Articoli con tag Massimo D’Alema

Repravda e la censura ai tempi di Baffino

D'Alema_manifestazione roma

Toh, guarda chi si vede alla pseudo maniestazione per la libertà di stampa a Roma: Massimo “Baffino” D’Alema, infuriato più che mai con quel dittatore immondo di Berlusconi che fa di tutto per mettere il bavaglio alla stampa. «È importantesbotta il Baffino nazionaleche così tanti cittadini siano scesi in piazza, per fare argine all’arroganza con cui si cerca d’intimidire l’informazione libera». Eh sì, tempi bui!

Più o meno gli stessi del 1999, quando un certo Massimo D’Alema (toh, sempre lui!), all’epoca presidente del Consiglio, scosso e indignato per una vignetta di Forattini pubblicata su Repubblica, non perse tempo a querelare vignettista e giornale. Con le uniche differenza che allora nessuno parlò di censura né sbandierò il vessillo della libertà di stampa. La stessa Repubblica non fece appelli né organizzò manifestazioni in piazza. Quando si dice la coerenza!

Eppure nel 1999 lo scorno di Baffino D’Alema ebbe conseguenze peggiori della tanto ventilata censura berlusconiana. Altro che “editto bulgaro”.

Rinfreschiamoci la memoria. La vignetta pubblicata l’11 ottobre 1999 su Repubblica raffigura D’Alema mentre con un bianchetto cancella la lista Mitrokhin ed una voce che gli chiede: «Allora arriva ‘sta lista??!!» e D’Alema: «Un momento! Non s’è ancora asciugato il bianchetto!». Baffino ha poi dichiarato di tenere in massima considerazione la satira, ma di aver agito perché la vignetta conteneva informazioni false e diffamatorie. Tanto in considerazione che chiesto un risarcimento di 3 miliardi di lire.

Vignetta querela d'alema

Ovviamente Repubblica che fa? S’indigna, grida alla censura, organizza manifestazioni in piazza, promuove appelli, inneggia a slogan del tipo “Siamo tutti Forattini”? Ma neppure per scherzo. Fa semplicemente finta che non sia successo nulla, tanto che Forattini, non sentendosi difeso dal suo quotidiano, decise di lasciare Repubblica.

Ma c’è di più. Forattini in quelle settimana fu invitato a “Porta a Porta”, ma inspiegabilmente la trasmissione di Vespa fu annullata dalla Rai. Questa è l’Ansa del 24 novembre 1999, che riporta il racconto di Forattini:

Mentre all’aeroporto di Linate mi accingevo a salire sull’aereo per Roma, dove avrei dovuto prendere parte alla puntata di “Porta a Porta” dedicata alla satira, prendendo spunto dalla vignetta per la quale il presidente del Consiglio mi ha citato in giudizio, ho ricevuto una telefonata con la quale mi si comunicava che l’ufficio legale della Rai aveva deciso di cancellare la trasmissione. Non ho chiesto, né mi sono state riferite, le ragioni di tale repentina decisione. La stessa comunicazione è giunta agli altri ospiti, alcuni dei quali erano già partiti per Roma. Io ho solo dovuto recuperare il bagaglio che era già stato imbarcato e tornare a Milano.

Censura? Ma neanche per sogno. Nessuno in quei giorni parlò di censura, neppure i martiri dell’informazione libera Sant’Oro e i Travaglio, che all’epoca probabilmente erano ancora aspiranti tali!

Questo, invece, è quanto scriveva Repubblica il 25 novembre 1999 sulla mancata mandata in onda di “Porta a Porta”:

“Caso Forattini”, la Rai blocca lo show di Vespa
I legali fanno annullare la puntata sulla satira: “Stiamo fuori dalla lite con D’Alema”

