Articoli con tag Il Giornale

La Costituzione non è un totem

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di Giordano Bruno Guerri per “Il Giornale”

La nostra Carta costituzionale si divide in due parti. La prima contiene i grandi principi ideali sui quali di basa (si dovrebbe basare) il vivere civile degli italiani. La seconda detta le regole pratiche che realizzano questa convivenza. Nessuno – per sua e nostra fortuna – vuole cambiare i principi fondamentali della Costituzione per quel che riguarda la democrazia, la libertà di pensiero e di espressione eccetera. Se ciò accadesse, altro che scendere in piazza: bisognerebbe salire sui monti.

Non vedo invece nessuno scandalo nel ritoccare, cambiare, rivedere alcune regole della seconda parte. È già accaduto, in governi di vari colori e tendenze, e sempre accadrà. Per fortuna, aggiungo. Per fortuna perché le necessità sociali cambiano e la politica segue, o precede, o guida le trasformazioni. Vale, per semplificare, l’esempio di un condominio. Fra i principi fondamentali (tanto fondamentali che non occorre neppure scriverlo nel regolamento) c’è che i condomini non possono abbattere il palazzo o sue parti. Però, mettiamo che si sia sempre evitato di costruire un ascensore per non deturpare la bellezza della scala; nel frattempo gli abitanti dell’edificio sono invecchiati, ci sono alcuni nquilini in carrozzella e parecchi neonati: è molto probabile, e anche saggio, che i condomini decidano – a maggioranza – di rinunciare all’armonia della scala, la riducano e impiantino un comodo ascensore.

Badate bene che evito, apposta, di entrare nel tema specifico di cui si discute in questi giorni, la riforma della giustizia. Non dico, volutamente, che sia più o meno buona, più o meno necessaria, che serva a quello piuttosto che a quell’altro. L’idea che mi interessa affermare – e qui torniamo ai grandi principi – è che non possiamo e non dobbiamo considerare “tutta” la nostra Carta costituzionale come un totem inviolabile, cui inchinarsi senza neppure poterlo sfiorare pena il crollo del cielo sopra le nostre teste.

È un’idea rovinosa. Infatti se i grandi princìpi non mutano, o mutano lentissimamente e per cambiamenti epocali, le necessità quotidiane sono quanto di più migliorabile e mutevole che ci sia. Lasciamo perdere la Giustizia e torniamo al nostro palazzo. Se il regolamento dice che si ridipinge la facciata ogni cinque anni, e se qualcuno ha decorato la medesima facciata con svastiche e scritte offensive per gli abitanti, che si fa: si aspetta che passino cinque anni? Certo, è ovvio – e sarebbe bello – che tutti i condomini o almeno i tre quarti fossero d’accordo, ma se ciò non accade, forse è legittimo che a decidere sia la maggioranza.

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Sansonetti vs Sant’Oro: Bondi e Michele uguali sono

sansonetti_santoroÈ proprio un brutto periodo per Michele Sant’Oro da Annozero. Dopo l’imitazione di Joe Violanti, che ha di fatto scatenato le ire del giornalista rosicone con tanto di diffida nei confronti di Rds, adesso ci si mette anche il compagno Piero Sansonetti. Secondo il direttore di Liberazione in quanto a censura Sant’Oro non avrebbe niente da invidiare a Sandro Bondi che appena qualche ora prima aveva sbottato contro Glob di Enrico Bertolino. Il primo che scrive al presidente della Rai Claudio Petruccioli, il secondo che fa scrivere dagli avvocati. Insomma Bondi e Sant’Oro per Sansonetti uguali sono.

«La gestione del dissenso – scrive Sansonetti – sembra la stessa, destra e sinistra si specchiano nella loro permalosa identità di vedute, nelle ipocrisie, nelle tentazioni liberticide. Ai Cesaroni direbbero… che amarezza»

Sansonetti parla di un vero e proprio «scivolone» santoriano e, udite udite, tira in ballo anche il condannato Marco Travaglio:

«Dai, in questo caso non c’è molto dubbio, è abbastanza clamoroso. Bondi lo sappiamo che manca di spirito. Ma uno come Michele, che si batte per la massima libertà e ora vuole impedire ad altri di scherzare, è incomprensibile. Oltretutto Joe Violanti mi pare spiritosissimo. Interferisce col suo lavoro? Perché il corsivaccio di Travaglio non crea problemi ad altra gente? Eppure, giustamente, va».

