Articoli con tag Gianfranco Fini

Congresso Pdl, Scopelliti: «Un nuovo Sud è possibile»

«Con questo Congresso si concretizza un percorso avviato da tempo dopo oltre 10 anni di battaglie comuni tra Alleanza Nazionale e Forza Italia». Così il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, intervenendo alla seconda giornata di lavori del Congresso fondativo del Pdl. Per Scopelliti la nascita Popolo della Libertà semplificherà la politica «rendendola credibile e comprensibile», e l’obiettivo del Pdl sarà quello di «raggiungere la maggioranza assoluta dei consensi». Di qui il ricordo di Pinuccio Tatarella e poi il riferimento all’Europa: «Non c’è’ Europa senza Italia». Ma l’Europa deve liberarsi dai «legacci della sinistra che la tengono ancorata». E poi il tema naturalmente caro a Scopelliti, il Mezzogiorno: «Il Sud – ha detto – può trovare in questa stagione federalista un’opportunità» ed è così ritornato su un passo del discorso pronunciato la scorsa settimana da Gianfranco Fini sui problemi e le necessità del Mezzogiorno. «Un nuovo Sud – ha sottolineato Scopelliti – è possibile» del resto è sul «territorio si gioca partita fondamentale». (Asca)

Clicca sul video in basso per rivedere l’intervento integrale del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, al congresso fondativo del Popolo della libertà.

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Dalla casa del padre alla villa del padrone

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Dalla casa del padre...

Dalla casa del padre alla villa del padrone. Ecco come in una sola battuta (la paternità è di Francesco Storace) si può riassumere vita, morte e sepoltura della Destra che fu e la transumanza in atto, o la deportazione volontaria, fate voi, di Alleanza Nazionale nel Popolo delle libertà.

Se usava questo come slogan per l’ultimo congresso di An, probabilmente Gianfranco Fini sarebbe stato più credibile. Ma di credibilità e coerenza all’ex figlioccio di Giorgio Almirante ne è rimasta ben poca, tanto poca che dopo aver buttato nel cesso la destra e la sua storia, adesso certifica la sua instabilità mentale (che fa rima con opportunismo politico) rinnegando ciò che egli stesso aveva orgogliosamente affermato non più di qualche anno fa: «Mussolini è il più grande statista del Novecento».

Al giornalista che gli ricorda come 15 anni fa definì il Duce il più grande statista del secolo, Fini replica: «Sono affascinato dalla sua domanda… è evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi anni… la mia risposta è no, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico. Un minimo di coerenza, altrimenti avremmo fatto bingo…».

...alla villa del padrone
…alla villa del padrone

Certo che sentire parlare Fini di coerenza fa un certo senso. Proprio lui che “coerentemente” ha abiurato tutto l’abiurabile possibile, financo la moglie Daniela Di Sotto (fascista della prima ora);  lui che se avesse un quotidiano tutto suo lo chiamerebbe “Svolta continua” e che nel giro i pochi anni è passato dal cameratismo alla Camera dei deputati. Il prossimo gradino sarà quello di presidente del Consiglio con Berlusconi capo dello Stato. Un copione già scritto. Il prezzo da pagare, quello che oggi è sotto gli occhi di tutti.

Ma torniamo alle esequie… ops, al Congresso di An. Forse non è un caso che gli applausi più fragorosi si sono avuti quando sul vidiwall è passato il video di Giorgio Almirante e durante l’intervento del deputato triestino Roberto Menia, il quale ha espresso forti perplessità per la fusione nel Pdl. Tutto questo prima delle lacrime di coccodrillo del buon Fini che, qualcun maligna, sembra avere avvertito i suoi di non votare per alzata di mano. Si sarebbero notate troppe braccia tese… (do.mal.)

