Articoli con tag francesca mambro

Lotta armata alla prostata

curcio

Ci mancava solo Renato Curcio. Il fondatore delle Brigate Rosse, mai pentito nè dissociato, una volta rivendicava gli attentati terroristici compiuti insieme al suo manipolo di esaltati, oggi rivendica la pensione. Segni dei tempi che cambiano. Alla lotta armata contro lo Stato imperialista e borghese, si è sostituita la lotta allo Stato disattento e non assistenzialista nei confronti dei rivoluzionari armati della terza età. Al mitra si è sostituito il catetere, alla rivoluzione proletaria la prostata ingrossata.

Insomma, bastava qualche acciacco, il diabete e la pressione alta, per fare apprezzare al compagno Curcio il valore della borghesissima pensione.

«Ho 67 anni – dice – e sono costretto a lavorare finchè potrò perchè l’Inps mi ha comunicato che non ho diritto alla pensione. Eppure ho lavorato nei vari carceri, ma risulta che non sono stati versati contributi adeguati. Quindi non avrò mai un assegno pensionistico. E non ho diritto nemmeno alla pensione sociale, di povertà per intenderci, perché sono sposato e mia moglie ha un reddito. Quindi, non ho diritto a nulla».

Insomma, terroristi e avanzi di galera di ogni genere non mancano occasione per pretendere il rispetto dei loro diritti. Peccato che proprio loro non hanno rispettato i diritti di altri uomini. Primo fra tutti il diritto alla vita.

La migliore risposta al terrorista Curcio l’ha data Lorenzo Conti, figlio di Lando il sindaco fiorentino ucciso dai brigatisti:

«Perché il signor Renato Curcio pretende la pensione quando nemmeno alcune vittime del terrorismo l’hanno ricevuta da questo Stato? Perché il signor Curcio invece di dedicarsi alla guerra armata e alla rivoluzione proletaria, non si è dedicato, come noi tutti, a svolgere un lavoro normale… E come mai, in questi anni, non ha mai chiesto scusa alle vittime del terrorismo che oggi, a stento, riescono di condurre una vita decorosa?».

E aggiunge:

«Faccio un giuramento a tutti gli italiani: se lo Stato concede a Curcio una pensione, io chiedo asilo politico all’America o a Israele, che hanno mostrato sempre la loro vicinanza alle vittime del terrorismo e non ai carnefici».

Personalmente mi unisco al pensiero di Conti, soprattutto dopo le vergogne  riguardanti i casi Mambro, Petrella e per ultimo Battisti, per il quale sembra che il governo francese, sotto sollecitazione di madame Carlà Brunì, abbia avuto un ruolo decisivo nel convincere il Brasile a non concedere all’Italia l’estradizione.

A proposito di soubrettine francesi crocerossine dei terroristi, sentite cosa disse di Curcio l’attrice Fanny Ardant, intervistata dal Corriere della Sera nell’agosto 2007:

«Per me Renato Curcio è un eroe. Ho sempre considerato il fenomeno Brigate rosse molto coinvolgente e passionale».

Complimenti madame. E io che credevo che gli eroi li avesse solo Berlusconi! (do.mal.)

P.S.: Giusto per capire chi era e cosa ha fatto Renato Curcio (per quei pochi che non lo sapessero) vi invito a leggere la sua biografia su Wikipedia.

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Amanda Knox nel Paese delle meraviglie

amanda knox

Quando un giorno, nel corso di una conferenza stampa, mi “permisi” di affermare che le carceri italiane assomigliano più a villaggi-vacanza Valtur che a luoghi di punizione, venne giù il putiferio. Mugugni e scene d’indignazione da parte del direttore del carcere e del garante (ne sentivamo davvero la mancanza) delle persone private della libertà peronale. Perché adesso è con questa acrobazia letteraria che si chiamano i delinquenti, che detto così fa anche molto chic e buonista. Insomma, guai a parlare male dei poveri detenuti.

