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C’è chi è uomo e chi Caporale!

Eccolo un altro partigiano dell’informazione libera, uno di quegli intellettualotti di sinistra che si credono i padreterno del giornalismo, i depositari della verità giusta ed equilibrata. Un altro componente di quella band stonata di tromboni che ti servono l’antiberlusconismo a colazione, pranzo e cena. E poco importa se per raggiungere il loro scopo buttano merda sull’Italia e sugli italiani.

Il soggetto in questione è il giornalista di Repubblica Antonello Caporale, il quale, intervenendo alla trasmissione Exit condotta da Ilaria D’Amico su La7, ha detto la sua sul Ponte sullo Stretto definendo le città di Reggio Calabria e Messina due cloache. Vale a dire due fogne.

Alle esternazioni di Caporale è seguito il disappunto, com’era prevedibile,  degli abitanti delle due sponde, con tanto di gruppi anti-Caporale su Facebook. Oltre alla presa di posizione netta da parte delle istituzioni di Reggio Calabria e Messina e di alcune associazioni di consumatori, con tanto di denuncia alla Procura della Repubblica e richiesta di risarcimento.

Comprendendo, probabilmente, la stronzata che aveva detto, Caporale in una lettera pubblicata su Facebook (il testo integrale si può leggere su Tempostretto.it), con una memorabile arrampicata sugli specchi, ha cercato di correggere il tiro, affermando che «il mio giudizio era rivolto a chi ha malgovernato quelle città».
Ergo, le cloache non sarebbero i cittadini di Reggio Calabria e Messina bensì i loro rispettivi sindaci, Giuseppe Scopelliti e Giuseppe Buzzanca. L’illuminato giornalista, dunque, ci sta dicendo di essere stato male interpretato. Ma un attimo, non era Berlusconi ad essere sempre frainteso?

Caro Caporale, capisco che l’Alzheimer è una brutta bestia, ma i tuoi 47 anni fuggono il dubbio di una qualche senilità precoce che ti fanno dimenticare di essere originario di una terra, la Campania, che in quanto a cloaca non è seconda a nessun altra regione italiana. Anche i tuoi rifiuti, signor giornalista d’assalto, hanno contribuito ad alimentare questa fogna a cielo aperto.

Nel caso, ancora, non dovessi ricordare, riguarda queste cartoline illustrare della tua bella Campania, autentico orgoglio nazionale:

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Quindi, illustre collega, mi sembra evidente che il termine cloaca, ossia fogna, ben si adatta alla tua Campania, prima ancora che a Reggio Calabria e Messina. E non solo per i politici che la governano!

In fine dei conti non era un grande napoletano (lui sì) come Totò che si chiedeva: siamo uomini o caporali? Evidentemente il dubbio era più che fondato: c’è chi nasce uomo e chi Caporale! (do.mal.)

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E la sinistra già pensa di clonare la social card

social-cardPoteva mai la sinistra spendere parole di apprezzamento per  la social card del governo Berlusconi? Assolutamente no. Il primo a dire la sua, neanche a dirlo, è stato Guglielmo Epifani, leader riconosciuto di una sinistra che ha da tempo rinnegato il povero Uolter Veltroni. Il numero uno della Cgil parla del provvedimento governativo a favore delle fasce meno abbienti come di «uno strumento usato da Roosevelt negli anni Trenta, una cosa vecchia di 60 anni». Al coro si unisce anche Rosy Bindi che parla di «pannicello caldo» e il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, che addirittura paragona la social card alle tessere annonarie del fascismo.

E leggete cosa dichiara l’ex parlamentare no-global Francesco Caruso, quello che dall’Italia e dagli italiani ha percepito 20.000 euro al mese. Un ragazzetto latifondista, proprietario di una distesa di terreni agricoli diventato deputato per meriti eversivi:

«Aspettiamo di vedere questa social card, per capire se e come sia possibile clonarla, per distribuirne non una ma qualche centinaia di tessere ad ogni precario, pensionato, disoccupato. Tremonti, in nome del comune richiamo a Robin Hood, non ci denuncerà certo per quest’azione di risarcimento sociale»

Parto dal precupposto che 40 euro al mese non sono di certo il paltò di Napoleone (Totò docet) che possono risolvere i problemi delle famiglie che non arrivano neppure alla terza settimana ma, come si dice in questi casi, sono sempre meglio di un calcio nel sedere (o nelle palle, ma detta così discriminerei una parte della popolazione!).