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Luca era gay come Walter era segretario

In questa settimana o quasi che sono mancato dalle pagine di questo blog ne sono successe di cose. Il governo ha varato il decreto antistupri, Enrico Mentana è stato trombato da Mediaset, Povia (vero vincitore di Sanremo) ha finalmente potuto raccontare la storia di sto povero Luca, Oreste Lionello e Candido Cannavò sono morti e anche il Partito democratico non si sente tanto bene.

polizia-locale_10924Ma andiamo per ordine. Qualche giorno fa mi è stato chiesto cosa ne pensassi del decreto sicurezza emanato dal governo. Posso dire che qualcosa è stato fatto, ma è ancora troppo poco. In sintesi il dl governativo prevede le ronde composte da ex agenti in congedo; niente più domiciliari agli stupratori e quindi arresto cautelare in carcere; patrocinio gratuito per assicurare una più adeguata assistenza legale alle vittime delle violenze sessuali; 2.500 agenti in più e stanziamento di fondi per 100 milioni di euro per rafforzare il sistema di controllo e di presidio del territorio; ergastolo in caso di omicidio commesso in occasione di violenza sessuale, atti sessuali con un minorenne, violenza sessuale di gruppo e atti persecutori; il nuovo reato di stalking; videosorveglianza più diffusa ed estensione da due a sei mesi del tempo di permanenza nei Centri di identificazione e espulsione (Cie).

Personalmente non credo che le tanto discusse ronde possano risolvere il problema stupri, quando invece avrei visto più efficace un provvedimento che arginasse il flusso migratorio di quegli stranieri, in modo particolare quelli dell’Est europeo, che arrivano nel nostro Paese esclusivamente per delinquere. Era preferibile, come a più riprese sostengo, il blocco temporaneo del trattato di Schengen, tanto più che questo è previsto in caso di ordine pubblico. Ma più in generale, considerato che gli stupratori non sono solo stranieri (anche se questi rappresentano lo zoccolo duro), l’istituzione della castrazione chimica. Ci sarebbe poi il solito discorso sulla certezza della pena e sulla concezione di carcere, non come luogo di villegiatura spesato dai contribuenti, ma come autentica istituzione punitiva, dove chi delinque ci pensa due volte prima di rientrarci.

La sicurezza è un argomento troppo importante, sul quale il centrodestra ha costruito quasi tutta la sua campagna elettorale, compresa quello per l’elezione del sindaco di Roma. Non è pensabile che il grido di giustizia e sicurezza che arriva dalla gente, si esaurisca in un decreto legge che fa acqua da tutte le parti. Un provvedimento che è più un palliativo che una cura vera e propria all’avanzare dell’onda criminale.

dalema_veltroniIl secondo argomento che merita approfondimento e il Partito democratico o, almeno, quel che ne resta dopo la rottura del suo leader  Walter Veltroni, legittimato dalle pseudo-primarie dell’ottobre 2007 e buttato giù dalla torre dai suoi stessi compagni all’indomani dell’ecatombe sarda. Veltroni doveva essere l’agnello sacrificale di un partito nato già morto e così è stato. Un film magistralmente diretto e interpretato da Baffino D’Alema. Era già tutto previsto, canterebbe Riccardo Cocciante. Tanto che già lo scorso 5 settembre su questo blog scrivevo:

In attesa che la “Walterloo” si abbatta sul Pd, quel vecchio volpone d’un Massimo sfodera pian piano gli artigli, in un classico giochetto da gatto col topo, che alla fine vedrà soccombente il dormiente Walter Veltroni. Un copione già visto, che ha come prim’attore Baffino che, col solito sorrisetto ironico, sottolinea chi è realmente il padrone della sinistra…

Capitolo Veltroni chiuso, archiviato e messo in cantina. Già immagino il caro vecchio Walter cosa avrà pensato: avanti il prossimo gli lascio il posto mio. Povero diavolo che pena mi fa… E in questo caso il diavolo, anche se non veste Prada, ha le sembianze di Dario Franceschini. Quando si dice il nuovo che avanza… e che cercano di venderlo per buono. L’ex Dc allevato da Zaccagnini e più recentemente ex braccio destro dell’Obama de noantri avrà il compito di guidare il corteo funebre piddino fino al prossimo Congresso di ottobre.