Mi solleva il fatto che non sono il solo a pensarla così, visto che la vergogna del sistema giudiziario e della realtà carceraria italiana è sotto gli occhi di tutti. Paradosso vuole che oggi l’assassino, il ladro e lo spacciatore, siano più tutelati della gente onesta. Chi entra in carcere può stare certo di avere assicurati tutti i comfort che fuori non potrebbe permettersi. Può fare teatro oppure giocare a calcio o a pallavolo. Una volta usciti, poi, lor signori hanno già in cassaforte un lavoro sicuro, interviste in esclusiva (ma questo dipende dal clamore e dall’efferatezza del reato. Le stragi familiari o gli atti di terrorismo sono preferibili) e libri pronti da dare alle stampe  dove raccontano le loro “eroiche” gesta come fossero bibbie da tramandare ai posteri. A che prezzo? Appena qualche anno di carcere, vitto e alloggio a spese degli italiani ovviamente.

Dei casi Carretta, Maso, Mambro, Izzo, Erika e Omar, ho già parlato in un precedente post.

La notizia di oggi riguarda Amanda Marie Knox, la principale accusata, insieme a Raffaele Sollecito, di aver violentato e ucciso Meredith Kercher, la ragazza inglese assassinata un anno fa a Perugia.

Nel carcere di Capanne si gira un film, “L’ultima città”, finanziato dalla Regione Toscana con un budget tra i dieci e i quindicimila euro. La storia racconta del viaggio fantastico di 12 detenute spinte dal desiderio di fuga. Indovinate chi è l’attrice protagonista? Proprio Amanda Knox (leggi la notizia riportata da Corriere.it).

Mi sembra giusto. Sei accusata di un tremendo omicidio e invece di trascorrere le tue giornate dentro una cella a fare i conti con la tua coscienza (sempre che ne hai una) che ti fanno fare? Un film. Ti iniziano al mestiere di attrice, nel caso in cui già non lo fossi.

Mi sembra uno spot efficace per tutti i provetti delinquenti: volete diventare famosi? Uccidete!

Adesso ditemi: l’Italia è o non è il Paese delle meraviglie?

Per fortuna c’è ancora qualcuno che s’indigna. Su Facebook da qualche settimana è nato il gruppo “La certezza della pena-Movimento per la giustizia” e anche su internet, su iniziativa di Barbara Benedettelli, è stata avviata una petizione online per la raccolta di firme da presentare al ministro della Giustizia.

Peccato che i santoni dell’informazione libera e i savonarola che pontificano e condannano da palchi e schermi televisivi, di questo non ne parlano. Probabilmente hanno altro per cui indignarsi! (do.mal.)

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Facciamoli marcire in carcere

Dopo Ferdinando Carretta, che ha assassinato padre, madre e fratello, nelle scorse settimane sono tornati in libertà Pietro Maso, che ha ucciso i suoi genitori, l’ex Nar Francesca Mambro, tra i responsabili della strage di Bologna, e prima ancora Gianni Guido, uno dei massacratori del Circeo. Prossimamente sarà il turno di Erika De Nardo e Omar Favaro, i fidanzatini omicidi di Novi Ligure.
Tutti questi “signori” hanno già in cassaforte un lavoro sicuro, interviste in esclusiva (che significa un bel gruzzolo di soldini) e libri pronti da dare alle stampe (che vuol dire altri bei soldi), dove raccontano le loro “eroiche” gesta come fossero bibbie da tramandare ai posteri. Insomma, è gente che può tranquillamente campare di rendita per il resto della loro insignificante esistenza. A che prezzo? Appena qualche anno di carcere, vitto e alloggio a spese degli italiani ovviamente.

Tra indulto (che riduce di tre anni le pene di molti reati tra cui l’omicidio), liberazione anticipata, semilibertà, libertà condizionale e affidamento in prova ai servizi sociali, la pena da scontare in carcere si tramuta nè più nè meno in un soggiorno-vacanza Valtur, dove si può fare teatro oppure giocare a calcio o a pallavolo. Tutto a spese dei contribuenti. Un Pietro Maso qualsiasi, ad esempio, è costato alla società circa 300 euro al giorno. Dati alla mano, chi non ha colpa, cioè gli italiani, hanno pagato il soggiorno di questo assassino circa 1.700.000 euro, oltre 3 miliardi delle vecchie lire.

