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Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro…

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Anche stavolta gli impegni di lavoro mi hanno tenuto lontano per qualche giorno da questo blog. I drammatici eventi del terremoto in Abruzzo, poi, mi hanno spinto a un’ulteriore pausa di riflessione. I reportage giornalistici sono stati ampi e completi, non sono mancate neppure le polemiche e gli attacchi di sciacallaggio di chi non aspetta altro che la disgrazia di turno per gridare al “governo ladro”, specie se è quello di Berlusconi (ogni riferimento a Sant’Oro e soci è puramente voluto), infischiandosene se sotto le macerie hanno perso la vita 294 persone (ogni riferimento alle macrabe vignette di Vauro, è anche questo puramente voluto).

Sulla vicenda abruzzese condivido una nota di Giacomo di Girolamo. Un analisi probabilmente dura, ma talmente vera nella sua durezza che fa comprendere perché l’Italia, nonostante le catastrofi naturali (per non parlare di quelle politiche) continua ad essere, sempre e comunque, il Paese del volemosebbene.

Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro…
di Giacomo di Girolamo

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no-stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?

Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. È un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il presidente del Senato dice che «in questo momento serve l’unità di tutta la politica». Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.

Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.

Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.

Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto tecnico commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.

Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.

Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know-how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.

E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso. Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

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Benito Berlusconi e i suoi complici del Pd

di Fausto Carioti per Libero del 26 marzo 2009

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Nel manicomio della politica italiana mancava solo lo schizofrenico. Ci ha pensato il Partito democratico a colmare la lacuna. Al momento, infatti, di Pd ne esistono almeno due. Il primo, che è facile incontrare sui titoli dei giornali, è quello che minaccia di rivolgersi al Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca. È il partito del Walter Veltroni che paragona il premier oggi a Vladimir Putin e domani a Benito Mussolini. E intanto denuncia, fremente di sdegno, «il disegno scellerato e autoritario» di un governo che «minaccia la democrazia». È il Pd di Dario Franceschini che sale sulle barricate perché se il premier vincerà pure le elezioni europee «quello che potrà fare dal giorno dopo è inimmaginabile». Del capogruppo al Senato Luigi Zanda, convinto che Berlusconi voglia decretare «la fine della divisione dei poteri». Poi c’è l’altro Pd, di cui però si parla poco. Meno affascinante, forse, ma di sicuro molto più concreto. È quello che, se si va a guardare le votazioni parlamentari sui provvedimenti più importanti, si scopre essere allineato al pericoloso «regime» berlusconiano. Un partito che riesce a fare eleggere i suoi uomini alla guida delle giunte e delle commissioni parlamentari. E che poi, incassata la poltrona, come se nulla fosse tornare a gridare al golpe strisciante.

L’ultimo esempio è quello del federalismo fiscale. Era «un testo contraddittorio e pasticciato di cui non si capiscono i tempi e soprattutto i costi» (parole di Anna Finocchiaro, 3 ottobre del 2008). Veltroni lo definiva «una concessione alla Lega». Alla fine, nonostante Giulio Tremonti non abbia fornito chiarimenti sui costi, lo hanno fatto passare senza nemmeno opporsi. Segno che forse non faceva poi così schifo. Alla votazione finale della Camera, infatti, il Pd si è astenuto, mentre l’Italia dei valori ha votato addirittura a favore. Morale: 319 voti favorevoli, 195 astenuti e appena 35 contrari. Certo, ha pesato la decisione del governo di accogliere qualche emendamento del Pd, oltre alla volontà del partito di Franceschini di non rompere i rapporti con la Lega (domani, chissà, Umberto Bossi potrebbe tornare utile). Proprio questo, però, fa del federalismo fiscale – la più importante delle riforme volute sinora dal governo – un provvedimento bipartisan.

Ma il Pd è riuscito a fare anche di meglio. Una delle novità più discusse della legislatura, ovvero la modifica della legge elettorale per le europee, fatta apposta per tagliare i “nanetti” di destra e sinistra da ogni rappresentanza parlamentare e privarli dei contributi pubblici, è stata votata in fraterna armonia dal Pd assieme al PdL. A Montecitorio, dopo una votazione – questa sì – bulgara (517 favorevoli, 22 contrari, 2 astenuti), Veltroni andò a stringere la mano ai berlusconiani Elio Vito, ministro per i rapporti con il Parlamento, e Denis Verdini, coordinatore di Forza Italia. «Almeno una cosa insieme in questa legislatura l’abbiamo fatta», gongolava felice il leader del Pd. A dimostrazione del fatto che con i colonnelli del tremendo dittatore di Arcore si possono anche fare buoni affari, quando conviene.

