog scrivevo:

In attesa che la “Walterloo” si abbatta sul Pd, quel vecchio volpone d’un Massimo sfodera pian piano gli artigli, in un classico giochetto da gatto col topo, che alla fine vedrà soccombente il dormiente Walter Veltroni. Un copione già visto, che ha come prim’attore Baffino che, col solito sorrisetto ironico, sottolinea chi è realmente il padrone della sinistra…

Capitolo Veltroni chiuso, archiviato e messo in cantina. Già immagino il caro vecchio Walter cosa avrà pensato: avanti il prossimo gli lascio il posto mio. Povero diavolo che pena mi fa… E in questo caso il diavolo, anche se non veste Prada, ha le sembianze di Dario Franceschini. Quando si dice il nuovo che avanza… e che cercano di venderlo per buono. L’ex Dc allevato da Zaccagnini e più recentemente ex braccio destro dell’Obama de noantri avrà il compito di guidare il corteo funebre piddino fino al prossimo Congresso di ottobre.

A fronte della solita propaganda antiberlusconia, ripresa dal “nuovo” Pd dopo che per un attimo Veltroni l’aveva messo da parte, c’è da dire che almeno una cosa buona in questi primi giorni di reggenza, Franceschini l’ha fatta: chiamare nella sua segreteria il sindaco di Torino Sergio Chiamaprino. Un politico eccellente, un personaggio per certi versi scomodo anche all’interno del suo stesso partito, uno che non ha negato possibili alleanze con la Lega. Nonostante tutto, dispiace per Franceschini e Chiamparino, ma l’identikit del leader ideale per il Pd è esattamente quello ha tracciato “Il Giornale”: laico, sociale e antifascista. In una sola parola (anzi due): Gianfranco Fini. In fin dei conti la politica non è l’arte del possibile? Se poi c’è di mezzo l’ex figlioccio di Giorgio Almirante (vai a crescere figli!), cresciuto fra busti del Duce, camicie nere e l’orbace delle divise da gerarca fascista, la politica è anche l’arte dell’impossibile.

Infine una piccola nota per Povia, il vincitore morale del Festival di Sanremo, e di quel povero Luca che gay era e gay, voleva o non voleva, doveva rimanerlo, almeno a sentire Grillini & Co. Anche Walter era segretario del Pd, ma a lui nessuno ha fatto storie. Come la mettiamo? (do.mal.)

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Ichino, se a tia u stage non ti piaci, fatti i cazzi toi!

Calabresi

C’è puzza di magagna dietro l’appassionata difesa del futuro dei giovani calabresi, da parte di Giuseppe Bova, presidente del Consiglio regionale più indagato d’Italia. Quello calabrese, appunto. La magagna si chiama “voucher formativo”, la puzza la sente Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del Partito democratico (stessa area politica del governo calabrese, per intenderci), ripetutamente minacciato di morte dalle nuove Brigate rosse.

La vicenda riguarda i cosidetti “voucher formativi” istituiti dal Consiglio regionale della Calabria e destinati ai migliori 250 (poi divenuti 500) laureati calabresi. Ciascuno dell’importo di 1.000 euro mensili per 24 mensilità, con uno stanziamento complessivo di 6 milioni di euro, per metà rivenienti dal bilancio regionale, per l’altra metà da contributi del Fondo sociale europeo. In sostanza, i 500 migliori laureati calabresi, con voto di laurea 110/110, saranno impegnati per due anni in stages formativi nelle pubbliche amminsitrazioni calabresi. «Al termine dei 24 mesi di stage – sostiene Bova – dovrà essere la Calabria a dimostrare come vuole utilizzare le sue migliori intelligenze».

