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Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro…

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Anche stavolta gli impegni di lavoro mi hanno tenuto lontano per qualche giorno da questo blog. I drammatici eventi del terremoto in Abruzzo, poi, mi hanno spinto a un’ulteriore pausa di riflessione. I reportage giornalistici sono stati ampi e completi, non sono mancate neppure le polemiche e gli attacchi di sciacallaggio di chi non aspetta altro che la disgrazia di turno per gridare al “governo ladro”, specie se è quello di Berlusconi (ogni riferimento a Sant’Oro e soci è puramente voluto), infischiandosene se sotto le macerie hanno perso la vita 294 persone (ogni riferimento alle macrabe vignette di Vauro, è anche questo puramente voluto).

Sulla vicenda abruzzese condivido una nota di Giacomo di Girolamo. Un analisi probabilmente dura, ma talmente vera nella sua durezza che fa comprendere perché l’Italia, nonostante le catastrofi naturali (per non parlare di quelle politiche) continua ad essere, sempre e comunque, il Paese del volemosebbene.

Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro…
di Giacomo di Girolamo

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no-stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?

Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. È un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il presidente del Senato dice che «in questo momento serve l’unità di tutta la politica». Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.

Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.

Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.

Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto tecnico commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.

Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.

Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know-how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.

E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso. Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

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In Brasile i terroristi li chiamano rifugiati politici

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Cesare Battisti non è un rifugiato politico, come vorrebbe farci credere il governo brasiliano del presidente Lula. Cesare Battisti è un terrorista condannato in contumacia all’ergastolo, con sentenze passate in giudicato, per aver commesso quattro omicidi durante gli anni di piombo (tre come concorrente nell’esecuzione, uno pianificato da lui ed eseguito da altri).

Per capire perché il terrorista Battisti non può essere considerato un rifugiato politico, basta rileggere la Convenzione di Ginevra del 1951, che definisce rifugiato

«colui che, temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese, di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese: oppure che, non avendo la cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra».

La decisione, spiega il ministro brasiliano della Giustizia Tarso Genro, si basa «sul fondato timore di persecuzione per opinioni politiche». Probabilmente il governo brasiliano considera l’Italia alla stregua della Cuba di Fidel Castro o dell’Afganistan dei Talebani. E già solo per questo il governo italiano si dovrebbe incazzare e anche di brutto.

Ancora prima del Brasile, è stata la Francia (da sempre ricettacolo di terroristi) ad ospitare la latitanza di Battisti grazie alla cosidetta “dottrina Mitterand“, che concede asilo ai terroristi, ancora meglio se sono italiani, a patto che questi non compiano reati sul suolo francese. Ma perché Battisti si è sempre rifiutato di rientrare in Italia per espiare la sua pena? «Sono sicuro – dice il terrorista – che se vado nel mio Paese, sarei assassinato».

Per rendersi conto che anche questa, come quella del rifugiato politico è una stronzata, basta capire chi sono le persone uccise dall’ex componente dei Proletari armati per il comunismo (Pac) tra il 1978 e il 1979. Si tratta di:

Antonio Santoro, maresciallo della Polizia penitenziaria (omicidio di cui fu l’esecutore materiale);
Lino Sabbadin, macellaio di Mestre (Battisti fece da copertura armata all’esecutore materiale Diego Giacomini);
Pierluigi Torregian, gioielliere (omicidio per cui Battisti fu condannato come co-ideatore e co-organizzatore);
Andrea Campagna, agente della Digos (omicidio di cui fu l’esecutore materiale).

Povera gente, non mafiosi sanguinari. La domanda quindi è: dopo tutto questo tempo, chi ha interesse ad uccidere uno come Battisti? Un miserabile terrorista che pensa che ammazzare un macellaio e un gioielliere sia lottare per il proletariato unito. Uno con il cervello talmente piccolo da partecipare all’omicidio di un autista della Digos (si badi bene: non del capo della Digos, ma dell’autista). Un fanatico che fa fuori un agente della polizia penitenziaria, non uno di quelli che i criminali in galera ce li sbattono, ma uno di quelli che al massimo ce li tengono.

