Articoli con tag Parlamento

Moratti, Balotelli e la doppia morale interista

birra-moratti1«I cori contro Balotelli sono stati terribili, ma ormai ci si sta abituando al razzismo da stadio… Se fossi stato a Torino sarei sceso in campo e avrei ritirato la squadra. Perché c’è un limite a tutto…». Così parlò Massimo Moratti dopo Inter-Juventus.

Siccome la storia non racconta bugie, a patto che la si sappia leggere, facciamo un passo indietro e torniamo al 27 novembre 2005. Allo stadio San Filippo si gioca Messina-Inter. Per tutta la partita il difensore ivoriano del Messina, Marc Zoro, viene bersagliato di insulti da parte dei tifosi nerazzurri, tanto che a un certo punto prende la palla in mano e minaccia di abbandonare il terreno di gioco. Un episodio che non gli era stato perdonato dagli ultrà nerazzurri, tanto che il 2 aprile 2006, durante la partita di ritorno al Meazza, continuarono a insultarlo.

Sapete cosa disse in quella circostanza il sor Moratti? «È stata una cosa molto stupida, ma non razzista. Ci sono altre cose di cui vergognarsi. In questo caso il razzismo non c’entra, è stata soltanto una manifestazione di stupidità da parte di un gruppo che pensa di essere stato ingiustamente danneggiato per quello che accadde nella gara di andata. Per questo motivo non temo assolutamente la squalifica del campo. Gli ultrà ce l’avevano con la persona». Insomma, Moratti descrive i suoi tifosi come dei ragazzotti troppo entusiasti, forse anche un po’ stupidi, ma razzisti no.

Delle due l’una: o Moratti ha gravi problemi di stabilità psichica, oppure il padre-padrone dell’Inter ha davvero la faccia come il culo per ergersi a paladino della morale e accusare di razzismo gli altri, quando i primi razzisti sono proprio i suoi amati tifosi.

Una terza possibilità è che tre anni fa a parlare dell’episodio di Zoro fu un altro dei tanti fratelli Moratti. Ma ne dubito, considerato che solitamente il giocattolino di famiglia (l’Inter, appunto) viene dato sempre al componente più incapace, giusto per distrarlo dagli altri affari ed evitare che arrechi danni patrimoniali di maggiore gravità.

Il palmares dei “ragazzotti troppo entusiasti” di Moratti e così ricco di trofei che il gioioso presidente dell’Inter, oltre all’episodio di Zoro, dimentica anche il lancio dello scooter da parte dei suoi tifosi in Inter-Atalanta del 2001, oppure il petardo scagliato contro il portiere del Milan Dida nell’euroderby di Champions League del 2005, e la distruzione di un asilo nido a Parma a maggio 2008.

Proprio in quest’ultima occasione il patron dell’Inter aveva dato un ulteriore saggio della sua devianza psichica. Intervenendo a Gr Parlamento, aveva tentato questa singolare giustificazione: «Peccato che ci sia stata questa specie di assalto a questo asilo, ma credo che sia stato involontario, da quello che ho letto pensavano fosse parte dello stadio», facendo capire che all’interno dello stadio quindi certi gesti sono giustificati.

Andando ancora indietro con la memoria, rimane indimenticabile per oscenità lo striscione apparso in una stracittadina Inter-Milan degli anni Ottanta che recitava così: «Rossoneri ebrei stessa razza stessa fine», oppure quello che campeggiava dal secondo anello verde alcuni anni dopo in occasione di un Inter-Napoli: «Hitler con gli ebrei anche con i napoletani».

Insomma, con questo popò di curriculum non mi pare proprio il caso di ergersi a paladini della morale, nè di recitare sempre e comunque il ruolo delle vittime. Quindi Moratti farebbe meglio a chiudere la bocca… anzi, a stringere le chiappe!

Questo il comunicato stampa dei Drughi bianconeri sulla vicenda Balotelli. E, giusto per non dimenticare, pubblico anche qualche perla dei tifosi interisti:


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Luci e ombre del volontariato

di Demetrio Calafiore per Malarablog

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La quotidianità porta a documentarsi su situazioni o nuove terminologie spesso ignorate, o peggio ancora, considerate come una trovata pubblicitaria. In altri casi però, siamo chiamati in prima persona a essere i protagonisti di situazioni che, portano a scopi ben diversi da quelli che dovrebbero essere.

È il tanto discusso mondo del volontariato, ma quali sono tutte quelle attività connesse e come ci si comporta in ambito sociale?

