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Juve e Reggina con un cuore grande così

di Ivano Bova per Malarablog

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Sulle montagne russe. Anche la ventitreesima giornata conferma l’impressione che il campionato in corso è tra i più strani e aperti degli ultimi anni. Ad ogni turno corrisponde una sorpresa, e ad ogni sorpresa uno stravolgimento in classifica.

Questa volta lo stop è toccato al Milan, fresco della vittoria per 0-3 all’Olimpico di Roma contro la Lazio. Sabato è stata una serata da dimenticare per i rossoneri: merito di una Reggina determinata oltre ogni aspettativa, capace addirittura di sfiorare con Corradi, nell’ultimo istante del recupero, il gol della vittoria. Gli amaranto, dopo il pareggio per 2-2 contro la Roma, si sono ripetuti in una gara ancor più difficile. Contro Kakà, Ronaldinho, Pato e Beckam (quella dell’inglese è stata la peggiore gara sin qui disputata in Italia), gli uomini di Orlandi hanno innalzato una diga insormontabile, con giocatori come Santos, Valdez e Lanzaro sugli scudi. Sul palco di San Siro, però, il protagonista assoluto è stato Di Gennaro, capace di ribaltare l’azione e di sfruttare le sponde di Corradi: da una di queste è nato il gol del momentaneo vantaggio amaranto, realizzato dal giovane talento di scuola Milan.

Il pareggio per 1-1 è stato più che meritato, anche se nel dopo partita Ancelotti ha recriminato per un gol annullato a Seedorf, proseguendo sulla falsariga del tecnico dell’Inter Mourinho. Il portoghese nel pomeriggio aveva criticato aspramente l’arbitro Morganti, nonostante la rotonda vittoria dei nerazzurri a Lecce (0-3 il risultato finale): se i toni del tecnico rossonero, però, sono stati pacati, Mourinho ha addirittura parlato di “episodi strani” che si sarebbero verificati, ai danni dell’Inter, nelle ultime giornate.

poulsenIn seconda posizione il posto del Milan, in discesa, è stato riguadagnato dalla Juve, che ha espugnato Catania con un po’ di fortuna (clamoroso il liscio di Terlizzi, che ha consentito a Poulsen di siglare l’1-2 al 93′) e tanto cuore: per oltre 80′ gli uomini di Ranieri hanno giocato in dieci, causa la stupida espulsione rimediata da Iaquinta. Due gialli nel giro di un minuto, uno subito dopo il gol dello 0-1, per essersi tolto la maglia nell’esultanza, e l’altra per un fallo inutile a centrocampo. La Juventus è così rimasta sulla scia dell’Inter, a -7 dalla vetta, e adesso aspetta il derby di domenica prossima tra Inter e Milan, nella speranza di poter recuperare qualcosa in classifica. Nel dopo gara, Ranieri non le ha mandate a dire a Mourinho, evidenziando con toni decisi che alimentare le tensioni non fa bene al campionato.

La squadra che continua imperterrita la risalita è la Roma, adesso a un solo punto dalla zona Champions, quel quarto posto occupato dalla Fiorentina. Ieri, la squadra di Spalletti ha offerto una prova d’alta scuola, funzionando come un’orchestra: tre gol al Genoa, uno più bello dell’altro. Il primo è stato da manuale del calcio: De Rossi, velocissimo, ha “bruciato” 50 metri di campo e servito Vucinic, che al volo non ha lasciato scampo a Rubinho.

In coda, oltre alla Reggina, anche Torino e Chievo, pareggiando nello scontro diretto, hanno accorciato su Bologna e Lecce sconfitte, portandosi a -3 dalla salvezza. La Reggina è invece a -6, e se il distacco appare difficile da colmare, lo spirito messo in campo nelle ultime due esibizioni lascia ben sperare i tifosi reggini: per alimentare i sogni di salvezza la vittoria sul Palermo, ospite domenica al Granillo, diventa adesso obbligatoria.

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Bentornato Milan

di Ivano Bova per Malarablog

Bentornato Milan. Il verdetto più importante della ventiduesima giornata, è stato emesso dal posticipo della domenica: come si era intuito nelle tre gare precedenti, è il Milan la formazione che ha digerito meglio la sosta natalizia, e con la vittoria in notturna si è portato a sei lunghezze dall’Inter.

