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Ichino, se a tia u stage non ti piaci, fatti i cazzi toi!

Calabresi

C’è puzza di magagna dietro l’appassionata difesa del futuro dei giovani calabresi, da parte di Giuseppe Bova, presidente del Consiglio regionale più indagato d’Italia. Quello calabrese, appunto. La magagna si chiama “voucher formativo”, la puzza la sente Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del Partito democratico (stessa area politica del governo calabrese, per intenderci), ripetutamente minacciato di morte dalle nuove Brigate rosse.

La vicenda riguarda i cosidetti “voucher formativi” istituiti dal Consiglio regionale della Calabria e destinati ai migliori 250 (poi divenuti 500) laureati calabresi. Ciascuno dell’importo di 1.000 euro mensili per 24 mensilità, con uno stanziamento complessivo di 6 milioni di euro, per metà rivenienti dal bilancio regionale, per l’altra metà da contributi del Fondo sociale europeo. In sostanza, i 500 migliori laureati calabresi, con voto di laurea 110/110, saranno impegnati per due anni in stages formativi nelle pubbliche amminsitrazioni calabresi. «Al termine dei 24 mesi di stage – sostiene Bova – dovrà essere la Calabria a dimostrare come vuole utilizzare le sue migliori intelligenze».

Nei giorni scorsi si è conclusa la fase di apprendimento in aula, della durata di tre mesi, ed entro il 29 gennaio i 423 laureati calabresi saranno abbinati ai 170 enti pubblici sparsi nella regione, dalla provincia di Reggio al comune di Roccabernarda, dove inizieranno quello che è ormai per tutti “il superstage”: due anni di formazione a 900 euro al mese netti per 1.500 ore di lavoro all’anno che, tolti i weekend, significa un impegno di 5,7 ore al giorno.

ichinoL’autorevole Pietro Ichino, però, sente puzza di magagna. «È scandalosa – dice il giuslavorista in un’intervista a Corriere.itla durata di questi stage, doppia rispetto al limite di legge, e lo è anche l’entità del compenso, decisamente abnorme rispetto a quel che accade normalmente. Ho organizzato decine di stage ogni anno, in passato, per i miei studenti: non duravano mai più di sei mesi e, di norma, il compenso andava dai 400 ai 600 euro. Per il modo in cui questa cosa è stata attivata il contenuto formativo mi sembra del tutto formale, non sostanziale».

Vicenda chiusa? Proprio per nulla. Ichino scrive una lettera al governatore della Calabria Agazio Loiero e il 15 gennaio presenta un’interrogazione parlamentare al ministro del lavoro, al ministro della funzione pubblica e al ministro per le politiche comunitarie.

giuseppe-bovaPer non farla lunga, vi rimando al blog di Pietro Ichino, dove è possibile leggere il seguito della querelle, con la replica di Loiero e quella molto prosaica e appassionata di Bova, nella quale il numero uno dell’assemblea legislativa calabrese sembra dire al giuslavorista: «Ma come, noi tentiamo di offrire ai migliori giovani laureati un’opportunità per fare un’esperienza di alta formazione nella loro regione e lei ci rema contro?» Come dire: caro Ichino, se a tia u stage non ti piaci, fatti i cazzi toi!

Alla replica di Bova segue la controreplica di Ichino:

Ringrazio il presidente Bova di questa risposta molto tempestiva; essa non è, però, altrettanto esauriente, anzi elude i quattro punti decisivi della questione. In particolare:

– essa nulla dice circa la durata abnorme di questi “stage”, addirittura doppia rispetto al termine massimo fissato dalla legge (ciò che configura una grave irregolarità, suscettibile di dar luogo alla contestazione di dissimulazione di effettivi rapporti di lavoro subordinato sotto l’apparenza di stage formativi);
– non spiega che senso abbia trattenere centinaia di laureati eccellenti per due anni presso le amministrazioni pubbliche calabresi, dal momento che nello stesso tempo si danno assicurazioni sul punto che non sarà presso le amministrazioni ospitanti che i giovani troveranno il lavoro vero, al termine del biennio;
– la lettera di Bova non spiega a che cosa sia servito (e a che cosa potessero mai servire) per queste centinaia di laureati eccellenti i tre mesi iniziali di “percorso formativo di orientamento e accompagnamento all’inserimento”, da loro svolti e terminati proprio in questi giorni, trattandosi di un “percorso” del tutto indifferenziato e in nessun modo collegato alle specificità di ciascun singolo “progetto formativo”;
– la lettera non spiega, infine, quale senso abbia che questi pretesi “stage” formativi, destinati nominalmente ad addestrare i giovani interessati all’innovazione nelle amministrazioni pubbliche, si svolgano presso amministrazioni che tale innovazione non hanno ancora sperimentato: non sarebbe stato più logico, se questo fosse stato davvero lo scopo dell’iniziativa, inviarli presso amministrazioni di altre Regioni e Paesi, in modo che essi ivi attingessero il know-how e le professionalità che in Calabria fanno difetto?

