Articoli con tag Francesco Rutelli

I politici italiani si raccontano nel web 2.0

di Domenico Malara per Il Clandestino

Webbizzati e contenti. Viviamo ormai nella Repubblica 2.0, un universo sospeso a metà tra il reale e il virtuale. Una zona franca dove l‘arte dell’impossibile diventa opportunità. Opportunità per riciclarsi politicamente, promuoversi o giocarsi una fittizia chance di carriera nel mondo dello spettacolo. Basta sbirciare dal buco della serratura di internet per accorgersi di essere di fronte ad un’Italia pizza, spaghetti, mandolino e facebook.

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Benito Berlusconi e i suoi complici del Pd

di Fausto Carioti per Libero del 26 marzo 2009

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Nel manicomio della politica italiana mancava solo lo schizofrenico. Ci ha pensato il Partito democratico a colmare la lacuna. Al momento, infatti, di Pd ne esistono almeno due. Il primo, che è facile incontrare sui titoli dei giornali, è quello che minaccia di rivolgersi al Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca. È il partito del Walter Veltroni che paragona il premier oggi a Vladimir Putin e domani a Benito Mussolini. E intanto denuncia, fremente di sdegno, «il disegno scellerato e autoritario» di un governo che «minaccia la democrazia». È il Pd di Dario Franceschini che sale sulle barricate perché se il premier vincerà pure le elezioni europee «quello che potrà fare dal giorno dopo è inimmaginabile». Del capogruppo al Senato Luigi Zanda, convinto che Berlusconi voglia decretare «la fine della divisione dei poteri». Poi c’è l’altro Pd, di cui però si parla poco. Meno affascinante, forse, ma di sicuro molto più concreto. È quello che, se si va a guardare le votazioni parlamentari sui provvedimenti più importanti, si scopre essere allineato al pericoloso «regime» berlusconiano. Un partito che riesce a fare eleggere i suoi uomini alla guida delle giunte e delle commissioni parlamentari. E che poi, incassata la poltrona, come se nulla fosse tornare a gridare al golpe strisciante.

L’ultimo esempio è quello del federalismo fiscale. Era «un testo contraddittorio e pasticciato di cui non si capiscono i tempi e soprattutto i costi» (parole di Anna Finocchiaro, 3 ottobre del 2008). Veltroni lo definiva «una concessione alla Lega». Alla fine, nonostante Giulio Tremonti non abbia fornito chiarimenti sui costi, lo hanno fatto passare senza nemmeno opporsi. Segno che forse non faceva poi così schifo. Alla votazione finale della Camera, infatti, il Pd si è astenuto, mentre l’Italia dei valori ha votato addirittura a favore. Morale: 319 voti favorevoli, 195 astenuti e appena 35 contrari. Certo, ha pesato la decisione del governo di accogliere qualche emendamento del Pd, oltre alla volontà del partito di Franceschini di non rompere i rapporti con la Lega (domani, chissà, Umberto Bossi potrebbe tornare utile). Proprio questo, però, fa del federalismo fiscale – la più importante delle riforme volute sinora dal governo – un provvedimento bipartisan.

Ma il Pd è riuscito a fare anche di meglio. Una delle novità più discusse della legislatura, ovvero la modifica della legge elettorale per le europee, fatta apposta per tagliare i “nanetti” di destra e sinistra da ogni rappresentanza parlamentare e privarli dei contributi pubblici, è stata votata in fraterna armonia dal Pd assieme al PdL. A Montecitorio, dopo una votazione – questa sì – bulgara (517 favorevoli, 22 contrari, 2 astenuti), Veltroni andò a stringere la mano ai berlusconiani Elio Vito, ministro per i rapporti con il Parlamento, e Denis Verdini, coordinatore di Forza Italia. «Almeno una cosa insieme in questa legislatura l’abbiamo fatta», gongolava felice il leader del Pd. A dimostrazione del fatto che con i colonnelli del tremendo dittatore di Arcore si possono anche fare buoni affari, quando conviene.