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Una grande prestazione, quella offerta dai rossoneri all’Olimpico di Roma, contro una Lazio che nulla ha potuto di fronte allo strapotere offensivo dei milanesi: da quando Ancelotti ha messo in panchina Ronaldinho, ma soprattutto ha avuto a disposizione un Beckam in stato di grazia, il suo Milan sembra volare. Le garanzie, li davanti, sono Kakà e Pato, a segno anche a Roma: la sensazione è quella che, una volta trovate le giuste soluzioni in difesa, il Milan contenderà lo scudetto all’Inter fino all’ultima giornata.

La squadra nerazzurra, in questo momento, non appare in forma, e nonostante la prima posizione in classifica, come sempre l’area della Pinetina è pesante: pareggio casalingo col Torino dopo una gara incolore, raddrizzata solo grazie al forcing finale dei padroni di casa sull’1-1. A questo si aggiunge l’assurda esclusione di Quaresma, il giocatore maggiormente voluto da Mourinho e il colpo di mercato più costoso dell’estate, dalle liste Champions. E tra due settimane c’è il derby

L’Inter non è stata in grado di capitalizzare la sconfitta subita sabato dalla Juventus: lenta e involuta, la squadra di Ranieri resta in corsa solo grazie al mezzo passo falso della capolista. Ma dopo il capitombolo subito nel turno di metà settimana in casa dell’Udinese, la Juve s’è ripetuta, in negativo, contro un grande Cagliari. Gli isolani hanno sbancato l’Olimpico per 3-2. Molti i limiti mostrati dalla Juve, soprattutto dal punto di vista fisico, adesso a 7 punti dalla vetta. Ma si farebbe un torto a non sottolineare i meriti dei sardi, che si trovano a 34 punti in classifica, in piena zona Uefa, ed esprimono un calcio piacevole: un plauso va di diritto ad Allegri, giovane allenatore che ha saputo assemblare alla perfezione giocatori come Cossu, Acquafresa e Jeda, un autentico tridente delle meraviglie.

In classifica, nelle zone basse, sembra essersi creata una mini-frattura: la vittoria del Lecce a Siena, infatti, ha formato un solco di 4 punti fra le terz’ultime Chievo e Torino, rispetto a Bologna e Lecce, che allo stato attuale sarebbero salve. Mancano però molte gare alla conclusione: i punti in palio sono tanti, per cui neppure formazioni come Siena o Catania, rispettivamente a sette e otto punti dalla zona salvezza, possono sentirsi tranquille. Nessuno ha mollato, lo testimonia il pari interno tra Reggina e Roma: un 2-2 inatteso della squadra di Orlandi contro i lanciatissimi giallorossi, prova che gli amaranto non vogliono mollare, nonostante il distacco dal quart’ultimo posto è adesso di ben sette lunghezze.

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Pari opportunità? Sì, ma solo per i posti di potere

renato-brunettaE poi si battono per la parità. Nei giorni scorsi il ministro Renato Brunetta è intervenuto sul tema delle pensioni, sostenendo che anche le donne devono andare in quiescienza a 65 anni, come gli uomini. Tre secondi dopo è venuto giù l’inferno, con i soliti sindacati (quelli, per intederci, che difendono fannulloni e  assenteisti) assaliti da un’attacco acuto d’orticaria.

«Il governo non ci provi nemmeno a mettere mano all’età pensionabile – ha avvertito il segretario confederale della Cgil-Fp, Carlo Podda –. Le donne vanno in pensione con il massimo dell’età e con il nostro sistema si va sulla base dei contributi. Dire che la misura serve per risolvere la sperequazione è una provocazione intollerabile»

Ma come, prima si invoca la tanto bistrattata parità e poi, quando c’è qualcuno che la vuole applicare, in questo caso il ministro Brunetta, tutti a dargli contro? Paese davvero strano l’Italia.

Brunetta spiega che la sua non è una boutade né una provocazione, si tratta solo di ottemperare a una pronuncia della Corte di Giustizia europea, che condanna l’Italia perché l’anticipazione dell’età pensionabile delle donne determina una discriminazione.

«Quelli di sinistra – dice il ministro – abbiano il coraggio di dire chiaramente che per loro la donna deve essere l’angelo del focolare. Che deve curare i genitori anziani o i nipotini. Loro vogliono la “donna-sandwich”, schiacciata, da una parte, da un lavoro nel quale non può fare carriera e guadagna meno degli uomini e, dall’altra, dalle cure familiari. Lo dica Epifani, che non legge i dossier, non studia e non s’informa. Sia onesto!»