Nel 1991 il Parlamento ha approvato la “Legge quadro sul volontariato”. Da allora sono nati moltissimi sodalizi che vedono impegnate 21 mila associazioni e oltre 800 mila operatori tra volontari e dipendenti. Tutte iscritte nel registro regionale delle associazioni, che ne controlla le attività attraverso esercitazioni, corsi di formazione etc.

Il 2001 è stato proclamato dall’Onu “Anno internazionale del volontariato”, un passo in avanti dopo alcuni tragici eventi che hanno segnato il secolo scorso e che hanno visto in prima linea, schiere di soccorritori e aiuti umanitari volontari.

I settori operativi vanno dall’assistenza sociale a quella soci- sanitaria, dalla beneficenza all’istruzione e alla formazione, dalla tutela del territorio alla promozione e alla valorizzazione dell’ambiente, della cultura, delle cose di interesse storico ed artistico, dallo sport dilettantistico alla ricerca scientifica.

Le esigenze sono davvero molteplici per il bisogno collettivo, anche se c’è da fare una sostanziale diversificazione tra volontari e dipendenti all’interno di un associazione. Là dove i volontari molto spesso danno l’anima, a volte, purtroppo, vengono anche strumentalizzati e convinti con idee di tipo lavorativo e remunerativo. Ci sono poi i dipendenti, professionisti o normali impiegati. Da un lato è un bene che siano presenti all’interno dell’apparato organizzativo, per arricchire anche il bagaglio professionale e culturale degli operatori, ma dall’altro troppo spesso si creano situazioni burocratiche e amministrative paradossali, che mettono continuamente in discussione i rapporti con gli altri volontari e con le istituzioni, che gli stessi, il più delle volte rappresentano.

Di fronte a queste realtà, ritengo che i volontari devono inventare nuovi ruoli all’interno delle associazioni, consolidando quanto hanno costruito ma cercando anche nuove strategie.

Nel campo della Protezione civile, dal 1993 ad oggi, si è registrato un incremento del volontariato pari al 54%. Spesso questo viene etichettato come quello che in determinate situazioni (concerti musicali, partite di calcio, processioni religiose, etc.) presta la sua opera dietro retribuzioni o compensi. Questo non è affatto vero. Al volontario, infatti, spetta solo ed esclusivamente, un rimborso forfettario per le spese realmente sostenute in casi di servizio espletati (alluvioni, terremoti, sbarchi di clandestini etc.), dove viene messa in discussione l’incolumità e la tutela delle popolazioni.

È sbagliato, dunque, pensare che fare il volontario significa avere un lavoro sicuro. Il volontariato dev’essere una passione, un atto dovuto verso chi ha bisogno.

Ma ci sono anche dei problemi da affrontare, uno su tutti è il dialogo con la classe politica e dirigente. Le attività di volontariato devono infatti essere svolte in collaborazione con tutte le istituzioni e queste ultime fanno sempre di tutto per ostacolare chi esce fuori dagli schemi legislativi.

Interloquire è diverso dall’essere ostili verso le istituzioni o essere aggressivi verso il volontariato, di fronte alle resistenze, bisogna cercare di superarle con la comprensione che spesso manca e con modifiche dell’apparato organizzativo.

A mio parere l’attuale legge quadro sul volontariato (L. 266/91) dev’essere revisionata e modificata, apportando cambiamenti chiarificatori ma anche delle limitazioni. Trovo inutile che un associazione, solo per accedere ad un progetto finanziato da un ente, ricorre ad essere presente in più settori operativi, dove magari altre associazioni sono molto più preparate professionalmente. Ne scaturisce l’egoismo e l’antipatia tra associazioni e operatori.

A volte non serve indossare una divisa o iscriversi nella più nominata associazione per rendere migliore il volontario. Serve uno spirito di partecipazione e di aggregazione sociale, serve umiltà ma allo stesso tempo occorre sinergia tra le associazioni per realizzare nel migliore dei modi gli scopi sociali prefissati.

Per tutte queste situazioni, il volontariato è sicuramente un mondo sconosciuto e troppo spesso ignorato.

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Per un antipatico al Tg1 una Concitina al Tg2

rai_bnRiccardo Villari continua a tenere ben saldo il suo deretano sulla poltrona presidenziale della Vigilanza Rai. E c’è da scommettere che ci resterà fin quando non gli sarà proposta una seggiola altrettanto comoda. Da parte sua il buon Sergio Zavoli fa sapere che ogni limite ha una pazienza, e anche la sua sta per varcare la soglia della sopportazione:

«Non ci resterò più di tanto sulla graticola dice Zavoli, e lascerò a un centimetro dal ridicolo…»

D’altra parte sarebbe ingiusto addebitare a Villari colpe non sue. Da buon vecchio democristiano qual è, il senatore del Pd sa di poter giocare le sue carte senza troppa fretta.

