Articoli con tag Mafia

I terroristi dell’informazione faziosamente libera

RAI-ANNO ZERO

Poi dicono che parlo sempre del condannato Marco Travaglio. Come si fa a non parlarne quando è lui stesso a offrirti l’occasione per farlo. E che dire poi del suo compagno di merende Michele Sant’Oro? Gli Stanlio e Ollio del giornalismo italiano.

Ma andiamo per ordine. Conosciamo tutti il professor sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti, alias Marco Travaglio: giustizialista incallito, implacabile nel denunciare chi sgarra, chi si rende colpevole di furberie, chi coltiva amicizie dubbie. Anche se non costituisce reato l’aver stretto la mano a uno che dieci anni dopo è sospettato di colludere con la mafia, per Travaglio è “un fatto” e quindi una condanna. Basta solo essere sfiorati dal sospetto e sei fottuto.

Travaglio è sempre super informatissimo, con il suo malloppone di atti e intercettazioni. L’immacolata concezione del giornalismo italiano non perdona nessuno. O quasi. E sì, perché se hai la tessera di Italia dei Valori le cose cambiano. Ecchediamine! Se poi sei Antonio Di Pietro in persona o qualcuno dei suoi figli, non c’è sospetto che tiene, l’indulgenza è assicurata.
Succede così che Cristiano Di Pietro, figlio dell’Inquisitore di Montenero di Bisaccia, è indagato per corruzione. E il giudice Travaglio che fa? Intervistato da Corriere.it, dice di non conoscere le carte e che in fondo si tratta «solo di raccomandazioni». Ma come, proprio lui, che fa le pulci pure ai peluches e ti manda alla forca anche solo per una puzzetta?

Ma c’è di più. Nello stesso passaggio dell’intervista, Travaglio dice:

«…le raccomandazioni, purtroppo, non sono penalmente rilevanti visto che nel nostro ordinamento l’abuso d’ufficio è stato di fatto depenalizzato…».

Bene, leggi reato depenalizzato è già pensi a quel mascalzone di Berlusconi e alle sue leggi ad personam. Sbagliato. La depenalizzazione dell’abuso d’ufficio di cui parla Travaglio è avvenuta nel 1997, ad opera del governo Prodi. Più precisamente: la depenalizzazione in questione è stata approvata dal centrosinistra, perché Romano Prodi risultava indagato per abuso d‘ufficio, in relazione ad atti compiuti quando era presidente dell’Iri. Ma questo per Travaglio non è “un fatto”.

E passiamo all’altro campione dell’informazione partigiana. Dopo essersi preso in diretta il vaffanculo della compagna Lucia Annunziata (esatto, non di Berlusconi, ma dell’Annunziata, il che la dice lunga sulla tanto sbandierata libertà d’informazione santoriana), Michele Sant’Oro da Annozero adesso sale sulla montagna del martirio e urla tutta la sua rabbia:

«In un paese normale – sbraita il nostro Masaniello – non esiste la censura nei confronti di un giornalista che sta compiendo il suo dovere di informare l’opinione pubblica».

Caro Sant’Oro, la questione è un po’ diversa. In un paese normale non esistono giornalisti hooligans, non esistono trasmissioni d’informazione faziosamente schierate da una parte. In un paese normale  “informare l’opinione pubblica” non significa essere il portavoce di un’organizzazione terroristica (Hamas), ma raccontare nella stessa misura il dramma palestinese e quello israeliano. Caro Sant’Oro, in un paese anormale, come sostieni sia l’Italia, tu non andresti in onda neppure sull’ultima emittente locale, invece tu e la tua allegra combriccola siete in prima serata su Raidue a spese dei contribuenti. Caro Sant’Oro, in un paese normale quello anormale sei tu.

A tal proposito credo che sia quanto mai puntuale e illuminante l’editoriale di Aldo Grasso dal titolo “Faziosità e illusioni”.