Detto questo, c’è da chiedersi: come mai in Italia tutti si preoccupano delle porcherie che fa Berlusconi e nessuno scende in piazza per protestare contro un sistema giudiziario che garantisce l’impunità ad assassini e terroristi? Possibile che nessuno s’indigna sapendo che gente come Francesca Mambro o Ferdinando Carretta, sono a piede libero?

Eppure, secondo un’indagine, il 66% degli italiani si dichiara decisamente in disaccordo con il vecchio (e condiviso da tanti giuristi) principio del “meglio un colpevole libero che un innocente in galera”, preferendo al contrario rinchiudere in prigione quanti più criminali – veri o potenziali – possibile. Non a caso quasi un terzo (31%) è d’accordo nel proporre l’introduzione della pena di morte per delitti particolarmente gravi.

Sinceramente mi verrebbe da dire anche a me “sì” alla pena di morte. Ma pensandoci bene, che senso avrebbe? Il rischio sarebbe quello di trasformare questi assassini in protagonisti, quasi dei martiri. Alla sedia elettrica o all’iniezione letale, molto meglio il carcere a vita. Ma quello vero e soprattutto senza privileggi: cella austera, brandina e bagno. Stop. Si abbattono anche i costi che gravano sulla testa degli italiani.

E per favore, non venitemi a parlare di pietà e rispetto dei diritti umani. Non credo che bestie del genere sappiamo cosa significhi la parola pietà. Se non per loro. (do.mal.)

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Travaglio dixit: non rompetemi i coglioni

A Marco Travaglio proprio non è andata giù la sentenza che lo condanna per diffamazione nei confronti di Cesare Previti. Forse perché l’oracolo di Annozero pensava che frequentare il salotto santoriano significava automaticamente avere assicurata l’immunità. Invece no, per la seconda volta il portatore sano di verità dovrà risarcire l’ex parlamentare di Forza Italia (accadde già nel 2000 quando Travaglio fu condannato dal Tribunale di Roma sempre per diffamazione).

Travaglio dimostra ancora una volta tutto il suo stile e le sue contraddizioni. Nei suoi sermoni dal pulpito di Annozero, padre Marco non manca di elogiare il lavoro della magistratura. Salvo ritrattare tutto quando qualche giudice si accorge delle sue marachelle e lo condanna. «Previti – dichiara Travaglio al Corriere della Seraora è riuscito a trovare un giudice che gli ha dato ragione». Direi che è il colmo per un giustizialista come lui che considera qualunque giudice infallibile. Almeno prima della sua condanna.

E a proposito di stile, ecco come risponde Travaglio interpellato da magazine.libero.it: «Eh no, o chiamate tutti i giornalisti condannati per diffamazione e pubblicate tutti i loro nomi o non venite a rompere i coglioni a me! Ciao».

Approfitto di questo spazio per rispondere ad alcuni commenti ricevuti per il post “Anche i Travagli piangono“.

Scrive Antonio Aprile: «Ritengo che si debba comunque tutelare la libertà di espressione e intendo non solo quella di un giornalista, ma anche quella di un semplice cittadino, tanto se c’è diffamazione lo stabilisce la legge e giustamente chi sbaglia paga».Mi sembra che la libertà di espressione di Travaglio sia abbastanza tutelata, garantita e anche ben pagata dagli abbonati Rai. Così come mi sembra che sia stata proprio la legge a stabilire che Travaglio ha diffamato e per questo è giusto che paghi.

Scrive ancora Antonio: «Una causa persa non può diventare il pretesto per per delegittimare tutte le cose che da anni Travaglio dice… Uno come Travaglio è un patrimonio che va tutelato, non è uno che esprime opinioni, cita fatti e notizie ampiamente documentate e circostanziate…».

Più o meno quello che sostengono anche

Neclord: «Travaglio è famoso perchè si documenta e poi attacca a spada tratta usando dati e fonti concrete per argomentare. Il fatto che dia l’impressione di essere un saccente antipatico è dato dal fatto che è così dannatamente preparato e maniacale che per “farlo fuori” si devono appellare a qualunque cosa».

ed Elysabetta: «La definizione di Travaglio come “professor sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti” è decisamente offensiva è forzata. Se un giornalista può fornire le prove di quel che dice bisognerebbe ammirarlo non farlo passare per un petulante signor perfettino. Ricordiamo che la sentenza è solo al primo grado».