Ora si capisce cosa intendeva Agazio Loiero quando per uno dei suoi libri scelse il titolo L’impossibile altrove. Una lusinga o una minaccia? Titolo che nella versione inglese potrebbe essere tranquillamente tradotto in Calabria, impossible is nothing!

Detto questo, vi invito a guardare attentamente il video e trovare, se siete capaci, le differenze. Io non ci sono riuscito!

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I figli so’ piezz ‘e core…

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È vero che i figli so’ piezz ‘e core, ma un uomo come Antonio Di Pietro che fonda le sue fortune politiche sulla fama di rigoroso cultore delle regole e della morale non può farsi beccare in un plateale fallo di nepotismo. Il rischio è quello di assomigliare sempre più ad una brutta copia di Mastella. E forse non è un caso che sempre più notabili di Ceppaloni emigrino politicamente in quel di Montenero di Bisaccia, dall’Udeur a Idv.

Ma veniamo ai fatti. L’inchiesta di Napoli sugli appalti esalta la figura di Mario Mautone, ex provveditore alle Opere Pubbliche della Campania, finito agli arresti domiciliari durante il blitz della scorsa settimana. E svela i suoi rapporti controversi con la famiglia di Antonio Di Pietro, quando quest’ultimo era ministro delle Infrastrutture. In particolare sono state acquisite una serie di intercettazioni riguardanti il figlio dell’ex ministro, nel corso delle quali Cristiano Di Pietro chiede a Mautone alcuni interventi di “cortesia” quali affidare incarichi a persone da lui segnalate anche al di fuori degli ambiti di competenza istituzionale («Io ho un amico però è ingegnere che sta a Bologna – dice Cristiano a Mautone – volevo sapere se su Bologna c’era la possibilità di trovargli qualche cosa»). Beh, per essere un Cristiano il figlio di Di Pietro ha usato metodi poco ortosossi!

L’informativa della Dia sulle intercettazioni, da conto anche delle preoccupazioni di Antonio Di Pietro per tenere fuori dall’indagine il figlio Cristiano.

Secondo la Procura, il 29 luglio del 2007 potrebbe esserci stata «qualche fuga di notizia», a seguito della quale il provveditore Mautone viene trasferito, Cristiano Di Pietro non parlerà mai più al telefono con Mautone, il ministro Di Pietro chiede di parlare di persona con il senatore Nello Formisano (Idv), sempre Di Pietro senior chiede ai suoi collaboratori di tenere fuori il figlio poiché «ritenuto troppo esposto». E a questo punto Mario Mautone tenta il «ricatto» contro Di Pietro junior, premendo perché intervenga sul padre per non farlo trasferire.

E curioso notare come la stampa riporta la vicenda. Mentre per il Corriere della Sera, La Stampa e Il Giornale, la notizia è il convolgimento nell’inchiesta napoletana di Cristiano Di Pietro e i suoi rapporti con Mautone, La Repubblica si schiera apertamente con il leader di Idv ed evidenzia il ricatto subito dal figlio, nel tentativo di tenere “sotto scacco” l’ex ministro.

È chiaro che sarà la magistratura a fare chiarezza su tutta questa vicenda, ma se dovessero emergere responsabilità a carico dell’enfaint prodige di casa Di Pietro, «questo – per dirla con le stesse parole e la stessa enfasi del papà – sarebbe un fatto di una gravità inaudida che andrebbe denuniato».

C’è da dire che l’inquisitiore di Montenero di Bisaccia non è nuovo a questioni nepotistiche di stampo mastelliano. Nel marzo 2006, infatti, fa assumere la figlia Anna Di Pietro dall’Editrice Mediterranea, la società che pubblicava il giornale dell’Italia dei valori: nella redazione romana di via della Vite, una splendida traversa di via del Corso, raccontano però di non averla mai vista, nemmeno per ritirare le buste paga. Sulla carta è assunta a tutti gli effetti per svolgere il praticantato che dà diritto a sostenere l’esame da professionista. Solo che non ha mai lavorato.