Del resto è dall’inizio della legislatura che il Pd intasca poltrone con il benestare dell’«anti-democratico» Berlusconi. Alla Camera ha ottenuto la presidenza della giunta per le Elezioni, andata a Maurizio Migliavacca, e della giunta per le Autorizzazioni, toccata a Pierluigi Castagnetti. Alla guida del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è stato mandato Francesco Rutelli. Il comitato per i procedimenti di accusa (di fatto un ente parlamentare inutile) è stato affidato al senatore del Pd Marco Follini, che somma questa carica con quella di presidente della giunta per le Elezioni e le Immunità parlamentari di Palazzo Madama. Sempre al Senato Ignazio Marino, del Pd, è stato mandato alla guida della commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, mentre a Montecitorio la presidenza della commissione d’inchiesta sugli Errori in campo sanitario è andata all’esponente dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando. Un altro senatore del Pd, Pietro Marcenaro, è presidente della commissione straordinaria per i Diritti umani, ed Emma Bonino, eletta pure lei nelle liste del Partito democratico, presiede la commissione per le Pari opportunità nel Senato. Gran parte di queste cariche sono andate all’opposizione perché così vuole la prassi parlamentare. Ma il punto è proprio questo: la normalità della spartizione delle poltrone, alla quale l’opposizione partecipa senza remore, smentisce le invettive sul regime che gli esponenti del Pd lanciano un giorno sì e l’altro pure.

Normalità che si è vista anche con le nomine in campo radiotelevisivo. Alla fine la presidenza della commissione di Vigilanza sulla Rai è andata a Sergio Zavoli, senza dubbio più gradito al Pd di quanto lo fosse Leoluca Orlando, sul cui nome il partito di Veltroni, all’inizio della legislatura, aveva finto di essere d’accordo. Ieri Paolo Garimberti, proveniente dal gruppo di Repubblica, scelto anch’egli dal Pd e approvato da Berlusconi, è stato indicato per la presidenza della Rai. A febbraio era toccato a Giuliano Amato, già ministro nei governi di Massimo D’Alema e Romano Prodi, essere chiamato dal governo a presiedere l’istituto Treccani. Ad aversene a male – non senza qualche ragione – furono tanti esponenti del PdL, mentre i parlamentari del Pd applaudivano alla «prestigiosa» scelta fatta da Berlusconi. Il giorno dopo, manco a dirlo, avevano già ricominciato con la litania del governo che occupa tutti gli spazi e fa carne di porco della democrazia. Fosse vero, visto come sono andate sinora le cose in Parlamento, difficilmente il «regime» di Berlusconi avrebbe potuto trovare un complice migliore del Pd.

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Per un antipatico al Tg1 una Concitina al Tg2

rai_bnRiccardo Villari continua a tenere ben saldo il suo deretano sulla poltrona presidenziale della Vigilanza Rai. E c’è da scommettere che ci resterà fin quando non gli sarà proposta una seggiola altrettanto comoda. Da parte sua il buon Sergio Zavoli fa sapere che ogni limite ha una pazienza, e anche la sua sta per varcare la soglia della sopportazione:

«Non ci resterò più di tanto sulla graticola dice Zavoli, e lascerò a un centimetro dal ridicolo…»

D’altra parte sarebbe ingiusto addebitare a Villari colpe non sue. Da buon vecchio democristiano qual è, il senatore del Pd sa di poter giocare le sue carte senza troppa fretta.

Di Villari c’è addirittura chi ne rivendica la paternità politica. Indovinate chi? Proprio lui, il Clemente nazionale, che in un intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera parla di un Villari abile ma sfaticato:

«L’ho cresciuto io. Lo presi dal Cdu, portandolo via a Buttiglione. Lo feci segretario regionale in Campania. Poi lo feci eleggere consigliere regionale. Quindi lo portai in Parlamento, nel 2001. Lui esordì alla grande, regalando a tutte le deputate una statuetta di pastorello da presepe napoletano. Purtroppo racconta Mastellafinì come sempre in questi casi: crescono con me, poi quando arrivano in alto mi abbandonano. Così passò con Rutelli. Ma non ce l’ho con Villari, anzi, mi è carissimo. Perché è stato tra i pochi democratici cristiani a restarmi vicino, nei giorni della disgrazia. Mi chiamò. Venne anche a casa mia. Ancora adesso mi telefona spesso, mi chiede consigli. Riccardo è uno intelligente, svelto. Capisce la politica. Sa come muoversi ma è un po’ sfaticato. Viene da una famiglia importante, di medici facoltosi. È un altoborghese napoletano, e di conseguenza ha una concezione altoborghese della politica»

Intanto inizia a soffiare qualche spiffero dal fronte nomine. Secondo i rumors prende sempre più piede l’ipotesi di dare il Tg2 a Walter Veltroni (che piazzerebbe alla direzione Concitina De Gregorio, attuale direttore de L’Unità), e passare il Tg3 al centrodestra. Per il Tg1, invece, si fa con insistenza il nome dell'”antipatico” Maurizio Belpietro, attuale direttore di Panorama. (do.mal.)

