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Onorevoli con la toga, alla faccia di Montesquieu!

Come volevasi dimostrare. L’onorevole-magistrato-europarlamentare Luigi de Magistris di lasciare la magistratura non ne vuole proprio sapere. Contrariamente a quanto aveva affermato in pompa magna all’indomani della sua candidatura al Parlamento europeo.

In quella circostanza, a chi gli chiedeva se sarebbe tornato a fare il magistrato in futuro, de Magistris rispose: «La mia una scelta di vita. Ho da poco superato i quarant’anni e intendo iniziare una nuova esperienza da cui non tornerò indietro. La mia è una scelta irreversibile anche qualora non dovessi essere eletto».

Concetto che ‘o bellu guaglione napoletano ribadì in diverse occasioni e in diverse interviste. Una di queste è quella concessa a Luigi Necco per la trasmissione “L’Emigrante” di Canale9 (minuto 6:50):

E leggete cosa disse baldanzoso Tonino Di Pietro in occasione della conferenza stampa di presentazione della candidatura di de Magistris: «de Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni, lo assicuro. Anche lui, come me, pensa che sia una strada senza ritorno una volta che da magistrato si passa alla politica».

Commentando la candidatura dell’ex pm dell’inchiesta Why Not, il 18 marzo 2009 in questo blog scrissi che difficilmente in Italia esiste qualcuno che rinuncia alla poltrona, e quindi al potere, tantomeno de Magistris, nonostante lo stesso si considera un portatore sano di moralità, correttezza e osservanza delle regole. Più o meno come il suo mentore Tonino Di Pietro.

Quando scrissi quell’articolo, tra i vari commenti ne ricevetti uno che suonava più o meno così:  «Tu hai già il tuo pensiero distorto per partito preso. Continua pure a disinformare».

de_magistrisgOggi è lo stesso onorevole-magistrato-europarlamentare ad annunciare dal suo sito internet che non intende minimamente lasciare la magistratura, semmai sceglie l’aspettativa. «Il mestiere di magistrato – scrive de Magistris – che ho svolto per quindici anni non è un abito che si dismette e si getta via. Per me questo lavoro è un sentire, una aspirazione, una vocazione che permane, una volta maturata, per tutta la vita. Mi sento magistrato dentro e sempre mi sentirò tale. Purtroppo, mi è stato impedito di continuare a svolgere questo mestiere e ne ho dovuto prendere atto. Detto questo, confermo che non rientrerò in magistratura e che mi dimetterò. Ma i tempi delle mie dimissioni non me li farò indicare o dettare da nessuno, se non dalla mia coscienza».

Roba da fare impallidire anche Montesquieu, il teorico della divisione dei poteri, che avrebbe davvero parecchio da osservare sul caso de Magistris.

Mi chiedo, anzi chiedo all’autore di quel commento, se sono sempre io ad avere il pensiero distorto o se è l’onorevole-magistrato-europarlamentare a distorcere il pensiero suo e quello dei suoi fan-elettori?

Mi chiedo anche se quando de Magistris afferma che «i tempi delle mie dimissioni non me li farò indicare o dettare da nessuno», si riferisce al suo capo-partito Di Pietro, visto che era stato proprio lui ad annunciare pubblicamente le dimessioni dell’ex pm di Why Not «subito dopo le elezioni».

Che dire, complimenti per la bella lezione di coerenza. Probabilmente Pullecenella (personaggio che il napoletano de Magistris conosce bene) sarebbe di gran lunga più credibile. In ogni caso, come ha tenuto a sottolineare lo stesso, sara la sua coscienza a dettare i tempi delle sue dimissioni. Che fretta c’è. Speriamo che almeno quella, però, non chieda l’aspettativa…  (do.mal.)

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Povero Pd, gli pisciano addosso e dicono che piove

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Per fortuna che ci sono i numeri. Proprio così, perché stando alle parole e ai proclami, Silvio Berlusconi, e quindi il Popolo delle Libertà, in questa tornata elettorale avrebbe dovuto toccare la soglia del 45%, mentre a sentire Dario Francescini le Europee sarebbero state il fine corsa per il governo in carica. Anzi, avrebbero sancito la resurrezione del Partito democratico. Sta di fatto che Silvio è rimasto al di sotto delle sue previsioni e Lazzaro-Pd, invece di rialzarsi e camminare, continua beatamente a dormire.