Per quanto riguarda lo strumento in quanto tale, ovviamente quelle che raccontano Epifani e Ferrero sono emerite castronerie. Delle due l’una: o mentono sapendo di mentire oppure l’antiberlusconismo li ha accecati così tanto da non sapere che questo tipo di card esistono già in mezzo mondo.

social-card-pennsylvaniaUna carta ricaricabile per meno abbienti o per i giovani a basso reddito esiste in Gran Bretagna, Polonia e Olanda, con le stesse caratteristiche della social card italiana. Negli Usa è stata riavviata nel 1961 e dal primo ottobre di quest’anno è mirata agli acquisti di viveri per le persone a basso reddito (nella foto quella della Pennsylvania). Un’altra card lanciata dalla Croce Rossa si è rivelata determinante dopo l’uragano Katrina. Lo stato della Georgia, invece, la utilizza per il supporto all’infanzia e per evitare alle famiglie bisognose le spese dei conti bancari.

Condannando la social card, però, la Bindi, Ferrero, Caruso ed Epifani non ricordano agli italiani cosa ha fatto il governo Prodi per le fasce meno abbienti. Menziono solo due aspetti, per il resto vi rimando al blog di Wallace73:

Con l’aumento delle aliquote, il governo di centrosinistra ridusse la fascia di esenzione totale dalle tasse e soprattutto creò gli incapienti: contribuenti a basso reddito che, essendo esclusi dalla denuncia dei redditi, non potevano neppure usufruire delle detrazioni fiscali e di altri benefici. Non solo. La sinistra costrinse le fasce deboli a pagare anche le addizionali comunali e regionali, che non prevedevano alcuna franchigia per i disagiati.

Oggi quella stessa sinistra contesta le misure prese dal governo Berlusconi. E  ovviamente non si tratta dei 40 euro, i sinistri avrebbero fatto la voce grossa anche se fossero stati mille euro, così come è già avvenuto per il bonus bebè e l’aumento delle pensioni minime. Che ci volete fare, ognuno si eccita come può! (do.mal.)

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The winner is… Barack Obama!

Stanotte Barack Obama sarà ufficialmente il 44esimo presidente degli Stati Uniti. Il nostro Trapattoni direbbe «non dire gatto se non ce l’hai nel sacco», ma al di là delle dichiarazioni di facciata e dei sondaggisti (che volete anche loro tengono famiglia e devono pur campare) che danno John McCain in recupero sul senatore nero dell’Illinois, gli americani hanno già deciso chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca.

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Di fatto Obama è diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti il 3 giugno 2008, quando ha ottenuto il quorum necessario per la nomination democratica, battendo a sopresa, alle elezioni primarie del Partito Democratico, l’ex first lady e senatrice dello stato di New York Hillary Clinton (ritenuta dai sondaggi la grande favorita della vigilia).

Per fortuna i Democratici americani sono tutt’altra cosa rispetto ai Democratici italiani, così come Obama non è assolutamente l’equivalente del nostro Uolter Veltroni, anche se qualcuno vorrebbe farcelo credere. Cercare di spiegare le differenze tra Repubblicani e Democratici americani, prendendo ad esempio la Destra e la Sinistra italiana e quanto di più fuorviante possa esistere.

Rispetto all’Italia, infatti, dove gli schieramenti contrapposti esistono solo per eliminarsi a vicenda, nella politica americana democratici e repubblicani si discostano di poco. Per questo motivo un americano può stare tranquillo che governi l’uno o l’altro, faranno sempre l’interesse del popolo.

È nascosto proprio in questa differenza il fascino che Obama inizia a riscuotere anche nella destra italiana. La prima a rimanere stregata dal senatore nero è stata il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini («Il mio punto di riferimento è quello che sta facendo Obama in America»), poi è stata la volta di Sandro Bondi («Vedo molte analogie tra Obama e Berlusconi») e Franco Frattini («È vero hanno punti in comune soprattutto nel modo di comunicare»). Anche Paolo Guzzanti ha rivelato di aver fatto il tifo per McCain, ma di tenere adesso per Obama («Sono di destra e sto per Obama, anche se brinderò lo stesso se dovesse vincere l’Old Boy»).