Dimenticavo. Perché Marco Travaglio, nella puntata di Annozero dedicata al conflitto nella Striscia di Gaza, non ha detto una parola sul conflitto israelo-palestinese? Anzi, l’ha talmente depistato che ha preferito parlare del caso De Magistris. Ma che c’azzecca, come direbbe il suo amico Di Pietro, con il tema della puntata? Delle due l’una: o Travaglio si è autocensurato per non palesare le sue simpatie filo-israeliane, e quindi non urtare la sensibilità filo-palestinese del suo amico Michele; oppure si è taciuto per non rinnegare se stesso. In entrambi i casi Marco l’Oracolo ha fatto una figura, per così dire… alla Travaglio! (do.mal.)

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La mafia che uccide i giornalisti

Ma ne è valsa veramente la pena? Mi faccio sempre questa domanda quando penso a gente come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano.

Dicono che dopo la morte di Falcone e Borsellino niente è più come prima. Ma cosa non è più come prima? La mafia, come la ‘ndrangheta e la camorra, continuano a esistere e ad essere più potenti di prima. Forse sono cambiate le facce, Riina e Provenzano non ci sono più, ma al posto loro ce ne sono degli altri, forse anche più spietati. È un po’ ciò che diceva Leonardo Sciascia: cambia tutto per non cambiare niente.

Oggi a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, si ricorda Beppe Alfano, un coraggioso giornalista siciliano ucciso dalla mafia l’8 gennaio 1993. Giusto, giustissimo, un atto dignitoso per non dimenticare il suo sacrificio, come quello di tanti altri giornalisti e magistrati. Ma credo che anche qui valga la regola del “prevenire è meglio che curare”. E allora, più che commemorare i morti si dovrebbe pensare a tutelare i vivi, gente come Roberto Saviano o Lirio Abbate. Giornalisti che sono eroi in terra e non se ne sente proprio il bisogno che lo siano anche in cielo.

Per i primi e per i secondi ecco un documentario che dovrebbe fare riflettere:

Ed ecco chi era e perché è stato uccisio Beppe Alfano:

Uccidete quel cane sciolto
di Carlo Lucarelli

Sono le 22 e 30 dell’8 gennaio 1993. In via Marconi, a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, accostata al marciapiede c’è una Renault rossa. È ferma da un po’, come se fosse parcheggiata, ma ha il motore acceso, che romba, su di giri. Dallo scappamento, nel freddo di quella notte d’inverno esce una nuvola di gas di scarico che l’ha quasi avvolta, come se avesse preso fuoco. Arriva il 113 e gli agenti vedono che dentro l’auto c’è un uomo, che sembra essersi addormentato contro il sedile, e col piede sta premendo l’acceleratore. Ma quell’uomo non dorme. Quell’uomo è morto, gli hanno sparato in testa tre colpi di pistola.

Leggi il seguito di questo post »

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Il Ponte di Messina in mano alla mafia? Giusto un po’, lo Stretto indispensabile!

Il presidente dell’Anas, Pietro Ciucci, ha annunciato: «Contiamo di aprire i cantieri per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina alla metà del 2010».

«Abbiamo più volte esposto il cronoprogramma di quest’opera – dice Ciucci – che non sarà facile perché è una scommessa con noi stessi. Il progetto era pronto due anni fa ed era già finanziato; poi quelle risorse sono state dirottate dal Governo per fabbisogni più urgenti. Stiamo lavorando in questi mesi per predisporre le regole, insieme con il Governo, che prevedono entro i primi mesi del prossimo anno l’ultimazione della progettazione definitiva con l’obiettivodi aprire i cantieri dalla metà del 2010. Siamo convinti che sia un’opera importante che può fare il bene di quelle aree. Un’opera che in larga parte si ripagherà. Il ponte non richiede investimenti a fondo perdutoma solo investimenti temporanei di risorse» (Ansa).