La verità è che ostriche, caviale e champagne  francese piacciono anche al comunista proletario armato, più o meno come la samba, il sole e il carnevale brasiliano. Atmosfere ideali per scrivere i suoi romanzi noir.

Se il vero timore di Battisti, tornando in Italia, è quello di non poter più godere della bella vita, qualcuno gli comunichi che i delinquenti nel Belpaese sono trattati da veri signori. Ancora di più i terroristi come lui che sono tra i più coccolati nei salotti radical-chic, si arricchiscono scrivendo libri, vengono riabilitati e diventano icone di sapere e saggezza, girovagando tra le televisioni e le Università a divulgare il loro Verbo.

Quindi, per cortesia, il terrorista Battisti e il governo brasiliano che favorisce la sua latitanza, ce ne ne raccontino un’altra, magari più credibile che cà nisciuno è fesso! (do.mal.)

Leggi anche i precedenti post su Francesca Mambro e Marina Petrella.

Fonte: Wikipedia

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La Costituzione non è un totem

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di Giordano Bruno Guerri per “Il Giornale”

La nostra Carta costituzionale si divide in due parti. La prima contiene i grandi principi ideali sui quali di basa (si dovrebbe basare) il vivere civile degli italiani. La seconda detta le regole pratiche che realizzano questa convivenza. Nessuno – per sua e nostra fortuna – vuole cambiare i principi fondamentali della Costituzione per quel che riguarda la democrazia, la libertà di pensiero e di espressione eccetera. Se ciò accadesse, altro che scendere in piazza: bisognerebbe salire sui monti.

Non vedo invece nessuno scandalo nel ritoccare, cambiare, rivedere alcune regole della seconda parte. È già accaduto, in governi di vari colori e tendenze, e sempre accadrà. Per fortuna, aggiungo. Per fortuna perché le necessità sociali cambiano e la politica segue, o precede, o guida le trasformazioni. Vale, per semplificare, l’esempio di un condominio. Fra i principi fondamentali (tanto fondamentali che non occorre neppure scriverlo nel regolamento) c’è che i condomini non possono abbattere il palazzo o sue parti. Però, mettiamo che si sia sempre evitato di costruire un ascensore per non deturpare la bellezza della scala; nel frattempo gli abitanti dell’edificio sono invecchiati, ci sono alcuni nquilini in carrozzella e parecchi neonati: è molto probabile, e anche saggio, che i condomini decidano – a maggioranza – di rinunciare all’armonia della scala, la riducano e impiantino un comodo ascensore.

Badate bene che evito, apposta, di entrare nel tema specifico di cui si discute in questi giorni, la riforma della giustizia. Non dico, volutamente, che sia più o meno buona, più o meno necessaria, che serva a quello piuttosto che a quell’altro. L’idea che mi interessa affermare – e qui torniamo ai grandi principi – è che non possiamo e non dobbiamo considerare “tutta” la nostra Carta costituzionale come un totem inviolabile, cui inchinarsi senza neppure poterlo sfiorare pena il crollo del cielo sopra le nostre teste.

È un’idea rovinosa. Infatti se i grandi princìpi non mutano, o mutano lentissimamente e per cambiamenti epocali, le necessità quotidiane sono quanto di più migliorabile e mutevole che ci sia. Lasciamo perdere la Giustizia e torniamo al nostro palazzo. Se il regolamento dice che si ridipinge la facciata ogni cinque anni, e se qualcuno ha decorato la medesima facciata con svastiche e scritte offensive per gli abitanti, che si fa: si aspetta che passino cinque anni? Certo, è ovvio – e sarebbe bello – che tutti i condomini o almeno i tre quarti fossero d’accordo, ma se ciò non accade, forse è legittimo che a decidere sia la maggioranza.

