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E lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità…

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«Avevamo bevuto, avevamo deciso che ci saremmo divertiti: uno di noi l’ha violentata due volte, quella ragazza. Ci avevamo già provato, quella sera. Poche ore prima avevamo tentato di aggredire un’altra coppietta, ma era andata male».

Basta con l’ipocrisia della solidarietà di facciata e dal politicamente corretto. Solo una minima percentuale di stranieri che arrivano in Italia sono una risorsa, il resto sono criminali che trovano nel nostro Paese dei balocchi un luogo sicuro dove poter delinquere. Si tratta, per la maggior parte, di rumeni, marocchini e albanesi. Nonostante tutto i nostri governanti, anche di fronte ad episodi come quelli accaduti a Guidonia e Torino (solo gli ultimi di una lunga serie), restano impassibili e scelgono di fare demagogia. Da una parte Berlusconi che insiste con la fregnaccia dell’esercito, dall’altra l’opposizione fantasma guidata da Veltroni che piuttosto che fare una proposta seria, preferisce cavalcare l’onda lunga delle violenze per sparare contro il governo. In mezzo c’è la banda Di Pietro-Grillo-Travaglio, per i quali gli stupri e le violenze non esistono: avete sentito, da parte loro, solo una minima parola sull’argomento? Niente, silenzio, erano troppo impegnati a insultare il presidente della Repubblica e menarcela con il solito teatrino dell’antipolitica.

Infine c’è il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, che potrebbe ma non vuole. Anzi, partecipa anche lui al festival delle cazzate. Dice che si potrebbe sospendere il trattato di Schengen, ma non vuole farlo perché proprio lui è stato uno responsabili dell’allargamento delle frontiere europee. Certo, sarebbe come sconfessare se stessi. Frattini riesce a fare, anzi a dire, anche di più:

«Io non direi che questi sono criminali rumeni: un criminale è un criminale. Però ci sono dati statistici: la comunità rumena è quella dalla quale purtroppo viene una gran parte di quelli che commettono reati in Italia. Questi criminali devono scontare la pena nel loro Paese e la Romania deve accettare questo discorso».

Prima dice che i rumeni sono criminali come gli altri, poi, però, non può fare a meno di evidenziare come la comunità rumena sia quella che commette più reati. Per la serie: come rettificare se stessi nel giro di qualche riga. Frattini, inoltre, in quanto ministro degli Esteri ed ex commissario europeo, dovrebbe sapere che il sistema giudiziario rumeno è ancora più indulgente di quello italiano. Si rischierebbe, dunque, che queste bestie scontino nel loro Paese una pena minima e nel giro di qualche anno ce li ritroveremmo sotto casa a stuprare e delinquere. come prima e più di prima.

Certo, qualcuno potrebbe anche ribattere dicendo che stupratori e delinquenti ce ne sono anche in Italia, e l’esempio del violentatore della notte di Capodanno a Roma ne è la testimonianza. Appunto, grazie a Dio, non ci facciamo mancare nulla, ed è proprio per questo che non abbiamo certo bisogno degli immigrati per ingrossare le fila della criminalità nostrana.

Per frenare l’ondata di delinquenza straniera, duqnue, l’unica proposta seria è proprio quella di sospendere temporaneamente il trattato di Schengen, per arginare l’afflusso di tutta questa feccia. Non una proposta populista, come potrebbe pensare qualcuno, ma una procedura prevista dalla stesso trattato:

Art. 1 Le frontiere interne possono essere attraversate in qualunque luogo senza che venga effettuato il controllo delle persone.
Art. 2 Tuttavia, per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, una Parte contraente può, previa consultazione delle altre Parti contraenti, decidere che, per un periodo limitato, alle frontiere interne siano effettuati controlli di frontiera nazionali adeguati alla situazione. Se per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale s’impone un’azione immediata, la Parte contraente interessata adotta le misure necessarie e ne informa il più rapidamente possibile le altre Parti contraenti.

Una misura già adottata nel 2005 sia dall’Olanda che dalla Francia, quando ministro degli Interni era un certo Nicolas Sarkozy. Ma si sa, qui siamo in Italia, il Paese che qualcuno definisce incivile perché non ci sarebbe libertà di stampa. Di converso, però, c’è libertà di delinquere. In Italia tutto si può, nulla osta. (do.mal.)

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Lotta armata alla prostata

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Ci mancava solo Renato Curcio. Il fondatore delle Brigate Rosse, mai pentito nè dissociato, una volta rivendicava gli attentati terroristici compiuti insieme al suo manipolo di esaltati, oggi rivendica la pensione. Segni dei tempi che cambiano. Alla lotta armata contro lo Stato imperialista e borghese, si è sostituita la lotta allo Stato disattento e non assistenzialista nei confronti dei rivoluzionari armati della terza età. Al mitra si è sostituito il catetere, alla rivoluzione proletaria la prostata ingrossata.

Insomma, bastava qualche acciacco, il diabete e la pressione alta, per fare apprezzare al compagno Curcio il valore della borghesissima pensione.

«Ho 67 anni – dice – e sono costretto a lavorare finchè potrò perchè l’Inps mi ha comunicato che non ho diritto alla pensione. Eppure ho lavorato nei vari carceri, ma risulta che non sono stati versati contributi adeguati. Quindi non avrò mai un assegno pensionistico. E non ho diritto nemmeno alla pensione sociale, di povertà per intenderci, perché sono sposato e mia moglie ha un reddito. Quindi, non ho diritto a nulla».

Insomma, terroristi e avanzi di galera di ogni genere non mancano occasione per pretendere il rispetto dei loro diritti. Peccato che proprio loro non hanno rispettato i diritti di altri uomini. Primo fra tutti il diritto alla vita.