Insomma, è sempre la solita storia: fate ciò che dico, non fate ciò che faccio. Ma è ancora più grave se a predicare bene e razzolare male è uno come Antonio “Savonarola” Di Pietro, il più grande moralista d’Italia, l’incorruttibile, quello che se un’inchiesta lo sfiorasse si dimetterebbe instantaneamente. O almeno è quello che sicuramente pretenderebbe da Berlusconi.

Ma sono certo che a chiarirci le idee ci pensarà il sempre ben informato Marcolino Travaglio. (do.mal.)

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Pari opportunità? Sì, ma solo per i posti di potere

renato-brunettaE poi si battono per la parità. Nei giorni scorsi il ministro Renato Brunetta è intervenuto sul tema delle pensioni, sostenendo che anche le donne devono andare in quiescienza a 65 anni, come gli uomini. Tre secondi dopo è venuto giù l’inferno, con i soliti sindacati (quelli, per intederci, che difendono fannulloni e  assenteisti) assaliti da un’attacco acuto d’orticaria.

«Il governo non ci provi nemmeno a mettere mano all’età pensionabile – ha avvertito il segretario confederale della Cgil-Fp, Carlo Podda –. Le donne vanno in pensione con il massimo dell’età e con il nostro sistema si va sulla base dei contributi. Dire che la misura serve per risolvere la sperequazione è una provocazione intollerabile»

Ma come, prima si invoca la tanto bistrattata parità e poi, quando c’è qualcuno che la vuole applicare, in questo caso il ministro Brunetta, tutti a dargli contro? Paese davvero strano l’Italia.

Brunetta spiega che la sua non è una boutade né una provocazione, si tratta solo di ottemperare a una pronuncia della Corte di Giustizia europea, che condanna l’Italia perché l’anticipazione dell’età pensionabile delle donne determina una discriminazione.

«Quelli di sinistra – dice il ministro – abbiano il coraggio di dire chiaramente che per loro la donna deve essere l’angelo del focolare. Che deve curare i genitori anziani o i nipotini. Loro vogliono la “donna-sandwich”, schiacciata, da una parte, da un lavoro nel quale non può fare carriera e guadagna meno degli uomini e, dall’altra, dalle cure familiari. Lo dica Epifani, che non legge i dossier, non studia e non s’informa. Sia onesto!»

Nel senso letterale del termine, la parità tra uomo e donna dovrebbe essere intesa come qualcosa simile a una partita doppia, con una colonna dare e un’altra avere. Insomma, non si può invocare una parità di convenienza e non accettare gli aspetti negativi che tante volte questa comporta. Oppure, le pari opportunità devono essere tali solo quando si tratta di spartire posti di potere?

E poi, qualcuno mi vuole spiegare perché le Commissioni pari opportunità presenti nelle istituzioni, sono composte esclusivamente da sole donne?

Cito solo tre casi. La Commissione regionale per la realizzazione di Pari Opportunità tra uomo e donna in Lombardia, conta 13 componenti femminili; la Regione Lazio, invece, ha istituito un Comitato regionale pari opputunità composto da un presidente e ben 27 componenti. Anche in questo caso tutte donne; stessa cosa in Calabria, dove la Commissione regionale per le pari opportunità è composta da 14 donne.

Non c’è che dire. Davvero un bell’esempio di parità. (do.mal.)

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Cara Cgil, i conti non tornano proprio

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Ricordate quel ministro dell’informazione iracheno che smentiva l’entrata dei soldati americani a Baghdad, proprio mentre alle sue spalle sfilavano carri armati e blindati a stelle e strisce? Bene, è la scena che mi è tornata in mente proprio ieri, ascoltando i sindacalisti della Cgil (Cisl e Uil stavolta hanno disertato) nei loro resoconti di dati e cifre post sciopero generale. Autentiche acrobazie aritmetiche.

L’ideale rappresentazione del ministro dell’informazione iracheno è stato il segretario nazionale della Cgil Guglielmo Epifani. Anzi, in quanto a cazzate si è spinto anche oltre. Di fronte al fallimento certificato della (pseudo)manifestazione antigovernativa, il compagno Guglielmo che dice? «Clima straordinario, siamo un milione e mezzo».