Del resto è dall’inizio della legislatura che il Pd intasca poltrone con il benestare dell’«anti-democratico» Berlusconi. Alla Camera ha ottenuto la presidenza della giunta per le Elezioni, andata a Maurizio Migliavacca, e della giunta per le Autorizzazioni, toccata a Pierluigi Castagnetti. Alla guida del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è stato mandato Francesco Rutelli. Il comitato per i procedimenti di accusa (di fatto un ente parlamentare inutile) è stato affidato al senatore del Pd Marco Follini, che somma questa carica con quella di presidente della giunta per le Elezioni e le Immunità parlamentari di Palazzo Madama. Sempre al Senato Ignazio Marino, del Pd, è stato mandato alla guida della commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, mentre a Montecitorio la presidenza della commissione d’inchiesta sugli Errori in campo sanitario è andata all’esponente dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando. Un altro senatore del Pd, Pietro Marcenaro, è presidente della commissione straordinaria per i Diritti umani, ed Emma Bonino, eletta pure lei nelle liste del Partito democratico, presiede la commissione per le Pari opportunità nel Senato. Gran parte di queste cariche sono andate all’opposizione perché così vuole la prassi parlamentare. Ma il punto è proprio questo: la normalità della spartizione delle poltrone, alla quale l’opposizione partecipa senza remore, smentisce le invettive sul regime che gli esponenti del Pd lanciano un giorno sì e l’altro pure.

Normalità che si è vista anche con le nomine in campo radiotelevisivo. Alla fine la presidenza della commissione di Vigilanza sulla Rai è andata a Sergio Zavoli, senza dubbio più gradito al Pd di quanto lo fosse Leoluca Orlando, sul cui nome il partito di Veltroni, all’inizio della legislatura, aveva finto di essere d’accordo. Ieri Paolo Garimberti, proveniente dal gruppo di Repubblica, scelto anch’egli dal Pd e approvato da Berlusconi, è stato indicato per la presidenza della Rai. A febbraio era toccato a Giuliano Amato, già ministro nei governi di Massimo D’Alema e Romano Prodi, essere chiamato dal governo a presiedere l’istituto Treccani. Ad aversene a male – non senza qualche ragione – furono tanti esponenti del PdL, mentre i parlamentari del Pd applaudivano alla «prestigiosa» scelta fatta da Berlusconi. Il giorno dopo, manco a dirlo, avevano già ricominciato con la litania del governo che occupa tutti gli spazi e fa carne di porco della democrazia. Fosse vero, visto come sono andate sinora le cose in Parlamento, difficilmente il «regime» di Berlusconi avrebbe potuto trovare un complice migliore del Pd.

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Luca era gay come Walter era segretario

In questa settimana o quasi che sono mancato dalle pagine di questo blog ne sono successe di cose. Il governo ha varato il decreto antistupri, Enrico Mentana è stato trombato da Mediaset, Povia (vero vincitore di Sanremo) ha finalmente potuto raccontare la storia di sto povero Luca, Oreste Lionello e Candido Cannavò sono morti e anche il Partito democratico non si sente tanto bene.

polizia-locale_10924Ma andiamo per ordine. Qualche giorno fa mi è stato chiesto cosa ne pensassi del decreto sicurezza emanato dal governo. Posso dire che qualcosa è stato fatto, ma è ancora troppo poco. In sintesi il dl governativo prevede le ronde composte da ex agenti in congedo; niente più domiciliari agli stupratori e quindi arresto cautelare in carcere; patrocinio gratuito per assicurare una più adeguata assistenza legale alle vittime delle violenze sessuali; 2.500 agenti in più e stanziamento di fondi per 100 milioni di euro per rafforzare il sistema di controllo e di presidio del territorio; ergastolo in caso di omicidio commesso in occasione di violenza sessuale, atti sessuali con un minorenne, violenza sessuale di gruppo e atti persecutori; il nuovo reato di stalking; videosorveglianza più diffusa ed estensione da due a sei mesi del tempo di permanenza nei Centri di identificazione e espulsione (Cie).

