Articoli con tag Corruzione

C’è chi ci mette il cuore, chi la faccia… di bronzo

ndranghetaTorno a parlare, ahimè, della Calabria. Com’era prevedibile l’arresto di Giovanni Strangio, il superlatitante accusato di essere mente ed esecutore della strage di Duisburg dell’agosto 2007, ha scatenato la solita stucchevole processione di complimenti e dichiarazioni di facciata: «I più vivi apprezzamenti a magistratura e forze dell’ordine…»«…una speranza per un futuro senza crimine», «è stato sancito un altro durissimo colpo alla ‘ndrangheta…» e bla.. bla… bla…

Tra le tante, una merita di essere riletta. Quella nientepopodimenoché del presidente della Regione Calabria Agazio Loiero: «La cattura di Giovanni Strangio – dice Loiero – a coronamento di un’indagine internazionale complessa, mi auguro possa avviare una nuova primavera di legalità a San Luca e in Calabria».

Certo che sentire parlare Loiero di «primavera di legalità» è c0me immaginare Pietro Pacciani presidente dell’associazione vittime del mostro di Firenze. Proprio lui, governatore di una regione, la Calabria appunto, con il Consiglio regionale più indagato d’Italia: 33 inquisiti su un totale di 50. Esattamente i 2/3 esatti dell’intera assemblea, senza distinzione di colore o partito politico, e con accuse che vanno dall’associazione mafiosa alle truffe all’Unione europea (reato che va molto in voga in Calabria) passando per il voto di scambio, le estorsioni, le infiltrazioni, la corruzione e la concussione.

Nuova primavera di legalità? Neppure il buon Cetto Laqualunque sarebbe riuscito a spararne una migliore!

Ma d’altronde, non fu lo stesso Loiero che alla domanda di un giornalista: «Le pare possibile che nel suo Consiglio regionale ci sono 33 deputati inquisiti?», candidamente rispose: «No, così tanti no, secondo me sono qualcuno in meno! E in fondo qui in Calabria se uno non ha almeno un avviso di garanzia vuol dire che non conta proprio niente».

Ora capisco perché per la nuova campagna pubblicitaria della Calabria, profumatamente remunerata dalla Regione e affidata a Gennaro Gattuso, hanno scelto l’accattivante slogan “Noi ci mettiamo il cuore”, perché la faccia, quella di bronzo, ci ha già pensato qualcun’altro a metterla.

votami-su-oknotizie

Annunci

, , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

2 commenti

I terroristi dell’informazione faziosamente libera

RAI-ANNO ZERO

Poi dicono che parlo sempre del condannato Marco Travaglio. Come si fa a non parlarne quando è lui stesso a offrirti l’occasione per farlo. E che dire poi del suo compagno di merende Michele Sant’Oro? Gli Stanlio e Ollio del giornalismo italiano.

Ma andiamo per ordine. Conosciamo tutti il professor sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti, alias Marco Travaglio: giustizialista incallito, implacabile nel denunciare chi sgarra, chi si rende colpevole di furberie, chi coltiva amicizie dubbie. Anche se non costituisce reato l’aver stretto la mano a uno che dieci anni dopo è sospettato di colludere con la mafia, per Travaglio è “un fatto” e quindi una condanna. Basta solo essere sfiorati dal sospetto e sei fottuto.

Travaglio è sempre super informatissimo, con il suo malloppone di atti e intercettazioni. L’immacolata concezione del giornalismo italiano non perdona nessuno. O quasi. E sì, perché se hai la tessera di Italia dei Valori le cose cambiano. Ecchediamine! Se poi sei Antonio Di Pietro in persona o qualcuno dei suoi figli, non c’è sospetto che tiene, l’indulgenza è assicurata.
Succede così che Cristiano Di Pietro, figlio dell’Inquisitore di Montenero di Bisaccia, è indagato per corruzione. E il giudice Travaglio che fa? Intervistato da Corriere.it, dice di non conoscere le carte e che in fondo si tratta «solo di raccomandazioni». Ma come, proprio lui, che fa le pulci pure ai peluches e ti manda alla forca anche solo per una puzzetta?

Ma c’è di più. Nello stesso passaggio dell’intervista, Travaglio dice:

«…le raccomandazioni, purtroppo, non sono penalmente rilevanti visto che nel nostro ordinamento l’abuso d’ufficio è stato di fatto depenalizzato…».

Bene, leggi reato depenalizzato è già pensi a quel mascalzone di Berlusconi e alle sue leggi ad personam. Sbagliato. La depenalizzazione dell’abuso d’ufficio di cui parla Travaglio è avvenuta nel 1997, ad opera del governo Prodi. Più precisamente: la depenalizzazione in questione è stata approvata dal centrosinistra, perché Romano Prodi risultava indagato per abuso d‘ufficio, in relazione ad atti compiuti quando era presidente dell’Iri. Ma questo per Travaglio non è “un fatto”.