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Il Ponte di Messina in mano alla mafia? Giusto un po’, lo Stretto indispensabile!

Il presidente dell’Anas, Pietro Ciucci, ha annunciato: «Contiamo di aprire i cantieri per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina alla metà del 2010».

«Abbiamo più volte esposto il cronoprogramma di quest’opera – dice Ciucci – che non sarà facile perché è una scommessa con noi stessi. Il progetto era pronto due anni fa ed era già finanziato; poi quelle risorse sono state dirottate dal Governo per fabbisogni più urgenti. Stiamo lavorando in questi mesi per predisporre le regole, insieme con il Governo, che prevedono entro i primi mesi del prossimo anno l’ultimazione della progettazione definitiva con l’obiettivodi aprire i cantieri dalla metà del 2010. Siamo convinti che sia un’opera importante che può fare il bene di quelle aree. Un’opera che in larga parte si ripagherà. Il ponte non richiede investimenti a fondo perdutoma solo investimenti temporanei di risorse» (Ansa).

A questo punto prepariamoci all’invasione dell’esercito dei “no Ponte” sulle due sponde dello Stretto, con tanto di manifestazioni, sit-in di protesta, campeggi e quant’altro di folkoristico possa esserci. La regola è una sola: dire no. Bisogna andare in giro e dire che il Ponte sullo Stretto non deve essere costruito, che sono altre le priorità, che sara devastante per l’ambiente e per l’intero universo e, ovviamente, che sarà un grande regalo alla mafia (fosse il primo!).
Di tutte le preoccupazioni, quella che mi sento di condividere forse è proprio quest’ultima. Sarebbe sbagliato dire che la mafia non ha messo gli occhi sul Ponte. E allora che facciamo? Fermiamo il progresso e rinunciamo a quest’opera che “rischia” davvero di cambiare in positivo la storia del Sud, solo perché potrebbe essere un regalo alla mafia? Oppure qualcuno pensa di indebolire l’impero economico della criminalità organizzata non costruendo il Ponte? Alle reali opportunità reali di sviluppo dell’Area dello Stretto, però, nessuno ci pensa. Neppure ai posti di lavoro che si verranno a creare da qui a dieci anni.
In ogni caso quei soldi si dovranno spendere e se non sarà il Ponte, il regalo alla mafia sarà un altro e magari neppure lo sapremo. Ma tanto che ce frega, l’importante è che il Ponte non si realizzi. Vero?

A proposito di 2010. Questa data mi ricorda qualcosa. Non fu un certo Francesco Rutelli che nel chiudere la campagna elettorale dell’Ulivo del 2001 affermò, in pieno comizio a Messina, «il Ponte noi lo faremo ed io mi prenoto fin da ora per essere presente alla sua inaugurazione nel 2010»?

Quello che segue è il video realizzato alcuni anni fa dagli studenti della Facoltà di Architerrura dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria:

Mia nonna mi diceva sempre: «Prima di morire spero di vedere il ponte costruito». Lei è morta, ma io continuo a sperare. (do.mal.)

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Le svolte di Gianfranco da Mussolini “statista” al “male assoluto”

