Articoli con tag ‘Ndrangheta

La terribile piaga della Calabria? Venditti. Parola di Johnny Stecchino!

Altro che Alta Marea, Antonello Venditti ha provocato un vero e proprio maremoto. La sua sparata, decisamente infelice, sulla Calabria («Dio, ma perché hai creato la Calabria? In Calabria non c’è niente, proprio niente; speriamo che si faccia il ponte di Messina, così almeno in Calabria ci sarà qualcosa») durante un concerto nel 2008 in Sicilia, ha messo in subbuglio un’intera regione. Tutti indignati, organi si stampa, politici, comuni cittadini. La protesta è arrivata anche su facebook, con decine, centinaia, di messaggi e gruppi contro il cantautore romano.

Tutti a chiedere la sua testa, a pretendere pubbliche scuse, con la solita processione dei politici di turno che fanno a gara a chi s’indigna di più. Insomma, non c’è lodo Alfano che tenga, per i calabresi il vero caso nazionale è Antonello Venditti.

Premetto subito che sono calabrese anch’io e che il cantautore romano ha assolutamente sbagliato a pronunciare quelle parole, però mi chiedo: perché con la stessa rabbia con la quale i calabresi pretendono le scuse da Venditti non si scagliano contro la classe politica, a tuti i livelli, che ha governato e governa questa regione? Politici che molto più di Venditti ogni giorno offendono e infangano la nostra terra? Perché per le morti assurde negli ospedali calabresi, per la disoccupazione, per le navi dei veleni inabissate nei nostri mari, per il totale controllo del territorio da parte della ‘ndrangheta, nessuno dice niente o invoca le scuse di chi ci governa?

La verità è che siamo orgogliosi di essere calabresi solo quando vince la Reggina, quando passeggiamo sul Lungomare di Reggio, quando la Calabria trionfa a miss Italia o la Gregoraci sposa Briatore, quando Gattuso alza al cielo la Coppa del Mondo. Ci sentiamo orgogliosi di essere calabresi solo per la bellezza del nostro mare e per il clima mite. Salvo poi indignarci per la sparata infelice di un cantante. È un po’ come nel film “Johnny Stecchino”, quando Benigni arriva a Palermo e lo zio gli elenca le piaghe della Sicilia: l’Etna, la siccità, il traffico. La piaga che affligge la Calabria, invece, sembra essere Venditti, non un classe classe politica indegna, dalla quale nessuno ha mai preteso scuse!

Dedicata alla Calabria:

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La mafia che uccide i giornalisti

Ma ne è valsa veramente la pena? Mi faccio sempre questa domanda quando penso a gente come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano.

Dicono che dopo la morte di Falcone e Borsellino niente è più come prima. Ma cosa non è più come prima? La mafia, come la ‘ndrangheta e la camorra, continuano a esistere e ad essere più potenti di prima. Forse sono cambiate le facce, Riina e Provenzano non ci sono più, ma al posto loro ce ne sono degli altri, forse anche più spietati. È un po’ ciò che diceva Leonardo Sciascia: cambia tutto per non cambiare niente.

Oggi a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, si ricorda Beppe Alfano, un coraggioso giornalista siciliano ucciso dalla mafia l’8 gennaio 1993. Giusto, giustissimo, un atto dignitoso per non dimenticare il suo sacrificio, come quello di tanti altri giornalisti e magistrati. Ma credo che anche qui valga la regola del “prevenire è meglio che curare”. E allora, più che commemorare i morti si dovrebbe pensare a tutelare i vivi, gente come Roberto Saviano o Lirio Abbate. Giornalisti che sono eroi in terra e non se ne sente proprio il bisogno che lo siano anche in cielo.

Per i primi e per i secondi ecco un documentario che dovrebbe fare riflettere:

Ed ecco chi era e perché è stato uccisio Beppe Alfano:

Uccidete quel cane sciolto
di Carlo Lucarelli

Sono le 22 e 30 dell’8 gennaio 1993. In via Marconi, a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, accostata al marciapiede c’è una Renault rossa. È ferma da un po’, come se fosse parcheggiata, ma ha il motore acceso, che romba, su di giri. Dallo scappamento, nel freddo di quella notte d’inverno esce una nuvola di gas di scarico che l’ha quasi avvolta, come se avesse preso fuoco. Arriva il 113 e gli agenti vedono che dentro l’auto c’è un uomo, che sembra essersi addormentato contro il sedile, e col piede sta premendo l’acceleratore. Ma quell’uomo non dorme. Quell’uomo è morto, gli hanno sparato in testa tre colpi di pistola.