E passiamo all’altro campione dell’informazione partigiana. Dopo essersi preso in diretta il vaffanculo della compagna Lucia Annunziata (esatto, non di Berlusconi, ma dell’Annunziata, il che la dice lunga sulla tanto sbandierata libertà d’informazione santoriana), Michele Sant’Oro da Annozero adesso sale sulla montagna del martirio e urla tutta la sua rabbia:

«In un paese normale – sbraita il nostro Masaniello – non esiste la censura nei confronti di un giornalista che sta compiendo il suo dovere di informare l’opinione pubblica».

Caro Sant’Oro, la questione è un po’ diversa. In un paese normale non esistono giornalisti hooligans, non esistono trasmissioni d’informazione faziosamente schierate da una parte. In un paese normale  “informare l’opinione pubblica” non significa essere il portavoce di un’organizzazione terroristica (Hamas), ma raccontare nella stessa misura il dramma palestinese e quello israeliano. Caro Sant’Oro, in un paese anormale, come sostieni sia l’Italia, tu non andresti in onda neppure sull’ultima emittente locale, invece tu e la tua allegra combriccola siete in prima serata su Raidue a spese dei contribuenti. Caro Sant’Oro, in un paese normale quello anormale sei tu.

A tal proposito credo che sia quanto mai puntuale e illuminante l’editoriale di Aldo Grasso dal titolo “Faziosità e illusioni”.

Dimenticavo. Perché Marco Travaglio, nella puntata di Annozero dedicata al conflitto nella Striscia di Gaza, non ha detto una parola sul conflitto israelo-palestinese? Anzi, l’ha talmente depistato che ha preferito parlare del caso De Magistris. Ma che c’azzecca, come direbbe il suo amico Di Pietro, con il tema della puntata? Delle due l’una: o Travaglio si è autocensurato per non palesare le sue simpatie filo-israeliane, e quindi non urtare la sensibilità filo-palestinese del suo amico Michele; oppure si è taciuto per non rinnegare se stesso. In entrambi i casi Marco l’Oracolo ha fatto una figura, per così dire… alla Travaglio! (do.mal.)

votami-su-oknotizie

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

14 commenti

Giornalismo silente e censura strisciante

censuraLa storia risale a qualche mese fa, ma voglio rilanciarla perché la ritengo quanto mai educativa per tutti coloro che si fanno portavoci della tanto decantata controinformazione, in nome e per conto dei vari Marco Travaglio, Michele Santoro, Beppe Grillo e Milena Gabanelli.

La vicenda riguarda Paolo Barnard, un giornalista free-lance vittima di una delle forme più infami di censura, al cui confronto l’editto bulgaro berlusconiano è roba da ragazzini. Proprio perché a tappare la bocca a Barnard non è stato Re Silvio, bensì Milena Gabanelli, quella che con il suo Report si innalza a paladina della libera informazione.

La storia è pressapoco questa: un giornalista fa un’inchiesta per Report che viene apprezzata, mandata in onda, lodata, perciò replicata due anni dopo, ma a un certo punto querelata; e la Rai e la Gabanelli non solo abbandonano il giornalista al suo destino, ma gli comunicano che nel caso si rivarranno su di lui. La Rai ha potuto far questo in virtù della clausola di manleva, una condizione presente nei contratti dei giornalisti che permette all’editore (in questo caso la Rai) di sollevarsi da ogni responsabilità legale dovuta al lavoro del giornalista a libro paga, che è costretto a firmare se vuole lavorare.

Il giornalista in questione è Paolo Barnard, il quale aveva denunciato il sistema di comparaggio nel settore farmaceutico. Nell’inchiesta “Little Pharma & Big Pharma”, Barnard illustra la pratica attuata, secondo quanto da egli accertato, da alcune case farmaceutiche, consistente nella corruzione di medici di base al fine di ottenere prescrizioni illecite di farmaci da esse prodotti. Mediante questa procedura illegale, il comparaggio appunto, si causano gravissime ripercussioni sull’intera comunità e sull’efficienza del servizio sanitario nazionale. Un gesto nobile, di “vera” informazione, che la Rai avrebbe dovuto difendere sino in fondo, in tutte le sedi di giudizio: al contrario, l’Azienda ha promesso al giornalista di rivalersi nei suoi confronti.