Ma torniamo ai numeri che, alla fine della fiera, sono ciò che affettivamente conta. Il pallottoliere elettoreale dice che il Pdl si è assestato attorno al 35%, mentre il Pd si ferma al 26%, ben 9 punti percentuali di distacco. Se si confronta il dato con le ultime elezioni politiche, si ha pressappoco un dato speculare. Nel 2008, infatti, la coalizione di centrodestra (Pdl-Lega-Mpa) ottenne il 46,8%, mentre quella di centrosinistra (Pd-Idv) si attestò al 37,5%. Se nel confronto col dato odierno si scorpora, per quanto riguarda il centrodestra il dato della Lega (10,3%) e dell’Mpa (2,2%, ma va tenuto conto che a queste Europee il partito di Lombardo ha formato un cartello elettorale con La Destra e i Pensionati) si comprende bene come il Pdl ha confermato esattamente il dato del 2008. Diversamente il Pd, togliendo i voti di Italia dei Valori (8%), rispetto alle passate politiche è sotto di almeno 3 punti percentuali.

Se dunque si tiene conto dei numeri il quadro risulta essere pressappoco questo: stabile il Pdl, in discesa il Pd, boom di Lega e Italia dei Valori e definitivo tracollo dei comunisti (Prc-Pdci e Sinistra e Libertà). Tutto il resto è noia. O meglio, chiacchiere da bar dello sport.

Viene da ridere, quindi, quando senti parlare Franceschini e tutto il resto del centrosinistra, di una clamorosa sconfitta per Berlusca, senza però fare  un minimo di autocritica e pensare che loro sono rimasti letteralmente con le pezze al culo. Così come non dicono che Italia dei Valori ha rosicato proprio al Pd qualcosa come il 6% dei consensi (nelle passate Europee il partito di Di Pietro si era fermato al 2,1%). Come si ricorderà, dopo le disastrose Politiche del 2008 il povero Veltroni fu messo alle corde e al suo posto è stato chiamato Franceschini quale salvatore della patria. Oggi Walter si prende la sua bella rivincita: se il compagno Dario poteva fare peggio, c’è riuscito!

berlusconi_cornaE veniamo al Pdl. Berlusconi aveva detto che sarebbe arrivato al 45%, si è fermato “solo” al 35%. Di contro c’è una Lega che ha fatto il botto, raddoppiando i consensi delle precedenti europee. Messi insieme questi due dati, anche il peggior cieco che non vuole vedere comprende bene che la coalizione di governo (Pdl-Lega) conferma il dato (45-46%) delle Politiche dello scorso anno.

Se a tutto ciò si aggiunge che, notoriamente, in qualsiasi Paese chi governa viene sempre punito dal responso delle urne, ancora di più che c’è di mezzo una crisi economica che impone misure anche impopolari, si comprende bene che per Berlusconi e company ne sono usciti alla grande.

Morale della favola: ancora una volta ha avuto ragione “papi” Silvio. Il partito del gossip, che ha fatto del Noemigate la sua campagna elettorale, ha visto  rivoltarsi contro come un boomerang la sua arma antiberlusconiana.  Chiaro segno che ste stronzate non attecchiscono e finiscono per essere il migliore spot elettorale per Berlusca. Probabilmente agli italiani interessano di più i problemi del Paese anziché i pettegolezzi da portinaia di Franceschini, Sant’Oro e company. Esattamente quello che ancora non riescono a comprendere i signori della politica. (do.mal.)