Personalmente non credo che le tanto discusse ronde possano risolvere il problema stupri, quando invece avrei visto più efficace un provvedimento che arginasse il flusso migratorio di quegli stranieri, in modo particolare quelli dell’Est europeo, che arrivano nel nostro Paese esclusivamente per delinquere. Era preferibile, come a più riprese sostengo, il blocco temporaneo del trattato di Schengen, tanto più che questo è previsto in caso di ordine pubblico. Ma più in generale, considerato che gli stupratori non sono solo stranieri (anche se questi rappresentano lo zoccolo duro), l’istituzione della castrazione chimica. Ci sarebbe poi il solito discorso sulla certezza della pena e sulla concezione di carcere, non come luogo di villegiatura spesato dai contribuenti, ma come autentica istituzione punitiva, dove chi delinque ci pensa due volte prima di rientrarci.

La sicurezza è un argomento troppo importante, sul quale il centrodestra ha costruito quasi tutta la sua campagna elettorale, compresa quello per l’elezione del sindaco di Roma. Non è pensabile che il grido di giustizia e sicurezza che arriva dalla gente, si esaurisca in un decreto legge che fa acqua da tutte le parti. Un provvedimento che è più un palliativo che una cura vera e propria all’avanzare dell’onda criminale.

dalema_veltroniIl secondo argomento che merita approfondimento e il Partito democratico o, almeno, quel che ne resta dopo la rottura del suo leader  Walter Veltroni, legittimato dalle pseudo-primarie dell’ottobre 2007 e buttato giù dalla torre dai suoi stessi compagni all’indomani dell’ecatombe sarda. Veltroni doveva essere l’agnello sacrificale di un partito nato già morto e così è stato. Un film magistralmente diretto e interpretato da Baffino D’Alema. Era già tutto previsto, canterebbe Riccardo Cocciante. Tanto che già lo scorso 5 settembre su questo blog scrivevo:

In attesa che la “Walterloo” si abbatta sul Pd, quel vecchio volpone d’un Massimo sfodera pian piano gli artigli, in un classico giochetto da gatto col topo, che alla fine vedrà soccombente il dormiente Walter Veltroni. Un copione già visto, che ha come prim’attore Baffino che, col solito sorrisetto ironico, sottolinea chi è realmente il padrone della sinistra…

Capitolo Veltroni chiuso, archiviato e messo in cantina. Già immagino il caro vecchio Walter cosa avrà pensato: avanti il prossimo gli lascio il posto mio. Povero diavolo che pena mi fa… E in questo caso il diavolo, anche se non veste Prada, ha le sembianze di Dario Franceschini. Quando si dice il nuovo che avanza… e che cercano di venderlo per buono. L’ex Dc allevato da Zaccagnini e più recentemente ex braccio destro dell’Obama de noantri avrà il compito di guidare il corteo funebre piddino fino al prossimo Congresso di ottobre.

A fronte della solita propaganda antiberlusconia, ripresa dal “nuovo” Pd dopo che per un attimo Veltroni l’aveva messo da parte, c’è da dire che almeno una cosa buona in questi primi giorni di reggenza, Franceschini l’ha fatta: chiamare nella sua segreteria il sindaco di Torino Sergio Chiamaprino. Un politico eccellente, un personaggio per certi versi scomodo anche all’interno del suo stesso partito, uno che non ha negato possibili alleanze con la Lega. Nonostante tutto, dispiace per Franceschini e Chiamparino, ma l’identikit del leader ideale per il Pd è esattamente quello ha tracciato “Il Giornale”: laico, sociale e antifascista. In una sola parola (anzi due): Gianfranco Fini. In fin dei conti la politica non è l’arte del possibile? Se poi c’è di mezzo l’ex figlioccio di Giorgio Almirante (vai a crescere figli!), cresciuto fra busti del Duce, camicie nere e l’orbace delle divise da gerarca fascista, la politica è anche l’arte dell’impossibile.

Infine una piccola nota per Povia, il vincitore morale del Festival di Sanremo, e di quel povero Luca che gay era e gay, voleva o non voleva, doveva rimanerlo, almeno a sentire Grillini & Co. Anche Walter era segretario del Pd, ma a lui nessuno ha fatto storie. Come la mettiamo? (do.mal.)

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E lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità…

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«Avevamo bevuto, avevamo deciso che ci saremmo divertiti: uno di noi l’ha violentata due volte, quella ragazza. Ci avevamo già provato, quella sera. Poche ore prima avevamo tentato di aggredire un’altra coppietta, ma era andata male».