Di Villari c’è addirittura chi ne rivendica la paternità politica. Indovinate chi? Proprio lui, il Clemente nazionale, che in un intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera parla di un Villari abile ma sfaticato:

«L’ho cresciuto io. Lo presi dal Cdu, portandolo via a Buttiglione. Lo feci segretario regionale in Campania. Poi lo feci eleggere consigliere regionale. Quindi lo portai in Parlamento, nel 2001. Lui esordì alla grande, regalando a tutte le deputate una statuetta di pastorello da presepe napoletano. Purtroppo racconta Mastellafinì come sempre in questi casi: crescono con me, poi quando arrivano in alto mi abbandonano. Così passò con Rutelli. Ma non ce l’ho con Villari, anzi, mi è carissimo. Perché è stato tra i pochi democratici cristiani a restarmi vicino, nei giorni della disgrazia. Mi chiamò. Venne anche a casa mia. Ancora adesso mi telefona spesso, mi chiede consigli. Riccardo è uno intelligente, svelto. Capisce la politica. Sa come muoversi ma è un po’ sfaticato. Viene da una famiglia importante, di medici facoltosi. È un altoborghese napoletano, e di conseguenza ha una concezione altoborghese della politica»

Intanto inizia a soffiare qualche spiffero dal fronte nomine. Secondo i rumors prende sempre più piede l’ipotesi di dare il Tg2 a Walter Veltroni (che piazzerebbe alla direzione Concitina De Gregorio, attuale direttore de L’Unità), e passare il Tg3 al centrodestra. Per il Tg1, invece, si fa con insistenza il nome dell'”antipatico” Maurizio Belpietro, attuale direttore di Panorama. (do.mal.)

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Un Frigo per la Consulta… e anche per Pannella

Finalmente il Parlamento riesce ad eleggere il nuovo giudice della Corte costituzionale, colmando così il vuoto lasciato da Romano Vaccarella, l’avvocato che si dimise dall’Alta Corte nel maggio 2007. Si tratta di Giuseppe Frigo, bresciano di 73 anni, per un quadriennio (1998-2002) presidente dell’Unione delle Camere penali italiane. Difensore, tra gli altri, del finanziere Emilio Gnutti nella vicenda sulla fallita scalata ad Antonveneta e di Adriano Sofri nel ricorso in Cassazione per ottenere la revisione del processo per l’omicidio del commissario Calabresi. Frigo è stato anche legale di parte civile per conto di Giuseppe Soffiantini, l’imprenditore di Manerbio sequestrato da una banda di sardi trapiantata in Toscana il 17 giugno del 1997 e liberato il 10 febbraio dell’anno successivo. Fermo sostenitore del “giusto processo” e della separazione delle carriere nella magistratura, Frigo ha anche contribuito alla stesura del codice di procedura penale.

Seicentonovanta parlamentari di maggioranza e opposizione hanno scritto il suo nome sulla scheda. Un vero e proprio voto bipartisan, che lo porta oltre la soglia di 572 consensi necessari per essere eletto. Alla candidatura di Frigo si è arrivati dopo la rinuncia di Gaetano Pecorella. Chiamato da Silvio Berlusconi in persona, il deputato del Pdl ha fatto un passo indietro dopo il veto posto dall’opposizione per via di un processo pendente nei suoi confronti al Tribunale di Milano.

Ma la notizia vera è che finalmente Marco Pannella potrà tornare a mangiare e bere, dopo il logorante sciopero della fame e della sete inscenato per protestare proprio contro la mancata nomina del giudice della Consulta. Insomma, davanti a un Frigo si arrende anche il tenace Marco. (do.mal.)

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E Silvio obbedì a Tremonti. Grazie Giulio!

Ahi, ahi, ahi signor Silvio, lei mi casca proprio sull’uccello! Non c’è bisogno di andare ad Annozero perché stavolta Silvio il suo Travaglio ce l’ha in casa. Si chiama Giulio Tremonti, professione ministro dell’Economia. Il buon Giulio (non so perché ma questo nome mi ha sempre affascinato) ha clamorosamente sgamato il Berlusca con le mani nella marmellata.