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Benito Berlusconi e i suoi complici del Pd

di Fausto Carioti per Libero del 26 marzo 2009

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Nel manicomio della politica italiana mancava solo lo schizofrenico. Ci ha pensato il Partito democratico a colmare la lacuna. Al momento, infatti, di Pd ne esistono almeno due. Il primo, che è facile incontrare sui titoli dei giornali, è quello che minaccia di rivolgersi al Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca. È il partito del Walter Veltroni che paragona il premier oggi a Vladimir Putin e domani a Benito Mussolini. E intanto denuncia, fremente di sdegno, «il disegno scellerato e autoritario» di un governo che «minaccia la democrazia». È il Pd di Dario Franceschini che sale sulle barricate perché se il premier vincerà pure le elezioni europee «quello che potrà fare dal giorno dopo è inimmaginabile». Del capogruppo al Senato Luigi Zanda, convinto che Berlusconi voglia decretare «la fine della divisione dei poteri». Poi c’è l’altro Pd, di cui però si parla poco. Meno affascinante, forse, ma di sicuro molto più concreto. È quello che, se si va a guardare le votazioni parlamentari sui provvedimenti più importanti, si scopre essere allineato al pericoloso «regime» berlusconiano. Un partito che riesce a fare eleggere i suoi uomini alla guida delle giunte e delle commissioni parlamentari. E che poi, incassata la poltrona, come se nulla fosse tornare a gridare al golpe strisciante.

L’ultimo esempio è quello del federalismo fiscale. Era «un testo contraddittorio e pasticciato di cui non si capiscono i tempi e soprattutto i costi» (parole di Anna Finocchiaro, 3 ottobre del 2008). Veltroni lo definiva «una concessione alla Lega». Alla fine, nonostante Giulio Tremonti non abbia fornito chiarimenti sui costi, lo hanno fatto passare senza nemmeno opporsi. Segno che forse non faceva poi così schifo. Alla votazione finale della Camera, infatti, il Pd si è astenuto, mentre l’Italia dei valori ha votato addirittura a favore. Morale: 319 voti favorevoli, 195 astenuti e appena 35 contrari. Certo, ha pesato la decisione del governo di accogliere qualche emendamento del Pd, oltre alla volontà del partito di Franceschini di non rompere i rapporti con la Lega (domani, chissà, Umberto Bossi potrebbe tornare utile). Proprio questo, però, fa del federalismo fiscale – la più importante delle riforme volute sinora dal governo – un provvedimento bipartisan.

Ma il Pd è riuscito a fare anche di meglio. Una delle novità più discusse della legislatura, ovvero la modifica della legge elettorale per le europee, fatta apposta per tagliare i “nanetti” di destra e sinistra da ogni rappresentanza parlamentare e privarli dei contributi pubblici, è stata votata in fraterna armonia dal Pd assieme al PdL. A Montecitorio, dopo una votazione – questa sì – bulgara (517 favorevoli, 22 contrari, 2 astenuti), Veltroni andò a stringere la mano ai berlusconiani Elio Vito, ministro per i rapporti con il Parlamento, e Denis Verdini, coordinatore di Forza Italia. «Almeno una cosa insieme in questa legislatura l’abbiamo fatta», gongolava felice il leader del Pd. A dimostrazione del fatto che con i colonnelli del tremendo dittatore di Arcore si possono anche fare buoni affari, quando conviene.

Del resto è dall’inizio della legislatura che il Pd intasca poltrone con il benestare dell’«anti-democratico» Berlusconi. Alla Camera ha ottenuto la presidenza della giunta per le Elezioni, andata a Maurizio Migliavacca, e della giunta per le Autorizzazioni, toccata a Pierluigi Castagnetti. Alla guida del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è stato mandato Francesco Rutelli. Il comitato per i procedimenti di accusa (di fatto un ente parlamentare inutile) è stato affidato al senatore del Pd Marco Follini, che somma questa carica con quella di presidente della giunta per le Elezioni e le Immunità parlamentari di Palazzo Madama. Sempre al Senato Ignazio Marino, del Pd, è stato mandato alla guida della commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, mentre a Montecitorio la presidenza della commissione d’inchiesta sugli Errori in campo sanitario è andata all’esponente dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando. Un altro senatore del Pd, Pietro Marcenaro, è presidente della commissione straordinaria per i Diritti umani, ed Emma Bonino, eletta pure lei nelle liste del Partito democratico, presiede la commissione per le Pari opportunità nel Senato. Gran parte di queste cariche sono andate all’opposizione perché così vuole la prassi parlamentare. Ma il punto è proprio questo: la normalità della spartizione delle poltrone, alla quale l’opposizione partecipa senza remore, smentisce le invettive sul regime che gli esponenti del Pd lanciano un giorno sì e l’altro pure.