di ALDO FONTANAROSA

ROMA – Su consiglio del suo ufficio legale, ieri la Rai ha annullato la registrazione della puntata di “Porta a porta” che Bruno Vespa avrebbe dedicato al rapporto tra satira e politica. La puntata, che sarebbe andata in onda domani, prevedeva la presenza in studio dei maggiori disegnatori satirici, incluso Giorgio Forattini. Ed è stata proprio la presenza di Forattini a mettere in allarme la Rai, decisa a non giocare alcun ruolo nella lite giudiziaria che sta opponendo il disegnatore di Repubblica e Panorama al presidente del Consiglio, Massimo D’Alema.
La lite nasce dalla vignetta che Repubblica ha messo in pagina l’11 ottobre, vignetta che mostra il premier D’Alema cancellare con il bianchetto alcuni nomi dal dossier Mitrokhin sulle spie del Kgb. D’Alema ha chiesto a Forattini un risarcimento di 3 miliardi. Nel suo parere, Rubens Esposito, responsabile degli Affari legali della Rai, ricostruisce il caso e indica almeno due rischi per l’azienda. Intanto, la trasmissione di Bruno Vespa avrebbe potuto “amplificare” l’eventuale diffamazione, l’ eventuale danno procurato a D’ Alema: la tv pubblica, insomma, poteva essere chiamata lei pure in giudizio. C’era poi il rischio di esporre il premier alle critiche dei disegnatori senza fornirgli un’opportunità di replica, il tutto a poche ore dalle elezioni politiche suppletive di domenica 28, mentre vigono le norme del ’93 sulla “par condicio”. Norme che hanno già bloccato la presenza di Berlusconi alla trasmissione di Fabio Fazio.
Già sulla strada degli studi tv di Saxa Rubra, i politici invitati da Vespa hanno preso male le decisione della Rai di spegnere le telecamere. Umberto Bossi, leader della Lega, chiede che sia messa in onda una «trasmissione di rara utilità» che avrebbe sottolineato la «scarsa tolleranza del premier». Francesco Storace, An, già annuncia che il caso sarà discusso dalla commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai che lui stesso presiede: «È un caso di servilismo», dice. Batte un colpo anche Lucio Malan, Forza Italia, per difendere «la sistematica intimidazione di chi, come Forattini, vuole stare fuori dal coro». Per l’ Usigrai, il principale sindacato dei giornalisti della Rai, «la vicenda dà, comunque la si guardi, una brutta immagine della tv di Stato, confusa o addirittura timorosa al cospetto del potere».
Lui, Forattini, racconta: «Nessuno mai mi aveva citato per danni o querelato. Né i democristiani, né Berlusconi. Gli unici sono stati Craxi e D’Alema. La verità è che, da quando la sinistra è al potere, tira un’aria gelida per noi. Perché parlo di intimidazione? Perché ricevo una citazione miliardaria e non una semplice querela penale. Perché D’Alema cita me e, a dispetto della consuetudine, non cita anche il giornale. Perché non ho la possibilità di andare in video a esporre le mie ragioni».
Pasquale Cascella, portavoce di Palazzo Chigi, ribalta l’accusa: «Primo: ieri noi non abbiamo mosso un dito e sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario. Piuttosto leggiamo sul Corriere della Sera di martedì che Forattini aveva posto una precisa condizione alla sua partecipazione a “Porta a porta”: che non ci fosse D’Alema. Dunque, l’unica censura preventiva è quella che lui ha provato a esercitare. Vogliamo anche rassicurare la Rai: non vediamo alcun rischio che il caso, già ampiamente discusso sulla stampa, trovi altre amplificazioni». Sulla vignetta, il giudizio resta severo («neanche il Polo fino ad allora si era spinto a certe allusioni»), ma sarà un soggetto terzo, un giudice, «a valutare se e in che misura è diffamatoria».

Detto questo, vi lascio tranquillamente riflettere sul quarto segreto di Fatima: dov’erano nel 1999 i toni rabbiosi che oggi Repravda usa per scagliarsi contro il fantomatico regime mediatico berlusconiano? (do.mal.)