Basta con l’ipocrisia della solidarietà di facciata e dal politicamente corretto. Solo una minima percentuale di stranieri che arrivano in Italia sono una risorsa, il resto sono criminali che trovano nel nostro Paese dei balocchi un luogo sicuro dove poter delinquere. Si tratta, per la maggior parte, di rumeni, marocchini e albanesi. Nonostante tutto i nostri governanti, anche di fronte ad episodi come quelli accaduti a Guidonia e Torino (solo gli ultimi di una lunga serie), restano impassibili e scelgono di fare demagogia. Da una parte Berlusconi che insiste con la fregnaccia dell’esercito, dall’altra l’opposizione fantasma guidata da Veltroni che piuttosto che fare una proposta seria, preferisce cavalcare l’onda lunga delle violenze per sparare contro il governo. In mezzo c’è la banda Di Pietro-Grillo-Travaglio, per i quali gli stupri e le violenze non esistono: avete sentito, da parte loro, solo una minima parola sull’argomento? Niente, silenzio, erano troppo impegnati a insultare il presidente della Repubblica e menarcela con il solito teatrino dell’antipolitica.

Infine c’è il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, che potrebbe ma non vuole. Anzi, partecipa anche lui al festival delle cazzate. Dice che si potrebbe sospendere il trattato di Schengen, ma non vuole farlo perché proprio lui è stato uno responsabili dell’allargamento delle frontiere europee. Certo, sarebbe come sconfessare se stessi. Frattini riesce a fare, anzi a dire, anche di più:

«Io non direi che questi sono criminali rumeni: un criminale è un criminale. Però ci sono dati statistici: la comunità rumena è quella dalla quale purtroppo viene una gran parte di quelli che commettono reati in Italia. Questi criminali devono scontare la pena nel loro Paese e la Romania deve accettare questo discorso».

Prima dice che i rumeni sono criminali come gli altri, poi, però, non può fare a meno di evidenziare come la comunità rumena sia quella che commette più reati. Per la serie: come rettificare se stessi nel giro di qualche riga. Frattini, inoltre, in quanto ministro degli Esteri ed ex commissario europeo, dovrebbe sapere che il sistema giudiziario rumeno è ancora più indulgente di quello italiano. Si rischierebbe, dunque, che queste bestie scontino nel loro Paese una pena minima e nel giro di qualche anno ce li ritroveremmo sotto casa a stuprare e delinquere. come prima e più di prima.

Certo, qualcuno potrebbe anche ribattere dicendo che stupratori e delinquenti ce ne sono anche in Italia, e l’esempio del violentatore della notte di Capodanno a Roma ne è la testimonianza. Appunto, grazie a Dio, non ci facciamo mancare nulla, ed è proprio per questo che non abbiamo certo bisogno degli immigrati per ingrossare le fila della criminalità nostrana.

Per frenare l’ondata di delinquenza straniera, duqnue, l’unica proposta seria è proprio quella di sospendere temporaneamente il trattato di Schengen, per arginare l’afflusso di tutta questa feccia. Non una proposta populista, come potrebbe pensare qualcuno, ma una procedura prevista dalla stesso trattato:

Art. 1 Le frontiere interne possono essere attraversate in qualunque luogo senza che venga effettuato il controllo delle persone.
Art. 2 Tuttavia, per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, una Parte contraente può, previa consultazione delle altre Parti contraenti, decidere che, per un periodo limitato, alle frontiere interne siano effettuati controlli di frontiera nazionali adeguati alla situazione. Se per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale s’impone un’azione immediata, la Parte contraente interessata adotta le misure necessarie e ne informa il più rapidamente possibile le altre Parti contraenti.

Una misura già adottata nel 2005 sia dall’Olanda che dalla Francia, quando ministro degli Interni era un certo Nicolas Sarkozy. Ma si sa, qui siamo in Italia, il Paese che qualcuno definisce incivile perché non ci sarebbe libertà di stampa. Di converso, però, c’è libertà di delinquere. In Italia tutto si può, nulla osta. (do.mal.)

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Cara Cgil, i conti non tornano proprio

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Ricordate quel ministro dell’informazione iracheno che smentiva l’entrata dei soldati americani a Baghdad, proprio mentre alle sue spalle sfilavano carri armati e blindati a stelle e strisce? Bene, è la scena che mi è tornata in mente proprio ieri, ascoltando i sindacalisti della Cgil (Cisl e Uil stavolta hanno disertato) nei loro resoconti di dati e cifre post sciopero generale. Autentiche acrobazie aritmetiche.