di Luca Telese

C’era una volta un segretario di partito che, seduto sul divanetto del Costanzo Show, diceva che non avrebbe mai affidato suo figlio a un maestro omosessuale. C’era una volta un leader di partito che consegnava simbolicamente il diritto di utilizzare la fiamma del movimento sociale a un leader francese il cui nome era Jean Marie Le Pen. C’era una volta un Gianfranco Fini che saliva sul palco di un comizio referendario per invitare i suoi elettori a votare contro il referendum per l’abolizione del proporzionale. C’era una volta un leader che in una intervista alla stampa definiva Benito Mussolini «il più grande statista del secolo».
Ecco, se si vuole misurare la portata dirompente degli strappi fatti da Gianfranco Fini in questi ultimi anni, a partire dalla nascita di Alleanza nazionale fino ad oggi, bisogna ritornare al leader dell’ultimo Movimento sociale, così diverso per scelte politiche e per impianto ideale. La grande svolta di Fini inizia in realtà subito dopo il suo massimo storico, quando alle elezioni comunali del 1993 arriva clamorosamente al ballottaggio con Francesco Rutelli e tocca il 47 per cento dei voti. Fini si è presentato con il simbolo del Movimento sociale, ma ha già iniziato una lunga marcia e una parallela metamorfosi politica. Prima di far nascere An, compie un gesto clamoroso con una visita alle Fosse Ardeatine, il mausoleo delle vittime delle rappresaglie naziste a Roma. Fu una notizia che guadagnò titoli su tutti i giornali, ma era solo l’inizio. A Fiuggi, con l’opposizione di Pino Rauti, il prezzo di una scissione, quella della fiamma, il mal di pancia di molti iscritti, Fini promosse la stesura di un documento che condannava un regime, quello fascista, «che aveva conculcato le libertà civili». Alle europee del 1999, per la prima volta, dopo aver costituito l’Elefante (un cartello elettorale con Mariotto Segni che non andò affatto bene), ventilò la possibilità di superare anche Alleanza nazionale. Ai colonnelli che protestavano fece sapere: «Se non vi sta bene mi faccio la Lista Fini». Man mano che gli strappi di Fini si susseguivano, in An crescevano due stati d’animo. Quello degli scontenti, che iniziarono a vedere un riferimento in Alessandra Mussolini prima e in Francesco Storace poi. E quello della «nuova classe dirigente» postmissina, che, più o meno convinta, continuava a seguire il Capo. Se non altro perché due volte era stato in grado di portarli al governo.
Anche gli oppositori di Fini spesso erano meno saldi di lui. La Mussolini riuscì ad abbandonare An per andare ad iscriversi al congresso della Fiamma. E il giorno dopo tornare indietro. E ad abbandonare di nuovo An, quando Fini celebrò il suo strappo più profondo, con la visita allo Yad Vashem e le dichiarazioni sul «fascismo male assoluto». E poi ritornare di nuovo dentro ad An, al punto da essere eletta, nelle ultime elezioni, con il Pdl. Francesco Storace, invece, iniziò i girotondi neri nello stesso giorno, e poi arrivò a costruire una nuova scissione, con la sua «Destra». Era stato, fino ad allora, il migliore amico di Fini dentro il partito.
Ma gli strappi di Fini continuavano, sempre più imperiosi, sempre più imprevedibili. Alla vigilia del referendum sulla procreazione assistita, il leader di An, all’epoca vicepremier, spiazzò tutti, dichiarando che avrebbe votato sì al quesito che intendeva abrogare la legge voluta dal centrodestra. Un altro strappo clamoroso, all’interno del partito, fu la degradazione istantanea di tutti i dirigenti dopo le rivelazioni de “Il Tempo” su alcune chiacchiere improvvide avvenute al bar della Caffetteria, a un passo da Montecitorio. Perfino un dirigente della caratura di Ignazio La Russa accettò l’azzeramento del suo incarico (era coordinatore) e di trascorrere un purgatorio di attività politica senza cariche (adesso è ritornato coordinatore, nonché ministro della Difesa). Ma Fini tornò a stupire ancora tutti quando, invitato alla prima di un film – Il mercante di pietre – contro la minaccia islamica, una proiezione organizzata e voluta soprattutto da Maurizio Gasparri, si alzò di scatto e lasciò tutti di stucco con un giudizio liquidatorio: «È una boiata pazzesca». Ieri il leader di An è andato nel cuore dell’ultima organizzazione identitaria collegata alla storia del suo partito, è salito sulla collina «tolkieniana» della festa di Atreju e, in quello stesso anfiteatro dove Silvio Berlusconi ha fatto un discorso in camicia nera, e ricordando Italo Balbo, ha cesellato le frasi di più forte discontinuità mai sentite fino ad oggi, con la storia della Repubblica Sociale: «Chi è di destra, oggi, deve sapere che quegli uomini erano dalla parte sbagliata». Molti, sino ad oggi, hanno criticato il suo procedere per strappi e rotture, molti continuano a restarne stupiti, perfino interdetti. Ma è vero che la giustezza delle scelte di un politico si possono dimostrare solo nel tempo. L’unico altro parametro, nella contemporaneità, è se siano sostenibili o meno. Fino ad oggi, il leader di An in una cosa è riuscito: far digerire ai suoi tutte le sue scelte. Plasmare una nuova classe dirigente, con una rivoluzione dall’alto che puntava a parlare più agli elettori che agli iscritti. Fino a ieri ce l’ha fatta. E forse, anche ieri è stato così.