votami-su-oknotizie

Annunci

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

1 Commento

Benito Berlusconi e i suoi complici del Pd

di Fausto Carioti per Libero del 26 marzo 2009

veltroni-berlusconi

Nel manicomio della politica italiana mancava solo lo schizofrenico. Ci ha pensato il Partito democratico a colmare la lacuna. Al momento, infatti, di Pd ne esistono almeno due. Il primo, che è facile incontrare sui titoli dei giornali, è quello che minaccia di rivolgersi al Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca. È il partito del Walter Veltroni che paragona il premier oggi a Vladimir Putin e domani a Benito Mussolini. E intanto denuncia, fremente di sdegno, «il disegno scellerato e autoritario» di un governo che «minaccia la democrazia». È il Pd di Dario Franceschini che sale sulle barricate perché se il premier vincerà pure le elezioni europee «quello che potrà fare dal giorno dopo è inimmaginabile». Del capogruppo al Senato Luigi Zanda, convinto che Berlusconi voglia decretare «la fine della divisione dei poteri». Poi c’è l’altro Pd, di cui però si parla poco. Meno affascinante, forse, ma di sicuro molto più concreto. È quello che, se si va a guardare le votazioni parlamentari sui provvedimenti più importanti, si scopre essere allineato al pericoloso «regime» berlusconiano. Un partito che riesce a fare eleggere i suoi uomini alla guida delle giunte e delle commissioni parlamentari. E che poi, incassata la poltrona, come se nulla fosse tornare a gridare al golpe strisciante.

L’ultimo esempio è quello del federalismo fiscale. Era «un testo contraddittorio e pasticciato di cui non si capiscono i tempi e soprattutto i costi» (parole di Anna Finocchiaro, 3 ottobre del 2008). Veltroni lo definiva «una concessione alla Lega». Alla fine, nonostante Giulio Tremonti non abbia fornito chiarimenti sui costi, lo hanno fatto passare senza nemmeno opporsi. Segno che forse non faceva poi così schifo. Alla votazione finale della Camera, infatti, il Pd si è astenuto, mentre l’Italia dei valori ha votato addirittura a favore. Morale: 319 voti favorevoli, 195 astenuti e appena 35 contrari. Certo, ha pesato la decisione del governo di accogliere qualche emendamento del Pd, oltre alla volontà del partito di Franceschini di non rompere i rapporti con la Lega (domani, chissà, Umberto Bossi potrebbe tornare utile). Proprio questo, però, fa del federalismo fiscale – la più importante delle riforme volute sinora dal governo – un provvedimento bipartisan.

Ma il Pd è riuscito a fare anche di meglio. Una delle novità più discusse della legislatura, ovvero la modifica della legge elettorale per le europee, fatta apposta per tagliare i “nanetti” di destra e sinistra da ogni rappresentanza parlamentare e privarli dei contributi pubblici, è stata votata in fraterna armonia dal Pd assieme al PdL. A Montecitorio, dopo una votazione – questa sì – bulgara (517 favorevoli, 22 contrari, 2 astenuti), Veltroni andò a stringere la mano ai berlusconiani Elio Vito, ministro per i rapporti con il Parlamento, e Denis Verdini, coordinatore di Forza Italia. «Almeno una cosa insieme in questa legislatura l’abbiamo fatta», gongolava felice il leader del Pd. A dimostrazione del fatto che con i colonnelli del tremendo dittatore di Arcore si possono anche fare buoni affari, quando conviene.

Del resto è dall’inizio della legislatura che il Pd intasca poltrone con il benestare dell’«anti-democratico» Berlusconi. Alla Camera ha ottenuto la presidenza della giunta per le Elezioni, andata a Maurizio Migliavacca, e della giunta per le Autorizzazioni, toccata a Pierluigi Castagnetti. Alla guida del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è stato mandato Francesco Rutelli. Il comitato per i procedimenti di accusa (di fatto un ente parlamentare inutile) è stato affidato al senatore del Pd Marco Follini, che somma questa carica con quella di presidente della giunta per le Elezioni e le Immunità parlamentari di Palazzo Madama. Sempre al Senato Ignazio Marino, del Pd, è stato mandato alla guida della commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, mentre a Montecitorio la presidenza della commissione d’inchiesta sugli Errori in campo sanitario è andata all’esponente dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando. Un altro senatore del Pd, Pietro Marcenaro, è presidente della commissione straordinaria per i Diritti umani, ed Emma Bonino, eletta pure lei nelle liste del Partito democratico, presiede la commissione per le Pari opportunità nel Senato. Gran parte di queste cariche sono andate all’opposizione perché così vuole la prassi parlamentare. Ma il punto è proprio questo: la normalità della spartizione delle poltrone, alla quale l’opposizione partecipa senza remore, smentisce le invettive sul regime che gli esponenti del Pd lanciano un giorno sì e l’altro pure.