Normalità che si è vista anche con le nomine in campo radiotelevisivo. Alla fine la presidenza della commissione di Vigilanza sulla Rai è andata a Sergio Zavoli, senza dubbio più gradito al Pd di quanto lo fosse Leoluca Orlando, sul cui nome il partito di Veltroni, all’inizio della legislatura, aveva finto di essere d’accordo. Ieri Paolo Garimberti, proveniente dal gruppo di Repubblica, scelto anch’egli dal Pd e approvato da Berlusconi, è stato indicato per la presidenza della Rai. A febbraio era toccato a Giuliano Amato, già ministro nei governi di Massimo D’Alema e Romano Prodi, essere chiamato dal governo a presiedere l’istituto Treccani. Ad aversene a male – non senza qualche ragione – furono tanti esponenti del PdL, mentre i parlamentari del Pd applaudivano alla «prestigiosa» scelta fatta da Berlusconi. Il giorno dopo, manco a dirlo, avevano già ricominciato con la litania del governo che occupa tutti gli spazi e fa carne di porco della democrazia. Fosse vero, visto come sono andate sinora le cose in Parlamento, difficilmente il «regime» di Berlusconi avrebbe potuto trovare un complice migliore del Pd.

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De Magistris e Mastella colleghi. Why not?

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All’arte del riciclarsi non si sottrare neppure un personaggio assurto a mito come Luigi De Magistris. Quello delle inchieste Poseidon e Why Not, per intenderci. Il magistrato che proprio nell’ambito di Why Not ha mandato nel tritacarne mezzo mondo politico, su tutti il bel Mastellone reo di intrattenere rapporti con il faccendiere calabrese Antonio Saladino. Gli stessi rapporti che ebbe anche un certo Tonino Di Pietro, il quale, però, non fu neppure sfiorato dall’inchiesta condotta dal magistrato napoletano (sull’argomento vi consiglio la lettura dell’articolo di Emanuele Boffi).

Sarà un caso, ma proprio ieri De Magistris ha ufficializzato la sua candidatura alle prossime elezioni europee, proprio nelle file di Italia dei Valori, il partito-famiglia dell’Inquisitore di Montenero di Bisaccia. Quello che tra le sue fila non manca di annoverare anche indagati e condannati, financo un appartenente alla P2. Ma evidentemente, questi sono solo dettagli.

Se tanto mi da tanto, De Magistris diventerà collega di Clementone Mastella. Considerato che il re di Ceppaloni politico lo è ancora. Nobile appare la motivazione per la sua discesa in campo: «Scelgo la politica perchè non mi hanno lasciato fare il pm. Lavorerò per il bene dell’Italia».

Da ciò si evince che il candidato e futuro parlamentare europeo Luigi De Magistris è ormai un ex magistrato. Sembra, appunto, ma ovviamente non è così. In fin dei conti, ditemi chi è in Italia quel fesso che rinuncia così facilmente alla poltrona e quindi al potere. Nessuno, neppure uno come De Magistris che ha pensato bene di chiedere l’aspettativa al Csm.

Come dire: male che mi vada in politica, torno a fare il magistrato!

Certo, De Magistris non è il primo e non sarà neanche l’ultimo, per carità, ma almeno da chi ha cercato di combattere la Casta, ci si aspettava uno scatto di moralità (mamma mia che parolone!!!). Invece, anche il magistrato napoletano ha certificato un assioma già collaudato: se non puoi sconfiggere il sistema, allora fanne parte…

Che dire, questo conferma la mia stima con riserva nei confronti di De Magistris. A proposito. E Clementina Forleo? Probabilmente sarà la prossima. (do.mal.)