In rete è nato addirittura il sito “Il PdL per Obama su iniziativa di un gruppo di parlamentari del Popolo delle Libertà:

«… abbiamo aderito a questa iniziativa perché non sono rimasti indifferenti alla proposta riformista, modernizzatrice e di forte innovazione politica e sociale di Obama. Alla sua passione, al suo carisma che può davvero rappresentare una svolta storica per gli Stati Uniti d’America».

In questo senso mi sembra molto interessante la riflessione di Giuseppe De Bellis che spiega il perché Barack Obama affascina la destra:

«Obama affascina la destra perché se c’è una certezza è che lui non è di sinistra. Lo dicono le sue idee, i fatti, la sua campagna elettorale. Ovvio che la sinistra italiana, perennemente a caccia di una legittimazione internazionale, abbia tentato di appropriarsene. Ovvio e però diabolicamente perverso, perché Obama non c’entra con loro. C’entra con un nuovo prototipo di leader bipartisan, forse nopartisan».

Più chiaro di così…

E poi permettetemi una divagazione personale. Un nero alla Casa Bianca è quello che ogni juventino si sognerebbe. Un’accoppiata assolutamente vincente! (do.mal.)

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Italia-Francia, scontro sulla Br Petrella Stavolta la testata è di madame Carlà

Se solo avesse letto le vicende riguardanti Adriano Sofri e Francesca Mambro, il presidente francese Nicolas Sarkozy e la sua gentile consorte, madame Carlà Brunì, non si sarebbero opposti all’estradizione della brigatista rossa Marina Petrella. Una che fino ad oggi se l’è spassata in terra francese grazie alla cosidetta dottrina Mitterand“, che concede asilo ai terroristi, ancora meglio se sono italiani, a patto che questi non compiano reati su suolo francese.


Le motivazioni che hanno spinto Sarkozy a non concedere l’estradizione rispondono a quelle che lui stesso ha definito «ragioni umanitarie». La “signora terrorista”, infatti, sembra non godere di ottima salute, tanto da essere stata scarcerata e posta in stato di libertà vigilata in un ospedale dove viene alimentata con un sondino. In difesa della Petrella si è mossa nientepopodimenoché madame Carlà Brunì, la quale non perde occasione di accorrere al capezzale dell’amica terrorista. E con lei la sorella, l’attrice Valeria Bruni Tedeschi (sconsiglio caldamente i suoi film a chi soffre di disturbi psico-depressivi). «Sì, me ne sono occupata – ammette la sorellina di Carlàe ne ho parlato sia con mia sorella che con suo marito. Il quale, a sua volta, s’è informato direttamente presso i medici che hanno in cura questa signora, ha incontrato i suoi avvocati e ha studiato personalmente tutti i dossier sul suo stato di salute. L’importante è che questa soluzione sia arrivata, e che non ci sia un’altra vittima». Moi oui. Brava, anzi bravà madame Brunì.

Ma non è tutto. «Penso che questa signora – prosegue l’attrice nella sua intervista a Corriere.itabbia già pagato il suo debito per ciò che ha fatto. E in ogni caso mi chiedo: che vantaggio poteva dare, per le vittime e più in generale all’Italia, contare un morto in più? I familiari delle vittime sono persone che hanno sofferto, penso che possano capire».

Ma scherzi? Figurati se non capiranno. Leggete un passaggio del comunicato stampa diffuso dall’associazione italiana vittime del terrorismo:

«L’Associazione esprime la più profonda indignazione per questa ennesima ingiustizia che ha cancellato con un colpo di spugna omicidi e sequestri, ferendo ulteriormente il popolo italiano, le vittime ed i loro familiari che hanno subito la cieca e sanguinaria violenza del terrorismo».

La Bruni Tedeschi conclude la sua intervista strappalacrime con un’autentica perla di umanità: «Ora potrà curarsi senza più avere la spada di Damocle di tornare in carcere in Italia, potrà lavorare su se stessa e tornare la donna che era prima. In carcere Marina Petrella sarebbe morta. Non ce la faceva a mangiare per lo stato di depressione fisica e psichica che l’aveva assalita e dal quale non è ancora guarita».