Normalità che si è vista anche con le nomine in campo radiotelevisivo. Alla fine la presidenza della commissione di Vigilanza sulla Rai è andata a Sergio Zavoli, senza dubbio più gradito al Pd di quanto lo fosse Leoluca Orlando, sul cui nome il partito di Veltroni, all’inizio della legislatura, aveva finto di essere d’accordo. Ieri Paolo Garimberti, proveniente dal gruppo di Repubblica, scelto anch’egli dal Pd e approvato da Berlusconi, è stato indicato per la presidenza della Rai. A febbraio era toccato a Giuliano Amato, già ministro nei governi di Massimo D’Alema e Romano Prodi, essere chiamato dal governo a presiedere l’istituto Treccani. Ad aversene a male – non senza qualche ragione – furono tanti esponenti del PdL, mentre i parlamentari del Pd applaudivano alla «prestigiosa» scelta fatta da Berlusconi. Il giorno dopo, manco a dirlo, avevano già ricominciato con la litania del governo che occupa tutti gli spazi e fa carne di porco della democrazia. Fosse vero, visto come sono andate sinora le cose in Parlamento, difficilmente il «regime» di Berlusconi avrebbe potuto trovare un complice migliore del Pd.

votami-su-oknotizie

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

3 commenti

Luca era gay come Walter era segretario

In questa settimana o quasi che sono mancato dalle pagine di questo blog ne sono successe di cose. Il governo ha varato il decreto antistupri, Enrico Mentana è stato trombato da Mediaset, Povia (vero vincitore di Sanremo) ha finalmente potuto raccontare la storia di sto povero Luca, Oreste Lionello e Candido Cannavò sono morti e anche il Partito democratico non si sente tanto bene.

polizia-locale_10924Ma andiamo per ordine. Qualche giorno fa mi è stato chiesto cosa ne pensassi del decreto sicurezza emanato dal governo. Posso dire che qualcosa è stato fatto, ma è ancora troppo poco. In sintesi il dl governativo prevede le ronde composte da ex agenti in congedo; niente più domiciliari agli stupratori e quindi arresto cautelare in carcere; patrocinio gratuito per assicurare una più adeguata assistenza legale alle vittime delle violenze sessuali; 2.500 agenti in più e stanziamento di fondi per 100 milioni di euro per rafforzare il sistema di controllo e di presidio del territorio; ergastolo in caso di omicidio commesso in occasione di violenza sessuale, atti sessuali con un minorenne, violenza sessuale di gruppo e atti persecutori; il nuovo reato di stalking; videosorveglianza più diffusa ed estensione da due a sei mesi del tempo di permanenza nei Centri di identificazione e espulsione (Cie).

Personalmente non credo che le tanto discusse ronde possano risolvere il problema stupri, quando invece avrei visto più efficace un provvedimento che arginasse il flusso migratorio di quegli stranieri, in modo particolare quelli dell’Est europeo, che arrivano nel nostro Paese esclusivamente per delinquere. Era preferibile, come a più riprese sostengo, il blocco temporaneo del trattato di Schengen, tanto più che questo è previsto in caso di ordine pubblico. Ma più in generale, considerato che gli stupratori non sono solo stranieri (anche se questi rappresentano lo zoccolo duro), l’istituzione della castrazione chimica. Ci sarebbe poi il solito discorso sulla certezza della pena e sulla concezione di carcere, non come luogo di villegiatura spesato dai contribuenti, ma come autentica istituzione punitiva, dove chi delinque ci pensa due volte prima di rientrarci.

La sicurezza è un argomento troppo importante, sul quale il centrodestra ha costruito quasi tutta la sua campagna elettorale, compresa quello per l’elezione del sindaco di Roma. Non è pensabile che il grido di giustizia e sicurezza che arriva dalla gente, si esaurisca in un decreto legge che fa acqua da tutte le parti. Un provvedimento che è più un palliativo che una cura vera e propria all’avanzare dell’onda criminale.

dalema_veltroniIl secondo argomento che merita approfondimento e il Partito democratico o, almeno, quel che ne resta dopo la rottura del suo leader  Walter Veltroni, legittimato dalle pseudo-primarie dell’ottobre 2007 e buttato giù dalla torre dai suoi stessi compagni all’indomani dell’ecatombe sarda. Veltroni doveva essere l’agnello sacrificale di un partito nato già morto e così è stato. Un film magistralmente diretto e interpretato da Baffino D’Alema. Era già tutto previsto, canterebbe Riccardo Cocciante. Tanto che già lo scorso 5 settembre su questo blog scrivevo:

In attesa che la “Walterloo” si abbatta sul Pd, quel vecchio volpone d’un Massimo sfodera pian piano gli artigli, in un classico giochetto da gatto col topo, che alla fine vedrà soccombente il dormiente Walter Veltroni. Un copione già visto, che ha come prim’attore Baffino che, col solito sorrisetto ironico, sottolinea chi è realmente il padrone della sinistra…

Capitolo Veltroni chiuso, archiviato e messo in cantina. Già immagino il caro vecchio Walter cosa avrà pensato: avanti il prossimo gli lascio il posto mio. Povero diavolo che pena mi fa… E in questo caso il diavolo, anche se non veste Prada, ha le sembianze di Dario Franceschini. Quando si dice il nuovo che avanza… e che cercano di venderlo per buono. L’ex Dc allevato da Zaccagnini e più recentemente ex braccio destro dell’Obama de noantri avrà il compito di guidare il corteo funebre piddino fino al prossimo Congresso di ottobre.

A fronte della solita propaganda antiberlusconia, ripresa dal “nuovo” Pd dopo che per un attimo Veltroni l’aveva messo da parte, c’è da dire che almeno una cosa buona in questi primi giorni di reggenza, Franceschini l’ha fatta: chiamare nella sua segreteria il sindaco di Torino Sergio Chiamaprino. Un politico eccellente, un personaggio per certi versi scomodo anche all’interno del suo stesso partito, uno che non ha negato possibili alleanze con la Lega. Nonostante tutto, dispiace per Franceschini e Chiamparino, ma l’identikit del leader ideale per il Pd è esattamente quello ha tracciato “Il Giornale”: laico, sociale e antifascista. In una sola parola (anzi due): Gianfranco Fini. In fin dei conti la politica non è l’arte del possibile? Se poi c’è di mezzo l’ex figlioccio di Giorgio Almirante (vai a crescere figli!), cresciuto fra busti del Duce, camicie nere e l’orbace delle divise da gerarca fascista, la politica è anche l’arte dell’impossibile.

Infine una piccola nota per Povia, il vincitore morale del Festival di Sanremo, e di quel povero Luca che gay era e gay, voleva o non voleva, doveva rimanerlo, almeno a sentire Grillini & Co. Anche Walter era segretario del Pd, ma a lui nessuno ha fatto storie. Come la mettiamo? (do.mal.)

votami-su-oknotizie

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

5 commenti

Pizzino per Bocchino. Tana per Latorre

Per una volta voglio schierarmi con Italia dei Valori e prenderne le difese. Abbiamo visto tutti come il povero Massimo Donadi, capogruppo di Idv alla Camera, è stato gabbato a Omnibus dal duo Bocchino-Latorre. Nel video Nicola Latorre (Pd), dalemiano doc (D’Alema-Berlusconi-incucio, vi dice niente?), suggerisce a Italo Bocchino (Pdl) come mettere in difficoltà Donadi. E lo fa attraverso un espediente di cui detiene il brevetto tale Bernardo Provenzano. Chiamasi pizzino.

I primi a fare tana sono stati quei mascalzoni di Striscia la notizia, giusto per confermare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, come funziona l’informazione in Italia:

Ed ecco svelato l’arcano:

Mettiamola così, Latorre doveva un favore al Pdl e, colpendo Donadi e qundi Italia dei Valori, oltre a restituire il favore, ne fa uno anche al suo segretario, che non vede l’ora di scollarsi di dosso i dipietristi. Il Pdl, infatti, tempo fa aveva votato “no” all’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che vedevano coinvolto proprio Latorre nel caso Unipol.

Insomma, restituire quel favore era, per così dire, una questione d’onore.

Ma c’è dell’altro. Il vicepresidente dei senatori del Pdl, Francesco Casoli, membro della Commissione di Vigilanza Rai, il 12 novembre dichiara:

«Il senatore Nicola Latorre sarebbe l’uomo giusto al posto giusto. Mi sembra di intuire che forse siamo ad un passo dalla possibile soluzione della vicenda Vigilanza Rai. Mi auguro che questa percezione trovi fondamento nelle prossime ore».