Fonte: Il Giornale (edizione del 14/9/2008)

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D’Alema a Reggio Calabria si sente il padrone del Pd. E manda al diavolo il “Fru Fru” di Walter

Il governo del Partito democratico sarà pure ombra, ma gli scontri interni, quelli, ormai avvengono decisamente alla luce del sole. Mal di pancia talmente dolorosi, che neppure una buona dose di Buscopan riuscirebbe a calmare. Sentite Arturo Parisi: «Il totale dei trecento giorni di Veltroni porta il segno meno, i cento giorni di Berlusconi sembrano avere il segno più. Veltroni impari da Berlusconi a tenere un filo e svolgerlo nel tempo. Il Cavaliere ha imparato dai suoi errori e dovremmo imparare anche noi». E come se non bastasse aggiunge: «Il mio giudizio sul governo ombra è quello di una scommessa al momento mancata. All’inizio ho pensato che poteva essere utile ma, dopo tre mesi, il bilancio è quello di un’esperienza fallimentare». E Veltroni? Pacatamente, serenamente gli risponde così: «Il giorno in cui Parisi utilizzerà un quarto delle sue energie per attaccare la destra sarà un giorno in cui io sarò contento». Uno a uno e palla al centro.
I panni sporchi è giusto lavarli in famiglia, avrà pensato l’ex ministro della Difesa, e allora quale migliore occasione se non la Festa del Pd a Firenze per “tessere le lodi” del vecchio caro amico Walter, che in quello stesso momento si trovava alla festa Ecodem a Pontelagoscuro? E mentre i Sandra e Raimondo del Partito democratico erano intenti a darsele di santa ragione, a Reggio Calabria D’Alema, intervenendo alla convention “Med.fest” organizzata dal movimento “A testa alta per la Calabria” (corrente interna al Pd calabrese che fa capo al presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova) se la rideva di gusto, ma sempre attento a non destare troppi sospetti. Baffino, infatti, prima accusa Parisi di «giudizi ingenerosi» e poi, con straordinaria abilità diplomatica, risponde così ai giornalisti che gli chiedono se la sua Red (Riformisti e Democratici) è di fatto una nuova corrente all’interno del Pd: «La domanda mi lascia interdetto. Non abbiamo creato nessuna corrente. ReD è un’associazione culturale a cui hanno aderito anche molte persone e molti giovani che non sono iscritti al Pd. Quindi, non capisco come una persona che non fa parte di un partito possa invece aderire a una corrente. In questo momento il Pd sta lavorando per rilanciare la sua azione e approfondire la sua riflessione sulla società italiana. E’ normale che quando una forza politica perde le elezioni discute e cerca nuove vie». Nuove vie, appunto.
In attesa che la “Walterloo” si abbatta sul Pd, quel vecchio volpone d’un Massimo sfodera pian piano gli artigli, in un classico giochetto da gatto col topo, che alla fine vedrà soccombente il dormiente Walter Veltroni. Un copione già visto, che ha come prim’attore baffino che, col solito sorrisetto ironico, sottolinea chi è realmente il padrone della sinistra. Basta sentire il tipo di partito che ha in mente: «Un moderno partito deve essere fatto di persone vere, non un partito “fru fru” come ha detto Franco Marini, in una battuta che condivido. Abbiamo bisogno di un grande partito dentro il quale ognuno di noi è chiamato a dare il proprio contributo. Dobbiamo costruire una forza che sia anzitutto una grande organizzazione radicata in ogni parte del Paese, con circoli e tessere». Chiaro no?
Nel frattempo al capezzale di Veltroni accorrono, nell’ordine, Piero Fassino, Francesco Rutelli, Giorgio Tonini, Dario Franceschini e Giorgio Merlo, per ribadire che non esiste nessuna crisi interna al Pd. Un po’ come quel ministro dell’informazione iracheno che smentiva l’entrata dei soldati americani a Baghdad, proprio mentre alle sue spalle sfilavano carri armati e blindati a stelle e strisce. Sappiamo tutti, poi, come è andata a finire… (do.mal.)

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