A proposito di Travaglio. Chissà se al superinformato professorino sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti hanno fatto avere la lettera di diffida presentata a Rds dall’avvocato Felice d’Alfonso del Sordo, difensore di Sant’Oro, visto che lo stesso diffidava che la missiva potesse esistere («voglio prima vedere la lettera, altrimenti non ci credo. Perchè non la pubblicano?», Travaglio dixit).

Come ha giustamente osservato Marco Caruso sul suo blog, al Marchino nazionale evidentemente nessuno gli ha ancora passato quella carta su cui ben poteva imbastire uno dei suoi ormai rinomati “Passaparola”. E figuriamoci se lui ha la voglia di muovere un dito per verificare una notizia: o gliele portano già pronte, oppure… l’ha riportata il Giornale, sarà il solito tam tam destroide calunnioso.

Bene, se ancora Travaglio diffida… della diffida, può andare tranquillamente a “sfruculiare” sul sito di Annozero dove troverà il testo integrale dell’atto redatto avvocato Felice d’Alfonso del Sordo. E inizi pure a preparare la cenere da cospargersi sul capo. (do.mal.)

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Dicono che la ‘ndrangheta semina morte, ma neanche la sanità calabrese scherza

Da tempo in Calabria la sanità è in concorrenza con la ‘ndrangheta. Tra le due non si sa chi fa più morti ammazzati. Entri in un ospedale per un’appendicite e non sai se ne esci vivo. Se ne sono accorti anche i carabinieri che ieri hanno messo i sigilli a tre reparti dell’ospedale “Jazzolino” di Vibo Valentia per le precarie condizioni igienico-sanitarie del nosocomio. Nell’ambito dell’inchiesta la Procura ha emesso 33 avvisi di garanzia nei confronti di medici, funzionari ed ex dirigenti dell’azienda sanitaria e dell’ospedale.

L’indagine dei carabinieri è stata avviata dopo la morte di Federica Monteleone, la sedicenne deceduta quasi due anni fa, dopo quattro giorni di coma provocato da una black-out durante un intervento di appendicectomia. Il provvedimento di sequestro in via d’urgenza riguarda i reparti di ortopedia, immunoematologia e pronto soccorso. La situazione trovata è apparsa subito molto grave ai carabinieri del Nas che hanno trovato stanze senza finestre e senza prese d’aria, ambienti con umidità e muffe. Uno dei principali problemi riscontrati riguarda l’impianto elettrico non a norma e privo della presa a terra. Sono state trovate anche lastre di eternit nella centrale termica e molte porte delle stanze dei reparti non consentono il passaggio delle barelle.

L’ospedale di Vibo Valentia negli ultimi anni è stato al centro di inchieste giudiziarie per la morte di alcuni pazienti. Nel gennaio 2007 fu la volta di Federica Monteleone. A dicembre 2007 nella stessa struttura morì un’altra sedicenne, Eva Ruscio, durante un intervento di tracheotomia d’urgenza dopo essere stata ricoverata per un ascesso alle tonsille. Il 3 gennaio scorso un uomo di 88 anni, Orazio Maccarone, morì dopo essere rimasto quattro ore nel pronto soccorso dell’ospedale di Vibo Valentia in attesa di ricovero a causa della mancanza di posti in vari ospedali calabresi.

A questo punto ho il serio dubbio che il direttore amministrativo dell’ospedale di Vibo Valentia fosse il lungimirante onorevole Cetto Laqualunque. Non ci credete? Guardate qui:

Sull’argomento leggi anche lo speciale “Onorata Sanità” di Repubblica e l’articolo de “Il Giornale”.