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I terroristi dell’informazione faziosamente libera

RAI-ANNO ZERO

Poi dicono che parlo sempre del condannato Marco Travaglio. Come si fa a non parlarne quando è lui stesso a offrirti l’occasione per farlo. E che dire poi del suo compagno di merende Michele Sant’Oro? Gli Stanlio e Ollio del giornalismo italiano.

Ma andiamo per ordine. Conosciamo tutti il professor sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti, alias Marco Travaglio: giustizialista incallito, implacabile nel denunciare chi sgarra, chi si rende colpevole di furberie, chi coltiva amicizie dubbie. Anche se non costituisce reato l’aver stretto la mano a uno che dieci anni dopo è sospettato di colludere con la mafia, per Travaglio è “un fatto” e quindi una condanna. Basta solo essere sfiorati dal sospetto e sei fottuto.

Travaglio è sempre super informatissimo, con il suo malloppone di atti e intercettazioni. L’immacolata concezione del giornalismo italiano non perdona nessuno. O quasi. E sì, perché se hai la tessera di Italia dei Valori le cose cambiano. Ecchediamine! Se poi sei Antonio Di Pietro in persona o qualcuno dei suoi figli, non c’è sospetto che tiene, l’indulgenza è assicurata.
Succede così che Cristiano Di Pietro, figlio dell’Inquisitore di Montenero di Bisaccia, è indagato per corruzione. E il giudice Travaglio che fa? Intervistato da Corriere.it, dice di non conoscere le carte e che in fondo si tratta «solo di raccomandazioni». Ma come, proprio lui, che fa le pulci pure ai peluches e ti manda alla forca anche solo per una puzzetta?

Ma c’è di più. Nello stesso passaggio dell’intervista, Travaglio dice:

«…le raccomandazioni, purtroppo, non sono penalmente rilevanti visto che nel nostro ordinamento l’abuso d’ufficio è stato di fatto depenalizzato…».

Bene, leggi reato depenalizzato è già pensi a quel mascalzone di Berlusconi e alle sue leggi ad personam. Sbagliato. La depenalizzazione dell’abuso d’ufficio di cui parla Travaglio è avvenuta nel 1997, ad opera del governo Prodi. Più precisamente: la depenalizzazione in questione è stata approvata dal centrosinistra, perché Romano Prodi risultava indagato per abuso d‘ufficio, in relazione ad atti compiuti quando era presidente dell’Iri. Ma questo per Travaglio non è “un fatto”.

E passiamo all’altro campione dell’informazione partigiana. Dopo essersi preso in diretta il vaffanculo della compagna Lucia Annunziata (esatto, non di Berlusconi, ma dell’Annunziata, il che la dice lunga sulla tanto sbandierata libertà d’informazione santoriana), Michele Sant’Oro da Annozero adesso sale sulla montagna del martirio e urla tutta la sua rabbia:

«In un paese normale – sbraita il nostro Masaniello – non esiste la censura nei confronti di un giornalista che sta compiendo il suo dovere di informare l’opinione pubblica».

Caro Sant’Oro, la questione è un po’ diversa. In un paese normale non esistono giornalisti hooligans, non esistono trasmissioni d’informazione faziosamente schierate da una parte. In un paese normale  “informare l’opinione pubblica” non significa essere il portavoce di un’organizzazione terroristica (Hamas), ma raccontare nella stessa misura il dramma palestinese e quello israeliano. Caro Sant’Oro, in un paese anormale, come sostieni sia l’Italia, tu non andresti in onda neppure sull’ultima emittente locale, invece tu e la tua allegra combriccola siete in prima serata su Raidue a spese dei contribuenti. Caro Sant’Oro, in un paese normale quello anormale sei tu.

A tal proposito credo che sia quanto mai puntuale e illuminante l’editoriale di Aldo Grasso dal titolo “Faziosità e illusioni”.