Ecchissenefrega, mi verrebbe da dire. Magari a quest’ora in cella staranno soffrendo di depressione anche Totò Riina e Bernando Provenzano. Che facciamo, concediamo la grazia pure a loro? In fin dei conti la “signora terrorista” anche in carcere farebbe una morte sicuramente più dignitosa di quella che ha fatto fare lei a tante altre persone sotto i colpi di una pistola o di una molotov. Ma anche qui ci hanno pensato i parenti delle vittime a rispondere in modo assolutamente dignitoso:

«…all’epoca degli attentati terroristici italiani a cui ha concorso la Petrella, le vittime ed i loro familiari non abbiano potuto usufruire delle cure mediche per le patologie psichiatriche e psicologiche di cui risulterebbe affetta la Petrella e di cui sono state sicuramente afflitte le sue vittime».

La decisione di Sarkozy offende anche gli italiani (ovviamente non Carlà Brunì e sorellina che hanno rinnegato il nostro Paese per naturalizzarsi francesi) e l’Italia, che in tema di diritti civili e umanitari è stata considerata al pari della Cambogia dei Khmer Rossi o dell’Afganistan dei Talebani. Non solo monseigneur Sarkozy non sa che anche in Italia i detenuti malati vengono curati con tutti i riguardi, ma ignora anche che i terroristi al pari della Petrella sono tra i più coccolati nei salotti radical-chic, si arricchiscono scrivendo libri, vengono riabilitati e diventano delle icone di sapere e saggezza, andando in giro per le Università a diffondere il loro Verbo. Insomma, più o meno quello che gli è permesso di fare alla corte di Nicolas e Carlà. (do.mal.)

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E adesso pagateci tutti

Senza soldi non si canta messa e così anche “Ammazzateci tutti” batte cassa, pena l’estinzione. Il movimento antimafia calabrese, nato all’indomani dell’omicidio del vice presidente del Consiglio regionale Franco Fortugno, in una lettera aperta rivolta alla Nazione («Cari italiani, care italiane», parte proprio così la missiva, neppure fosse il messaggio di fine anno del presidente della Repubblica) chiede «un piccolo grande gesto di solidarietà» per garantirne la sopravvivenza. Un piccolo gesto di solidarietà che tradotto in soldoni è quantificabile in circa 30 mila euro «che – si legge ancora nella lettera a firma di Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti – basterebbero per farci riprendere fiato e metterci in condizione di fissare obiettivi di medio-lungo termine». In sostanza, i ragazzi cuor di leone di “Ammazzateci tutti” chiedono ai cari italiani e alle care italiane di diventare i loro “azionisti”.

Al di là della richiesta di pecunia, quello che colpisce di più sono alcuni passaggi della lettera strappalacrime di Pecora & Co. Ad esempio questo: «Per essere davvero liberi non ci siamo mai voluti legare a nessun carrozzone, nè politico nè imprenditoriale…  Pensate come sarebbe stato fin troppo conveniente e facile per noi sceglierci uno o più “mecenate”, anche i meno peggiori e, nel portare silenziosamente acqua al loro mulino, ottenerne laute ricompense in termini economico-logistici (apertura sedi, pubbliche relazioni con gente che conta, produzione di gadget, pianificazione di campagne pubblicitarie, ecc..). Ma abbiamo fatto la scelta di essere come gli straccioni di Valmy, abbiamo scelto di combattere contro mostri pieni di soldi e di potere…»