L’ideale rappresentazione del ministro dell’informazione iracheno è stato il segretario nazionale della Cgil Guglielmo Epifani. Anzi, in quanto a cazzate si è spinto anche oltre. Di fronte al fallimento certificato della (pseudo)manifestazione antigovernativa, il compagno Guglielmo che dice? «Clima straordinario, siamo un milione e mezzo».

Infatti. I manifestanti erano talmente tanti che Repubblica.it e Corriere.it (solo per citare i due maggiori quotidiani che tutto sono tranne che simpatizzanti di Berlusconi e del suo governo) hanno fatto a pugni per rilanciare il clamore della notizia.

Che dire. Finalmente gli italiani stanno prendendo coscienza di chi e di cosa sono i sindacati. La gente ha compreso che lor signori non rappresentano gli interessi generali, ma godono di una forte rendita di posizione che danneggia il Paese. Il dato vero è che i sindacati rappresentano solo alcuni cittadini (per lo più i pensionati), ma prendono decisioni che riguardano tutti e gestiscono risorse che appartengono a tutti.

Per intenderci i sindacalisti sono quelli che erano al fianco dei piloti Alitalia che esultavano per il mancato accordo con la Cai, che protestano contro le sanzioni disciplinari ai dipendenti pubblici assenteisti o che accusano il governo di fare la carità alle famiglie italiane con la social card.

A proposito di social card. Ecco cosa ne pensa il sindacato: «Un’elemosina. Inadeguata e vessatoria, non abbiamo bisogno di finti e illusori pacchi di Natale».

Infatti, loro non ne hanno proprio bisogno. Leggete quanto percepiscono al mese i difensori di disoccupati, precari, fannulloni e assenteisti:

Guglielmo Epifani (Cgil) guadagna 3.500 euro netti al mese, i suoi 12 segretari confederali circa 2.400 euro.
Raffaele Bonanni (Cisl) 3.430 euro netti al mese.
Luigi Angeletti (Uil) 3.300 euro netti al mese, mentre i suoi 10 segretari confederali si ritriovano in busta paga qualcosa come 2.900 euro al mese.

Questo è quello che si sa, visto che i bilanci dei sindacati non sono affatto trasparenti, come invece essi stessi vorrebbero per le aziende e le pubbliche amministrazioni.

Mi permetto di fare una proposta ai signori sindacalisti. Considerato che la social card è un’elemosina, perché non invitate tutti i vostri iscritti a restituirla al governo? Magari i 40 euro mensili una tantum li potreste accreditare voi alle famiglie disagiate. Quale migliore forma di protesta!

Ma chi lo dice a tutta quella gente che in questi giorni è in fila nelle sedi dei sindacati, proprio per richiedere la social card. Troppo azzardata come proposta? Forse sì. (do.mal.)

Fonti:
L’altra Casta inchiesta di Stefano Livadiotti per L’Espresso

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E la sinistra già pensa di clonare la social card

social-cardPoteva mai la sinistra spendere parole di apprezzamento per  la social card del governo Berlusconi? Assolutamente no. Il primo a dire la sua, neanche a dirlo, è stato Guglielmo Epifani, leader riconosciuto di una sinistra che ha da tempo rinnegato il povero Uolter Veltroni. Il numero uno della Cgil parla del provvedimento governativo a favore delle fasce meno abbienti come di «uno strumento usato da Roosevelt negli anni Trenta, una cosa vecchia di 60 anni». Al coro si unisce anche Rosy Bindi che parla di «pannicello caldo» e il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, che addirittura paragona la social card alle tessere annonarie del fascismo.

E leggete cosa dichiara l’ex parlamentare no-global Francesco Caruso, quello che dall’Italia e dagli italiani ha percepito 20.000 euro al mese. Un ragazzetto latifondista, proprietario di una distesa di terreni agricoli diventato deputato per meriti eversivi:

«Aspettiamo di vedere questa social card, per capire se e come sia possibile clonarla, per distribuirne non una ma qualche centinaia di tessere ad ogni precario, pensionato, disoccupato. Tremonti, in nome del comune richiamo a Robin Hood, non ci denuncerà certo per quest’azione di risarcimento sociale»

Parto dal precupposto che 40 euro al mese non sono di certo il paltò di Napoleone (Totò docet) che possono risolvere i problemi delle famiglie che non arrivano neppure alla terza settimana ma, come si dice in questi casi, sono sempre meglio di un calcio nel sedere (o nelle palle, ma detta così discriminerei una parte della popolazione!).