Infatti. I manifestanti erano talmente tanti che Repubblica.it e Corriere.it (solo per citare i due maggiori quotidiani che tutto sono tranne che simpatizzanti di Berlusconi e del suo governo) hanno fatto a pugni per rilanciare il clamore della notizia.

Che dire. Finalmente gli italiani stanno prendendo coscienza di chi e di cosa sono i sindacati. La gente ha compreso che lor signori non rappresentano gli interessi generali, ma godono di una forte rendita di posizione che danneggia il Paese. Il dato vero è che i sindacati rappresentano solo alcuni cittadini (per lo più i pensionati), ma prendono decisioni che riguardano tutti e gestiscono risorse che appartengono a tutti.

Per intenderci i sindacalisti sono quelli che erano al fianco dei piloti Alitalia che esultavano per il mancato accordo con la Cai, che protestano contro le sanzioni disciplinari ai dipendenti pubblici assenteisti o che accusano il governo di fare la carità alle famiglie italiane con la social card.

A proposito di social card. Ecco cosa ne pensa il sindacato: «Un’elemosina. Inadeguata e vessatoria, non abbiamo bisogno di finti e illusori pacchi di Natale».

Infatti, loro non ne hanno proprio bisogno. Leggete quanto percepiscono al mese i difensori di disoccupati, precari, fannulloni e assenteisti:

Guglielmo Epifani (Cgil) guadagna 3.500 euro netti al mese, i suoi 12 segretari confederali circa 2.400 euro.
Raffaele Bonanni (Cisl) 3.430 euro netti al mese.
Luigi Angeletti (Uil) 3.300 euro netti al mese, mentre i suoi 10 segretari confederali si ritriovano in busta paga qualcosa come 2.900 euro al mese.

Questo è quello che si sa, visto che i bilanci dei sindacati non sono affatto trasparenti, come invece essi stessi vorrebbero per le aziende e le pubbliche amministrazioni.

Mi permetto di fare una proposta ai signori sindacalisti. Considerato che la social card è un’elemosina, perché non invitate tutti i vostri iscritti a restituirla al governo? Magari i 40 euro mensili una tantum li potreste accreditare voi alle famiglie disagiate. Quale migliore forma di protesta!

Ma chi lo dice a tutta quella gente che in questi giorni è in fila nelle sedi dei sindacati, proprio per richiedere la social card. Troppo azzardata come proposta? Forse sì. (do.mal.)

Fonti:
L’altra Casta inchiesta di Stefano Livadiotti per L’Espresso

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Amanda Knox nel Paese delle meraviglie

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Quando un giorno, nel corso di una conferenza stampa, mi “permisi” di affermare che le carceri italiane assomigliano più a villaggi-vacanza Valtur che a luoghi di punizione, venne giù il putiferio. Mugugni e scene d’indignazione da parte del direttore del carcere e del garante (ne sentivamo davvero la mancanza) delle persone private della libertà peronale. Perché adesso è con questa acrobazia letteraria che si chiamano i delinquenti, che detto così fa anche molto chic e buonista. Insomma, guai a parlare male dei poveri detenuti.

Mi solleva il fatto che non sono il solo a pensarla così, visto che la vergogna del sistema giudiziario e della realtà carceraria italiana è sotto gli occhi di tutti. Paradosso vuole che oggi l’assassino, il ladro e lo spacciatore, siano più tutelati della gente onesta. Chi entra in carcere può stare certo di avere assicurati tutti i comfort che fuori non potrebbe permettersi. Può fare teatro oppure giocare a calcio o a pallavolo. Una volta usciti, poi, lor signori hanno già in cassaforte un lavoro sicuro, interviste in esclusiva (ma questo dipende dal clamore e dall’efferatezza del reato. Le stragi familiari o gli atti di terrorismo sono preferibili) e libri pronti da dare alle stampe  dove raccontano le loro “eroiche” gesta come fossero bibbie da tramandare ai posteri. A che prezzo? Appena qualche anno di carcere, vitto e alloggio a spese degli italiani ovviamente.

Dei casi Carretta, Maso, Mambro, Izzo, Erika e Omar, ho già parlato in un precedente post.

La notizia di oggi riguarda Amanda Marie Knox, la principale accusata, insieme a Raffaele Sollecito, di aver violentato e ucciso Meredith Kercher, la ragazza inglese assassinata un anno fa a Perugia.