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Come la marcia dei quarantamila

di Mario Giordano

«E se la chiamassimo la strage di via Epifani?». C’è anche il lettore spiritoso. E poi c’è quello infuriato, quello sdegnato, quello sgomento. Ce ne sono di tutti i tipi fra le centinaia e centinaia che in queste ore hanno fatto arrivare in redazione messaggi in ogni modo, via mail, telefono o posta tradizionale. Tutti hanno in comune una cosa: condividono la denuncia contro i mandarini del sindacato kamikaze. C’è chi si sfoga, chi s’interroga, chi propone misure drastiche, chi chiede di ripubblicare le inchieste sul giro d’affari della Cgil, che come sapete custodisce i bilanci come il Vaticano il segreto di Fatima. Qualcuno propone addirittura uno sciopero contro i sindacati, una specie di nemesi storica, di impraticabile legge del contrappasso all’insegna del «chi di cobas ferisce di cobas perisce».
I messaggi arrivati in redazione, d’altra parte, combaciano alla perfezione con quello che si respira nel Paese, nelle strade delle città, sui tram, nei bar, fra la gente comune, fra le persone normali, quelli per cui il giorno dura sempre 24 ore (mica come i piloti che possono farlo diventare di 33 ore), quelli che non vanno a lavorare con l’autista mandato dall’azienda e faticano a farsi retribuire quando restano in fabbrica fino all’ultimo minuto, figurarsi se c’è qualcuno che paga loro pure i giorni di riposo.
Anche i sondaggi lo confermano: per la maggior parte degli italiani la colpa del fallimento della trattativa Alitalia è della Cgil e dei piloti. E con buona pace degli affannosi proclami di Fassino (ma non doveva occuparsi della Birmania?) e di Veltroni in gita a New York (ma non doveva occuparsi dell’Italia?), solo il 10 per cento degli intervistati addossa qualche responsabilità al governo. Chissà che stupore per i bonzi della cloche dorata. Ma in realtà si stupiscono solo loro: agli altri è abbastanza evidente che ormai i sindacati non li comprende più nessuno. Sono lontani dal Paese, non lo capiscono e non si fanno capire, parlano un linguaggio esoterico e sconosciuto.
L’altra sera sono capitato in mezzo a un dibattito sull’Alitalia in cui c’erano tre di loro: mi sembrava di essere un marziano piovuto per sbaglio a Trastevere. Li ho sentiti arrampicarsi sugli specchi dei loro formalismi, li ho visti specchiarsi dentro le circonlocuzioni che nascondono il loro nulla. Alla fine si dipingevano sempre come eroi, generosi condottieri, salvatori della patria. A un certo punto, mi chiedevo: ma ci sono o ci fanno? Sanno quel che dicono o ci stanno prendendo in giro?
E ho realizzato di colpo che lo choc dell’Alitalia forse potrebbe diventare un bene per il Paese. Come lo fu la marcia dei quarantamila a Torino, come lo fu lo sciopero dei minatori per la Thatcher. Può essere il punto di svolta, il momento di non ritorno, il vero cambiamento del Paese. Fateci caso: i sindacati hanno perso definitivamente la faccia, il loro consenso è crollato. Hanno dimostrato la loro vera natura: sono marajah, una casta, boiardi iperprotetti con tendenza al parassitismo, privilegiati che arricchiscono le loro organizzazioni alle spalle del sistema senza mai difendere i più deboli. Anzi, il più delle volte danneggiandoli.
La dimostrazione sta in quelle scene di giubilo esplose alla notizia del fallimento delle trattative. Immagini che oggi riepiloghiamo in un’apposita pagina: sono da staccare e conservare perché resteranno nella storia del Paese. Voi avete mai visto operai che festeggiano perché la loro fabbrica sta chiudendo? Tute blu che esultano quando lo stabilimento viene smantellato? No? E allora perché, invece quei bei figurini imbustati dentro tailleur e divise d’ordinanza si sganasciavano dalle risate? Per un motivo semplice: speravano (e sperano) nell’intervento dello Stato. In fondo per decenni è sempre stato così: loro si rimpinzavano di privilegi, piatto ricco mi ci ficco, menu da business class. Tanto poi il conto l’abbiamo sempre pagato noi.
Ecco perché facevano festa l’altro giorno. Perché temevano che con il piano Cai la pacchia sarebbe finita. Addio all’era dei vizi rimborsati dal contribuente a piè di lista. E si illudevano, al contrario, con il fallimento delle trattative, di poter contare ancora sull’intervento pubblico, sui soldi di papà Stato, su una giravolta in stile Iri, magari addirittura una nazionalizzazione. Ma ciò non accadrà. Non può e non deve accadere. Il ministro Tremonti ha escluso subito ogni possibilità di questo genere. E ha fatto bene, anzi benissimo. Gli italiani non capirebbero una scelta diversa. Non accetterebbero di mettere mani al portafoglio per consentire ai privilegiati di continuare a godere dei loro privilegi. Non sopporterebbero neanche un euro di tasse per la messa in piega perfetta di quella signorina che esultava di fronte al crac.
Fra le lettere che sono arrivate ieri in redazione, oltre a quelle sdegnate, infuriate e sgomente, ce n’era anche una molto sofferta. Ce l’ha scritta un ingegnere, piccolo imprenditore in edilizia da 28 anni, settore restauro ed edifici storici. Ha 10 dipendenti, 4 di loro lavorano con lui da 25 anni. Mai una sanzione fiscale e amministrativa, nessun incidente sul lavoro, mai un giorno di ritardo nel pagamento di salari e contributi. Lo scorso 8 settembre ha dovuto chiudere. «La resa», la chiama lui. «Tutti in cassa integrazione per mancanza di commesse, tutte scippate da concorrenti fuori dalle regole. Protezioni sociali: una miseria per sei mesi. Per i dipendenti dell’Alitalia si prevedevano 7 anni di cassa integrazione». Lui dice di essere senza parole. Anche noi.