È vero, una condanna per diffamazione non delegittima il lavoro fatto in questi anni da Travaglio. In un precedente post, “Non è tutto Travaglio quello che luccica“, scrissi: «Marco è uno che il suo lavoro di giornalista lo sa fare. Bisogna riconoscere che senza le sue inchieste molte cose su Berlusconi avrebbero continuando ad avere quell’alone di mistero tale da renderle sconosciute ai più». Dire che Travaglio è un ottimo giornalista, però, mi sembra eccessivo. Travaglio è uno che legge montagne di atti processuali (o c’è chi lo fa per lui) e poi riporta ciò che c’è scritto. Insomma, quello che dovrebbe fare ogni buon giornalista di giudiziaria. Stessa cosa dicasi per i suoi innumerevoli libri. In quel caso si limita al più classico dei copia e incolla. Il fatto che sia preparato non gli dà, però, il diritto di fare il professorino sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti. Parlare di Travaglio come di un esempio o di un patrimonio da tutelare mi sembra eccessivo. Certe licenze risparmiamole per giornalisti come Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, e tutti quelli che raccontano le guerre dal fronte. Parlare da un comodo salotto come fa Travaglio è decisamente facile. E un po’ come quello che professa l’antimafia dall’arena di Domenica In…

Rispondo anche ad Enzo: «Il Tg1 omette nella notizia che la sentenza è in primo grado».

Vero, verissimo. La sentenza è in primo grado e Travaglio ha già annunciato che si appellerà. Probabilmente sarà anche assolto. Buon per lui. Ma se non sbaglio, anche il nostro Masaniello nei suoi soliloqui dimentica di dire che molte condanne di cui parla sono ancora in primo grado di giudizio.

Infine voglio rassicurare il mio amico Enzo («mi sembra tu ecceda nel tifo verso Previti»).

Non mi interessa fare il tifo nè per Previti nè per Berlusconi o per altri. Contesto solo il metodo Travaglio: giustizialista e forcaiolo solo con chi fa comodo a lui. Ma è possibile che in Italia gli unici delinquenti che conosce l’oracolo Marco sono Mastella o Berlusconi & Co? Perché Nostro Signore del giornalismo non ci rende edotti delle magagne dell’Italia dei Valori e dei suoi tanti inquisiti e condannati? Perché il condannato Travaglio non ha mai detto una parola sulle terroriste Francesca Mambro e Marina Petrella?

È proprio vero, l’antiberlusconismo è una brutta malattia. Più o meno come l’aviaria. Colpisce soprattutto i polli! (do.mal.)

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Dieci, cento, mille Roberto Saviano

Il mio amico Peppe Careri mi perdonerà se prendo in prestito il titolo del suo post per dire ciò che penso di Roberto Saviano ed esprimere la mia gratitudine per il suo grande coraggio. Ha ragione Peppe quando dice che regioni come Campania, Calabria e Sicilia avrebbero bisogno di dieci, cento, mille Saviano. Quello che manca, però, è proprio il coraggio di Roberto.

Stanotte sono intervenuto ad “Onorevole Dj”, la trasmissione di Rtl 102.5 condotta dal mio amico Pierluigi Diaco. Si parlava appunto del caso Saviano e di Gomorra. Pierluigi mi ha chiesto come mai anche in Calabria non c’è un Saviano che denuncia gli orrori della ‘ndrangheta. A questa domanda ho risposto con la più cruda e semplice verità: perché nessuno ha il coraggio di farlo.

È vero, ci vorrebbero dieci, cento, mille Saviano, ma a che prezzo? Credo che Roberto non si è pentito di ciò che ha fatto, ma forse ci ripenserebbe cento volte prima di pubblicare un altro Gomorra. Forse anche lui, sulla sua pelle, si è reso conto che probabilmente non ne vale la pena, soprattutto quando ti accorgi che vivi in uno Stato che tutela più gli assassini (vedi Carretta o Maso) e i terroristi (leggi Sofri, Mambro, Petrella) che gente come Saviano.

