Articoli con tag michele santoro

Posso desiderare la morte di Travaglio?

La domanda è semplice: posso desiderare la morte di  Marco Travaglio? E magari posso anche scegliere come questa morte dovrebbe avvenire? Posso augurarmi che, magari, qualcuno pianti una pallottola in testa a Travaglio? Mi è consentito?

Se pensassi questo, che razza di persona sarei? Noi non ci augriamo la morte di nessuno. Nemmeno di Travaglio, al quale auguriamo una lunga vita e tanti tanti nuovi libretti-for-dummies. Abbiamo tirato in ballo Travaglio non per niente. Non è un caso. Proprio ieri Travaglio si è addentrato in un ragionamento piuttosto pericoloso. Sentitelo:

«Chi l’ha detto che non posso odiare un politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che se ne vada al più presto? E che il Creatore se lo porti via al più presto? Perché non si può odiare un politico? Non esiste il reato di odio».

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A Messina si muore e Vauro se la ride!

Una volta si chiamavano insulti, oggi si chiama satira. E guai a criticarla. La satira è sacra, e non importa se ad essere presi per il culo sono i morti. Ancora di più se lo sberleffo sui defunti è “necessario” per attaccare Berlusconi. D’altronde in guerra e in amore non ci sono regole.

Una bella lezione di stile ce l’ha regala, ancora una volta, l’ignobile vignettista di Annozero, Vauro Senesi, compagno di merende di Ruotolo, Travaglio e Sant’oro. Tutti martiri dell’informazione libera. Libera di insultare e offendere, ovviamente!

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Repravda e la censura ai tempi di Baffino

D'Alema_manifestazione roma

Toh, guarda chi si vede alla pseudo maniestazione per la libertà di stampa a Roma: Massimo “Baffino” D’Alema, infuriato più che mai con quel dittatore immondo di Berlusconi che fa di tutto per mettere il bavaglio alla stampa. «È importantesbotta il Baffino nazionaleche così tanti cittadini siano scesi in piazza, per fare argine all’arroganza con cui si cerca d’intimidire l’informazione libera». Eh sì, tempi bui!

Più o meno gli stessi del 1999, quando un certo Massimo D’Alema (toh, sempre lui!), all’epoca presidente del Consiglio, scosso e indignato per una vignetta di Forattini pubblicata su Repubblica, non perse tempo a querelare vignettista e giornale. Con le uniche differenza che allora nessuno parlò di censura né sbandierò il vessillo della libertà di stampa. La stessa Repubblica non fece appelli né organizzò manifestazioni in piazza. Quando si dice la coerenza!

Eppure nel 1999 lo scorno di Baffino D’Alema ebbe conseguenze peggiori della tanto ventilata censura berlusconiana. Altro che “editto bulgaro”.

Rinfreschiamoci la memoria. La vignetta pubblicata l’11 ottobre 1999 su Repubblica raffigura D’Alema mentre con un bianchetto cancella la lista Mitrokhin ed una voce che gli chiede: «Allora arriva ‘sta lista??!!» e D’Alema: «Un momento! Non s’è ancora asciugato il bianchetto!». Baffino ha poi dichiarato di tenere in massima considerazione la satira, ma di aver agito perché la vignetta conteneva informazioni false e diffamatorie. Tanto in considerazione che chiesto un risarcimento di 3 miliardi di lire.

Vignetta querela d'alema

Ovviamente Repubblica che fa? S’indigna, grida alla censura, organizza manifestazioni in piazza, promuove appelli, inneggia a slogan del tipo “Siamo tutti Forattini”? Ma neppure per scherzo. Fa semplicemente finta che non sia successo nulla, tanto che Forattini, non sentendosi difeso dal suo quotidiano, decise di lasciare Repubblica.