Fonte: Il Giornale (edizione del 20/9/2008)

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Treni nuovi… di zecca

Va bene che si chiama Moretti, ma l’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato non può pensare che ci beviamo così, come fosse un boccale di birra gelata, la storiella che i treni italiani sono i più confortevoli, i più puntuali, i più economici e magari i più puliti d’Europa. E no caro Moretti, se vogliamo ubriacarci lo facciamo con del vino buono e non con della birra annacquata.

Passi per la puntualità, passi per il comfort, passi anche per l’economicità delle tariffe, ma difendere l’integrita igienico-sanitaria dei treni italiani e un po’ come difendere il lupo di Cappuccetto rosso, come ascoltare i Pink Floyd cantare le canzoni di Pupo (ci scusi Pupo, ma soprattutto i Pink Floyd). Non ci crederebbe praticamente nessuno, neppure Paperino, Paperoga e Ciccio di Nonna Papera messi insieme.

Zecche, acari, pidocchi e parassititi di ogni genere, sui vagoni ferroviari sono ormai all’ordine del giorno, più numerosi anche dei viaggiatori al rientro dalle vacanze. Le cronache raccontano persino di un topo, avvistato nell’ottobre 2008 sull’intercity Caserta-Roma. «Un ospite indesiderato», così l’aveva definito Trenitalia in un comunicato stampa, che aveva terrorizzato e fatto evacquare i pendolari che affollavano il treno.

La ixodes ricinus (magari detta così la zecca del cane suona pure meglio e fa meno ribrezzo) si sveglia dal letargo in una calda mattina di settembre e torna a colpire ancora. Stavolta a essere punta dai parassiti è stata una donna di 62 anni che viaggiava sul treno Roma-Agrigento. L’episodio è avvenuto domenica scorsa e in base alla ricostruzione dei fatti, dopo che il convoglio è giunto nei pressi di Enna, la viaggiatrice originaria di Canicattì ha detto al personale ferroviario di avvertire un forte prurito nelle parti intime, notando anche evidenti rigonfiamenti all’altezza delle braccia. Una volta giunta a destinazione, la signora è stata trasportata all’ospedale “Barone Lombardo” dove i medici le hanno effettivamente riscontrato segni di punture d’insetto. Dopo le prime cure la donna ha lasciato l’ospedale e ha subito sporto denuncia contro Trenitalia.  Nel frattempo la carrozza è stata fatta evacuare, “piombata” e inviata a Roma per gli esami necessari ad accertare la presenza di pulci, zecche o altri insetti e la successiva disinfestazione.