Ci vorrebbero dieci, cento, mille Saviano, ma non cambierebbe ugualmente nulla. Guardate Falcone, Borsellino, Impastato. Cos’è cambiato? Niente. Tra qualche tempo i casalesi torneranno liberi, così come sono tornati liberi tanti boss mafiosi.

Se davvero Roberto Saviano decidesse di lasciare l’Italia per costruirsi una nuova vita lontano da qui, chi potrebbe dargli torto? Forse qualcuno già lo accusa di vigliaccheria. Ma a questo prezzo meglio un vigliacco vivo che un eroe morto. La storia insegna. Forza Roberto. (do.mal.)

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Italia-Francia, scontro sulla Br Petrella Stavolta la testata è di madame Carlà

Se solo avesse letto le vicende riguardanti Adriano Sofri e Francesca Mambro, il presidente francese Nicolas Sarkozy e la sua gentile consorte, madame Carlà Brunì, non si sarebbero opposti all’estradizione della brigatista rossa Marina Petrella. Una che fino ad oggi se l’è spassata in terra francese grazie alla cosidetta dottrina Mitterand“, che concede asilo ai terroristi, ancora meglio se sono italiani, a patto che questi non compiano reati su suolo francese.


Le motivazioni che hanno spinto Sarkozy a non concedere l’estradizione rispondono a quelle che lui stesso ha definito «ragioni umanitarie». La “signora terrorista”, infatti, sembra non godere di ottima salute, tanto da essere stata scarcerata e posta in stato di libertà vigilata in un ospedale dove viene alimentata con un sondino. In difesa della Petrella si è mossa nientepopodimenoché madame Carlà Brunì, la quale non perde occasione di accorrere al capezzale dell’amica terrorista. E con lei la sorella, l’attrice Valeria Bruni Tedeschi (sconsiglio caldamente i suoi film a chi soffre di disturbi psico-depressivi). «Sì, me ne sono occupata – ammette la sorellina di Carlàe ne ho parlato sia con mia sorella che con suo marito. Il quale, a sua volta, s’è informato direttamente presso i medici che hanno in cura questa signora, ha incontrato i suoi avvocati e ha studiato personalmente tutti i dossier sul suo stato di salute. L’importante è che questa soluzione sia arrivata, e che non ci sia un’altra vittima». Moi oui. Brava, anzi bravà madame Brunì.

Ma non è tutto. «Penso che questa signora – prosegue l’attrice nella sua intervista a Corriere.itabbia già pagato il suo debito per ciò che ha fatto. E in ogni caso mi chiedo: che vantaggio poteva dare, per le vittime e più in generale all’Italia, contare un morto in più? I familiari delle vittime sono persone che hanno sofferto, penso che possano capire».

Ma scherzi? Figurati se non capiranno. Leggete un passaggio del comunicato stampa diffuso dall’associazione italiana vittime del terrorismo:

«L’Associazione esprime la più profonda indignazione per questa ennesima ingiustizia che ha cancellato con un colpo di spugna omicidi e sequestri, ferendo ulteriormente il popolo italiano, le vittime ed i loro familiari che hanno subito la cieca e sanguinaria violenza del terrorismo».

La Bruni Tedeschi conclude la sua intervista strappalacrime con un’autentica perla di umanità: «Ora potrà curarsi senza più avere la spada di Damocle di tornare in carcere in Italia, potrà lavorare su se stessa e tornare la donna che era prima. In carcere Marina Petrella sarebbe morta. Non ce la faceva a mangiare per lo stato di depressione fisica e psichica che l’aveva assalita e dal quale non è ancora guarita».

Ecchissenefrega, mi verrebbe da dire. Magari a quest’ora in cella staranno soffrendo di depressione anche Totò Riina e Bernando Provenzano. Che facciamo, concediamo la grazia pure a loro? In fin dei conti la “signora terrorista” anche in carcere farebbe una morte sicuramente più dignitosa di quella che ha fatto fare lei a tante altre persone sotto i colpi di una pistola o di una molotov. Ma anche qui ci hanno pensato i parenti delle vittime a rispondere in modo assolutamente dignitoso:

«…all’epoca degli attentati terroristici italiani a cui ha concorso la Petrella, le vittime ed i loro familiari non abbiano potuto usufruire delle cure mediche per le patologie psichiatriche e psicologiche di cui risulterebbe affetta la Petrella e di cui sono state sicuramente afflitte le sue vittime».