Ma c’è di più. Forattini in quelle settimana fu invitato a “Porta a Porta”, ma inspiegabilmente la trasmissione di Vespa fu annullata dalla Rai. Questa è l’Ansa del 24 novembre 1999, che riporta il racconto di Forattini:

Mentre all’aeroporto di Linate mi accingevo a salire sull’aereo per Roma, dove avrei dovuto prendere parte alla puntata di “Porta a Porta” dedicata alla satira, prendendo spunto dalla vignetta per la quale il presidente del Consiglio mi ha citato in giudizio, ho ricevuto una telefonata con la quale mi si comunicava che l’ufficio legale della Rai aveva deciso di cancellare la trasmissione. Non ho chiesto, né mi sono state riferite, le ragioni di tale repentina decisione. La stessa comunicazione è giunta agli altri ospiti, alcuni dei quali erano già partiti per Roma. Io ho solo dovuto recuperare il bagaglio che era già stato imbarcato e tornare a Milano.

Censura? Ma neanche per sogno. Nessuno in quei giorni parlò di censura, neppure i martiri dell’informazione libera Sant’Oro e i Travaglio, che all’epoca probabilmente erano ancora aspiranti tali!

Questo, invece, è quanto scriveva Repubblica il 25 novembre 1999 sulla mancata mandata in onda di “Porta a Porta”:

“Caso Forattini”, la Rai blocca lo show di Vespa
I legali fanno annullare la puntata sulla satira: “Stiamo fuori dalla lite con D’Alema”

di ALDO FONTANAROSA

ROMA – Su consiglio del suo ufficio legale, ieri la Rai ha annullato la registrazione della puntata di “Porta a porta” che Bruno Vespa avrebbe dedicato al rapporto tra satira e politica. La puntata, che sarebbe andata in onda domani, prevedeva la presenza in studio dei maggiori disegnatori satirici, incluso Giorgio Forattini. Ed è stata proprio la presenza di Forattini a mettere in allarme la Rai, decisa a non giocare alcun ruolo nella lite giudiziaria che sta opponendo il disegnatore di Repubblica e Panorama al presidente del Consiglio, Massimo D’Alema.
La lite nasce dalla vignetta che Repubblica ha messo in pagina l’11 ottobre, vignetta che mostra il premier D’Alema cancellare con il bianchetto alcuni nomi dal dossier Mitrokhin sulle spie del Kgb. D’Alema ha chiesto a Forattini un risarcimento di 3 miliardi. Nel suo parere, Rubens Esposito, responsabile degli Affari legali della Rai, ricostruisce il caso e indica almeno due rischi per l’azienda. Intanto, la trasmissione di Bruno Vespa avrebbe potuto “amplificare” l’eventuale diffamazione, l’ eventuale danno procurato a D’ Alema: la tv pubblica, insomma, poteva essere chiamata lei pure in giudizio. C’era poi il rischio di esporre il premier alle critiche dei disegnatori senza fornirgli un’opportunità di replica, il tutto a poche ore dalle elezioni politiche suppletive di domenica 28, mentre vigono le norme del ’93 sulla “par condicio”. Norme che hanno già bloccato la presenza di Berlusconi alla trasmissione di Fabio Fazio.
Già sulla strada degli studi tv di Saxa Rubra, i politici invitati da Vespa hanno preso male le decisione della Rai di spegnere le telecamere. Umberto Bossi, leader della Lega, chiede che sia messa in onda una «trasmissione di rara utilità» che avrebbe sottolineato la «scarsa tolleranza del premier». Francesco Storace, An, già annuncia che il caso sarà discusso dalla commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai che lui stesso presiede: «È un caso di servilismo», dice. Batte un colpo anche Lucio Malan, Forza Italia, per difendere «la sistematica intimidazione di chi, come Forattini, vuole stare fuori dal coro». Per l’ Usigrai, il principale sindacato dei giornalisti della Rai, «la vicenda dà, comunque la si guardi, una brutta immagine della tv di Stato, confusa o addirittura timorosa al cospetto del potere».
Lui, Forattini, racconta: «Nessuno mai mi aveva citato per danni o querelato. Né i democristiani, né Berlusconi. Gli unici sono stati Craxi e D’Alema. La verità è che, da quando la sinistra è al potere, tira un’aria gelida per noi. Perché parlo di intimidazione? Perché ricevo una citazione miliardaria e non una semplice querela penale. Perché D’Alema cita me e, a dispetto della consuetudine, non cita anche il giornale. Perché non ho la possibilità di andare in video a esporre le mie ragioni».
Pasquale Cascella, portavoce di Palazzo Chigi, ribalta l’accusa: «Primo: ieri noi non abbiamo mosso un dito e sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario. Piuttosto leggiamo sul Corriere della Sera di martedì che Forattini aveva posto una precisa condizione alla sua partecipazione a “Porta a porta”: che non ci fosse D’Alema. Dunque, l’unica censura preventiva è quella che lui ha provato a esercitare. Vogliamo anche rassicurare la Rai: non vediamo alcun rischio che il caso, già ampiamente discusso sulla stampa, trovi altre amplificazioni». Sulla vignetta, il giudizio resta severo («neanche il Polo fino ad allora si era spinto a certe allusioni»), ma sarà un soggetto terzo, un giudice, «a valutare se e in che misura è diffamatoria».