Leggi il seguito di questo post »

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Navi dei veleni, anche la verità è contaminata!

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di Anna Foti per strill.it

Nessuna commissione parlamentare di inchiesta ad hoc fino adesso, così come resta in attesa di riscontro l’interrogazione rivolta dal ministro ombra Realacci ai ministri Alfano, Maroni e Prestigiacomo per chiedere chiarezza sulle navi dei veleni, sullo smaltimento illegale di rifiuti tossici e su un intreccio di interessi che estende i propri tentacoli anche oltre i confini nazionali per interessare rapporti con paesi africani.

Nasce per fermare tutto questo il “Comitato per la Verità” promosso da Legambiente, presentato un anno fa a Montecitorio e adesso anche Reggio Calabria, per interrogare la politica sui misteri che intanto continuano ad avvelenare l’ambiente.

Vicende giudiziarie complesse che interessano numerose procure in tutta Italia. Anche la Calabria al centro di questi traffici, in cui è fortemente probabile il coinvolgimento della ‘ndrangheta.

A testimoniare che anche i mari della Calabria potrebbero essere stati complici incolpevoli di tali traffici, due episodi in particolare: l’affondamento della motonave Rigel al largo di Capo Spartivento (Reggio Calabria) nel settembre del 1987 e lo spiaggiamento della ex Jolly Rosso nel tratto di costa tirrenico-cosentina compreso tra Amantea e Campora San Giovanni (Cosenza) nel dicembre del 1990, questo solo passato al vaglio degli inquirenti di Reggio Calabria, Lamezia Terme e Paola.

Fu proprio l’indagine coordinata dal procuratore reggino Francesco Neri, poi archiviata nel 2000, ad aver accertato il legame tra lo spiaggiamento della ex Jolly Rosso e l’affondamento della Rigel al largo di Capo Spartivento, evidenziando un nesso tra i traffici di armi destinati alle ‘ndrine aspromontane e gli inabissamenti di navi e le operazioni di interramento. A ricordare che nessuna verità è emersa, uno striscione che allo stadio di Cosenza lo scorso 5 dicembre definiva “una vergogna nera il mistero sulla Jolly Rosso”.

Cinque anni dopo lo spiaggiamento della Jolly Rosso, nel dicembre del 1995 anche la tragica e improvvisa morte del comandante della Capitaneria di Porto, Natale De Grazia, elemento di spicco del pool investigativo Ecomafie della Procura di Reggio Calabria, insignito della medaglia d’oro al Valore Civile nel 2004.

In particolare la procura di Paola ha condotto le indagini per accertare i reati di smaltimento illegale di rifiuti e occupazione abusiva dell’area demaniale. Il rinvio a giudizio della società di Ignazio Messina, proprietaria della ex Jolly Rosso, e della Mo.Smo.De sas che si era occupata della demolizione della nave, sarebbe arrivata nel marzo 2007. Mentre il relitto della Jolly Rosso si arrugginisce sulle spiagge di Amantea, la questione continua a scottare.

L’assoluzione degli imputati conseguita al dibattimento, infatti, non convince il procuratore Francesco Greco che chiede al gip di riaprire le indagini.

L’inchiesta della procura di Paola, avviata nel 2004 dopo le parentesi di Reggio Calabria e Lamezia Terme, ha fatto seguito anche alle dichiarazioni di un pentito che riferisce delle cosiddette “Navi a perdere” utilizzate, in accordo con la criminalità organizzata, per smaltire rifiuti scomodi perché tossici. Pur avendo individuato le discariche abusive di Grassullo (Amantea) e Foresta (Serra d’Aiello), dove si presume sia stato interrato il carico di rifiuti trasportato dalla motonave Rosso, l’inchiesta giudiziaria approda solo al capo di imputazione, neanche confermato in sentenza, rubricato come abbandono di rifiuti in suolo pubblico e occupazione abusivo di suolo demaniale. Sebbene, infatti, sia stato fugato il dubbio di contaminazione radioattiva delle acque del cosentino, rimane da chiedersi come mai, in quel bacino territoriale privo di fabbriche inquinanti, il numero di persone affette da tumori e forme di leucemia continui ad essere in forte aumento.

Troppe incognite, nessuna risposta precisa in merito ad un vicenda che forse potrebbe classificare la Jolly Rosso come una della “navi a perdere” mancate. Non scompare, perché si arena invece di affondare.