Nei giorni scorsi si è conclusa la fase di apprendimento in aula, della durata di tre mesi, ed entro il 29 gennaio i 423 laureati calabresi saranno abbinati ai 170 enti pubblici sparsi nella regione, dalla provincia di Reggio al comune di Roccabernarda, dove inizieranno quello che è ormai per tutti “il superstage”: due anni di formazione a 900 euro al mese netti per 1.500 ore di lavoro all’anno che, tolti i weekend, significa un impegno di 5,7 ore al giorno.

ichinoL’autorevole Pietro Ichino, però, sente puzza di magagna. «È scandalosa – dice il giuslavorista in un’intervista a Corriere.itla durata di questi stage, doppia rispetto al limite di legge, e lo è anche l’entità del compenso, decisamente abnorme rispetto a quel che accade normalmente. Ho organizzato decine di stage ogni anno, in passato, per i miei studenti: non duravano mai più di sei mesi e, di norma, il compenso andava dai 400 ai 600 euro. Per il modo in cui questa cosa è stata attivata il contenuto formativo mi sembra del tutto formale, non sostanziale».

Vicenda chiusa? Proprio per nulla. Ichino scrive una lettera al governatore della Calabria Agazio Loiero e il 15 gennaio presenta un’interrogazione parlamentare al ministro del lavoro, al ministro della funzione pubblica e al ministro per le politiche comunitarie.

giuseppe-bovaPer non farla lunga, vi rimando al blog di Pietro Ichino, dove è possibile leggere il seguito della querelle, con la replica di Loiero e quella molto prosaica e appassionata di Bova, nella quale il numero uno dell’assemblea legislativa calabrese sembra dire al giuslavorista: «Ma come, noi tentiamo di offrire ai migliori giovani laureati un’opportunità per fare un’esperienza di alta formazione nella loro regione e lei ci rema contro?» Come dire: caro Ichino, se a tia u stage non ti piaci, fatti i cazzi toi!

Alla replica di Bova segue la controreplica di Ichino:

Ringrazio il presidente Bova di questa risposta molto tempestiva; essa non è, però, altrettanto esauriente, anzi elude i quattro punti decisivi della questione. In particolare:

– essa nulla dice circa la durata abnorme di questi “stage”, addirittura doppia rispetto al termine massimo fissato dalla legge (ciò che configura una grave irregolarità, suscettibile di dar luogo alla contestazione di dissimulazione di effettivi rapporti di lavoro subordinato sotto l’apparenza di stage formativi);
– non spiega che senso abbia trattenere centinaia di laureati eccellenti per due anni presso le amministrazioni pubbliche calabresi, dal momento che nello stesso tempo si danno assicurazioni sul punto che non sarà presso le amministrazioni ospitanti che i giovani troveranno il lavoro vero, al termine del biennio;
– la lettera di Bova non spiega a che cosa sia servito (e a che cosa potessero mai servire) per queste centinaia di laureati eccellenti i tre mesi iniziali di “percorso formativo di orientamento e accompagnamento all’inserimento”, da loro svolti e terminati proprio in questi giorni, trattandosi di un “percorso” del tutto indifferenziato e in nessun modo collegato alle specificità di ciascun singolo “progetto formativo”;
– la lettera non spiega, infine, quale senso abbia che questi pretesi “stage” formativi, destinati nominalmente ad addestrare i giovani interessati all’innovazione nelle amministrazioni pubbliche, si svolgano presso amministrazioni che tale innovazione non hanno ancora sperimentato: non sarebbe stato più logico, se questo fosse stato davvero lo scopo dell’iniziativa, inviarli presso amministrazioni di altre Regioni e Paesi, in modo che essi ivi attingessero il know-how e le professionalità che in Calabria fanno difetto?

Ora si capisce cosa intendeva Agazio Loiero quando per uno dei suoi libri scelse il titolo L’impossibile altrove. Una lusinga o una minaccia? Titolo che nella versione inglese potrebbe essere tranquillamente tradotto in Calabria, impossible is nothing!

Detto questo, vi invito a guardare attentamente il video e trovare, se siete capaci, le differenze. Io non ci sono riuscito!