Detto questo, vi lascio tranquillamente riflettere sul quarto segreto di Fatima: dov’erano nel 1999 i toni rabbiosi che oggi Repravda usa per scagliarsi contro il fantomatico regime mediatico berlusconiano? (do.mal.)

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Zappadu “guardone”, Sant’Oro censore

santoro

Chi l’avrebbe mai detto. Il paladino dell’informazione libera, il Masaniello de noantri sempre sul piede di guerra e pronto a scendere in piazza per combattere la censura, il martire dell’editto bulgaro, sì, insomma, quello lì, Michele Sant’Oro da Annozero, è riuscito a censurare persino se stesso. Anzi ha fatto di più: ha censurato il fotoreporter Antonello Zappadu. Il personaggio del momento, quello delle migliaia di foto scattate a Villa Certosa, colui che ha ripreso i festini del Berlusca e ha immortalato l’ex premier ceco Mirek Topolanek col gentil membro a penzoloni. Ebbene sì, quel Michele di un Sant’oro, pur avendo tra le mani un’intervista esclusiva di Zappadu, l’unica concessa alle televisioni, ha preferito cestinarla. Il motivo? Non è dato saperlo.

Certo, la notizia di un Sant’Oro censore potrà sembrare incredibile a tutti coloro che pendono dalle labbra dell’oracolo salernitano e da quelle della sua cricca di compagni di merenda, da Travaglio a Ruotolo, un po’ di meno per chi ha capito ormai da tempo che razza di personaggio è costui.

zappaduA raccontare come sono andati i fatti, in esclusiva per Fuorionda News e Malarablog, è Salvatore Zappadu, fratello di Antonello, che ne cura i rapporti con la stampa:

«L’intervista – racconta Salvatore – richiesta in maniera pressante e con la garanzia dell’esclusiva, era stata registrata, in oltre un ora di domande e risposte, ad Olbia lunedì 1 giugno e, per questioni di par condicio, era stata programmata per l’ultima puntata di Annozero, quella appunto andata in onda giovedì 11 giugno. Il giornalista del programma, Corrado Formigli, nel frattempo aveva composto il servizio in 7,30 minuti, programmati per la messa in onda. La decisione del direttore Santoro, giustificata come dimenticanza per via della diretta, appare non solo una censura nei confronti di un fotoreporter pesantemente preso di mira dal potere berlusconiano, ma un presente non di poco conto verso colui che, piaccia o no, detiene ancora il potere mediatico nel sistema televisivo italiano. Santoro compreso».

