Articoli con tag Palermo

Repubblica, fatti reali e verità supposte

Parliamo un po’ di calcio. Ma non di quello giocato, di quello chiacchierato. Chiacchierato soprattutto da Repubblica che come al solito deduce e insinua a proprio uso e consumo. Così, giusto per infamare questo o quel giocatore a seconda del giornalista-tifoso che in quel momento scrive l’articolo.

Il primo caso riguarda Franco Brienza (invito a leggere anche il post di Massimo Calabrò). Il fantasista della Reggina domenica scorsa a Palermo è stato protagonista di un bel gesto di fair-play. Il giocatore, infatti, si trovava solo davanti al portiere quando si è accorto di uno scontro a centrocampo e ha fermato il gioco. Gesto criticato dai tifosi amaranto, soprattutto per il fatto che la squadra dello Stretto si trova penultima in classifica con un solo punto.
Occasione troppo ghiotta per Repubblica che non perde occasione per screditare Reggio Calabria e la sua gente. Secondo il quotidiano, infatti, il giocatore non potrebbe uscire di casa. «Non posso più girare per le strade di Reggio», questa la dichiarazione riportata da Repubblica. Che i tifosi della Reggina non abbiano apprezzato il gesto di Brienza è notorio, ma dire che sono pronti ad aggredire il proprio calciatore, mi sembra proprio esagerato. Ma d’altronde Repubblica non è nuova a questi episodi di demonizzazione.

Il secondo caso riguarda il portiere del Milan Christian Abbiati. In una lunga intervista rilasciata a Sportweek, il numero uno rossonero ha confessato di condividere i valori del fascismo:

«Io non ho vergogna a manifestare la mia fede politica. Del fascismo – ha detto Abbiati – condivido ideali come la Patria e i valori della religione cattolica. Rifiuto le leggi razziali, l’alleanza con Hitler e l’ingresso in guerra, ma mi piace la capacità che aveva di assicurare l’ordine, garantendo la sicurezza dei cittadini»

In precedenza il caso più eclatante è stato quello dell’ex capitano della Lazio Paolo Di Canio, che dichiarò di essere «fascista, ma non razzista» e sotto la curva festeggiava col saluto romano. O del portierone della Juventus e della Nazionale, Gigi Buffon, che disegnò di suo pugno una canottiera con su scritto «Boia chi molla».

Repubblica che fa? Con un articolo di Corrado Zunino s’indigna per «quel fascino per la camicia nera che cresce nel mondo del calcio» (titolo del pezzo). “Zunino il partigiano” prima definisce quello di Abbiati «revisionismo pret a’ porter» e poi si scaglia contro Buffon, Cannavaro, De Rossi, Aquilani, Tacconi e Sereni, tutti rei di essere simpatizzanti fascisti.

Ma la cosa più bella di “Zunino bella ciao” è l’indignazione:

«Il problema – scrive – è che i calciatori navigano dentro un mare di ipocrisia che consente di tenere “Faccetta nera” nella suoneria del cellulare senza provare sensi di colpa»

Peccato, però, che l’acuto giornalista di Repubblica non menzioni giocatori dichiaratamente di sinistra come Miccoli, Lucarelli e Zampagna, solo per citarne alcuni. Col primo che porta Che Guevara tatuato sulla gamba e gli altri due che escono dal campo salutando i tifosi col pugno chiuso. “Zunino il moralista” s’indigna, poi, che certi calciatori come suoneria per il cellulare hanno “Faccetta nera”, ma non ricorda quando la curva rossa del Livorno ha fischiato durante il minuto di silenzio per il militare morto in Afghanistan.

E allora cara Repubblica e stimatissimo Zunino, la vita è fatta di cose reali e cose supposte. Se le cose reali le mettiamo da una parte, le supposte dove le mettiamo? (do.mal.)

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Non è tutto Travaglio quello che luccica

A proposito di Annozero. Marco Travaglio è uno che dice sempre quello che pensa. Ma non sempre pensa ciò che dice. Per giusto chi predica bene dovrebbe razzolare meglio.

Invece pure lui qualche scheletruccio nell’armadio (come quelli di cui parla la dolce euchessina Beatrice Borromeo) ce l’ha eccome. Niente di grave, intendiamoci, ma per uno che prende le distanze anche da chi ha il morbillo, è quanto meno un fatto rilevante.
Avviso ai naviganti e ai “travaglini”: Marco è uno che il suo lavoro di giornalista lo sa fare. Bisogna riconoscere che senza le sue inchieste molte cose su Berlusconi avrebbero continuando ad avere quell’alone di mistero tale da renderle sconosciute ai più. Permettetemi, però, di diffidare dei moralizzatori come lui, di quei professorini portatori sani di verità, che salgono in cattedra per fare la morale agli altri quando invece dovrebbero badare a quello che fanno più che a quello che professano.