Episodio isolato? Ora, non è che vogliamo fare le pulci a Trenitalia, ma non sembra proprio che si tratti di un fatto nuovo. A settembre del 2005 si sono verificati ben quattro episodi: sull’intercity 768 Reggio Calabria-Torino le zecche hanno attaccato 18 passeggeri; sul treno internazionale Ventimiglia-Parigi, sempre le zecche, supportate dalle cimici, hanno assaltano i malcapitati passeggeri; poi è toccato all’Intercity Torino-Milano, dove una passeggera ha denunciato di essere stata morsicata ancora dalle zecche; stesso copione sull’espresso 810 Palermo-Torino, a bordo del quale un’altra passeggera è stata morsicata dai parassiti. Insomma non c’è che dire, il 2005 è stata una buona annata per le zecche. Anche il 2008, però, non sembra essere da meno. A marzo, infatti, si registra la denuncia di un passeggero dell’espresso 806 Napoli-Torino, punto dalle zecche in più parti del corpo. La cosa si ripete lo scorso 17 agosto, sempre sullo stesso treno, l’espresso 806 Napoli-Torino, ma stavolta con un “bollettino di guerra” ben più preoccupate: cinquanta passeggeri rientrano dalle vacanze e vengono assaliti da battaglioni di zecche. L’ultimo episodio proprio domenica scorsa sul Roma-Acireale (prezzo del biglietto in seconda classe 62,15 euro, zecche comprese).

Ma cosa volete che siano dei piccoli parassiti di fronte alla stazza di qualsiasi uomo? Quisquilie, bazzecole. Un po’ come l’elefante e la farfalla di Michele Zarrillo. Cinico? Mai quanto l’ad di Ferrovie dello Stato. Leggete cosa ha dichiarato Moretti intervistato il 19 agosto 2008 dal “Giornale”: «Ho sentito l’accusa per il Torino-Napoli di questi giorni. Ma si tratta di un treno su 9 mila. Non mi sembra una percentuale così grave. A parte il fatto che quelle, secondo me, non sono nemmeno zecche. Lì si tratta semplicemente di un’impresa di pulizie che non ha fatto il suo dovere». Non mi sembra una percentuale così grave? È evidente, dunque, che per Moretti rientra nella normalità il fatto che almeno un treno su 9 mila sia preso di mira dalle zecche.

Ora, in un Paese normale l’amministratore di un’azienda infestata come Ferrovie dello Stato sarebbe già stato cacciato via o, se avesse un barlume di dignità (mamma mia che parolone) si sarebbe subito dimesso. Considerato, però, che siamo in Italia e il nostro non è un Paese normale, la migliore cosa da fare sarebbe quella di obbligare Moretti a viaggiare in uno dei suoi 9 mila treni in compagnia di zecche, pidocchi e acari. Certo, poi il rischio sarebbe quello di una crisi mistica dell’ad di Ferrovie dello Stato, che davvero potrebbe sentirsi come Noè sull’Arca. (do.mal.)

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Quando il Fini giustifica i mezzi

La politica è l’arte del possibile. Se c’è di mezzo lui, Gianfranco Fini, anche dell’impossibile. La sua linea politica è la svolta; se avesse un quotidiano tutto suo, lo chiamerebbe “Svolta continua”. Segno zodiacale camaleonte, cresciuto fra busti del Duce, camicie nere e l’orbace delle divise da gerarca fascista, Fini è figlio di una destra che era Dio, patria, famiglia, tradizione mischiata a futurismo, un po’ di reducismo e nostalgia, un po’ di feticismo e goliardia, saluti romani, circoli evoliani, nobiltà e sottoproletariato. Una destra povera, ma viva e nonostante tutto affascinante.

Oggi Fini è la brutta copia del Gianfranco che fu. Freddo e pragmatico, abiura tutto l’abiurabile e nel giro di pochi anni (e talvolta perfino di qualche mese o settimana) si appropria del più disinvolto laicismo, del più improbabile occidentalismo, del più sfacciato liberismo, voltando le spalle a quei milioni di elettori che erano di Destra non solo perché anticomunisti, ma perché portavano dentro di sé un mondo magari confuso, ma pieno di valori. Fini li lascia orfani e tristi. La grande stampa plaude, i militanti di vecchia data piangono. Qualcuno se ne va.