Un passaggio che puzza quanto meno di ambiguità, visto che proprio il leader del movimento, Aldo Pecora, in un’intervista rilasciata nel maggio 2007 al periodico “IlTribuno” dichiara che già dopo un anno dalla costituzione del movimento «qualcuno è entrato in politica attivamente… Io ero già in un partito, che era quello di Franco Fortugno (La Margherita), già prima del 16 ottobre quando è stato ucciso». Chiaro no? Se non lo è abbastanza continuate nella lettura dell’intervista, quando Pecora ammette di aver sostenuto la candidatura, sempre nella Margherita, della vedova Fortugno: «Era un messaggio che bisognava dare a chi aveva ucciso suo marito». E ancora, parlando del suo percoso, Pecora dice: «Io avevo già avuto una esperienza politica pregressa con i Ds ma me ne sono andato, con tutto che ero responsabile scuola provinciale. Anche perché, essendo politicamente figlio di nessuno, non avevo nè padre nè madre dirigenti di partito nei Ds, (anzi mio padre viene dalla Dc e io partivo dal movimento studentesco, già dal liceo ero attivo nei movimenti), quando sono arrivato ai Ds mi sono reso conto che non si poteva lavorare perché c’era un “tappo”; quindi ho detto: arrivederci e grazie, non mi faccio usare da nessuno…  Poi Franco mi ha voluto nella Margherita».
Ora, non vogliamo credere che Antonio Aprile, giornalista de “Il Tribuno” si sia inventato di sana pianta l’intervista nè che abbia frainteso o riportato in modo scorretto ciò che il suo intervistato ha dichiarato. Appare dunque evidente che Pecora libero politicamente non lo è proprio. Anche il resto del movimento non è da meno, basta guardare lo striscione (foto in alto) che i ragazzi di Locri esibiscono ad ogni piè sospinto, con tanto di addobbo floreale… Quanto meno ci viene il dubbio, confermato anche dalle parole di Pecora, che molti dei giovani antimafia hanno utilizzato “Ammazzateci tutti” quale trampolino di lancio per entrare nel mondo della politica che conta.

Nella loro lettera alla Nazione i ragazzi di “Ammazzateci tutti” dicono di avere «diverse migliaia di euro di debiti contratti (anche personalmente) nell’organizzazione delle nostre iniziative (sostenute solo parzialmente dalle poche istituzioni alle quali ci siamo rivolti). Senza contare il fatto che ormai i nostri ragazzi stanno devolvendo interamente alla causa le loro paghette settimanali in ricariche telefoniche e fotocopie». Adesso, non vogliamo fare i conti in tasca a Pecora & Co. ma basta andare a sfogliare il Bur Calabria per leggere che il primo meeting nazionale giovani antimafia denominato “Legalitàlia”, tenutosi nel 2007 a Reggio Calabria, è stato finanziato dalla Regione con qualcosa come 15 mila euro (Decreto n. 12182 del 13 agosto 2007). Saranno anche iniziative “sostenute solo parzialmente”, ma 30 milioni delle vecchie lire, solo per dire quanto è brutta la mafia non mi pare che siano pochi. Solo per citare uno dei tanti contributi ricevuti dai ragazzi di Locri in questi anni. E poi, se è vero come sostiene Pecora che gli adepti di “Ammazzateci tutti” sono circa 8000 in tutta Italia, basterebbe autotassarsi di 10 euro a testa per andare ben oltre i 30 mila euro richiesti ai cari italiani e alle care italiane.

La lettera di “Ammazzateci tutti” si conclude con uno slogan a effetto («Diventate nostri “azionisti”, almeno noi cercheremo di non fare la fine di Parmalat e Alitalia») e con un appello dal chiaro impatto emotivo: «Il 16 ottobre prossimo è il terzo anniversario dell’omicidio Fortugno e quindi della nostra “nascita”. Se entro questa data non dovessimo riuscire a sanare ogni passivo saremo costretti a staccarci la spina da soli, archiviando prematuramente questa bellissima esperienza». Una minaccia o una lusinga?

Dimenticavo. Sul suo blog Aldo Pecora scrive: «Chi non si indigna non vale niente». Che dire? Hai proprio ragione Aldo… (do.mal.)

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Alitalia-Cgil, quando si dice la coerenza

Alitalia sempre più nel caos. Gugliemo Epifani ha pisciato fuori dal vaso, se n’è accorto e adesso cerca di far ripulire gli altri: il governo Berlusconi, i colleghi sindacalisti di Cisl, Uil e Ugl, la Cai, i piloti, il commissario Fantozzi, il ragionier Filini, il geometra Calboni e la signorina Silvani. Anzi, il numero uno della Cgil fa di più e chiede «un’assunzione generale di responsabilità». Come dire: io ho pisciato fuori dal vaso, ma un goccino l’avete fatta pure voi!