La decisione di Sarkozy offende anche gli italiani (ovviamente non Carlà Brunì e sorellina che hanno rinnegato il nostro Paese per naturalizzarsi francesi) e l’Italia, che in tema di diritti civili e umanitari è stata considerata al pari della Cambogia dei Khmer Rossi o dell’Afganistan dei Talebani. Non solo monseigneur Sarkozy non sa che anche in Italia i detenuti malati vengono curati con tutti i riguardi, ma ignora anche che i terroristi al pari della Petrella sono tra i più coccolati nei salotti radical-chic, si arricchiscono scrivendo libri, vengono riabilitati e diventano delle icone di sapere e saggezza, andando in giro per le Università a diffondere il loro Verbo. Insomma, più o meno quello che gli è permesso di fare alla corte di Nicolas e Carlà. (do.mal.)

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Ehi Mambro, Mambro italiano… Uno Stato di diritto? No, uno Stato di vergogna

Guardate che bel sorriso sprezzante di gioia. Chi non l’avrebbe sapendo di tornare in libertà nonostante una condanna a 6 ergastoli. Viviamo in un Paese che fa ribrezzo. Un Paese che predica la certezza della pena e poi rimette in libertà gente come Francesca Mambro, condannata con sentenza passata in giudicato per il più orribile, vile e sanguinoso attentato della storia italiana: la strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Francesca Mambro è stata riconosciuta responsabile dell’uccisione di 95 persone ed è stata condannata complessivamente a 6 ergastoli, 84 anni e 8 mesi. Ha scontato in carcere circa 26 anni di cui 10 in regime di semilibertà. Come ricorda Mario Adinolfi (guarda video), Francesca Mambro è in assoluto, tra i cittadini italiani che sono andati a sentenza, la persona con più omicidi sulle spalle. In uno Stato di diritto questa “signora” avrebbe finito i suoi giorni dietro le sbarre di una prigione e la chiave della cella buttata chissà dove. In uno Stato di diritto, appunto. Peccato che siamo nell’Italia del volemosebbene. E così il Tribunale di sorveglianza di Roma ha concesso alla terrorista nera, ex esponente dei nuclei anti rivoluzionari (Nar), la libertà condizionale fino al 2013 quando, in assenza di altri reati, la pena sarà estinta.

E tutti vissero felici e contenti. Tutti tranne i parenti delle vittime della strage di Bologna che ancora oggi chiedono e aspettano giustizia da uno Stato complice dei terroristi.

Ma se da una parte c’è uno Stato compiacente, dall’altra c’è una buona categoria di giornalisti e intellettuali radical-chic che sfoggiano orgogliosamente la loro amicizia con gente come la Mambro o come Adriano Sofri che, per chi se lo fosse già dimenticato, è stato condannato per l’assassinio del commissario Calabresi. Quegli stessi giornalisti e intellettuali che negli anni di piombo firmarono un documento in cui si sosteneva che Calabresi era responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli e in cui si chiedeva inoltre di ricusare i «commissari torturatori, i magistrati persecutori, i giudici indegni». Il manifesto dei 756 intellettuali (leggi qui la lista completa) fu pubblicato il 13 giugno 1971 da L’Espresso.
Sappiamo tutti come poi andò a finire. Il 17 maggio 1972, alle ore 9.15, Luigi Calabresi fu assassinato davanti alla sua abitazione in Largo Cherubini, a Milano, da un commando di due uomini, che gli spararono alle spalle un colpo alla testa e uno alla schiena, mentre stava raggiungendo la sua auto.

Dimenticavo. Mentre Francesca Mambro, responsabile dell’uccisione di 95 persone e condannata complessivamente a 6 ergastoli, 84 anni e 8 mesi di carcere, festeggia la riacquistata libertà, Italia dei Valori sbraita all’indirizzo di Berlusconi e raccoglie firme contro il Lodo Alfano. Complimenti ai nostri politici. Ma proprio a tutti. (do.mal.)

Sull’argomento consiglio si leggere i post di Mario Adinolfi e Paolo Valenti

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