Sappiamo tutti come è andata a finire. Latorre è saltato per l’intransigenza di IdV a portare avanti il nome di Leoluca Orlando per la presidenza della Commissione Vigilanza Rai. Cosa che ha comportato il colpo di mano della maggioranza che ha eletto Riccardo Villari. In attesa di dimetersi (forse?) per fare spazio a Sergio Zavoli, nome condiviso da Pd e Pdl.

Latorre, dunque, aveva tutti i motivi per colpire e affondare il povero Donadi. E se due indizi fanno una prova, l’incucio è bello che servito.

Ma c’è qualcun altro che da giorni vede e rivede in continuazione il video di Omnibus. Visto l’incauto utilizzo dei pizzini da parte della premiata coppia Bocchino-Latorre, mi sa che a Provenzano qualche dubbio su chi l’ha potuto tradire gli viene! (do.mal.)

votami-su-oknotizie

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

9 commenti

Non è vero che i fannulloni sono tutti di sinistra Anche Italia dei Valori se la passa abbastanza bene

parlamento

Stai a vedere che ha proprio ragione il ministro Renato Brunetta quando dice che la maggioranza dei fannulloni sono di sinistra. In Parlamento, ad esempio, tra i lavativi eccellenti spicca il moralizzatore Antonio Di Pietro, organismo geneticamente modificato, metà politico metà magistrato.

Secondo la nuova banca dati della Camera dei Deputati, dove sono riportate le presenze, le assenze e le percentuali di partecipazione alle sedute nell’aula di Montecitorio, il buon Tonino nazionale dimostra di essere un cattivo esempio di dedizione alla causa parlamentare, avendo partecipato a 409 votazioni sulle 1.562 effettuate alla Camera dall’inizio della legislatura al 13 novembre scorso. In sostanza, le sue assenze ammontano al 73,82% sul totale delle votazioni. Esattamente in linea con il suo partito, Italia dei Valori, che risulta essere il più assenteista nell’aula di Montecitorio, registrando solo il 73,45% delle presenze dei suoi parlamentari.

Tra i leader, peggio del moralizzatore di Montenero di Bisaccia fa nientepopodimenochè Walter Veltroni. Il capo dei democratici risulta essere uno dei deputati più “latitanti” di questa legislatura, con una percentuale di assenze in occasione di sedute di votazione pari all’82,33%. In pratica ha partecipato a sole 276 votazioni su 1562.

Tra i lavativi più illustri nelle file del Partito democratico c’è anche Piero Fassino (ma qui bisogna capire se era effettivamente assente oppure se non è stato visto!), il quale ha collezionato qualcosa come il 69,27% delle assenze. Fassino è seguito a ruota da Massimo “baffino” D’Alema, che ha partecipato ad appena 631 votazioni su 1562 (pari al 59,60% di assenze), Pier Luigi Bersani con 702 votazioni (55,06% di assenze), Giovanna Melandri (53,33%), Giuseppe Fioroni (52,88%) e Paolo Gentiloni (50,58%).

Più governo ombra di questo!

In cotanta meritevole classe di assenteisti, non manca la “pecora nera” di turno. Si tratta Rosy Bindi che risulta essere la più secchiona dell’intero Parlamento. Tra presenze in aula e attività in missione, l’ex ministro del Pd fa registrare un inappuntabile 100%.

E il malefico Silvio Berlusconi? Quello che Di Pietro & Co. dipingono come il male assoluto di ogni democrazia, quante volte ha marinato l’aula parlamentare? Spulciando i dati della Camera sembrerebbe che il capo del governo sia il più assenteista di tutti, con una sola votazione sulle 1.562 effettuate nell’aula di Montecitorio. Sbagliato. Essendo anche presidente del Consiglio, Berlusca è risultato quasi sempre un assente giustificato. Anzi, considerando le giornate in cui non è stato in aula ma in “missione”, nella fattispecie nel ruolo di capo del governo, la sua performance di presenze sale al 98,91%.