Nel senso letterale del termine, la parità tra uomo e donna dovrebbe essere intesa come qualcosa simile a una partita doppia, con una colonna dare e un’altra avere. Insomma, non si può invocare una parità di convenienza e non accettare gli aspetti negativi che tante volte questa comporta. Oppure, le pari opportunità devono essere tali solo quando si tratta di spartire posti di potere?

E poi, qualcuno mi vuole spiegare perché le Commissioni pari opportunità presenti nelle istituzioni, sono composte esclusivamente da sole donne?

Cito solo tre casi. La Commissione regionale per la realizzazione di Pari Opportunità tra uomo e donna in Lombardia, conta 13 componenti femminili; la Regione Lazio, invece, ha istituito un Comitato regionale pari opputunità composto da un presidente e ben 27 componenti. Anche in questo caso tutte donne; stessa cosa in Calabria, dove la Commissione regionale per le pari opportunità è composta da 14 donne.

Non c’è che dire. Davvero un bell’esempio di parità. (do.mal.)

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Repubblica, fatti reali e verità supposte

Parliamo un po’ di calcio. Ma non di quello giocato, di quello chiacchierato. Chiacchierato soprattutto da Repubblica che come al solito deduce e insinua a proprio uso e consumo. Così, giusto per infamare questo o quel giocatore a seconda del giornalista-tifoso che in quel momento scrive l’articolo.

Il primo caso riguarda Franco Brienza (invito a leggere anche il post di Massimo Calabrò). Il fantasista della Reggina domenica scorsa a Palermo è stato protagonista di un bel gesto di fair-play. Il giocatore, infatti, si trovava solo davanti al portiere quando si è accorto di uno scontro a centrocampo e ha fermato il gioco. Gesto criticato dai tifosi amaranto, soprattutto per il fatto che la squadra dello Stretto si trova penultima in classifica con un solo punto.
Occasione troppo ghiotta per Repubblica che non perde occasione per screditare Reggio Calabria e la sua gente. Secondo il quotidiano, infatti, il giocatore non potrebbe uscire di casa. «Non posso più girare per le strade di Reggio», questa la dichiarazione riportata da Repubblica. Che i tifosi della Reggina non abbiano apprezzato il gesto di Brienza è notorio, ma dire che sono pronti ad aggredire il proprio calciatore, mi sembra proprio esagerato. Ma d’altronde Repubblica non è nuova a questi episodi di demonizzazione.

Il secondo caso riguarda il portiere del Milan Christian Abbiati. In una lunga intervista rilasciata a Sportweek, il numero uno rossonero ha confessato di condividere i valori del fascismo:

«Io non ho vergogna a manifestare la mia fede politica. Del fascismo – ha detto Abbiati – condivido ideali come la Patria e i valori della religione cattolica. Rifiuto le leggi razziali, l’alleanza con Hitler e l’ingresso in guerra, ma mi piace la capacità che aveva di assicurare l’ordine, garantendo la sicurezza dei cittadini»

In precedenza il caso più eclatante è stato quello dell’ex capitano della Lazio Paolo Di Canio, che dichiarò di essere «fascista, ma non razzista» e sotto la curva festeggiava col saluto romano. O del portierone della Juventus e della Nazionale, Gigi Buffon, che disegnò di suo pugno una canottiera con su scritto «Boia chi molla».

Repubblica che fa? Con un articolo di Corrado Zunino s’indigna per «quel fascino per la camicia nera che cresce nel mondo del calcio» (titolo del pezzo). “Zunino il partigiano” prima definisce quello di Abbiati «revisionismo pret a’ porter» e poi si scaglia contro Buffon, Cannavaro, De Rossi, Aquilani, Tacconi e Sereni, tutti rei di essere simpatizzanti fascisti.

Ma la cosa più bella di “Zunino bella ciao” è l’indignazione:

«Il problema – scrive – è che i calciatori navigano dentro un mare di ipocrisia che consente di tenere “Faccetta nera” nella suoneria del cellulare senza provare sensi di colpa»

Peccato, però, che l’acuto giornalista di Repubblica non menzioni giocatori dichiaratamente di sinistra come Miccoli, Lucarelli e Zampagna, solo per citarne alcuni. Col primo che porta Che Guevara tatuato sulla gamba e gli altri due che escono dal campo salutando i tifosi col pugno chiuso. “Zunino il moralista” s’indigna, poi, che certi calciatori come suoneria per il cellulare hanno “Faccetta nera”, ma non ricorda quando la curva rossa del Livorno ha fischiato durante il minuto di silenzio per il militare morto in Afghanistan.