Come dicevo prima, oltre a Bruno Vespa, qualche piccolo neo ce l’ha anche il signor sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti. Il profeta che sale e scende dai palchi di tutta Italia evangelizzando il Paese sui mali del berlusconismo, ad aprile 2008, alla vigilia delle elezioni politiche, dichiara che voterà per Italia dei valori, il partito dell’ex magistrato Antonio Di Pietro. Per informare il Paese della sua scelta scrive una lettera che viene pubblicata sul blog del Tonino nazionale e pubblica questo video su You Tube:

Nobile la motivazione che porta il buon Marco a votare per Italia dei valori: «A convincermi a votare per l’Idv – scrive – sono le liste che ha presentato Di Pietro, che ospitano diverse persone di valore, alcune delle quali sono amici miei, di MicroMega, dei girotondi e di chi ha combattuto in questi anni le battaglie per la legalità e la libertà d’informazione». E tra queste persone di valore c’è anche l’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando «che – scrive Travaglio – in quanto ad antimafia non teme confronti».

Siccome Travaglio ci insegna (giustamente) che prima di parlare è bene documentarsi, leggiamo cosa dice la biografia di Leoluca Orlando su Wikipedia:

Rieletto consigliere comunale nel 1990 con oltre 70 mila voti di preferenza, non fu ricandidato a sindaco dal suo partito, e lascerà la DC l’anno successivo promuovendo la nascita de La Rete-Movimento per la Democrazia. Si ricordano in quegli anni gli accesi scontri con Giovanni Falcone, accusato da Orlando di tenere nascoste nei cassetti le carte sugli omicidi eccellenti di mafia e le prove delle collusioni di politici con Cosa nostra. L’accusa culminò in un esposto presentato al CSM dallo stesso Orlando l’11 settembre 1991, che costrinse Falcone a doversi difendere davanti all’organo supremo della magistratura italiana.

E questo è quello che recentemente l’attuale portavoce nazionale di Italia dei valori ha dichiarato in un’intervista a Klaus Davi a proposito di Giovanni Falcone:

Sempre su Wikipedia, alla voce “vicende giudiziarie” si legge:

Nel 1995 la Procura di Palermo gli inviò un avviso di garanzia come anche a Domenico Lo Vasco, ex sindaco e assessore alle Finanze in una precedente giunta Orlando, per l’appalto concesso alla Sispi, una società mista tra il Comune, l’Iri e la Finsiel, finanziaria del gruppo Iri, per l’informatizzazione dei servizi comunali. L’inchiesta fu poi archiviata.

Fu invece inquisito dal pm della Procura di Palermo, Lorenzo Matassa, per i restauri del teatro Massimo, accuse da cui Orlando, processato, fu assolto con sentenza definitiva.

Nel 1996 viene indagato per corruzione aggravata durante l’esercizio delle sue funzioni di sindaco di Palermo. Il pentito Tullio Cannella fornisce uno scenario inquietante affermando che nel 1986 il Comune di Palermo, dopo una tangente di 200 milioni di lire, acquistò degli appartamenti di un certo Giuseppe Bonanno, un prestanome di Gaspare Finocchio (imprenditore) che era invece in odore di mafia. Destinatari della tangente, secondo il pentito erano il sindaco Leoluca Orlando e l’assessore Vincenzo Inzerillo, che all’epoca dei fatti era in carcere da 16 mesi per mafia. Orlando nega ogni responsabilità.

Nel 2005 è stato condannato, con sentenza definitiva, per diffamazione aggravata nei confronti dei consiglieri comunali di Sciacca in carica nel 1999, che durante un comizio, accusò fossero collusi con la mafia (Ansa del 27/01/2005).