Nel centrodestra spiccano per virtuosismo anche Roberto Maroni (presente per il 99,49% delle volte) e Umberto Bossi (95,01%), mentre il ministro “anti fannulloni” Renato Brunetta registra un 93,28% di presenze.

scilipotiAggregando i dati per gruppi parlamentari, si scopre che il partito piu’ presente alle votazioni della Camera dei Deputati è la Lega Nord (92,36%), seguita dal Pdl (89,61%) e dal Pd (83,6%). Ultimo in classifica, come detto, l’Idv, con solo il 73,65%.

Dopo il caso dei pianisti sul Transatlantico di stampo dipietrista, Italia dei valori fa un altro brutto scivolone sulla buccia di banana della morale. Quel che sorprende è che a predicare bene e razzolare male è proprio un partito che non perde mai occasione di condannare i mali della politica.

Insomma, in quanto a contraddizioni il Tonino nazionale non si smentisce mai, tanto che potrebbe tranquillamente rivendicare la paternità del celebre adagio: «Fate quel che dico, non fare quel che faccio». (do.mal.)

votami-su-oknotizie

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

4 commenti

Annozero… Sant’Oro menouno

santoro_annozero

Non era affatto uno scherzo architettato per rispondere pan per focaccia a Joe Violanti. Michele Sant’Oro ha davvero diffidato il suo imitatore. Fino all’ultimo ho pensato che il fustigatore degli “editti bulgari” stesse imbastendo una burla, pronta ad essere svelata nel corso dell’ultima puntata di Annozero. Invece no, è tutto vero. Il paladino dell’informazione libera e della libertà di satira si è rivelato in tutto il suo essere: rosicone e censore. Nonostante cerchi ancora di far credere il contrario.

Inizia la puntata di Annozero e Sant’Oro appare sorridente e di ottimo umore. Tiene immediatamente a precisare che il caso del suo imitatore censurato non è affatto un caso, addirittura sostiene che non c’è mai stata censura né richiesta di risarcimento danni.

A questo punto mi viene il dubbio che Sant’Oro sia totalmente all’oscuro di ciò che ha scritto il suo difensore, l’avvocato Felice d’Alfonso del Sordo, nella lettera di diffida inviata a Radio Dimensione Suono e pubblicata anche sul sito del programma. Nella missiva tra le altre cose si legge:

Con la presente diffida formale Vi intimo di cessare, con decorrenza immediata, dall’illecito comportamento.

«Vi intimo di cessare, con decorrenza immediata». Questa non è affatto censura, figuriamoci.

Ma Sant’Oro fa anche di più, detta addirittura le regole della satira. Almeno per quella che gli riguarda. Secondo il maestro unico della verità a senso unico alternato, un conto è la caricatura di Fiorello o di Max Tortora, fatta bene, una tantum; altra cosa è quella di Joe Violanti che viene ripetuta ogni giorno.

Capito: il gioco è bello finchè lo fanno loro. Se lo fanno gli altri, su di loro, sarà bene che rispettino certe regole e soprattutto che duri poco, una tantum per l’esattezza. Altrimenti non fa ridere e si rischia anche qualche diffida.

Dopo il siparietto santoriano entra in scena il cavaliere senza macchia e senza paura Marco Travaglio. Almeno lui dirà qualcosa sulla querelle Sant’Oro-Violanti-Rds, forse il moralizzatore bacchetterà il suo compagno di merende per l’infelice scivolata sulla buccia di banana.
Macché. Chi si aspettava un Travaglio col capo cosparso di cenere («Se mi sbaglio sono pronto a cospargermi il capo di cenere, ma non credo proprio che Michele voglia censurare la sua imitazione», aveva annunciato) è rimasto deluso. Travaglio inizia a parlare di intercettazioni, prima di D’Alema poi di Dell’Utri, infine di Scajola. L’omelia di padre Marco prosegue con il consociativismo destra-sinistra quando si tratta di salvare i colleghi dalla magistratura e chiude ironicamente tirando in ballo il ministro Brunetta. Della diffida di Sant’Oro neppure un accenno. Per Travaglio guai a parlare dei presenti. Soprattutto se si tratta dei suoi compagni partigiani.

Proprio Travaglio, poi, che ha scritto anche il libro, dal titolo emblematico, “Bavaglio”. Esattamente quello che il suo amico vorrebbe mettere a Joe Violanti.