Tra le righe del decreto Alitalia, infatti, vi era accuratamente nascosto un emendamento “salva manager”, che avrebbe permesso di riabilitare i furbetti del quartierino, responsabili dei recenti crack finanziari. L’articolo 7/bis del decreto Alitalia modificherebbe la legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto fallimentare del 1942. L’emendamento, infatti, dice che per essere perseguiti penalmente per una mala gestione aziendale è necessario che l’impresa si trovi in stato di fallimento. Se invece è guidata da un commissario, e magari va anche bene come nel caso della Parmalat, nessun pubblico ministero potrà mettere sotto processo chi ha determinato la crisi.

Emendamento, dunque, che avrebbero consentito a gente come Calisto Tanzi (Parmalat), Cesare Geronzi (Mediobanca) e Sergio Cragnotti (Cirio) di riacquistato lo status di verginità.

Avrebbero, perché il buon ministro Tremonti (lo stesso che con largo anticipo aveva previsto l’attuale catastrofe finanziaria, quanto tutti lo prendevano per il culo) ha letteralmente obligato il premier a cancellare quell’emendamento, pena le sue dimissioni dal governo. «O va via l’emendamento o va via il ministro dell’Economia», ha detto Giulio a Silvio nel corso dell’audizione al Senato di stamattina. Un “aut aut” che ha avuto effetti immediati, visto che la “salva manager” sarà cancellata dal decreto Alitalia. Una mossa che ha consentito a Tremonti di diventare, addirittura, il paladino dell’opposizione, con Giulio osannato e portato in trionfo da tutti, a cominciare da Veltroni per finire a Di Pietro.

A proposito di opposizione. Ma che fine avevano fatto Uolter, Di Pietro e company il 2 ottobre quando il decreto Alitana, comprensivo di emendamento “salva manager”, veniva discusso e approvato dal Senato? Boh!

Altra domanda. Perché appena Tremonti ha aperto bocca Silvio si è messo sull’attenti? Almeno per due motivi. Perché Tremonti (insieme al ministro Renato Brunetta) è il migliore economista che c’è in circolazione, l’unico insostituibile dell’esecutivo Berlusconi, soprattutto in un momento critico come questo. E poi, dettaglio non trascurabile, congedare Giulio in nome della “salva manager” significava aprire una crisi di governo dai risvolti imprevedibili che sarebbe stata cavalcata anche dalla Lega Nord, partito da sempre vicino al ministro Tremonti.

Permettetemi, infine, di dire la mia su Mara Carfagna. Ieri sera a Matrix il ministro delle Pari opportunità ha dato una grande lezione di stile, dimostrando di essere un politico non solo con le tette ma anche con le palle. Classico esemplare di gnocca con cervello. Ai detrattoti della Carfagna (leggi Sabina Guzzanti) vorrei ricordare che loro e quelli come loro hanno portato in Parlamento gente come Francesco Caruso. Ma questa è un’altra storia. (do.mal.)

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Lezioni di piano con l’Orchestra dei Valori

Davvero una brutta razza quella dei moralizzatori. Pessimi soggetti inclini a prediche fastidiose, sempre pronti a denunciare i presunti vizi altrui per costruirsi una patina di onorabilità che distolga l’attenzione dai vizi propri.
Predicare bene e razzolare male è un’usanza abbastanza diffusa anche nella politica. Anzi, soprattutto nella politica. Prendete Italia dei Valori. Il suo portabandiera, Antonio Di Pietro, sembra ogni giorno di più un Savonarola laico dei giorni nostri. Ha sempre un predicozzo pronto per qualcuno e l’assoluta convinzione di incarnare i valori di giustizia e legalità. È convinto di essere il solo a sapere cosa è bene e cosa è male e non passa giorno che non abbia l’indice puntato contro qualcuno.

Di Pietro è così preso ad accusare il centrodestra di attentare alla democrazia, da non accorgersi che uno dei kamikaze si annida proprio nel suo partito. Ma veniamo ai fatti. Mercoledì 1 ottobre si riunisce il Parlamento per la discussione del disegno di legge 1441-bis (Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria). Improvvisamente, soprattutto dalle fila dell’Italia dei Valori, si leva la voce del rigore, l’appello contro la doppiezza, l’imbroglio. Il moralizzatore di turno è il dipietrista Domenico Scilipoti, che si scaglia contro i pianisti: «Votare per due – dice – è un problema di mentalità e di comportamento che ognuno ha dentro la propria testa, nel proprio cuore e nella propria anima» (dal resoconto stenografico della seduta n. 58 della Camera dei deputati). Bravo, bene, bis!

Si arriva al momento del voto e cosa succede? Tra i tanti pianisti (di maggioranza e di opposizione), impegnati in assoli e virtuosismi, c’è anche, udite udite, il difensore del voto pulito, Domenico “Mozart” Scilipoti, altrimenti detto “il pianista sul Transatrantico”. Guardare per cerdere.