Intanto nel 2006 si registra il ritrovamento, ad una profondità di 400 metri, a 4-5 miglia dalla costa di Cetraro, di un‘imbarcazione lunga un centinaio di metri e larga una ventina. Un altro corpo estraneo, assente nelle carte nautiche del 1992 e poi riapparso in quelle del 1993 sotto la denominazione di relitto misterioso. Tutto sembrerebbe corrispondere. Potrebbe trattarsi della Cunski, la nave che scomparve all’improvviso nell’ottobre del 1992, come era stato deciso. Ma da chi? Bisognerebbe chiederlo al collaboratore di giustizia che l’ha espressamente citata e alla compagnia armatrice di Ignazio Messina proprietaria di questa come della Jolly Rosso, già oggetto delle indagini condotte dal procuratore Francesco Greco. Un nesso potrebbe esserci e il procuratore Greco lo aveva fiutato già prima dell’assoluzione della società Messina.

Il sospetto del trasporto di scorie radioattive di navi come queste, in viaggio dall’Europa all’Africa, rimane concreto. E i dubbi incalzano quando lo stesso collaboratore di giustizia riferisce di avere partecipato alle operazioni di affondamento di diverse navi tossiche nei nostri mari, compresa la Jolly Rosso che avrebbe dovuto affondare a Paola. Le correnti delle acque marine spinsero fino a Campora San Giovanni, il luogo dell’affondamento. Nessun rischio, la protezione delle cosche locali e una paga di 800 milioni di veccie lire per ogni affondamento.

Secondo queste dichiarazioni, quindi, le navi tossiche furono tante e tutte colate a picco nei nostri mari. Se così fosse, perchè nessuna inchiesta, condotta in questo senso, è sfociata in dibattimento e perché nessuna sentenza di condanna è stata emessa?

Mentre sono state oltre cinquanta le navi affondate nel Mediterraneo nel decennio 1980/1990, cresce il sospetto di un traffico che si servirebbe dell’interramento in zone segrete e nascoste della Calabria e dell’affondamento di navi per smaltire rifiuti nocivi. Un traffico che sembrerebbe coinvolgere anche altre zone del Sud Italia come è emerso dalle dichiarazioni, sempre richiamate dall’inchiesta giornalistica pubblicata su L’Espresso, del pentito della ‘ndrangheta. Una criminalità, dunque, di chiaro stampo mafioso che, nel caso della ex Jolly Rosso, si inserisce in un contesto dominato dal clan Muto, quale quello di Amantea, il cui alto livello di infiltrazione è stato proprio recentemente oggetto di indagine.

Nelle scorse settimane è tornata alla ribalta l’inchiesta, denominata Nepetia e coordinata dal procuratore aggiunta antimafia Mario Spagnuolo, che ha inferto un duro colpo alla cosidetta “‘ndrangheta del mare”, mettendo in luce l’alleanza che i clan Gentile di Amantea e Muto di Cetraro avrebbero stretto per gestire la raccolta di rifiuti nella zona dell’alto tirrenico-cosentino e il servizio di trasporto turistico verso le isole Eolie con la motonave Benedetta II, ormeggiata dentro il porto di Amantea.

Senza dimenticare la commissione d’accesso insediatasi sempre lo scorso gennaio presso il Comune di Amantea per far luce sulla gestione del porto della cittadina cosentina, all’interno del quale aveva sede un immobile che fungeva da base logistica del clan. Oltre alle possibili connivenze con la politica e il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa del consigliere regionale Franco La Rupa e dell’ex assessore comunale Tommaso Signorelli. Il dibattimento si aprirà nell’aprile del 2009.

Proprio allargando lo sguardo ad altre regioni limitrofe, non solo il traffico di armi sarebbe la contropartita del deposito di veleni negli entroterra. Anche a Potenza, infatti, un’inchiesta condotta dal procuratore Nicola Maria Pace e dedicata al traffico illegale di plutonio, è stata favorita dalle dichiarazioni del pentito della ‘ndrangheta che conosceva i luoghi esatti del deposito dei fusti radioattivi. Un filo oscuro potrebbe unire il destino di due docenti, Angelo Chimienti e Giulio Brautti, che denunciarono alcuni retroscena del nucleare in Basilicata, alla morte improvvisa del capitano De Grazia che aveva fatto tappa a Matera per incontrare il procuratore Pace, proprio nel dicembre del 1995 in quell’ultimo viaggio verso La Spezia per interrogare l’equipaggio della motonave Rosso. La sua morte sospetta precedette quel’interrogatorio.