Dimenticavo. Perché Marco Travaglio, nella puntata di Annozero dedicata al conflitto nella Striscia di Gaza, non ha detto una parola sul conflitto israelo-palestinese? Anzi, l’ha talmente depistato che ha preferito parlare del caso De Magistris. Ma che c’azzecca, come direbbe il suo amico Di Pietro, con il tema della puntata? Delle due l’una: o Travaglio si è autocensurato per non palesare le sue simpatie filo-israeliane, e quindi non urtare la sensibilità filo-palestinese del suo amico Michele; oppure si è taciuto per non rinnegare se stesso. In entrambi i casi Marco l’Oracolo ha fatto una figura, per così dire… alla Travaglio! (do.mal.)

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I figli so’ piezz ‘e core…

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È vero che i figli so’ piezz ‘e core, ma un uomo come Antonio Di Pietro che fonda le sue fortune politiche sulla fama di rigoroso cultore delle regole e della morale non può farsi beccare in un plateale fallo di nepotismo. Il rischio è quello di assomigliare sempre più ad una brutta copia di Mastella. E forse non è un caso che sempre più notabili di Ceppaloni emigrino politicamente in quel di Montenero di Bisaccia, dall’Udeur a Idv.

Ma veniamo ai fatti. L’inchiesta di Napoli sugli appalti esalta la figura di Mario Mautone, ex provveditore alle Opere Pubbliche della Campania, finito agli arresti domiciliari durante il blitz della scorsa settimana. E svela i suoi rapporti controversi con la famiglia di Antonio Di Pietro, quando quest’ultimo era ministro delle Infrastrutture. In particolare sono state acquisite una serie di intercettazioni riguardanti il figlio dell’ex ministro, nel corso delle quali Cristiano Di Pietro chiede a Mautone alcuni interventi di “cortesia” quali affidare incarichi a persone da lui segnalate anche al di fuori degli ambiti di competenza istituzionale («Io ho un amico però è ingegnere che sta a Bologna – dice Cristiano a Mautone – volevo sapere se su Bologna c’era la possibilità di trovargli qualche cosa»). Beh, per essere un Cristiano il figlio di Di Pietro ha usato metodi poco ortosossi!

L’informativa della Dia sulle intercettazioni, da conto anche delle preoccupazioni di Antonio Di Pietro per tenere fuori dall’indagine il figlio Cristiano.

Secondo la Procura, il 29 luglio del 2007 potrebbe esserci stata «qualche fuga di notizia», a seguito della quale il provveditore Mautone viene trasferito, Cristiano Di Pietro non parlerà mai più al telefono con Mautone, il ministro Di Pietro chiede di parlare di persona con il senatore Nello Formisano (Idv), sempre Di Pietro senior chiede ai suoi collaboratori di tenere fuori il figlio poiché «ritenuto troppo esposto». E a questo punto Mario Mautone tenta il «ricatto» contro Di Pietro junior, premendo perché intervenga sul padre per non farlo trasferire.

E curioso notare come la stampa riporta la vicenda. Mentre per il Corriere della Sera, La Stampa e Il Giornale, la notizia è il convolgimento nell’inchiesta napoletana di Cristiano Di Pietro e i suoi rapporti con Mautone, La Repubblica si schiera apertamente con il leader di Idv ed evidenzia il ricatto subito dal figlio, nel tentativo di tenere “sotto scacco” l’ex ministro.

È chiaro che sarà la magistratura a fare chiarezza su tutta questa vicenda, ma se dovessero emergere responsabilità a carico dell’enfaint prodige di casa Di Pietro, «questo – per dirla con le stesse parole e la stessa enfasi del papà – sarebbe un fatto di una gravità inaudida che andrebbe denuniato».

C’è da dire che l’inquisitiore di Montenero di Bisaccia non è nuovo a questioni nepotistiche di stampo mastelliano. Nel marzo 2006, infatti, fa assumere la figlia Anna Di Pietro dall’Editrice Mediterranea, la società che pubblicava il giornale dell’Italia dei valori: nella redazione romana di via della Vite, una splendida traversa di via del Corso, raccontano però di non averla mai vista, nemmeno per ritirare le buste paga. Sulla carta è assunta a tutti gli effetti per svolgere il praticantato che dà diritto a sostenere l’esame da professionista. Solo che non ha mai lavorato.