E lo sapete cosa aveva dichiarato Di Pietro lo scorso 10 giugno in occasione della votazione sul decreto Alitalia?  «Chi vota per due commette truffa aggravata». Beh, complimenti!

Chissà se monsignor Travaglio, nel suo sermone del giovedì sera ad Annozero, condannerà questa «truffa aggravata» oppure, misericordioso com’è, dispensera indulgenze. Secondo me Scilipoti può stare tranquillo. Visto che la parrocchia si chiama Italia dei Valori, al massimo rischia una messa cantata. Il pianista già c’è! (do.mal.)

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I veri orfani del fascismo

di Mario Giordano

O bella ciao. Stamattina mi sono svegliato e Berlusconi è tornato l’invasor. Il tentativo di fare un’opposizione senza gridare al nuovo fascismo è durata lo spazio di un Veltroni. Cioè nulla. Appena il leader del Pd s’è eclissato, come vi avevamo raccontato con un filo di timore nei giorni scorsi, voilà: o partigiano, portami via, che mi sento di morir, sono tornate le barricate e la voglia di Resistenza. O, almeno, pseudo-Resistenza. E se io muoio da antiberlusconiano, tu mi devi seppellir.
«Siamo un Paese in libertà vigilata», titola l’Unità. «C’è il rischio fascismo», esplicita Liberazione. Giovanni Sartori mette in guardia contro i «dittatori democratici». Eugenio Scalfari nel suo sermone domenicale scomoda lo Stato Assoluto di Re Sole (ma senza sole, con la «fanghiglia») e non bastandogli la Resistenza invoca un nuova Rivoluzione Francese (cercasi interpreti per il ruolo di Robespierre). Marco Travaglio già evoca il martirio e sogna di essere arrestato. Mancano Giorgio Bocca che fonda il Cln al barbaresco e Curzio Maltese nei panni di staffetta della Val d’Ossola, e poi il quadro sarebbe completo.
Ma l’antiberlusconismo non era finito? Non ci avevano detto che «il principale esponente dello schieramento avverso» non sarebbe mai più stato dipinto come il demonio? Non avevano promesso un’opposizione ferma ma costruttiva? E dove sono finiti costoro? Addio loft, addio toni soft: il catastrofico tramonto del veltronismo porta con sé, come inevitabile corollario, il ritorno all’odio per il Cavaliere, come unico collante possibile delle tante anime in pena della sinistra. Gridano «attenti al Duce», nella speranza che le urla coprano il vuoto dei loro discorsi.
Il fatto che il governo funzioni, decida, piaccia è, in questo senso, un’aggravante. E qui arriva il vero guaio. Perché in realtà molti dei provvedimenti decisi in queste ore meriterebbero di essere discussi, migliorati, perfezionati. Ieri Mario Cervi ha parlato su queste colonne, con un articolo che condivido in pieno, di problemi che il disegno di legge sulle intercettazioni potrebbe creare alla libertà di stampa. Oggi Geronimo, con un articolo che condivido di meno, solleva altri dubbi. Personalmente non mi fanno impazzire i limiti alla cronaca e i soldati a perlustrare i quartieri delle città. Ma per migliorare questi provvedimenti c’è bisogno di un’opposizione (e di commentatori) capaci di dare contributi, di proporre idee sui giornali e emendamenti in Parlamento. Mettersi sulle barricate, parlare di Re Sole e di piazza Venezia, a chi serve? A bloccare il Paese. A non decidere, ancora una volta, a lasciare i problemi irrisolti.
È strano: siamo circondati dalle emergenze, ma è come se ci piacesse rimanere imprigionati in esse. Come se fossimo stati colti dalla sindrome di Stoccolma dello sfascio. Tanto peggio, tanto meglio: Travaglio in questi giorni l’ha pure teorizzato. Ci piace così, andare a ramengo, piangendoci addosso. Magari approfittandone. Mussolini (quello vero) diceva che governare gli italiani non è difficile, ma è inutile. Provare a dargli torto non è la cosa più democratica che ci sia? E per dargli torto che si può fare, se non governare? Alle volte, però, sembra che sia proprio quello che fa paura: e così resta l’amara impressione che molti di quelli che in queste ore riscoprono l’antiberlusconismo militante, in realtà non temono l’avvento (futuro) della dittatura. Temono l’avvento (presente) di un governo. Si capisce: erano disabituati ad averne uno.

Fonte: Il Giornale (edizione del 16/6/2008)

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