Nell’intervista rialsciata oggi a Repubblica, Epifani respinge le accuse di Berlusconi, lancia segnali a Colaninno e soprattutto rilancia l’ipotesi di una cessione a un vettore internazionale. Proprio così, il leader del sindacato rosso, quello che si era scagliato contro Air France, adesso dispensa consigli (e con quello che costano le consulenze c’è poco da fidarsi) e dal suo pulpito proclama: «Il governo venda Alitalia a una compagnia straniera».

Ma facciamo un passo indietro. Il 29 novembre 2006 Epifani sceglie sempre Repubblica per dichiarare:

«Alitalia scomparirà se andrà all’accordo con Air France alle condizioni poste da quest’ultima»

Il 2 aprile 2008, quando il numero uno di Air France, Jean-Ciryl Spinetta, rompe le trattative dopo l’incontro con i sindacati, Epifani rincara la dose e dice: 

«Il piano di Air France presenta troppe incertezze e su troppi fronti: non sono indicate le risorse necessarie per garantire il rilancio e lo sviluppo di Alitalia, non è accettabile il livello di esuberi, non ci sono garazie per l’area di Az servizi, per il futuro dei suoi dipendenti, per il futuro di Malpensa e per il settore della manutenzione»

Bene, se ne deduce che non è stato Berlusconi, come anche Marco Travaglio vuole farci credere, a far fallire la trattativa con i francesi (vi era ancora in carica il governo Prodi), bensì l’onnipresente Guglielmo Epifani.

Il 21 aprile 2008, esattamente 19 giorni dopo la rottora con Spinetta, Epifani ritratta e aggiusta il tiro:

«Per Alitalia, Air France resta la via principale, ma i francesi devono pensare di più a Malpensa. Contemporaneamente credo che si debba assicurare, con Air France, una presenza di soggetti italiani più robusta di quella ipotizzata»

E sapete cosa dichiara oggi, 20 settembre 2008, il leader della Cgil?

«O il governo e il commissario trovano il modo di riaprire la trattativa con Cai, oppure io vedo una sola strada: la vendita immediata a una grande compagnia straniera, che ci può assicurare un know-how industriale più forte e condizioni finanziarie più solide»

Ma come, non era proprio Epifani che ha fatto la voce grossa quando i francesi volevano comprare l’Alitalia? Quando si dice la coerenza. L’impressione è che il signor Cgil stia rischiando nuovamente di farla fuori dal vaso. Qualcuno prepari la segatura. (do.mal.)

Sulla vicenda Alitalia leggi anche l’editoriale di Mario Giordano

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Come la marcia dei quarantamila