A questo punto prepariamoci all’invasione dell’esercito dei “no Ponte” sulle due sponde dello Stretto, con tanto di manifestazioni, sit-in di protesta, campeggi e quant’altro di folkoristico possa esserci. La regola è una sola: dire no. Bisogna andare in giro e dire che il Ponte sullo Stretto non deve essere costruito, che sono altre le priorità, che sara devastante per l’ambiente e per l’intero universo e, ovviamente, che sarà un grande regalo alla mafia (fosse il primo!).
Di tutte le preoccupazioni, quella che mi sento di condividere forse è proprio quest’ultima. Sarebbe sbagliato dire che la mafia non ha messo gli occhi sul Ponte. E allora che facciamo? Fermiamo il progresso e rinunciamo a quest’opera che “rischia” davvero di cambiare in positivo la storia del Sud, solo perché potrebbe essere un regalo alla mafia? Oppure qualcuno pensa di indebolire l’impero economico della criminalità organizzata non costruendo il Ponte? Alle reali opportunità reali di sviluppo dell’Area dello Stretto, però, nessuno ci pensa. Neppure ai posti di lavoro che si verranno a creare da qui a dieci anni.
In ogni caso quei soldi si dovranno spendere e se non sarà il Ponte, il regalo alla mafia sarà un altro e magari neppure lo sapremo. Ma tanto che ce frega, l’importante è che il Ponte non si realizzi. Vero?

A proposito di 2010. Questa data mi ricorda qualcosa. Non fu un certo Francesco Rutelli che nel chiudere la campagna elettorale dell’Ulivo del 2001 affermò, in pieno comizio a Messina, «il Ponte noi lo faremo ed io mi prenoto fin da ora per essere presente alla sua inaugurazione nel 2010»?

Quello che segue è il video realizzato alcuni anni fa dagli studenti della Facoltà di Architerrura dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria:

Mia nonna mi diceva sempre: «Prima di morire spero di vedere il ponte costruito». Lei è morta, ma io continuo a sperare. (do.mal.)

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Non è tutto Travaglio quello che luccica

A proposito di Annozero. Marco Travaglio è uno che dice sempre quello che pensa. Ma non sempre pensa ciò che dice. Per giusto chi predica bene dovrebbe razzolare meglio.

Invece pure lui qualche scheletruccio nell’armadio (come quelli di cui parla la dolce euchessina Beatrice Borromeo) ce l’ha eccome. Niente di grave, intendiamoci, ma per uno che prende le distanze anche da chi ha il morbillo, è quanto meno un fatto rilevante.
Avviso ai naviganti e ai “travaglini”: Marco è uno che il suo lavoro di giornalista lo sa fare. Bisogna riconoscere che senza le sue inchieste molte cose su Berlusconi avrebbero continuando ad avere quell’alone di mistero tale da renderle sconosciute ai più. Permettetemi, però, di diffidare dei moralizzatori come lui, di quei professorini portatori sani di verità, che salgono in cattedra per fare la morale agli altri quando invece dovrebbero badare a quello che fanno più che a quello che professano.

Come dicevo prima, oltre a Bruno Vespa, qualche piccolo neo ce l’ha anche il signor sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti. Il profeta che sale e scende dai palchi di tutta Italia evangelizzando il Paese sui mali del berlusconismo, ad aprile 2008, alla vigilia delle elezioni politiche, dichiara che voterà per Italia dei valori, il partito dell’ex magistrato Antonio Di Pietro. Per informare il Paese della sua scelta scrive una lettera che viene pubblicata sul blog del Tonino nazionale e pubblica questo video su You Tube:

Nobile la motivazione che porta il buon Marco a votare per Italia dei valori: «A convincermi a votare per l’Idv – scrive – sono le liste che ha presentato Di Pietro, che ospitano diverse persone di valore, alcune delle quali sono amici miei, di MicroMega, dei girotondi e di chi ha combattuto in questi anni le battaglie per la legalità e la libertà d’informazione». E tra queste persone di valore c’è anche l’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando «che – scrive Travaglio – in quanto ad antimafia non teme confronti».

Siccome Travaglio ci insegna (giustamente) che prima di parlare è bene documentarsi, leggiamo cosa dice la biografia di Leoluca Orlando su Wikipedia:

Rieletto consigliere comunale nel 1990 con oltre 70 mila voti di preferenza, non fu ricandidato a sindaco dal suo partito, e lascerà la DC l’anno successivo promuovendo la nascita de La Rete-Movimento per la Democrazia. Si ricordano in quegli anni gli accesi scontri con Giovanni Falcone, accusato da Orlando di tenere nascoste nei cassetti le carte sugli omicidi eccellenti di mafia e le prove delle collusioni di politici con Cosa nostra. L’accusa culminò in un esposto presentato al CSM dallo stesso Orlando l’11 settembre 1991, che costrinse Falcone a doversi difendere davanti all’organo supremo della magistratura italiana.