A fronte della solita propaganda antiberlusconia, ripresa dal “nuovo” Pd dopo che per un attimo Veltroni l’aveva messo da parte, c’è da dire che almeno una cosa buona in questi primi giorni di reggenza, Franceschini l’ha fatta: chiamare nella sua segreteria il sindaco di Torino Sergio Chiamaprino. Un politico eccellente, un personaggio per certi versi scomodo anche all’interno del suo stesso partito, uno che non ha negato possibili alleanze con la Lega. Nonostante tutto, dispiace per Franceschini e Chiamparino, ma l’identikit del leader ideale per il Pd è esattamente quello ha tracciato “Il Giornale”: laico, sociale e antifascista. In una sola parola (anzi due): Gianfranco Fini. In fin dei conti la politica non è l’arte del possibile? Se poi c’è di mezzo l’ex figlioccio di Giorgio Almirante (vai a crescere figli!), cresciuto fra busti del Duce, camicie nere e l’orbace delle divise da gerarca fascista, la politica è anche l’arte dell’impossibile.

Infine una piccola nota per Povia, il vincitore morale del Festival di Sanremo, e di quel povero Luca che gay era e gay, voleva o non voleva, doveva rimanerlo, almeno a sentire Grillini & Co. Anche Walter era segretario del Pd, ma a lui nessuno ha fatto storie. Come la mettiamo? (do.mal.)

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Nome: Fini Gianfranco. Segno zodiacale: camaleonte

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È da un po’ di tempo che Gianfranco Fini le spara davvero grosse. L’ex segretario del Movimento sociale italiano, cresciuto fra busti del Duce, camicie nere e l’orbace delle divise da gerarca fascista, colui che definì Benito Mussolini «il più grande statista del secolo», alla disperata ricerca di una nuova verginità, nel giro di pochi anni ha abiurato tutto l’abiurabile.

Del Fini figlio di una destra che era Dio, patria, famiglia, tradizione mischiata a futurismo, un po’ di reducismo e nostalgia, un po’ di feticismo e goliardia, saluti romani, circoli evoliani, nobiltà e sottoproletariato, non è rimasto praticamente nullà. Il Gianfranco che fu si è fatto tanto prendere la mano dal sentimento antifascista, che è arrivato a rinnegare anche la moglie Daniela Di Sotto (fascista della prima ora).

Non sapendo più chi e cosa rinnegare, l’ex “figlioccio” di Giorgio Almirante adesso se la prende con la Chiesa, arrivando a dire che «le leggi razziali furono un’infamia, e la Chiesa non si oppose».

Adesso, al di là delle dichiarazioni dell’Osservatore romano, che definisce le parole pronunciate dal presidente della Camera «approssimazione storica e meschino opportunismo politico», è bene riportare un elenco degli atti della Chiesa Cattolica contro il razzismo antisemita del nazismo:

Febbraio 1931: lettera pastorale dell’episcopato bavarese, che condanna gli errori del razzismo.
23 gennaio 1933: lettera pastorale di monsignor Gfoellner, vescovo di Linz, contro il paganesimo e il razzismo nazista.
Dicembre 1933: sermoni del cardinale Faulhaber che stigmatizza la persecuzione contro gli Ebrei.
21 dicembre 1933: lettera pastorale collettiva dell’episcopato austriaco.
9 febbraio 1934
: messa all’indice del libro di A. Rosemberg, Der Mythus des 19 Jahrhunderts (Acta Ap. Sedis, 1934).
7 giugno 1934: lettera pastorale collettiva dei vescovi tedeschi.
19 luglio 1935: messa all’indice del libro di A. Rosemberg, An die Dunkelmänner unserer Zeit. Eine Antwort auf die Angriffe gegen den “Mythus des 19 Jahrhunderts” (Acta Ap. Sedis, 1935).
14 marzo 937
: enciclica di Pio XI Mit brennender Sorge che condanna le dottrine del nazismo (Acta Ap. Sedis, 1937); il testo, clandestinamente introdotto e diffuso in Germania, viene letto nelle chiese.
19 giugno 1937: messa all’indice del libro di C. Cogni, Il Razzismo (Acta Ap. Sedis, 1937).
13 aprile 1938: lettera della Congregazione dei seminari e università al cardinale Baudrillart che ingiunge alle istituzioni scientifiche cattoliche di confutare le tesi del razzismo.
19 aprile 1938: lettera pastorale collettiva dei vescovi tedeschi.
3 maggio 1938: visita di Hitler a Roma. Il 30 aprile, Pio XI aveva lasciato il Vaticano per Castelgandolfo dichiarando che l’aria di Roma gli era irrespirabile; ordinò anche la chiusura dei musei del Vaticano e proibì alle strutture religiose di esporre le bandiere con i colori del reich nazista: «Non si può non trovare fuori posto e intempestivo il fatto di erigere il giorno della santa Croce l’insegna di un’altra croce che non sia la croce di Cristo», dichiarò Pio XI. Per di più, fu precisamente il 3 maggio che l’Osservatore Romano, giornale della Santa Sede, pubblicò la Lettera contro il razzismo, datata 13 aprile, mentre taceva completamente sulla visita di Hitler a Roma.
15 luglio 1938: in seguito alla pubblicazione, da parte di un gruppo di scienziati fascisti, di un documento in dieci punti, favorevole al razzismo e all’antisemitismo, discorso di Pio XI contro il «nazionalismo esagerato che innalza barriere tra i popoli…» (Osservatore Romano del 17 luglio).
21 luglio 1938: discorso di Pio XI davanti agli alunni del Collegio della propaganda, che rappresentava trentasette nazioni: «Cattolico vuol dire universale… Non vogliamo dividere niente della famiglia umana…. L’espressione “genere umano” rivela l’unità della razza umana… Possiamo chiederci com’è possibile che, sfortunatamente, l’Italia abbia avuto bisogno di imitare la Germania…. La dignità umana è di essere una sola e grande famiglia, il genere umano, la razza umana… Ecco la risposta della Chiesa….» (Osservatore Romano del 23 luglio).
6 novembre 1938: discorso del cardinale Faulhaber, arcivescovo di Monaco, sul senso cristiano della comunione nella fede, non nel sangue.
Novembre 1938: pubblicazione da parte del cardinale Van Roey, arcivescovo di Malines, di un discorso che condanna il razzismo e il suo mito del sangue.
13 novembre 1938: discorso del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, contro il mito razziale.
17 novembre 1938: lettera del cardinale Verdier, arcivescovo di Parigi, che aderisce al testo di monsignor Van Roey.
6 gennaio 1939: discorso del cardinale Piazza, patriarca di Venezia, che condanna l’antisemitismo razzista.

Nel passato governo Berlusconi, Gianfranco Fini è stato vicepremier e ministro degli Esteri. Il 30 aprile 2008 è stato eletto presidente della Camera dei deputati per il Popolo delle libertà. Approssimazione storica? Macché, è semplicemente il prezzo che bisogna pagare al potere. E c’è chi è pronto a farlo rinnegando anche la storia e gli ideali. D’altronde si sa, la politica è macchiavellica e mai come in questo caso il Fini giustifica i mezzi! (do.mal.)

Fonti:
“La Chiesa cattolica di fronte alla questione razziale”
, del padre predicatore Yves M. J. Congar, stampato dall’Accademia degli Incolti in occasione di un convegno promosso a Milano dal gruppo ecumenico cristiano-ebraico, il 30 novembre 1998.

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Quando il Fini giustifica i mezzi

La politica è l’arte del possibile. Se c’è di mezzo lui, Gianfranco Fini, anche dell’impossibile. La sua linea politica è la svolta; se avesse un quotidiano tutto suo, lo chiamerebbe “Svolta continua”. Segno zodiacale camaleonte, cresciuto fra busti del Duce, camicie nere e l’orbace delle divise da gerarca fascista, Fini è figlio di una destra che era Dio, patria, famiglia, tradizione mischiata a futurismo, un po’ di reducismo e nostalgia, un po’ di feticismo e goliardia, saluti romani, circoli evoliani, nobiltà e sottoproletariato. Una destra povera, ma viva e nonostante tutto affascinante.

Oggi Fini è la brutta copia del Gianfranco che fu. Freddo e pragmatico, abiura tutto l’abiurabile e nel giro di pochi anni (e talvolta perfino di qualche mese o settimana) si appropria del più disinvolto laicismo, del più improbabile occidentalismo, del più sfacciato liberismo, voltando le spalle a quei milioni di elettori che erano di Destra non solo perché anticomunisti, ma perché portavano dentro di sé un mondo magari confuso, ma pieno di valori. Fini li lascia orfani e tristi. La grande stampa plaude, i militanti di vecchia data piangono. Qualcuno se ne va.

Gianfranco si è fatto tanto prendere la mano dal sentimento antifascista, che è arrivato a rinnegare anche la moglie Daniela Di Sotto (fascista della prima ora). L’ultima abiura è arrivata direttamente da Atreju, dove si è celebrata la festa dei giovani di An, nel corso della quale Fini ha ribadito la necessità per la destra di riconoscersi nei valori dell’antifascismo.