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Amanda Knox nel Paese delle meraviglie

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Quando un giorno, nel corso di una conferenza stampa, mi “permisi” di affermare che le carceri italiane assomigliano più a villaggi-vacanza Valtur che a luoghi di punizione, venne giù il putiferio. Mugugni e scene d’indignazione da parte del direttore del carcere e del garante (ne sentivamo davvero la mancanza) delle persone private della libertà peronale. Perché adesso è con questa acrobazia letteraria che si chiamano i delinquenti, che detto così fa anche molto chic e buonista. Insomma, guai a parlare male dei poveri detenuti.

Mi solleva il fatto che non sono il solo a pensarla così, visto che la vergogna del sistema giudiziario e della realtà carceraria italiana è sotto gli occhi di tutti. Paradosso vuole che oggi l’assassino, il ladro e lo spacciatore, siano più tutelati della gente onesta. Chi entra in carcere può stare certo di avere assicurati tutti i comfort che fuori non potrebbe permettersi. Può fare teatro oppure giocare a calcio o a pallavolo. Una volta usciti, poi, lor signori hanno già in cassaforte un lavoro sicuro, interviste in esclusiva (ma questo dipende dal clamore e dall’efferatezza del reato. Le stragi familiari o gli atti di terrorismo sono preferibili) e libri pronti da dare alle stampe  dove raccontano le loro “eroiche” gesta come fossero bibbie da tramandare ai posteri. A che prezzo? Appena qualche anno di carcere, vitto e alloggio a spese degli italiani ovviamente.

Dei casi Carretta, Maso, Mambro, Izzo, Erika e Omar, ho già parlato in un precedente post.

La notizia di oggi riguarda Amanda Marie Knox, la principale accusata, insieme a Raffaele Sollecito, di aver violentato e ucciso Meredith Kercher, la ragazza inglese assassinata un anno fa a Perugia.

Nel carcere di Capanne si gira un film, “L’ultima città”, finanziato dalla Regione Toscana con un budget tra i dieci e i quindicimila euro. La storia racconta del viaggio fantastico di 12 detenute spinte dal desiderio di fuga. Indovinate chi è l’attrice protagonista? Proprio Amanda Knox (leggi la notizia riportata da Corriere.it).

Mi sembra giusto. Sei accusata di un tremendo omicidio e invece di trascorrere le tue giornate dentro una cella a fare i conti con la tua coscienza (sempre che ne hai una) che ti fanno fare? Un film. Ti iniziano al mestiere di attrice, nel caso in cui già non lo fossi.

Mi sembra uno spot efficace per tutti i provetti delinquenti: volete diventare famosi? Uccidete!

Adesso ditemi: l’Italia è o non è il Paese delle meraviglie?

Per fortuna c’è ancora qualcuno che s’indigna. Su Facebook da qualche settimana è nato il gruppo “La certezza della pena-Movimento per la giustizia” e anche su internet, su iniziativa di Barbara Benedettelli, è stata avviata una petizione online per la raccolta di firme da presentare al ministro della Giustizia.

Peccato che i santoni dell’informazione libera e i savonarola che pontificano e condannano da palchi e schermi televisivi, di questo non ne parlano. Probabilmente hanno altro per cui indignarsi! (do.mal.)

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Giustizia: Salerno-Reggio con deviazione a Catanzaro

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di Marco Caruso

A leggere le cronache giudiziarie degli ultimi giorni, non sembrano azzardati certi paragoni e quello che è stato battezzato come “lo scontro tra procure” induce ad una similitudine comprensibile da tutti perchè da tutti conosciuta.

La giustizia italiana non è poi tanto differente dall’autostrada più malconcia del Paese, la A3 Salerno-Reggio Calabria. Un inferno: per chi la percorre sognando di raggiungere il tanto agognato luogo di vacanza; e per chi è costretto ad usarla per lavoro.
Cantieri aperti in ogni dove, rallentamenti, code, disagi; tortuosa e disconnessa come da poche altre parti richiede la massima prudenza e quindi la massima lentezza; talvolta l’idea di gettarsi tra le spire del serpentone diabolico ti induce perfino ad evitarla. Il problema è che le vie traverse sono anche peggio. Quindi sei immobile. Non sono poi rari gli incidenti. Ed è palese l’opera inquinante della politica e della malavita, che l’hanno resa ancora più impraticabile ed insicura di quanto già non fosse.