E visto che ci siano ripropongo lo scherzo di Violanti-Sant’Oro al ministro Maria Stella Gelmini. Si noti come al temine della parodia l’imitatore-dj si presenta e svela lo scherzo, fugando qualsiasi dubbio o ambiguità:

votami-su-oknotizie

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

8 commenti

D’Alema a Reggio Calabria si sente il padrone del Pd. E manda al diavolo il “Fru Fru” di Walter

Il governo del Partito democratico sarà pure ombra, ma gli scontri interni, quelli, ormai avvengono decisamente alla luce del sole. Mal di pancia talmente dolorosi, che neppure una buona dose di Buscopan riuscirebbe a calmare. Sentite Arturo Parisi: «Il totale dei trecento giorni di Veltroni porta il segno meno, i cento giorni di Berlusconi sembrano avere il segno più. Veltroni impari da Berlusconi a tenere un filo e svolgerlo nel tempo. Il Cavaliere ha imparato dai suoi errori e dovremmo imparare anche noi». E come se non bastasse aggiunge: «Il mio giudizio sul governo ombra è quello di una scommessa al momento mancata. All’inizio ho pensato che poteva essere utile ma, dopo tre mesi, il bilancio è quello di un’esperienza fallimentare». E Veltroni? Pacatamente, serenamente gli risponde così: «Il giorno in cui Parisi utilizzerà un quarto delle sue energie per attaccare la destra sarà un giorno in cui io sarò contento». Uno a uno e palla al centro.
I panni sporchi è giusto lavarli in famiglia, avrà pensato l’ex ministro della Difesa, e allora quale migliore occasione se non la Festa del Pd a Firenze per “tessere le lodi” del vecchio caro amico Walter, che in quello stesso momento si trovava alla festa Ecodem a Pontelagoscuro? E mentre i Sandra e Raimondo del Partito democratico erano intenti a darsele di santa ragione, a Reggio Calabria D’Alema, intervenendo alla convention “Med.fest” organizzata dal movimento “A testa alta per la Calabria” (corrente interna al Pd calabrese che fa capo al presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova) se la rideva di gusto, ma sempre attento a non destare troppi sospetti. Baffino, infatti, prima accusa Parisi di «giudizi ingenerosi» e poi, con straordinaria abilità diplomatica, risponde così ai giornalisti che gli chiedono se la sua Red (Riformisti e Democratici) è di fatto una nuova corrente all’interno del Pd: «La domanda mi lascia interdetto. Non abbiamo creato nessuna corrente. ReD è un’associazione culturale a cui hanno aderito anche molte persone e molti giovani che non sono iscritti al Pd. Quindi, non capisco come una persona che non fa parte di un partito possa invece aderire a una corrente. In questo momento il Pd sta lavorando per rilanciare la sua azione e approfondire la sua riflessione sulla società italiana. E’ normale che quando una forza politica perde le elezioni discute e cerca nuove vie». Nuove vie, appunto.
In attesa che la “Walterloo” si abbatta sul Pd, quel vecchio volpone d’un Massimo sfodera pian piano gli artigli, in un classico giochetto da gatto col topo, che alla fine vedrà soccombente il dormiente Walter Veltroni. Un copione già visto, che ha come prim’attore baffino che, col solito sorrisetto ironico, sottolinea chi è realmente il padrone della sinistra. Basta sentire il tipo di partito che ha in mente: «Un moderno partito deve essere fatto di persone vere, non un partito “fru fru” come ha detto Franco Marini, in una battuta che condivido. Abbiamo bisogno di un grande partito dentro il quale ognuno di noi è chiamato a dare il proprio contributo. Dobbiamo costruire una forza che sia anzitutto una grande organizzazione radicata in ogni parte del Paese, con circoli e tessere». Chiaro no?
Nel frattempo al capezzale di Veltroni accorrono, nell’ordine, Piero Fassino, Francesco Rutelli, Giorgio Tonini, Dario Franceschini e Giorgio Merlo, per ribadire che non esiste nessuna crisi interna al Pd. Un po’ come quel ministro dell’informazione iracheno che smentiva l’entrata dei soldati americani a Baghdad, proprio mentre alle sue spalle sfilavano carri armati e blindati a stelle e strisce. Sappiamo tutti, poi, come è andata a finire… (do.mal.)

Puoi leggere l’articolo anche su www.diacoblog.com

, , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

1 Commento