La migliore risposta al terrorista Curcio l’ha data Lorenzo Conti, figlio di Lando il sindaco fiorentino ucciso dai brigatisti:

«Perché il signor Renato Curcio pretende la pensione quando nemmeno alcune vittime del terrorismo l’hanno ricevuta da questo Stato? Perché il signor Curcio invece di dedicarsi alla guerra armata e alla rivoluzione proletaria, non si è dedicato, come noi tutti, a svolgere un lavoro normale… E come mai, in questi anni, non ha mai chiesto scusa alle vittime del terrorismo che oggi, a stento, riescono di condurre una vita decorosa?».

E aggiunge:

«Faccio un giuramento a tutti gli italiani: se lo Stato concede a Curcio una pensione, io chiedo asilo politico all’America o a Israele, che hanno mostrato sempre la loro vicinanza alle vittime del terrorismo e non ai carnefici».

Personalmente mi unisco al pensiero di Conti, soprattutto dopo le vergogne  riguardanti i casi Mambro, Petrella e per ultimo Battisti, per il quale sembra che il governo francese, sotto sollecitazione di madame Carlà Brunì, abbia avuto un ruolo decisivo nel convincere il Brasile a non concedere all’Italia l’estradizione.

A proposito di soubrettine francesi crocerossine dei terroristi, sentite cosa disse di Curcio l’attrice Fanny Ardant, intervistata dal Corriere della Sera nell’agosto 2007:

«Per me Renato Curcio è un eroe. Ho sempre considerato il fenomeno Brigate rosse molto coinvolgente e passionale».

Complimenti madame. E io che credevo che gli eroi li avesse solo Berlusconi! (do.mal.)

P.S.: Giusto per capire chi era e cosa ha fatto Renato Curcio (per quei pochi che non lo sapessero) vi invito a leggere la sua biografia su Wikipedia.

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In Brasile i terroristi li chiamano rifugiati politici

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Cesare Battisti non è un rifugiato politico, come vorrebbe farci credere il governo brasiliano del presidente Lula. Cesare Battisti è un terrorista condannato in contumacia all’ergastolo, con sentenze passate in giudicato, per aver commesso quattro omicidi durante gli anni di piombo (tre come concorrente nell’esecuzione, uno pianificato da lui ed eseguito da altri).

Per capire perché il terrorista Battisti non può essere considerato un rifugiato politico, basta rileggere la Convenzione di Ginevra del 1951, che definisce rifugiato

«colui che, temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese, di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese: oppure che, non avendo la cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra».

La decisione, spiega il ministro brasiliano della Giustizia Tarso Genro, si basa «sul fondato timore di persecuzione per opinioni politiche». Probabilmente il governo brasiliano considera l’Italia alla stregua della Cuba di Fidel Castro o dell’Afganistan dei Talebani. E già solo per questo il governo italiano si dovrebbe incazzare e anche di brutto.

Ancora prima del Brasile, è stata la Francia (da sempre ricettacolo di terroristi) ad ospitare la latitanza di Battisti grazie alla cosidetta “dottrina Mitterand“, che concede asilo ai terroristi, ancora meglio se sono italiani, a patto che questi non compiano reati sul suolo francese. Ma perché Battisti si è sempre rifiutato di rientrare in Italia per espiare la sua pena? «Sono sicuro – dice il terrorista – che se vado nel mio Paese, sarei assassinato».

Per rendersi conto che anche questa, come quella del rifugiato politico è una stronzata, basta capire chi sono le persone uccise dall’ex componente dei Proletari armati per il comunismo (Pac) tra il 1978 e il 1979. Si tratta di:

Antonio Santoro, maresciallo della Polizia penitenziaria (omicidio di cui fu l’esecutore materiale);
Lino Sabbadin, macellaio di Mestre (Battisti fece da copertura armata all’esecutore materiale Diego Giacomini);
Pierluigi Torregian, gioielliere (omicidio per cui Battisti fu condannato come co-ideatore e co-organizzatore);
Andrea Campagna, agente della Digos (omicidio di cui fu l’esecutore materiale).

Povera gente, non mafiosi sanguinari. La domanda quindi è: dopo tutto questo tempo, chi ha interesse ad uccidere uno come Battisti? Un miserabile terrorista che pensa che ammazzare un macellaio e un gioielliere sia lottare per il proletariato unito. Uno con il cervello talmente piccolo da partecipare all’omicidio di un autista della Digos (si badi bene: non del capo della Digos, ma dell’autista). Un fanatico che fa fuori un agente della polizia penitenziaria, non uno di quelli che i criminali in galera ce li sbattono, ma uno di quelli che al massimo ce li tengono.

La verità è che ostriche, caviale e champagne  francese piacciono anche al comunista proletario armato, più o meno come la samba, il sole e il carnevale brasiliano. Atmosfere ideali per scrivere i suoi romanzi noir.

Se il vero timore di Battisti, tornando in Italia, è quello di non poter più godere della bella vita, qualcuno gli comunichi che i delinquenti nel Belpaese sono trattati da veri signori. Ancora di più i terroristi come lui che sono tra i più coccolati nei salotti radical-chic, si arricchiscono scrivendo libri, vengono riabilitati e diventano icone di sapere e saggezza, girovagando tra le televisioni e le Università a divulgare il loro Verbo.

Quindi, per cortesia, il terrorista Battisti e il governo brasiliano che favorisce la sua latitanza, ce ne ne raccontino un’altra, magari più credibile che cà nisciuno è fesso! (do.mal.)

Leggi anche i precedenti post su Francesca Mambro e Marina Petrella.

Fonte: Wikipedia

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