E questo è quello che recentemente l’attuale portavoce nazionale di Italia dei valori ha dichiarato in un’intervista a Klaus Davi a proposito di Giovanni Falcone:

Sempre su Wikipedia, alla voce “vicende giudiziarie” si legge:

Nel 1995 la Procura di Palermo gli inviò un avviso di garanzia come anche a Domenico Lo Vasco, ex sindaco e assessore alle Finanze in una precedente giunta Orlando, per l’appalto concesso alla Sispi, una società mista tra il Comune, l’Iri e la Finsiel, finanziaria del gruppo Iri, per l’informatizzazione dei servizi comunali. L’inchiesta fu poi archiviata.

Fu invece inquisito dal pm della Procura di Palermo, Lorenzo Matassa, per i restauri del teatro Massimo, accuse da cui Orlando, processato, fu assolto con sentenza definitiva.

Nel 1996 viene indagato per corruzione aggravata durante l’esercizio delle sue funzioni di sindaco di Palermo. Il pentito Tullio Cannella fornisce uno scenario inquietante affermando che nel 1986 il Comune di Palermo, dopo una tangente di 200 milioni di lire, acquistò degli appartamenti di un certo Giuseppe Bonanno, un prestanome di Gaspare Finocchio (imprenditore) che era invece in odore di mafia. Destinatari della tangente, secondo il pentito erano il sindaco Leoluca Orlando e l’assessore Vincenzo Inzerillo, che all’epoca dei fatti era in carcere da 16 mesi per mafia. Orlando nega ogni responsabilità.

Nel 2005 è stato condannato, con sentenza definitiva, per diffamazione aggravata nei confronti dei consiglieri comunali di Sciacca in carica nel 1999, che durante un comizio, accusò fossero collusi con la mafia (Ansa del 27/01/2005).

Chiariamo subito una cosa, Anzi due. In quanto a indagati e condannati nel panorama politico italiano c’è molto di peggio del partito di Di Pietro, ma quello che stona di Idv è che loro i valori li spiattellano anche nel nome. Un po’ azzardato visto che Orlando e qualche altro esponente della banda Di Pietro non sono proprio delle verginelle. Non sarebbe meglio Italia dei Malori? Secondo chiarimanto: Travaglio è libero di votare chi vuole, ci mancherebbe altro. Ma abbia almeno la compiacenza di non darci lezioni di morale. Anche sforzandomi, non riesco a credere che proprio a Travaglio siano sfuggiti questi piccoli peccatuci. Lui che ha studiato carte e documenti di tutti i politici, che ha stilato anche una lista di inquisiti e condannati, possibile che non ha trovato neppure un’unghia incarnita in qualcuno dei candidati di Idv? Suvvia. Vabbè che si chiama Di Pietro, ma fidarsì, così, ciecamente, mi sembra proprio un azzardo. Soprattutto per uno come il buon Marco che fa le pulci anche a un peluche. (do.mal.)

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E adesso pagateci tutti

Senza soldi non si canta messa e così anche “Ammazzateci tutti” batte cassa, pena l’estinzione. Il movimento antimafia calabrese, nato all’indomani dell’omicidio del vice presidente del Consiglio regionale Franco Fortugno, in una lettera aperta rivolta alla Nazione («Cari italiani, care italiane», parte proprio così la missiva, neppure fosse il messaggio di fine anno del presidente della Repubblica) chiede «un piccolo grande gesto di solidarietà» per garantirne la sopravvivenza. Un piccolo gesto di solidarietà che tradotto in soldoni è quantificabile in circa 30 mila euro «che – si legge ancora nella lettera a firma di Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti – basterebbero per farci riprendere fiato e metterci in condizione di fissare obiettivi di medio-lungo termine». In sostanza, i ragazzi cuor di leone di “Ammazzateci tutti” chiedono ai cari italiani e alle care italiane di diventare i loro “azionisti”.