Nel carcere di Capanne si gira un film, “L’ultima città”, finanziato dalla Regione Toscana con un budget tra i dieci e i quindicimila euro. La storia racconta del viaggio fantastico di 12 detenute spinte dal desiderio di fuga. Indovinate chi è l’attrice protagonista? Proprio Amanda Knox (leggi la notizia riportata da Corriere.it).

Mi sembra giusto. Sei accusata di un tremendo omicidio e invece di trascorrere le tue giornate dentro una cella a fare i conti con la tua coscienza (sempre che ne hai una) che ti fanno fare? Un film. Ti iniziano al mestiere di attrice, nel caso in cui già non lo fossi.

Mi sembra uno spot efficace per tutti i provetti delinquenti: volete diventare famosi? Uccidete!

Adesso ditemi: l’Italia è o non è il Paese delle meraviglie?

Per fortuna c’è ancora qualcuno che s’indigna. Su Facebook da qualche settimana è nato il gruppo “La certezza della pena-Movimento per la giustizia” e anche su internet, su iniziativa di Barbara Benedettelli, è stata avviata una petizione online per la raccolta di firme da presentare al ministro della Giustizia.

Peccato che i santoni dell’informazione libera e i savonarola che pontificano e condannano da palchi e schermi televisivi, di questo non ne parlano. Probabilmente hanno altro per cui indignarsi! (do.mal.)

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La rivincita di De Magistris

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A Catanzaro riesplode il caso De Magistris. Ma stavolta da parte dei magistrati di Salerno che indagano altri otto loro colleghi che avrebbero sostanzialmente ostacolato l’ex pm, ora giudice al Tribunale del riesame di Napoli, nelle sue inchieste “Why not” e “Poseidone”.
Un altro terremoto, stavolta di più ampie dimensioni, visto che tra gli indagati, per accuse che a vario titolo vanno dal falso ideologico all’abuso d’ufficio, alla corruzione in atti giudiziari, c’è addirittura il procuratore generale, il procuratore della Repubblica aggiunto e il titolare dell’inchiesta “Poseidone”. Naturalmente il pg Enzo Jannelli non ci sta e a tarda sera, sfidando il freddo, pungente di Catanzaro, mentre ancora i carabinieri sono nel palazzo di giustizia ad accatastare carte da portare in Campania, esce, e ai giornalisti che gli si fanno incontro dice di avere informato di quanto accaduto il Capo dello Stato, il Csm e il Ministro della Giustizia. Nessun commento, invece, sul contenuto della perquisizione avviata sin dalla prima mattina da un centinaio di carabinieri giunti direttamente da Salerno insieme al procuratore capo di quella Procura Luigi Apicella e ai suoi sostituti Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi. Ed alla fine se ne sono andati con pacchi e pacchi di documenti, tra i quali quelli delle inchieste “Why not” e “Poseidone”.
Insieme a un nutrito gruppo di consulenti informatici, che hanno copiato le memorie fisse dei computer dei magistrati catanzaresi, i carabinieri sono entrati negli uffici di Jannelli, dell’avvocato generale dello Stato Dolcino Favi, dei sostituti procuratori generali Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, del procuratore aggiunto vicario Salvatore Murone e del pm Salvatore Curcio. Contemporaneamente altri carabinieri si sono recati a perquisire l’abitazione dell’ex procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, ora in pensione, e quella di Antonio Saladino, già presidente della Compagnia delle Opere e principale indagato dell’inchiesta “Why not”. Ma non sono solo loro gli indagati: nell’inchiesta salernitana è coinvolto anche il deputato del Pdl Giancarlo Pittelli e il giudice del Tribunale Bruno Arcuri, nella sua qualità di componente del Consiglio giudiziario di Catanzaro. Perquisite anche le abitazioni di un commercialista e di un imprenditore di Cosenza che però non sarebbero indagati. L’inchiesta, partita dalle denunce di De Magistris (trasferito a Napoli dal Csm), ruota intorno all’avocazione dell’inchiesta “Why not” e della revoca di quella “Poseidone” sull’utilizzo di fondi comunitari e nazionali. Provvedimenti che, insieme alla successiva gestione delle inchieste, secondo i magistrati salernitani sarebbero serviti a «fermare De Magistris, danneggiare lui, consulenti tecnici e persone informate sui fatti, ostacolare le inchieste, smembrarle, disintegrarle e favorire taluni indagati».
Per la Procura di Salerno l’iscrizione nel registro degli indagati dell’allora ministro Clemente Mastella, che poco prima aveva chiesto il trasferimento di De Magistris, era «corretta e doverosa» e la richiesta di archiviazione fatta dalla Procura generale, e accolta dal gip, «illecita». Così come sarebbero stati illegali le archiviazioni disposte da Curcio in “Poseidone” per alcuni indagati tra i quali Pittelli, il generale della guardia di finanza Walter Cretella Lombardo, l’ex presidente della Regione Giuseppe Chiaravalloti, e il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa. Secondo i magistrati campani, in sostanza, c’era una «patologica attività di interferenza in un disegno corruttivo teso a favorire, tra gli altri, Antonio Saladino, Giancarlo Pittelli, e Mastella».
Il caso De Magistris, dunque, è riesploso e non è difficile prevedere che quella di oggi sarà solo la prima puntata, vista la veemente reazione del pg Jannelli, tra l’altro inviato a Catanzaro meno di un anno fa. (ANSA)