Lo stesso collaboratore di giustizia aveva riferito di un mancato accordo tra tutte le ‘ndrine aspromontane per l’interramento, ecco perché l’apertura alla Basilicata e l’accordo con il boss di Novi Siri, già in trattative con il centro nucleare di Trisaia. Una matassa che si infittisce proprio mentre, con l’intento di venirne a capo, si cercano le estremità delle sue fila.

Per contrastare effetti devastanti che tali veleni potrebbero continuare a causare sulla salute di persone e ambiente e per prevenire altri traffici che espongano a tale rischio la nostra e altre regioni, è necessario un impegno congiunto di politica, magistratura e informazione. Ma forse ancor prima è necessaria la volontà di fare chiarezza.

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Dicono che la ‘ndrangheta semina morte, ma neanche la sanità calabrese scherza

Da tempo in Calabria la sanità è in concorrenza con la ‘ndrangheta. Tra le due non si sa chi fa più morti ammazzati. Entri in un ospedale per un’appendicite e non sai se ne esci vivo. Se ne sono accorti anche i carabinieri che ieri hanno messo i sigilli a tre reparti dell’ospedale “Jazzolino” di Vibo Valentia per le precarie condizioni igienico-sanitarie del nosocomio. Nell’ambito dell’inchiesta la Procura ha emesso 33 avvisi di garanzia nei confronti di medici, funzionari ed ex dirigenti dell’azienda sanitaria e dell’ospedale.

L’indagine dei carabinieri è stata avviata dopo la morte di Federica Monteleone, la sedicenne deceduta quasi due anni fa, dopo quattro giorni di coma provocato da una black-out durante un intervento di appendicectomia. Il provvedimento di sequestro in via d’urgenza riguarda i reparti di ortopedia, immunoematologia e pronto soccorso. La situazione trovata è apparsa subito molto grave ai carabinieri del Nas che hanno trovato stanze senza finestre e senza prese d’aria, ambienti con umidità e muffe. Uno dei principali problemi riscontrati riguarda l’impianto elettrico non a norma e privo della presa a terra. Sono state trovate anche lastre di eternit nella centrale termica e molte porte delle stanze dei reparti non consentono il passaggio delle barelle.

L’ospedale di Vibo Valentia negli ultimi anni è stato al centro di inchieste giudiziarie per la morte di alcuni pazienti. Nel gennaio 2007 fu la volta di Federica Monteleone. A dicembre 2007 nella stessa struttura morì un’altra sedicenne, Eva Ruscio, durante un intervento di tracheotomia d’urgenza dopo essere stata ricoverata per un ascesso alle tonsille. Il 3 gennaio scorso un uomo di 88 anni, Orazio Maccarone, morì dopo essere rimasto quattro ore nel pronto soccorso dell’ospedale di Vibo Valentia in attesa di ricovero a causa della mancanza di posti in vari ospedali calabresi.

A questo punto ho il serio dubbio che il direttore amministrativo dell’ospedale di Vibo Valentia fosse il lungimirante onorevole Cetto Laqualunque. Non ci credete? Guardate qui:

Sull’argomento leggi anche lo speciale “Onorata Sanità” di Repubblica e l’articolo de “Il Giornale”.

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Dieci, cento, mille Roberto Saviano

Il mio amico Peppe Careri mi perdonerà se prendo in prestito il titolo del suo post per dire ciò che penso di Roberto Saviano ed esprimere la mia gratitudine per il suo grande coraggio. Ha ragione Peppe quando dice che regioni come Campania, Calabria e Sicilia avrebbero bisogno di dieci, cento, mille Saviano. Quello che manca, però, è proprio il coraggio di Roberto.

Stanotte sono intervenuto ad “Onorevole Dj”, la trasmissione di Rtl 102.5 condotta dal mio amico Pierluigi Diaco. Si parlava appunto del caso Saviano e di Gomorra. Pierluigi mi ha chiesto come mai anche in Calabria non c’è un Saviano che denuncia gli orrori della ‘ndrangheta. A questa domanda ho risposto con la più cruda e semplice verità: perché nessuno ha il coraggio di farlo.