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La politica dei numeri uno

Mai come in questo caso l’autorevole sondaggio Ipr Marketing per il “Sole 24 ore” sul consenso dei sindaci fotografa, in modo quanto più nitido possibile, il panorama politico italiano. In testa alla classifica ci sono, infatti, i primi cittadini di Torino (Sergio Chiamparino), Reggio Calabria (Giuseppe Scopelliti) e Verona (Flavio Tosi), con appunto il 75% di gradimento nelle rispettive cittadinanze. Uno (Chiamparino) di area Pd, gli altri due di scuderia berlusconiana. Tre sindaci amici (Scopelliti qualche mese fa ha anche premiato Chiamparino con il San Giorgio d’oro, l’equivalente dell’Ambrogino d’oro milanese) che hanno in comune una lungimirante capacità amministrativa, che si traduce nel sapere intercettare quelli che sono i reali bisogni della gente.

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Per Chiamparino si tratta dell’ennesima conferma ai vertici delle classifiche di gradimento, dato che deve fare seriamente riflettere un Partito democratico in forte calo di consensi e alla ricerca di un segretario meno velleitario del “maanchista” Walter Veltroni. Nelle scorse settimane anche il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, aveva elogiato il collega-amico Chiamparino («è un buon leader»), proponendolo per la guida del Pd del Nord. La realtà dei fatti, però, è diametralmente opposta. Non solo il Pd non rinnega gli illustri fallimenti napoletani targati Jervolino-Bassolino, il che restituirebbe un minimo di credibilità politica sia al partito che allo stesso Veltroni, ma tentenna a leggittimare gente come Chiamparino o Cacciari. Probabilmente neppure Tafazzi avrebbe fatto meglio!

Un altro “habituè del medagliere”, come lo definisce il “Sole 24 ore”, è Giuseppe Scopelliti, lanciatissimo anche sul palcoscenico politico nazionale. Il giovane sindaco di Reggio Calabria consolida il suo personale gradimento, dopo essere stato rieletto alle ultime amministrative con oltre il 70% dei suffragi, risultato che lo ha portato ad essere il primo cittadino più votato d’Italia. La lungimiranza amministrativa di Scopelliti è stata premiata con la nomina a vicepresidente dell’Anci, l’associazione nazionale comuni italiani, e certificata lo scorso settembre dall’indagine Monitor città di Ekma che lo ha incoronato sindaco più popolare d’Italia.
Al di là del successo politico, a Scopelliti bisogna riconoscere il merito di  essere riuscito a fare reinnamorare i reggini della città, restituendo loro quel senso di appartenenza che più di qualcuno avevano smarrito. Un’impresa alla quale, probabilmente, solo lui credeva.
Adesso qualcuno lo vorrebbe alla guida della Regione Calabria, invito che lui ha cordialmente declinato con un «No, grazie. Preferisco continuare ad amministrare la mia città». Più probabile la sua candidatura alle prossime politiche (che andrebbero a coincidere con la conclusione del suo mandato da sindaco) e quella imminente al parlamento europeo, cui lo stesso Scopelliti, in tempi non sospetti, aveva guardato con attenzione. Anche perché non incompatibile con la carica di primo cittadino.

tosi1Se per Chiamparino e Scopelliti si tratta di una conferma, la sorpresa è rappresentata dal sindaco leghista Flavio Tosi, eletto con un plebiscitario 60% alle ultime consultazioni comunali. Tosi guadagna 15 punti dall’anno scorso (e 14,3 dal giorno delle elezioni) con una politica che non lesina la repressione (dalle prostitute, che ora il sindaco vuol inseguire fin nelle case, a chi mangia o sparge rifiuti nel salotto buono intorno all’Arena) e rivendica più risorse in nome di un federalismo fiscale spinto. Soldi e sicurezza, insomma.

Chimparino, Scopelliti e Tosi. Probabilmente uno spiaraglio di buona politica esiste ancora. (do.mal.)

Fonti: la foto di Chiamparino e Scopelliti di Attilio Morabito

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