Al di là della richiesta di pecunia, quello che colpisce di più sono alcuni passaggi della lettera strappalacrime di Pecora & Co. Ad esempio questo: «Per essere davvero liberi non ci siamo mai voluti legare a nessun carrozzone, nè politico nè imprenditoriale…  Pensate come sarebbe stato fin troppo conveniente e facile per noi sceglierci uno o più “mecenate”, anche i meno peggiori e, nel portare silenziosamente acqua al loro mulino, ottenerne laute ricompense in termini economico-logistici (apertura sedi, pubbliche relazioni con gente che conta, produzione di gadget, pianificazione di campagne pubblicitarie, ecc..). Ma abbiamo fatto la scelta di essere come gli straccioni di Valmy, abbiamo scelto di combattere contro mostri pieni di soldi e di potere…»

Un passaggio che puzza quanto meno di ambiguità, visto che proprio il leader del movimento, Aldo Pecora, in un’intervista rilasciata nel maggio 2007 al periodico “IlTribuno” dichiara che già dopo un anno dalla costituzione del movimento «qualcuno è entrato in politica attivamente… Io ero già in un partito, che era quello di Franco Fortugno (La Margherita), già prima del 16 ottobre quando è stato ucciso». Chiaro no? Se non lo è abbastanza continuate nella lettura dell’intervista, quando Pecora ammette di aver sostenuto la candidatura, sempre nella Margherita, della vedova Fortugno: «Era un messaggio che bisognava dare a chi aveva ucciso suo marito». E ancora, parlando del suo percoso, Pecora dice: «Io avevo già avuto una esperienza politica pregressa con i Ds ma me ne sono andato, con tutto che ero responsabile scuola provinciale. Anche perché, essendo politicamente figlio di nessuno, non avevo nè padre nè madre dirigenti di partito nei Ds, (anzi mio padre viene dalla Dc e io partivo dal movimento studentesco, già dal liceo ero attivo nei movimenti), quando sono arrivato ai Ds mi sono reso conto che non si poteva lavorare perché c’era un “tappo”; quindi ho detto: arrivederci e grazie, non mi faccio usare da nessuno…  Poi Franco mi ha voluto nella Margherita».
Ora, non vogliamo credere che Antonio Aprile, giornalista de “Il Tribuno” si sia inventato di sana pianta l’intervista nè che abbia frainteso o riportato in modo scorretto ciò che il suo intervistato ha dichiarato. Appare dunque evidente che Pecora libero politicamente non lo è proprio. Anche il resto del movimento non è da meno, basta guardare lo striscione (foto in alto) che i ragazzi di Locri esibiscono ad ogni piè sospinto, con tanto di addobbo floreale… Quanto meno ci viene il dubbio, confermato anche dalle parole di Pecora, che molti dei giovani antimafia hanno utilizzato “Ammazzateci tutti” quale trampolino di lancio per entrare nel mondo della politica che conta.

Nella loro lettera alla Nazione i ragazzi di “Ammazzateci tutti” dicono di avere «diverse migliaia di euro di debiti contratti (anche personalmente) nell’organizzazione delle nostre iniziative (sostenute solo parzialmente dalle poche istituzioni alle quali ci siamo rivolti). Senza contare il fatto che ormai i nostri ragazzi stanno devolvendo interamente alla causa le loro paghette settimanali in ricariche telefoniche e fotocopie». Adesso, non vogliamo fare i conti in tasca a Pecora & Co. ma basta andare a sfogliare il Bur Calabria per leggere che il primo meeting nazionale giovani antimafia denominato “Legalitàlia”, tenutosi nel 2007 a Reggio Calabria, è stato finanziato dalla Regione con qualcosa come 15 mila euro (Decreto n. 12182 del 13 agosto 2007). Saranno anche iniziative “sostenute solo parzialmente”, ma 30 milioni delle vecchie lire, solo per dire quanto è brutta la mafia non mi pare che siano pochi. Solo per citare uno dei tanti contributi ricevuti dai ragazzi di Locri in questi anni. E poi, se è vero come sostiene Pecora che gli adepti di “Ammazzateci tutti” sono circa 8000 in tutta Italia, basterebbe autotassarsi di 10 euro a testa per andare ben oltre i 30 mila euro richiesti ai cari italiani e alle care italiane.