Questo è quanto ci ha riferito telefonicamente il fratello di Antonello Zappadu. Probabilmente anche il fotoreporter più discusso del momento, aveva creduto, come in tanti d’altronde, al fantomatico giornalismo duro e puro del signor Sant’Oro. La cosa più divertente, però, è la ridicola la giustificazione di Sant’Oro che dice di essersi dimenticato di mandare in onda l’intervista a causa della diretta. Ma come, tu giornalista d’assalto, che hai in esclusiva il personaggio del momento, ti dimentichi di mandarlo in onda? Caro “Michele chi?” hai due possibilità: o passi per coglione o passi per censore. A te la scelta. E che scelta… (do.mal.)

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Povero Pd, gli pisciano addosso e dicono che piove

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Per fortuna che ci sono i numeri. Proprio così, perché stando alle parole e ai proclami, Silvio Berlusconi, e quindi il Popolo delle Libertà, in questa tornata elettorale avrebbe dovuto toccare la soglia del 45%, mentre a sentire Dario Francescini le Europee sarebbero state il fine corsa per il governo in carica. Anzi, avrebbero sancito la resurrezione del Partito democratico. Sta di fatto che Silvio è rimasto al di sotto delle sue previsioni e Lazzaro-Pd, invece di rialzarsi e camminare, continua beatamente a dormire.

Ma torniamo ai numeri che, alla fine della fiera, sono ciò che affettivamente conta. Il pallottoliere elettoreale dice che il Pdl si è assestato attorno al 35%, mentre il Pd si ferma al 26%, ben 9 punti percentuali di distacco. Se si confronta il dato con le ultime elezioni politiche, si ha pressappoco un dato speculare. Nel 2008, infatti, la coalizione di centrodestra (Pdl-Lega-Mpa) ottenne il 46,8%, mentre quella di centrosinistra (Pd-Idv) si attestò al 37,5%. Se nel confronto col dato odierno si scorpora, per quanto riguarda il centrodestra il dato della Lega (10,3%) e dell’Mpa (2,2%, ma va tenuto conto che a queste Europee il partito di Lombardo ha formato un cartello elettorale con La Destra e i Pensionati) si comprende bene come il Pdl ha confermato esattamente il dato del 2008. Diversamente il Pd, togliendo i voti di Italia dei Valori (8%), rispetto alle passate politiche è sotto di almeno 3 punti percentuali.

Se dunque si tiene conto dei numeri il quadro risulta essere pressappoco questo: stabile il Pdl, in discesa il Pd, boom di Lega e Italia dei Valori e definitivo tracollo dei comunisti (Prc-Pdci e Sinistra e Libertà). Tutto il resto è noia. O meglio, chiacchiere da bar dello sport.

Viene da ridere, quindi, quando senti parlare Franceschini e tutto il resto del centrosinistra, di una clamorosa sconfitta per Berlusca, senza però fare  un minimo di autocritica e pensare che loro sono rimasti letteralmente con le pezze al culo. Così come non dicono che Italia dei Valori ha rosicato proprio al Pd qualcosa come il 6% dei consensi (nelle passate Europee il partito di Di Pietro si era fermato al 2,1%). Come si ricorderà, dopo le disastrose Politiche del 2008 il povero Veltroni fu messo alle corde e al suo posto è stato chiamato Franceschini quale salvatore della patria. Oggi Walter si prende la sua bella rivincita: se il compagno Dario poteva fare peggio, c’è riuscito!

berlusconi_cornaE veniamo al Pdl. Berlusconi aveva detto che sarebbe arrivato al 45%, si è fermato “solo” al 35%. Di contro c’è una Lega che ha fatto il botto, raddoppiando i consensi delle precedenti europee. Messi insieme questi due dati, anche il peggior cieco che non vuole vedere comprende bene che la coalizione di governo (Pdl-Lega) conferma il dato (45-46%) delle Politiche dello scorso anno.

Se a tutto ciò si aggiunge che, notoriamente, in qualsiasi Paese chi governa viene sempre punito dal responso delle urne, ancora di più che c’è di mezzo una crisi economica che impone misure anche impopolari, si comprende bene che per Berlusconi e company ne sono usciti alla grande.