A questo punto c’è da chiedersi che fine, anzi che Fini abbia fatto il Gianfranco che a un Berlusconi che si affannava a strappargli via l’immagine di fascista, replicava: «Sono un postfascista, ma sarebbe meglio dire un fascista nato nel dopoguerra». O quello che nel libro “Il fascista del Duemila” di Corrado De Cesare, affermava che il compito della destra era quello di «attualizzare, in una società postindustriale alle soglie del 2000, gli insegnamenti del fascismo che ha lasciato un testamento spirituale, dal contenuto profondamente sociale, dal quale non possiamo prescindere». E, ancora, il 5 gennaio 1990 quando intervistato da “Il Giornale” disse: «Nessuno può chiederci abiure della nostra matrice fascista». Per non dimenticare, ovviamente, il Fini che il 30 settembre 1992 pontificava Mussolini definendolo «il più grande statista del secolo, esempio di amore per la propria terra e la propria gente. Un uomo che se vivesse oggi, garantirebbe la libertà degli italiani».

Fini è colui che nel 2003, appena divenuto ministro degli Esteri si reca in visita ufficiale in Israele e con assoluta naturalezza definisce il fascismo «il male assoluto». Da allora in poi fu un’escalation senza fine, dal voto agli immigrati all’apertura alle coppie di fatto e agli omossessuali, fino all’insegnamento del Corano nelle scuole statali.

Una grande lezione di coerenza Fini l’ha data poi tra dicembre 2007 e gennaio 2008. Queste furono le sue testuali dichiarazioni:
«Il Cavaliere ha distrutto la Cdl, e ora dovremmo bussare alla sua porta con il cappello in mano e la cenere in testa? Non siamo postulanti. Io tornare all’ovile? Sono il presidente di An, non una pecora» (Gianfranco Fini, 16 dicembre 2007)
«Condivido la proposta di Berlusconi di dare al popolo del 2 dicembre, al popolo della libertà, un’unica voce in Parlamento. E’ una pagina storica della politica italiana: il 13 aprile nascerà un nuovo grande soggetto politico ispirato ai valori del Partito popolare europeo e quindi alternativo alle sinistre. Mi auguro che gli amici dell’Udc vogliano scrivere questa importante pagina assieme a noi» (Gianfranco Fini, 8 febbraio 2008)

Il resto è storia recente. Il 30 aprile 2008 Gianfranco Fini viene eletto presidente della Camera dei deputati per il Popolo delle libertà. Postulanti? Pecore? Macché, si sa che la politica è macchiavellica e mai come in questo caso il Fini giustifica i mezzi! (do.mal.)

Consiglio di leggere l’interessante riflessione di Luca Telese.

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Le svolte di Gianfranco da Mussolini “statista” al “male assoluto”