La lettera di “Ammazzateci tutti” si conclude con uno slogan a effetto («Diventate nostri “azionisti”, almeno noi cercheremo di non fare la fine di Parmalat e Alitalia») e con un appello dal chiaro impatto emotivo: «Il 16 ottobre prossimo è il terzo anniversario dell’omicidio Fortugno e quindi della nostra “nascita”. Se entro questa data non dovessimo riuscire a sanare ogni passivo saremo costretti a staccarci la spina da soli, archiviando prematuramente questa bellissima esperienza». Una minaccia o una lusinga?

Dimenticavo. Sul suo blog Aldo Pecora scrive: «Chi non si indigna non vale niente». Che dire? Hai proprio ragione Aldo… (do.mal.)

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La ‘ndrangheta? Basta saperci convivere

Alle ultime elezioni è stato il primo cittadino più votato d’Italia con oltre il 70% delle preferenze, la scorsa settimana un sondaggio Ekma gli ha consegnato lo scettro di sindaco più amato d’Italia. Attualmente è vicepresidente dell’Anci, l’associazione nazionale Comuni italiani. Giuseppe Scopelliti non fa il sindaco a Bolzano o Trento, sarebbe fin troppo facile, bensì a Reggio Calabria, ridente cittadina calabrese famosa per i Bronzi, il mare, il sole, il bergamotto, ma anche per la disoccupazione e la criminalità organizzata, che a queste latitudini si chiama ‘ndrangheta.

La ‘ndrangheta appunto. Intervenendo a Napoli in occasione della festa nazionale dell’Mpa, alla domanda se Reggio Calabria, sulla sicurezza, batte Napoli, Scopelliti ha assicurao che, ‘ndrangheta a parte, Reggio Calabria è fra le città più sicure del Paese.

«Napoli e Reggio Calabria – ha detto il sindaco reggino – sono città molto diverse, Reggio ha i problemi di una città media ma è fra le più sicure d’Italia, al di là della ‘ndrangheta: questo è importante anche nella logica dello sviluppo turistico di un territorio. Da noi si può camminare per strada a qualsiasi ora, di giorno e di notte»

Si può essere d’accordo o meno, ma Scopelliti ha detto una sacrosanta verità: ‘ndrangheta a parte Reggio è una città sicura. Un paradosso? Forse, ma la realtà è proprio questa. A fronte di una massicia presenza mafiosa, a Reggio Calabria sono praticamente inesistenti gli episodi di microcriminalità, non ci sono stranieri che stuprano le donne per strada, scippi e rapine sono episodi rari, dei tossici armati di taglierino pronti a derubare il malcapitato di turno, nemmeno l’ombra.

Proprio oggi l’Eurispes ha reso noti i risultati di una ricerca sulla qualità della vita, che ha coinvolto un campione di oltre 1000 cittadini residenti a Reggio Calabria. Per 6 reggini su 10 si vive meglio. Ben oltre la maggioranza ha mostrato una percezione positiva con il 58,5% che ha affermato la città che è molto (14,3%) e un po’ (44,2%) migliorata, contro un 19,8% che dichiara che Reggio è un po’ (13%) e molto (6,8%) peggiorata. La restante parte del campione, circa il 20%, è concorde nel ritenere che non ci sono stati cambiamenti degni di nota negli ultimi anni, essendo dell’avviso che la qualità della vita sia rimasta invariata (leggi l’articolo completo sul blog di Massimo Calabrò).