Chiariamo subito una cosa, Anzi due. In quanto a indagati e condannati nel panorama politico italiano c’è molto di peggio del partito di Di Pietro, ma quello che stona di Idv è che loro i valori li spiattellano anche nel nome. Un po’ azzardato visto che Orlando e qualche altro esponente della banda Di Pietro non sono proprio delle verginelle. Non sarebbe meglio Italia dei Malori? Secondo chiarimanto: Travaglio è libero di votare chi vuole, ci mancherebbe altro. Ma abbia almeno la compiacenza di non darci lezioni di morale. Anche sforzandomi, non riesco a credere che proprio a Travaglio siano sfuggiti questi piccoli peccatuci. Lui che ha studiato carte e documenti di tutti i politici, che ha stilato anche una lista di inquisiti e condannati, possibile che non ha trovato neppure un’unghia incarnita in qualcuno dei candidati di Idv? Suvvia. Vabbè che si chiama Di Pietro, ma fidarsì, così, ciecamente, mi sembra proprio un azzardo. Soprattutto per uno come il buon Marco che fa le pulci anche a un peluche. (do.mal.)

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Nella Calabria della ‘ndrangheta salviamo almeno il ghiro

Ricordate la bellissima scena in Johnny Stecchino quando Dante (Benigni) arriva a Palermo e lo zio che lo va a prendere gli parla delle piaghe che affliggono la Sicilia?

«Purtroppo siamo famosi nel mondo anche per qualcosa di negativo… Per esempio quelle che voi chiamate piaghe… Una terribile, e lei sa a cosa mi riferisco: L’Etna, il vulcano, ma è una bellezza naturale… Ma ce un’altra piaga grave che nessuno riesce a risolvere, lei mi ha già capito… La siccità… la terra brucia, è “sicca”, una brutta cosa… Ma è la natura… e non ci possiamo fare niente… Ma dove l’uomo può fare qualcosa e non fa niente, è nella terza e più grave di queste piaghe, che veramente diffama la Sicilia, lei ha già capito, è inutile che io glielo dico, mi vergogno a dirlo: è il traffico… troppe macchine… traffico vorticoso che ci impedisce di vivere, che ci fa nemici famiglie contro famiglie»

Beh, la differenza con la Calabria è davvero minima. Da una parte si chiama mafia, dall’altra ‘ndrangheta. E anche in Calabria c’è qualcuno come lo zio di Johnny Stecchino, che si indigna per le gravi piaghe che affliggono questa regione. Una di queste cancrene, come acutamente osserva la Lipu di Reggio Calabria, la lega italiana protezione uccelli, è la caccia ai ghiri «che vengono mangiati nei rituali arcaici della ‘ndrangheta».

La Lipu fa riferimento all’operazione “Solare” della Dda di Reggio Calabria, che ha portato all’arresto di duecento trafficanti internazionali di droga in Italia e all’estero.

«Le intercettazioni dei Ros – scrive La Lipu- hanno svelato che le famiglie mafiose della Locride, quando avevano la necessità di un incontro pacificatore, ricorrevano a pranzi in montagna a base di ghiri illegalmente uccisi. Questa scoperta rende ancor più grave la tolleranza verso il bracconaggio contro questi animali che è diffusissimo in Aspromonte e sulle Serre»

Qual è la richiesta della Lipu? Ovviamente la tutela dei ghiri.

Chiaro no? Se nella Sicilia ironicamente descritta da Benigni le piaghe erano l’Etna, la siccità e il traffico, è evidente che in Calabria il problema non è tanto la ‘ndrangheta quando gli spietati bracconieri a caccia dei piccoli roditori. Poi poco importa se la criminalità organizzata calabrese, la più potente al modo, spara e uccide. Anzi, cari ‘ndranghetisti, fatelo pure, ma la prossima volta che volete organizzare un incontro pacificatore, siete pregati di eliminare dal vostro menù i ghiri. Molto meglio un buon piatto di pesce, più leggero, si digerisce meglio e il giorno dopo non resta sulla pancia. Sopratutto alla Lipu! (do.mal.)

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Treni nuovi… di zecca

Va bene che si chiama Moretti, ma l’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato non può pensare che ci beviamo così, come fosse un boccale di birra gelata, la storiella che i treni italiani sono i più confortevoli, i più puntuali, i più economici e magari i più puliti d’Europa. E no caro Moretti, se vogliamo ubriacarci lo facciamo con del vino buono e non con della birra annacquata.

Passi per la puntualità, passi per il comfort, passi anche per l’economicità delle tariffe, ma difendere l’integrita igienico-sanitaria dei treni italiani e un po’ come difendere il lupo di Cappuccetto rosso, come ascoltare i Pink Floyd cantare le canzoni di Pupo (ci scusi Pupo, ma soprattutto i Pink Floyd). Non ci crederebbe praticamente nessuno, neppure Paperino, Paperoga e Ciccio di Nonna Papera messi insieme.