di Luca Telese

C’era una volta un segretario di partito che, seduto sul divanetto del Costanzo Show, diceva che non avrebbe mai affidato suo figlio a un maestro omosessuale. C’era una volta un leader di partito che consegnava simbolicamente il diritto di utilizzare la fiamma del movimento sociale a un leader francese il cui nome era Jean Marie Le Pen. C’era una volta un Gianfranco Fini che saliva sul palco di un comizio referendario per invitare i suoi elettori a votare contro il referendum per l’abolizione del proporzionale. C’era una volta un leader che in una intervista alla stampa definiva Benito Mussolini «il più grande statista del secolo».
Ecco, se si vuole misurare la portata dirompente degli strappi fatti da Gianfranco Fini in questi ultimi anni, a partire dalla nascita di Alleanza nazionale fino ad oggi, bisogna ritornare al leader dell’ultimo Movimento sociale, così diverso per scelte politiche e per impianto ideale. La grande svolta di Fini inizia in realtà subito dopo il suo massimo storico, quando alle elezioni comunali del 1993 arriva clamorosamente al ballottaggio con Francesco Rutelli e tocca il 47 per cento dei voti. Fini si è presentato con il simbolo del Movimento sociale, ma ha già iniziato una lunga marcia e una parallela metamorfosi politica. Prima di far nascere An, compie un gesto clamoroso con una visita alle Fosse Ardeatine, il mausoleo delle vittime delle rappresaglie naziste a Roma. Fu una notizia che guadagnò titoli su tutti i giornali, ma era solo l’inizio. A Fiuggi, con l’opposizione di Pino Rauti, il prezzo di una scissione, quella della fiamma, il mal di pancia di molti iscritti, Fini promosse la stesura di un documento che condannava un regime, quello fascista, «che aveva conculcato le libertà civili». Alle europee del 1999, per la prima volta, dopo aver costituito l’Elefante (un cartello elettorale con Mariotto Segni che non andò affatto bene), ventilò la possibilità di superare anche Alleanza nazionale. Ai colonnelli che protestavano fece sapere: «Se non vi sta bene mi faccio la Lista Fini». Man mano che gli strappi di Fini si susseguivano, in An crescevano due stati d’animo. Quello degli scontenti, che iniziarono a vedere un riferimento in Alessandra Mussolini prima e in Francesco Storace poi. E quello della «nuova classe dirigente» postmissina, che, più o meno convinta, continuava a seguire il Capo. Se non altro perché due volte era stato in grado di portarli al governo.
Anche gli oppositori di Fini spesso erano meno saldi di lui. La Mussolini riuscì ad abbandonare An per andare ad iscriversi al congresso della Fiamma. E il giorno dopo tornare indietro. E ad abbandonare di nuovo An, quando Fini celebrò il suo strappo più profondo, con la visita allo Yad Vashem e le dichiarazioni sul «fascismo male assoluto». E poi ritornare di nuovo dentro ad An, al punto da essere eletta, nelle ultime elezioni, con il Pdl. Francesco Storace, invece, iniziò i girotondi neri nello stesso giorno, e poi arrivò a costruire una nuova scissione, con la sua «Destra». Era stato, fino ad allora, il migliore amico di Fini dentro il partito.
Ma gli strappi di Fini continuavano, sempre più imperiosi, sempre più imprevedibili. Alla vigilia del referendum sulla procreazione assistita, il leader di An, all’epoca vicepremier, spiazzò tutti, dichiarando che avrebbe votato sì al quesito che intendeva abrogare la legge voluta dal centrodestra. Un altro strappo clamoroso, all’interno del partito, fu la degradazione istantanea di tutti i dirigenti dopo le rivelazioni de “Il Tempo” su alcune chiacchiere improvvide avvenute al bar della Caffetteria, a un passo da Montecitorio. Perfino un dirigente della caratura di Ignazio La Russa accettò l’azzeramento del suo incarico (era coordinatore) e di trascorrere un purgatorio di attività politica senza cariche (adesso è ritornato coordinatore, nonché ministro della Difesa). Ma Fini tornò a stupire ancora tutti quando, invitato alla prima di un film – Il mercante di pietre – contro la minaccia islamica, una proiezione organizzata e voluta soprattutto da Maurizio Gasparri, si alzò di scatto e lasciò tutti di stucco con un giudizio liquidatorio: «È una boiata pazzesca». Ieri il leader di An è andato nel cuore dell’ultima organizzazione identitaria collegata alla storia del suo partito, è salito sulla collina «tolkieniana» della festa di Atreju e, in quello stesso anfiteatro dove Silvio Berlusconi ha fatto un discorso in camicia nera, e ricordando Italo Balbo, ha cesellato le frasi di più forte discontinuità mai sentite fino ad oggi, con la storia della Repubblica Sociale: «Chi è di destra, oggi, deve sapere che quegli uomini erano dalla parte sbagliata». Molti, sino ad oggi, hanno criticato il suo procedere per strappi e rotture, molti continuano a restarne stupiti, perfino interdetti. Ma è vero che la giustezza delle scelte di un politico si possono dimostrare solo nel tempo. L’unico altro parametro, nella contemporaneità, è se siano sostenibili o meno. Fino ad oggi, il leader di An in una cosa è riuscito: far digerire ai suoi tutte le sue scelte. Plasmare una nuova classe dirigente, con una rivoluzione dall’alto che puntava a parlare più agli elettori che agli iscritti. Fino a ieri ce l’ha fatta. E forse, anche ieri è stato così.

Fonte: Il Giornale (edizione del 14/9/2008)

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