Gianfranco si è fatto tanto prendere la mano dal sentimento antifascista, che è arrivato a rinnegare anche la moglie Daniela Di Sotto (fascista della prima ora). L’ultima abiura è arrivata direttamente da Atreju, dove si è celebrata la festa dei giovani di An, nel corso della quale Fini ha ribadito la necessità per la destra di riconoscersi nei valori dell’antifascismo.

A questo punto c’è da chiedersi che fine, anzi che Fini abbia fatto il Gianfranco che a un Berlusconi che si affannava a strappargli via l’immagine di fascista, replicava: «Sono un postfascista, ma sarebbe meglio dire un fascista nato nel dopoguerra». O quello che nel libro “Il fascista del Duemila” di Corrado De Cesare, affermava che il compito della destra era quello di «attualizzare, in una società postindustriale alle soglie del 2000, gli insegnamenti del fascismo che ha lasciato un testamento spirituale, dal contenuto profondamente sociale, dal quale non possiamo prescindere». E, ancora, il 5 gennaio 1990 quando intervistato da “Il Giornale” disse: «Nessuno può chiederci abiure della nostra matrice fascista». Per non dimenticare, ovviamente, il Fini che il 30 settembre 1992 pontificava Mussolini definendolo «il più grande statista del secolo, esempio di amore per la propria terra e la propria gente. Un uomo che se vivesse oggi, garantirebbe la libertà degli italiani».

Fini è colui che nel 2003, appena divenuto ministro degli Esteri si reca in visita ufficiale in Israele e con assoluta naturalezza definisce il fascismo «il male assoluto». Da allora in poi fu un’escalation senza fine, dal voto agli immigrati all’apertura alle coppie di fatto e agli omossessuali, fino all’insegnamento del Corano nelle scuole statali.

Una grande lezione di coerenza Fini l’ha data poi tra dicembre 2007 e gennaio 2008. Queste furono le sue testuali dichiarazioni:
«Il Cavaliere ha distrutto la Cdl, e ora dovremmo bussare alla sua porta con il cappello in mano e la cenere in testa? Non siamo postulanti. Io tornare all’ovile? Sono il presidente di An, non una pecora» (Gianfranco Fini, 16 dicembre 2007)
«Condivido la proposta di Berlusconi di dare al popolo del 2 dicembre, al popolo della libertà, un’unica voce in Parlamento. E’ una pagina storica della politica italiana: il 13 aprile nascerà un nuovo grande soggetto politico ispirato ai valori del Partito popolare europeo e quindi alternativo alle sinistre. Mi auguro che gli amici dell’Udc vogliano scrivere questa importante pagina assieme a noi» (Gianfranco Fini, 8 febbraio 2008)

Il resto è storia recente. Il 30 aprile 2008 Gianfranco Fini viene eletto presidente della Camera dei deputati per il Popolo delle libertà. Postulanti? Pecore? Macché, si sa che la politica è macchiavellica e mai come in questo caso il Fini giustifica i mezzi! (do.mal.)

Consiglio di leggere l’interessante riflessione di Luca Telese.

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9/11, un giorno iniziato come tanti altri

“Oggi secondo le previsioni splenderà il sole e avremo poca umidità nell’aria. Sarà una magnifica giornata settembrina, con temperature che nel pomeriggio raggiungeranno i 26 gradi”

L’11 settembre era cominciato come tutti gli altri giorni.

New York City. E’ un martedì mattina. Alle 8.46 l’ombra di un aereo attraversa veloce le sagome dei grattacieli di Manhattan. E’ il giorno che cambierà il mondo. Ma il mondo ancora non lo sa.

Ci sono date che segnano un’epoca, che cambiano l’esistenza degli uomini, che entreranno a far parte della nostra vita. L’11 settembre 2001 è una di queste.

Sono passati 7 anni dall’attentato alle Torri Gemelle nel quale persero la vita 2996 persone, ma oggi pochi ne parlano. Anche i grandi giornali italiani sembrano aver rimosso completamente la tragedia che sconvolse il mondo. Stamattina Corriere.it riportava solo un contributo video in fondo all’home page, Repubblica.it neppure quello. A tal proposito mi sembra interessante la riflessione di Giuseppe De Bellis sull’edizione odierna de Il Giornale che riporto integralmente in queste pagine. (do.mal.)

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