E allora cara Repubblica e stimatissimo Zunino, la vita è fatta di cose reali e cose supposte. Se le cose reali le mettiamo da una parte, le supposte dove le mettiamo? (do.mal.)

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Povero Zeman! Tutti lo vogliono, tutti lo cercano ma nessuno lo ama

Rieccolo, povero Zeman. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano ma nessuno lo ama. “Mister esonero” proprio non ce la fa a concludere un intero campionato senza essere cacciato via. Stavolta a dargli il benservito è stata la Stella Rossa di Belgrado, in pratica la Juventus di Serbia, squadra dove il tecnico boemo si era rifugiato dopo le esperienze negative in Italia.

Ma che volete farci, Zdenek Zeman non è cattivo o incapace, e che lo dipingono così. Ricordate cosa aveva detto il fustigatore di “farmacalciopoli” prima di sbattere la porta e scappare di corsa in Serbia? «Vado via perché il sistema non mi permette di allenare in Italia. Con me i presidenti si spaventano». Sì, di retrocedere. Queste, invece, le sue prime parole dopo aver raggiunto l’accordo con la Stella Rossa: «Avevo voglia di tornare ad allenare. A Belgrado andrò in una squadra che ha vinto trenta campionati». Una minaccia o una lusinga?

Dopo appena tre giornate di campionato si è subito capito che quella del “mago del calcio champagne” era una vera e propria minaccia. La squadra che aveva vinto trenta campionati, infatti, oltre ad essere stata clamorosamente eliminata nei preliminari di Coppa Uefa dai ciprioti dell’Apoel Nicosia, adesso si ritrova ultima in classifica con un punto, otto in meno rispetto agli storici rivali del Partizan Belgrado, primi a punteggio pieno. E pensare che anche Walter Zenga era riuscito a vincere uno scudetto da quelle parti.

L’ex allenatore di Foggia, Lazio e Roma, secondo quanto riferito dall’agenzia serba Tanjug, è stato rimosso dall’incarico al termine di una riunione d’emergenza tenuta nella tarda serata di sabato dai vertici del club. Sembra, però, che nessuno sia rimasto sorpreso dell’ennesimo licenziamento del tecnico boemo. Nel nutrito curriculum di Zeman, infatti, alla voce esoneri compaiono anche quelli di Parma, Lazio, Fenerbahce (Turchia), Napoli, Salernitana, Lecce e Roma, dove il tecnico boemo fu sostituito da Fabio Capello che l’anno dopo vinse lo scudetto.

Ovviamente anche in Serbia il flop di Zemanlandia non è imputabile al suo mentore. Figuriamoci. Da indiscrezioni sembrerebbe infatti che anche lì vige ‘o sistema che non permetterebbe a Zeman di allenare. Non ci credete? Ascoltate le parole del “santone” boemo la settimana prima dell’esonero: «Non so se i calciatori mi boicottano, ma in campo nessuno fa quello che prepariamo in allenamento e questo non è normale».

Se come allenatore non gliene va bene una, Zeman potrebbe sempre provare a riciclarsi come sindacalista. Volete una dimostrazione delle sue qualità? Ecco cosa disse dopo la cacciata di Donadoni dalla guida della Nazionale: «Sbagliato esonerarlo, è stato solo più sfortunato di Lippi». Ma la perla più bella il buon Zdenek la consegna al suo sito ufficiale, dove scrive: «A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco». Quasi, quasi ci crede pure lui. Peccato, però, che il grande moralizzatore da oltre 30 anni fa parte di quest’industria.

Sarebbe però inseneroso non riconoscere un primato all’uomo che ha portato in Italia il calcio spettacolo. E che record. Quello, cioè, di essere stato allontanato da tutte le squadre in cui ha allenato negli ultimi 15 anni, in qualunque Paese, in qualunque serie e a qualunque livello.

Povero Zdenek. Più sfortunato di Paperino, più piccolo e nero di Calimero. Chi glielo doveva dire che finanche in Serbia ci sono presidenti che si spaventano di lui. E poi che tristezza vederlo così, andare via moggi(o), moggi(o)… (do.mal.)

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