di Mario Giordano

«E se la chiamassimo la strage di via Epifani?». C’è anche il lettore spiritoso. E poi c’è quello infuriato, quello sdegnato, quello sgomento. Ce ne sono di tutti i tipi fra le centinaia e centinaia che in queste ore hanno fatto arrivare in redazione messaggi in ogni modo, via mail, telefono o posta tradizionale. Tutti hanno in comune una cosa: condividono la denuncia contro i mandarini del sindacato kamikaze. C’è chi si sfoga, chi s’interroga, chi propone misure drastiche, chi chiede di ripubblicare le inchieste sul giro d’affari della Cgil, che come sapete custodisce i bilanci come il Vaticano il segreto di Fatima. Qualcuno propone addirittura uno sciopero contro i sindacati, una specie di nemesi storica, di impraticabile legge del contrappasso all’insegna del «chi di cobas ferisce di cobas perisce».
I messaggi arrivati in redazione, d’altra parte, combaciano alla perfezione con quello che si respira nel Paese, nelle strade delle città, sui tram, nei bar, fra la gente comune, fra le persone normali, quelli per cui il giorno dura sempre 24 ore (mica come i piloti che possono farlo diventare di 33 ore), quelli che non vanno a lavorare con l’autista mandato dall’azienda e faticano a farsi retribuire quando restano in fabbrica fino all’ultimo minuto, figurarsi se c’è qualcuno che paga loro pure i giorni di riposo.
Anche i sondaggi lo confermano: per la maggior parte degli italiani la colpa del fallimento della trattativa Alitalia è della Cgil e dei piloti. E con buona pace degli affannosi proclami di Fassino (ma non doveva occuparsi della Birmania?) e di Veltroni in gita a New York (ma non doveva occuparsi dell’Italia?), solo il 10 per cento degli intervistati addossa qualche responsabilità al governo. Chissà che stupore per i bonzi della cloche dorata. Ma in realtà si stupiscono solo loro: agli altri è abbastanza evidente che ormai i sindacati non li comprende più nessuno. Sono lontani dal Paese, non lo capiscono e non si fanno capire, parlano un linguaggio esoterico e sconosciuto.
L’altra sera sono capitato in mezzo a un dibattito sull’Alitalia in cui c’erano tre di loro: mi sembrava di essere un marziano piovuto per sbaglio a Trastevere. Li ho sentiti arrampicarsi sugli specchi dei loro formalismi, li ho visti specchiarsi dentro le circonlocuzioni che nascondono il loro nulla. Alla fine si dipingevano sempre come eroi, generosi condottieri, salvatori della patria. A un certo punto, mi chiedevo: ma ci sono o ci fanno? Sanno quel che dicono o ci stanno prendendo in giro?
E ho realizzato di colpo che lo choc dell’Alitalia forse potrebbe diventare un bene per il Paese. Come lo fu la marcia dei quarantamila a Torino, come lo fu lo sciopero dei minatori per la Thatcher. Può essere il punto di svolta, il momento di non ritorno, il vero cambiamento del Paese. Fateci caso: i sindacati hanno perso definitivamente la faccia, il loro consenso è crollato. Hanno dimostrato la loro vera natura: sono marajah, una casta, boiardi iperprotetti con tendenza al parassitismo, privilegiati che arricchiscono le loro organizzazioni alle spalle del sistema senza mai difendere i più deboli. Anzi, il più delle volte danneggiandoli.
La dimostrazione sta in quelle scene di giubilo esplose alla notizia del fallimento delle trattative. Immagini che oggi riepiloghiamo in un’apposita pagina: sono da staccare e conservare perché resteranno nella storia del Paese. Voi avete mai visto operai che festeggiano perché la loro fabbrica sta chiudendo? Tute blu che esultano quando lo stabilimento viene smantellato? No? E allora perché, invece quei bei figurini imbustati dentro tailleur e divise d’ordinanza si sganasciavano dalle risate? Per un motivo semplice: speravano (e sperano) nell’intervento dello Stato. In fondo per decenni è sempre stato così: loro si rimpinzavano di privilegi, piatto ricco mi ci ficco, menu da business class. Tanto poi il conto l’abbiamo sempre pagato noi.
Ecco perché facevano festa l’altro giorno. Perché temevano che con il piano Cai la pacchia sarebbe finita. Addio all’era dei vizi rimborsati dal contribuente a piè di lista. E si illudevano, al contrario, con il fallimento delle trattative, di poter contare ancora sull’intervento pubblico, sui soldi di papà Stato, su una giravolta in stile Iri, magari addirittura una nazionalizzazione. Ma ciò non accadrà. Non può e non deve accadere. Il ministro Tremonti ha escluso subito ogni possibilità di questo genere. E ha fatto bene, anzi benissimo. Gli italiani non capirebbero una scelta diversa. Non accetterebbero di mettere mani al portafoglio per consentire ai privilegiati di continuare a godere dei loro privilegi. Non sopporterebbero neanche un euro di tasse per la messa in piega perfetta di quella signorina che esultava di fronte al crac.
Fra le lettere che sono arrivate ieri in redazione, oltre a quelle sdegnate, infuriate e sgomente, ce n’era anche una molto sofferta. Ce l’ha scritta un ingegnere, piccolo imprenditore in edilizia da 28 anni, settore restauro ed edifici storici. Ha 10 dipendenti, 4 di loro lavorano con lui da 25 anni. Mai una sanzione fiscale e amministrativa, nessun incidente sul lavoro, mai un giorno di ritardo nel pagamento di salari e contributi. Lo scorso 8 settembre ha dovuto chiudere. «La resa», la chiama lui. «Tutti in cassa integrazione per mancanza di commesse, tutte scippate da concorrenti fuori dalle regole. Protezioni sociali: una miseria per sei mesi. Per i dipendenti dell’Alitalia si prevedevano 7 anni di cassa integrazione». Lui dice di essere senza parole. Anche noi.

Fonte: Il Giornale (edizione del 20/9/2008)

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