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The winner is… Barack Obama!

Stanotte Barack Obama sarà ufficialmente il 44esimo presidente degli Stati Uniti. Il nostro Trapattoni direbbe «non dire gatto se non ce l’hai nel sacco», ma al di là delle dichiarazioni di facciata e dei sondaggisti (che volete anche loro tengono famiglia e devono pur campare) che danno John McCain in recupero sul senatore nero dell’Illinois, gli americani hanno già deciso chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca.

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Di fatto Obama è diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti il 3 giugno 2008, quando ha ottenuto il quorum necessario per la nomination democratica, battendo a sopresa, alle elezioni primarie del Partito Democratico, l’ex first lady e senatrice dello stato di New York Hillary Clinton (ritenuta dai sondaggi la grande favorita della vigilia).

Per fortuna i Democratici americani sono tutt’altra cosa rispetto ai Democratici italiani, così come Obama non è assolutamente l’equivalente del nostro Uolter Veltroni, anche se qualcuno vorrebbe farcelo credere. Cercare di spiegare le differenze tra Repubblicani e Democratici americani, prendendo ad esempio la Destra e la Sinistra italiana e quanto di più fuorviante possa esistere.

Rispetto all’Italia, infatti, dove gli schieramenti contrapposti esistono solo per eliminarsi a vicenda, nella politica americana democratici e repubblicani si discostano di poco. Per questo motivo un americano può stare tranquillo che governi l’uno o l’altro, faranno sempre l’interesse del popolo.

È nascosto proprio in questa differenza il fascino che Obama inizia a riscuotere anche nella destra italiana. La prima a rimanere stregata dal senatore nero è stata il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini («Il mio punto di riferimento è quello che sta facendo Obama in America»), poi è stata la volta di Sandro Bondi («Vedo molte analogie tra Obama e Berlusconi») e Franco Frattini («È vero hanno punti in comune soprattutto nel modo di comunicare»). Anche Paolo Guzzanti ha rivelato di aver fatto il tifo per McCain, ma di tenere adesso per Obama («Sono di destra e sto per Obama, anche se brinderò lo stesso se dovesse vincere l’Old Boy»).

In rete è nato addirittura il sito “Il PdL per Obama su iniziativa di un gruppo di parlamentari del Popolo delle Libertà:

«… abbiamo aderito a questa iniziativa perché non sono rimasti indifferenti alla proposta riformista, modernizzatrice e di forte innovazione politica e sociale di Obama. Alla sua passione, al suo carisma che può davvero rappresentare una svolta storica per gli Stati Uniti d’America».

In questo senso mi sembra molto interessante la riflessione di Giuseppe De Bellis che spiega il perché Barack Obama affascina la destra:

«Obama affascina la destra perché se c’è una certezza è che lui non è di sinistra. Lo dicono le sue idee, i fatti, la sua campagna elettorale. Ovvio che la sinistra italiana, perennemente a caccia di una legittimazione internazionale, abbia tentato di appropriarsene. Ovvio e però diabolicamente perverso, perché Obama non c’entra con loro. C’entra con un nuovo prototipo di leader bipartisan, forse nopartisan».

Più chiaro di così…

E poi permettetemi una divagazione personale. Un nero alla Casa Bianca è quello che ogni juventino si sognerebbe. Un’accoppiata assolutamente vincente! (do.mal.)

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