Morale della favola: ancora una volta ha avuto ragione “papi” Silvio. Il partito del gossip, che ha fatto del Noemigate la sua campagna elettorale, ha visto  rivoltarsi contro come un boomerang la sua arma antiberlusconiana.  Chiaro segno che ste stronzate non attecchiscono e finiscono per essere il migliore spot elettorale per Berlusca. Probabilmente agli italiani interessano di più i problemi del Paese anziché i pettegolezzi da portinaia di Franceschini, Sant’Oro e company. Esattamente quello che ancora non riescono a comprendere i signori della politica. (do.mal.)

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San Vauro Martire protettore dei vignettisti proscritti

vauro

Rieccolo Sant’Oro Masaniello, pronto a preparare la Resistenza per difendere il suo Vauro Senesi, l’ignobile vignettista che scherza sui morti dell’Abruzzo, sol perché la satira può permettersi di fare lo sberleffo a chicchessia. E non importa  se per attaccare Berlusconi e il suo governo si prendono per il culo i terremotati e ancora di più si strumentalizzano i defunti di quella immane tragedia: la guerra è guerra e ogni guerra ha i suoi morti. In questa caso quelli dell’Abruzzo!

Com’era prevedibile Marco Travaglio e Sabina Guzzanti, martiri dell’informazione libera capeggiata da San Michele da Annozero, hanno avviato la causa di beatificazione di Vauro, da ieri protettore dei vignettisti proscritti. Un film già visto e rivisto: si grida al regime, alla censura, si fanno girotondi a viale Mazzini sulle note di Bella Ciao (stonata, ovviamente, da Sant’Oro martire).

Strano, però, che a gridare alla censura e al regime siano proprio coloro che ogni giovedì sono puntualmente in onda sulla tv di Stato a innegiare, con i loro sermoni, alla Resistenza contro Silvio l’aggressore. Profutamente pagati, ci mancherebbe altro. Visto che insieme ai morti, la guerra antiberlusconiana ha anche i suoi costi. E che costi!

Tale è la censura che stasera Michele chi?, insieme al suo luogotenente Sandro Ruotolo e allo stempiato di Torino, sono ancora in onda con una puntata di Annozero dedicata nuovamente all’Abruzzo. Se è possibile più ignobile della precedente, nel corso della quale si procederà alla santificazione di Vauro Senesi, che a tre giorni dal suo trapasso è resuscitato e si è reincarnato in Sabina Guzzanti.  Alla cerimonia officierà padre Tonino “eccheciazzecca” Di Pietro. Dimenticavo, probabilmente si parlerà anche dei terremotati dell’Abruzzo. Poveri loro! (do.mal.)

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Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro…

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Anche stavolta gli impegni di lavoro mi hanno tenuto lontano per qualche giorno da questo blog. I drammatici eventi del terremoto in Abruzzo, poi, mi hanno spinto a un’ulteriore pausa di riflessione. I reportage giornalistici sono stati ampi e completi, non sono mancate neppure le polemiche e gli attacchi di sciacallaggio di chi non aspetta altro che la disgrazia di turno per gridare al “governo ladro”, specie se è quello di Berlusconi (ogni riferimento a Sant’Oro e soci è puramente voluto), infischiandosene se sotto le macerie hanno perso la vita 294 persone (ogni riferimento alle macrabe vignette di Vauro, è anche questo puramente voluto).

Sulla vicenda abruzzese condivido una nota di Giacomo di Girolamo. Un analisi probabilmente dura, ma talmente vera nella sua durezza che fa comprendere perché l’Italia, nonostante le catastrofi naturali (per non parlare di quelle politiche) continua ad essere, sempre e comunque, il Paese del volemosebbene.

Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro…
di Giacomo di Girolamo

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no-stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?

Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. È un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il presidente del Senato dice che «in questo momento serve l’unità di tutta la politica». Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.

Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.

Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.

Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto tecnico commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.

Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.

Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know-how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.

E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso. Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

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