Zecche, acari, pidocchi e parassititi di ogni genere, sui vagoni ferroviari sono ormai all’ordine del giorno, più numerosi anche dei viaggiatori al rientro dalle vacanze. Le cronache raccontano persino di un topo, avvistato nell’ottobre 2008 sull’intercity Caserta-Roma. «Un ospite indesiderato», così l’aveva definito Trenitalia in un comunicato stampa, che aveva terrorizzato e fatto evacquare i pendolari che affollavano il treno.

La ixodes ricinus (magari detta così la zecca del cane suona pure meglio e fa meno ribrezzo) si sveglia dal letargo in una calda mattina di settembre e torna a colpire ancora. Stavolta a essere punta dai parassiti è stata una donna di 62 anni che viaggiava sul treno Roma-Agrigento. L’episodio è avvenuto domenica scorsa e in base alla ricostruzione dei fatti, dopo che il convoglio è giunto nei pressi di Enna, la viaggiatrice originaria di Canicattì ha detto al personale ferroviario di avvertire un forte prurito nelle parti intime, notando anche evidenti rigonfiamenti all’altezza delle braccia. Una volta giunta a destinazione, la signora è stata trasportata all’ospedale “Barone Lombardo” dove i medici le hanno effettivamente riscontrato segni di punture d’insetto. Dopo le prime cure la donna ha lasciato l’ospedale e ha subito sporto denuncia contro Trenitalia.  Nel frattempo la carrozza è stata fatta evacuare, “piombata” e inviata a Roma per gli esami necessari ad accertare la presenza di pulci, zecche o altri insetti e la successiva disinfestazione.

Episodio isolato? Ora, non è che vogliamo fare le pulci a Trenitalia, ma non sembra proprio che si tratti di un fatto nuovo. A settembre del 2005 si sono verificati ben quattro episodi: sull’intercity 768 Reggio Calabria-Torino le zecche hanno attaccato 18 passeggeri; sul treno internazionale Ventimiglia-Parigi, sempre le zecche, supportate dalle cimici, hanno assaltano i malcapitati passeggeri; poi è toccato all’Intercity Torino-Milano, dove una passeggera ha denunciato di essere stata morsicata ancora dalle zecche; stesso copione sull’espresso 810 Palermo-Torino, a bordo del quale un’altra passeggera è stata morsicata dai parassiti. Insomma non c’è che dire, il 2005 è stata una buona annata per le zecche. Anche il 2008, però, non sembra essere da meno. A marzo, infatti, si registra la denuncia di un passeggero dell’espresso 806 Napoli-Torino, punto dalle zecche in più parti del corpo. La cosa si ripete lo scorso 17 agosto, sempre sullo stesso treno, l’espresso 806 Napoli-Torino, ma stavolta con un “bollettino di guerra” ben più preoccupate: cinquanta passeggeri rientrano dalle vacanze e vengono assaliti da battaglioni di zecche. L’ultimo episodio proprio domenica scorsa sul Roma-Acireale (prezzo del biglietto in seconda classe 62,15 euro, zecche comprese).

Ma cosa volete che siano dei piccoli parassiti di fronte alla stazza di qualsiasi uomo? Quisquilie, bazzecole. Un po’ come l’elefante e la farfalla di Michele Zarrillo. Cinico? Mai quanto l’ad di Ferrovie dello Stato. Leggete cosa ha dichiarato Moretti intervistato il 19 agosto 2008 dal “Giornale”: «Ho sentito l’accusa per il Torino-Napoli di questi giorni. Ma si tratta di un treno su 9 mila. Non mi sembra una percentuale così grave. A parte il fatto che quelle, secondo me, non sono nemmeno zecche. Lì si tratta semplicemente di un’impresa di pulizie che non ha fatto il suo dovere». Non mi sembra una percentuale così grave? È evidente, dunque, che per Moretti rientra nella normalità il fatto che almeno un treno su 9 mila sia preso di mira dalle zecche.

Ora, in un Paese normale l’amministratore di un’azienda infestata come Ferrovie dello Stato sarebbe già stato cacciato via o, se avesse un barlume di dignità (mamma mia che parolone) si sarebbe subito dimesso. Considerato, però, che siamo in Italia e il nostro non è un Paese normale, la migliore cosa da fare sarebbe quella di obbligare Moretti a viaggiare in uno dei suoi 9 mila treni in compagnia di zecche, pidocchi e acari. Certo, poi il rischio sarebbe quello di una crisi mistica dell’ad di Ferrovie dello Stato, che davvero potrebbe sentirsi come Noè sull’Arca. (do.mal.)

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