È vero, ci vorrebbero dieci, cento, mille Saviano, ma a che prezzo? Credo che Roberto non si è pentito di ciò che ha fatto, ma forse ci ripenserebbe cento volte prima di pubblicare un altro Gomorra. Forse anche lui, sulla sua pelle, si è reso conto che probabilmente non ne vale la pena, soprattutto quando ti accorgi che vivi in uno Stato che tutela più gli assassini (vedi Carretta o Maso) e i terroristi (leggi Sofri, Mambro, Petrella) che gente come Saviano.

Ci vorrebbero dieci, cento, mille Saviano, ma non cambierebbe ugualmente nulla. Guardate Falcone, Borsellino, Impastato. Cos’è cambiato? Niente. Tra qualche tempo i casalesi torneranno liberi, così come sono tornati liberi tanti boss mafiosi.

Se davvero Roberto Saviano decidesse di lasciare l’Italia per costruirsi una nuova vita lontano da qui, chi potrebbe dargli torto? Forse qualcuno già lo accusa di vigliaccheria. Ma a questo prezzo meglio un vigliacco vivo che un eroe morto. La storia insegna. Forza Roberto. (do.mal.)

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Italia dei Valori… e delle contraddizioni

L’11 ottobre comincerà ufficialmente la raccolta delle firme contro il Lodo Alfano. Promotore dell’iniziativa è il partito senza macchia e senza paura di Antonio “Savonarola” Di Pietro, sempre in prima fila quando si tratta di denunciare le magagne berlusconesche, ma stitico di anatemi quando gli schizzi di fango colpiscono gli esponenti dei suo partito.

Delle contraddizioni che caratterizzano Italia dei Malori, ops dei Valori, il primo ad avere qualche difficoltà a parlarne è proprio l’elettore principe Marco “don Chisciotte” Travaglio nei suoi soliloqui ad Annozero. Sull’argomento mi sono già espresso nel post Non è tutto Travaglio quello che luccica.

Che il Lodo Alfano sia l’ennesima legge ad personam per togliere dagli impicci Silvio & Co. è fuori dubbio. Ma prima di attaccare gli altri è bene spulciare tra gli affari di casa propria, anche se, come accade spesso, è di gran lunga più facile guardare la pagliuzza negli occhi degli altri che la trave nelle proprie pupille.

Qualche esempio? Ovviamente non possiamo che partiare dal Consiglio regionale più inquisito d’Italia, ovvero quello calabrese, dove c’è il dipietrista Maurizio Feraudo che è stato indagato per concussione, per aver preteso la corresponsione di parte dello stipendio del suo autista, e di truffa per domande di rimborso su missioni mai compiute.

Feraudo, però, non è l’unica mosca bianca (o nera) in IdV. L’elenco prosegue con:

Gaetano Vatiero (segretario cittadino di IdV a Caserta) arrestato nel 2006 per corruzione aggravata;
Paride Martella (ex forzista ora in quota IdV) arrestato per tangenti nel gennaio 2008. Ex presidente della Provincia di Latina, Martella è stato arrestato per gli appalti truccati dell’Acqua Latina, truffò 15 milioni di euro, indagato per concussione e associazione mafiosa;
Andrea Proto (consigliere comunale a Genova) condannato per aver raccolto la firma di un morto;
Gustavo Garifo (anche lui esponente genovese di IdV) arrestato perchè arraffava i soldi delle multe;
Orazio Schiavone (assessore foggiano) condannato per esercizio abusivo della professione di odontoiatra;
Aldo Michele Radice (portavoce di IdV in Basilicata e consigliere dell’ex ministro Di Pietro) alla sbarra dal 2006. Il Pm ha chiesto per lui 9 mesi per una storia simile a quella di lady Mastella: la raccomandazione di un manager sanitario;
– E in ultimo (ma non per demeriti, anzi), c’è un certo Leoluca Orlando (attuale portavoce nazionale di IdV). Indagato nel 1996 per corruzione aggravata e condannato nel 2005 per diffamazione aggravata.

E siccome Italia dei Valori non si fa mancare nulla, tra i suoi adepti c’è anche un tesserato P2. Si tratta del maggiore Giuseppe (detto Pino) Aleffi, candidato in Sardegna alle elezioni del 2006, in possesso della tessera numero 762 della loggia di Licio Gelli. Di questo se ne sono accorti anche i grillini (leggi qui).

Ora, come sbotterebbe il buon Tonino nazionale (vedi video in apertura, da non perdere): «È vero o non è vero» che Italia dei Valori non è poi così diverso da tutti gli altri partiti? «E se è vero – direbbe ancora Di Pietro – questo sarebbe un fatto di una gravità inaudida che andrebbe denuniato». (do.mal.)