Insomma, è sempre la solita storia: fate ciò che dico, non fate ciò che faccio. Ma è ancora più grave se a predicare bene e razzolare male è uno come Antonio “Savonarola” Di Pietro, il più grande moralista d’Italia, l’incorruttibile, quello che se un’inchiesta lo sfiorasse si dimetterebbe instantaneamente. O almeno è quello che sicuramente pretenderebbe da Berlusconi.

Ma sono certo che a chiarirci le idee ci pensarà il sempre ben informato Marcolino Travaglio. (do.mal.)

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Gli effetti collaterali dell’antiberlusconismo

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Può dare dell’abbronzato a Barack Obama, può fare cucù ad Angela Merkel, può dare del coglione agli elettori di sinistra, ma il dato vero è che Silvio Berlusconi, altrimenti detto lo “psiconano” da Beppe Grillo e “Al Tappone” secondo Marco Travaglio, piaccia o no, è sempre il più amato dagli italiani.

Non è il fedele Sandro Bondi a dirlo e neppure lo zerbino Emilio Fede. La consacrazione arriva direttamente da un sondaggio, riguardante le prossime elezioni europee, commissionato da Repubblica all’istituto Ipr Marketing. Quindi, al di sopra di ogni sospetto.

Ciò che salta subito agli occhi è il record storico del Pdl dato addirittura al 39% (aveva avuto il 37,3% alle politiche di aprile) mentre il Partito Democratico crolla nei consensi a un misero 28% (33,2% ad aprile, 31,1% nella somma Ds+Margherita nel 2004).

Insomma, al Pd ultimamente non gliene va bene una. Dopo il caso Villari, i pizzini di Latorre, le dimissioni di Soru e le vicende riguardanti il governatore campano Bassolino e i sindaci Domenici e Jervolino, adesso arriva anche questa belal attestazione di stima da parte degli elettori.

Non solo. Per il Pd il rospo più amaro da mandare giù, non è tanto Berlusca e il suo Pdl, quando l’ascessa di Tonino “la peste” Di Pietro. L’Italia dei Valori, infatti, continua a salire nelle intenzioni di voto degli italiani, attestandosi su un clamoroso 7,8% che rappresenterebbe più del doppio della quota raggiunta alle politiche (3,4%).

Oltre a rifornirsi nel bacino elettorale del Pd, il Tonino nazionale pesca a piene mani nell’alveo elettorale della sinistra massimalista. Rifondazione Comunista scende infatti al 2,3% (6,1% nel 2004), il Pdci allo 0,6% (contro il 2,4%) e i Verdi all’1,3% (dal 2,5%). Sinistra Democratica, infine, si attesta su un discreto 1,3%.

In calo anche l’Udc (4% contro il 5,5), i Radicali (appena all’1%) e clamorosamente anche la Lega Nord che dopo aver goduto di grandi rialzi nei precedenti sondaggi, arrivando a sfiorare il 10%, viene qui ridimensionata al 7,5%.

Il sondaggio di Ipr Marketing non fa altro che confermare ciò che sostengo da tempo: se non somministrato nelle dosi giuste, l’antiberlusconismo produce effetti collaterali pericolosi e incontrollabili. Chiamasi effetto boomerang!

Per intenderci questi sono i risultati prodotti dai vari Santoro, Travaglio, Grillo e Guzzanti, che si vanno a sommare all’inconcludente opposizione al governo Berlusconi prodotta da Veltroni & Co.

Di contro c’è la conferma che l’unica vera opposizione, seppur flebile, la sta producendo proprio Italia dei Valori.

Molti diranno: è quello che si meritano gli italiani. Benissimo, c’è da capire, però, se quello che si meritano gli italiani è un governo (il terzo) con a capo Berlusconi o un’opposizione inesistente targata Pd oggi, Ds e Margherita ieri. Qualcuno, per favore, ci illumini! (do.mal.)

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