È vero, a Reggio Calabria c’è la ‘ndragnheta, ma che volete farci, bisogna anche saperci convivere. O come disse un sindaco molto amato dai reggini:

«con certa gente qualche volte bisogna anche andare a prendersi un caffè»

Rassegnazione? Connivenza? No, puro e semplice realismo. La ‘ndrangheta in Calabria, come la mafia in Sicilia, è una piaga che è sempre esistita e continuerà ad esistere. Altra cosa, invece, è la mentalità mafiosa, la cosidetta mafiosità, che tra i reggini è un virus assai diffuso. Dove per mafiosità s’intende arroganza, prepotenza, spavalderia, superbia, strafottenza, inosservanza delle regole. Una mentalità becera che ti porta a chiedere il favore o cumpari per evitare di fare la fila alla posta o alla banca, che “autorizza” il reggino medio, o meglio, il “riggitano”, a lasciare la macchina in mezzo alla strada perché deve andare a comprare il giornale o prendere il caffè. E guai a dirgli che è in torto.

È indubbio che in questi anni Scopelliti a Reggio Calabria ha saputo lavorare, riuscendo a fare reinnamorare i reggini della città e restituendo loro quel senso di appartenenza che in tanti avevano smarrito. Un’impresa alla quale, probabilmente, solo lui ci credeva. Diverso è cambiare la mentalità di certa gente. Una missione quasi impossibile, per la quale forse non bastano gli anni e neppure le generazioni che passano. (do.mal.)

Foto gentilmente concessa da Peppe Caridi

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Nella Calabria della ‘ndrangheta salviamo almeno il ghiro

Ricordate la bellissima scena in Johnny Stecchino quando Dante (Benigni) arriva a Palermo e lo zio che lo va a prendere gli parla delle piaghe che affliggono la Sicilia?

«Purtroppo siamo famosi nel mondo anche per qualcosa di negativo… Per esempio quelle che voi chiamate piaghe… Una terribile, e lei sa a cosa mi riferisco: L’Etna, il vulcano, ma è una bellezza naturale… Ma ce un’altra piaga grave che nessuno riesce a risolvere, lei mi ha già capito… La siccità… la terra brucia, è “sicca”, una brutta cosa… Ma è la natura… e non ci possiamo fare niente… Ma dove l’uomo può fare qualcosa e non fa niente, è nella terza e più grave di queste piaghe, che veramente diffama la Sicilia, lei ha già capito, è inutile che io glielo dico, mi vergogno a dirlo: è il traffico… troppe macchine… traffico vorticoso che ci impedisce di vivere, che ci fa nemici famiglie contro famiglie»

Beh, la differenza con la Calabria è davvero minima. Da una parte si chiama mafia, dall’altra ‘ndrangheta. E anche in Calabria c’è qualcuno come lo zio di Johnny Stecchino, che si indigna per le gravi piaghe che affliggono questa regione. Una di queste cancrene, come acutamente osserva la Lipu di Reggio Calabria, la lega italiana protezione uccelli, è la caccia ai ghiri «che vengono mangiati nei rituali arcaici della ‘ndrangheta».

La Lipu fa riferimento all’operazione “Solare” della Dda di Reggio Calabria, che ha portato all’arresto di duecento trafficanti internazionali di droga in Italia e all’estero.

«Le intercettazioni dei Ros – scrive La Lipu- hanno svelato che le famiglie mafiose della Locride, quando avevano la necessità di un incontro pacificatore, ricorrevano a pranzi in montagna a base di ghiri illegalmente uccisi. Questa scoperta rende ancor più grave la tolleranza verso il bracconaggio contro questi animali che è diffusissimo in Aspromonte e sulle Serre»

Qual è la richiesta della Lipu? Ovviamente la tutela dei ghiri.

Chiaro no? Se nella Sicilia ironicamente descritta da Benigni le piaghe erano l’Etna, la siccità e il traffico, è evidente che in Calabria il problema non è tanto la ‘ndrangheta quando gli spietati bracconieri a caccia dei piccoli roditori. Poi poco importa se la criminalità organizzata calabrese, la più potente al modo, spara e uccide. Anzi, cari ‘ndranghetisti, fatelo pure, ma la prossima volta che volete organizzare un incontro pacificatore, siete pregati di eliminare dal vostro menù i ghiri. Molto meglio un buon piatto di pesce, più leggero, si digerisce meglio e il giorno dopo non resta sulla pancia. Sopratutto alla Lipu! (do.mal.)

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