Consiglio di leggere anche i post di Claudio Cordova e di Ewan J.

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La ‘ndrangheta? Basta saperci convivere

Alle ultime elezioni è stato il primo cittadino più votato d’Italia con oltre il 70% delle preferenze, la scorsa settimana un sondaggio Ekma gli ha consegnato lo scettro di sindaco più amato d’Italia. Attualmente è vicepresidente dell’Anci, l’associazione nazionale Comuni italiani. Giuseppe Scopelliti non fa il sindaco a Bolzano o Trento, sarebbe fin troppo facile, bensì a Reggio Calabria, ridente cittadina calabrese famosa per i Bronzi, il mare, il sole, il bergamotto, ma anche per la disoccupazione e la criminalità organizzata, che a queste latitudini si chiama ‘ndrangheta.

La ‘ndrangheta appunto. Intervenendo a Napoli in occasione della festa nazionale dell’Mpa, alla domanda se Reggio Calabria, sulla sicurezza, batte Napoli, Scopelliti ha assicurao che, ‘ndrangheta a parte, Reggio Calabria è fra le città più sicure del Paese.

«Napoli e Reggio Calabria – ha detto il sindaco reggino – sono città molto diverse, Reggio ha i problemi di una città media ma è fra le più sicure d’Italia, al di là della ‘ndrangheta: questo è importante anche nella logica dello sviluppo turistico di un territorio. Da noi si può camminare per strada a qualsiasi ora, di giorno e di notte»

Si può essere d’accordo o meno, ma Scopelliti ha detto una sacrosanta verità: ‘ndrangheta a parte Reggio è una città sicura. Un paradosso? Forse, ma la realtà è proprio questa. A fronte di una massicia presenza mafiosa, a Reggio Calabria sono praticamente inesistenti gli episodi di microcriminalità, non ci sono stranieri che stuprano le donne per strada, scippi e rapine sono episodi rari, dei tossici armati di taglierino pronti a derubare il malcapitato di turno, nemmeno l’ombra.

Proprio oggi l’Eurispes ha reso noti i risultati di una ricerca sulla qualità della vita, che ha coinvolto un campione di oltre 1000 cittadini residenti a Reggio Calabria. Per 6 reggini su 10 si vive meglio. Ben oltre la maggioranza ha mostrato una percezione positiva con il 58,5% che ha affermato la città che è molto (14,3%) e un po’ (44,2%) migliorata, contro un 19,8% che dichiara che Reggio è un po’ (13%) e molto (6,8%) peggiorata. La restante parte del campione, circa il 20%, è concorde nel ritenere che non ci sono stati cambiamenti degni di nota negli ultimi anni, essendo dell’avviso che la qualità della vita sia rimasta invariata (leggi l’articolo completo sul blog di Massimo Calabrò).

È vero, a Reggio Calabria c’è la ‘ndragnheta, ma che volete farci, bisogna anche saperci convivere. O come disse un sindaco molto amato dai reggini:

«con certa gente qualche volte bisogna anche andare a prendersi un caffè»

Rassegnazione? Connivenza? No, puro e semplice realismo. La ‘ndrangheta in Calabria, come la mafia in Sicilia, è una piaga che è sempre esistita e continuerà ad esistere. Altra cosa, invece, è la mentalità mafiosa, la cosidetta mafiosità, che tra i reggini è un virus assai diffuso. Dove per mafiosità s’intende arroganza, prepotenza, spavalderia, superbia, strafottenza, inosservanza delle regole. Una mentalità becera che ti porta a chiedere il favore o cumpari per evitare di fare la fila alla posta o alla banca, che “autorizza” il reggino medio, o meglio, il “riggitano”, a lasciare la macchina in mezzo alla strada perché deve andare a comprare il giornale o prendere il caffè. E guai a dirgli che è in torto.

È indubbio che in questi anni Scopelliti a Reggio Calabria ha saputo lavorare, riuscendo a fare reinnamorare i reggini della città e restituendo loro quel senso di appartenenza che in tanti avevano smarrito. Un’impresa alla quale, probabilmente, solo lui ci credeva. Diverso è cambiare la mentalità di certa gente. Una missione quasi impossibile, per la quale forse non bastano gli anni e neppure le generazioni che passano. (do.mal.)

Foto gentilmente concessa da Peppe Caridi

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