A ben vedere, anche la nostra giustizia è così: un inferno. Per chi vi deve far ricorso, ma anche per chi ne è artefice. Cavilli, procedure arcaiche e una burocrazia bradipidica frenano le ambizioni del Paese e fregano il cittadino onesto, che pure deve subire la beffa di vedere il delinquente e il furbetto fargliela sotto al naso. Spesso addirittura si rinuncia anzitempo ad affidarsi ad un giudice, certi come siamo che le cose si tireranno troppo per le lunghe con annesse spese insostenibili. Le ingiustizie sono all’ordine del giorno. E anche lì politica e criminalità si sono insinuate e radicate e hanno fatto e disfatto sempre come gli è parso.

Oggi, per l’appunto, si parla di guerra tra bande: una starebbe a Salerno, l’altra a Catanzaro. Per collegare queste due città (anche solo idealmente) non ci sono altre vie: bisogna infilarsi nella A3 e compiere giusto una piccola deviazione (ironia del caso…).

Sembra una metafora…ma è tutta realtà. Purtroppo.

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Lezioni di piano con l’Orchestra dei Valori

Davvero una brutta razza quella dei moralizzatori. Pessimi soggetti inclini a prediche fastidiose, sempre pronti a denunciare i presunti vizi altrui per costruirsi una patina di onorabilità che distolga l’attenzione dai vizi propri.
Predicare bene e razzolare male è un’usanza abbastanza diffusa anche nella politica. Anzi, soprattutto nella politica. Prendete Italia dei Valori. Il suo portabandiera, Antonio Di Pietro, sembra ogni giorno di più un Savonarola laico dei giorni nostri. Ha sempre un predicozzo pronto per qualcuno e l’assoluta convinzione di incarnare i valori di giustizia e legalità. È convinto di essere il solo a sapere cosa è bene e cosa è male e non passa giorno che non abbia l’indice puntato contro qualcuno.

Di Pietro è così preso ad accusare il centrodestra di attentare alla democrazia, da non accorgersi che uno dei kamikaze si annida proprio nel suo partito. Ma veniamo ai fatti. Mercoledì 1 ottobre si riunisce il Parlamento per la discussione del disegno di legge 1441-bis (Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria). Improvvisamente, soprattutto dalle fila dell’Italia dei Valori, si leva la voce del rigore, l’appello contro la doppiezza, l’imbroglio. Il moralizzatore di turno è il dipietrista Domenico Scilipoti, che si scaglia contro i pianisti: «Votare per due – dice – è un problema di mentalità e di comportamento che ognuno ha dentro la propria testa, nel proprio cuore e nella propria anima» (dal resoconto stenografico della seduta n. 58 della Camera dei deputati). Bravo, bene, bis!

Si arriva al momento del voto e cosa succede? Tra i tanti pianisti (di maggioranza e di opposizione), impegnati in assoli e virtuosismi, c’è anche, udite udite, il difensore del voto pulito, Domenico “Mozart” Scilipoti, altrimenti detto “il pianista sul Transatrantico”. Guardare per cerdere.

E lo sapete cosa aveva dichiarato Di Pietro lo scorso 10 giugno in occasione della votazione sul decreto Alitalia?  «Chi vota per due commette truffa aggravata». Beh, complimenti!

Chissà se monsignor Travaglio, nel suo sermone del giovedì sera ad Annozero, condannerà questa «truffa aggravata» oppure, misericordioso com’è, dispensera indulgenze. Secondo me Scilipoti può stare tranquillo. Visto che la parrocchia si chiama Italia dei Valori, al massimo rischia una messa cantata. Il pianista già c’è! (do.mal.)

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