Per quanto riguarda lo strumento in quanto tale, ovviamente quelle che raccontano Epifani e Ferrero sono emerite castronerie. Delle due l’una: o mentono sapendo di mentire oppure l’antiberlusconismo li ha accecati così tanto da non sapere che questo tipo di card esistono già in mezzo mondo.

social-card-pennsylvaniaUna carta ricaricabile per meno abbienti o per i giovani a basso reddito esiste in Gran Bretagna, Polonia e Olanda, con le stesse caratteristiche della social card italiana. Negli Usa è stata riavviata nel 1961 e dal primo ottobre di quest’anno è mirata agli acquisti di viveri per le persone a basso reddito (nella foto quella della Pennsylvania). Un’altra card lanciata dalla Croce Rossa si è rivelata determinante dopo l’uragano Katrina. Lo stato della Georgia, invece, la utilizza per il supporto all’infanzia e per evitare alle famiglie bisognose le spese dei conti bancari.

Condannando la social card, però, la Bindi, Ferrero, Caruso ed Epifani non ricordano agli italiani cosa ha fatto il governo Prodi per le fasce meno abbienti. Menziono solo due aspetti, per il resto vi rimando al blog di Wallace73:

Con l’aumento delle aliquote, il governo di centrosinistra ridusse la fascia di esenzione totale dalle tasse e soprattutto creò gli incapienti: contribuenti a basso reddito che, essendo esclusi dalla denuncia dei redditi, non potevano neppure usufruire delle detrazioni fiscali e di altri benefici. Non solo. La sinistra costrinse le fasce deboli a pagare anche le addizionali comunali e regionali, che non prevedevano alcuna franchigia per i disagiati.

Oggi quella stessa sinistra contesta le misure prese dal governo Berlusconi. E  ovviamente non si tratta dei 40 euro, i sinistri avrebbero fatto la voce grossa anche se fossero stati mille euro, così come è già avvenuto per il bonus bebè e l’aumento delle pensioni minime. Che ci volete fare, ognuno si eccita come può! (do.mal.)

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A-a-bbronzatissimo

«Obama è giovane, bello e abbronzato»

Ebbene sì, c’è ricascato. Silvio alla battuta proprio non ci rinuncia. Quando può il nostro presidente del Consiglio con licenza di sorridere la spara lì in mezzo e chissenefrega. Alla faccia dei tanti giornalisti che non hanno di meglio da scrivere, se non le sue burle. Perché di questo s’è trattato e non di una gaffe, come molti continuano a chiamarla.

Ma è possibile che l’Obama abbronzato per due giorni è riuscito a fare dimenticare la crisi economica, la vicenda Alitalia, il decreto Gelmini, la riforma dell’università?

A proposito di gaffe. Chi si ricorda cosa disse Romano Prodi quando Berlusconi paventò il passaggio di alcuni senatori dal governo all’opposizione?

«Non sono preoccupato, perchè lo ha detto sempre. Poi è obbligato a dirlo, ha perso due elezioni, ha poco tempo davanti, ha fretta. Quindi, evidentemente lancia sempre messaggi che il governo cadrà domani, però sempre domani»

Mi sembra che quel “ha poco tempo davanti” sia tutt’altro che una battuta, addirittura un anatema. Eppure in quell’occasione nessuno s’indignò, nè gridò allo scandalo.

E Hillary Clinton, che durante la campagna per le primare del partito democratico americano, annerì il volto di Obama in un videospot elettorale? Come dire: “Cari americani, ricordatevi che lui non è proprio dei nostri, è un afroamericano. Quindi è meglio che votate per me”.

Gaffe? Battuta? No, razzismo bello e buono. Putiferio? Richiesta di scuse? Macchè, Hillary non è mica Berlusconi.

Lo stesso Barack Obama etichettò Sarah Palin, il vicepresidente designato da John McCain, «un maiale col rossetto». Ma anche in questo caso Barack non è mica Berlusconi da attirarsi le ire funeste dei giornalisti. Difatti Obama è più giovane, bello e abbronzato.

Che dire. Personalmente nella battuta di Berlusconi non ci trovo niente di così scandaloso e credo che anche Obama ci stia già facendo una risata sù. (do.mal.)

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