Ascolta tutta la vicenda raccontata direttamente dalla voce di Paolo Barnard:

Questa, invece, è la lettera aperta in cui Barnard spiega le sue ragioni:

Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell’informazione di cui non si parla mai. È la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell’appoggio dell’indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l’opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti “fuori dal coro”.

Si tratta, in sintesi, dell’abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste “scomode”. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d’informazione ve lo illustro citando il mio caso.

Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un’inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l’11/10/2001 (“Little Pharma & Big Pharma”). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: «Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie») e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).

L’inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la Rai la replicò il 15/2/2003.

Per quella inchiesta io, la Rai e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.

Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della Rai prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.

Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla Rai, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.

All’atto di citazione in giudizio, la Rai e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la Rai in questa controversia legale(3). Ma non solo.

La linea difensiva dell’azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa(4).

E questo per un’inchiesta di pubblico interesse da loro (Rai-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata*.

*(la Rai può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell’editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l’accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giusificabile l’operato della Rai in questi casi).

Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per Rai e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l’impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un’inchiesta che la Rai stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.

La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.

Ma al peggio non c’è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. È un atto di costituzione in mora della Rai contro di me. Significa che la Rai si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: “La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la Rai s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell’eventuale accoglimento della domada posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della Rai medesima”(6).

Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell’incredulità.

Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la Rai, e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all’evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che «la rivalsa che ti era stata fatta (dalla Rai contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio… è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso… Finirà tutto in nulla»(7).

Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell’atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell’atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della Rai che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso(8).

Non mi dilungo. All’epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la Rai. Non ci sarà mai più un’inchiesta da me firmata sull’emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l’unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste “coraggiose”. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.

Così la mia voce d’inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.

Ecco come funziona la vera “scomparsa dei fatti”, quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli ‘”editti bulgari”, i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.

Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.

Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.

Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.

Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.

Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l’energia possibile questa realtà, via mailing list, siti, blog, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.

In ultimo. È assai probabile che verrò querelato dalla Rai e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d’allarme, e ciò non sarà piacevole per me.

Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.

Grazie di avermi letto.

Paolo Barnard
dpbarnard@libero.it

Note:

1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.

2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.

3) Nel volume “Le inchieste di Report” (Rizzoli Bur, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: «…alle nostre spalle non c’è un’azienda che ci tuteli dalle cause civili». Prendo atto che il prestigioso studio legale del prof. avv. Andrea Di Porto, ordinario nell’Università di Roma La Sapienza, difende in questo dibattimento sia la Rai che Milena Gabanelli. Ma non me.

4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: “Per tutto quanto argomentato la Rai-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia: …porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria…”.

5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI: “Lei in qualità di avente diritto… esonera la Rai da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria”.

6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della Rai contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.

7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18

8) Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: “La parte convenuta Rai-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005…” (si veda nota 4).

Credo che ci sia davvero poco da aggiungere alle parole di Paolo Barnard. La migliore cosa sarebbe divulgare questa sua lettera e dare ampio risalto a quella che lo stesso Barnard definisce “censura legale”. (do.mal.)

votami-su-oknotizie

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

8 commenti

La rivincita di De Magistris

de-magistris

A Catanzaro riesplode il caso De Magistris. Ma stavolta da parte dei magistrati di Salerno che indagano altri otto loro colleghi che avrebbero sostanzialmente ostacolato l’ex pm, ora giudice al Tribunale del riesame di Napoli, nelle sue inchieste “Why not” e “Poseidone”.
Un altro terremoto, stavolta di più ampie dimensioni, visto che tra gli indagati, per accuse che a vario titolo vanno dal falso ideologico all’abuso d’ufficio, alla corruzione in atti giudiziari, c’è addirittura il procuratore generale, il procuratore della Repubblica aggiunto e il titolare dell’inchiesta “Poseidone”. Naturalmente il pg Enzo Jannelli non ci sta e a tarda sera, sfidando il freddo, pungente di Catanzaro, mentre ancora i carabinieri sono nel palazzo di giustizia ad accatastare carte da portare in Campania, esce, e ai giornalisti che gli si fanno incontro dice di avere informato di quanto accaduto il Capo dello Stato, il Csm e il Ministro della Giustizia. Nessun commento, invece, sul contenuto della perquisizione avviata sin dalla prima mattina da un centinaio di carabinieri giunti direttamente da Salerno insieme al procuratore capo di quella Procura Luigi Apicella e ai suoi sostituti Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi. Ed alla fine se ne sono andati con pacchi e pacchi di documenti, tra i quali quelli delle inchieste “Why not” e “Poseidone”.
Insieme a un nutrito gruppo di consulenti informatici, che hanno copiato le memorie fisse dei computer dei magistrati catanzaresi, i carabinieri sono entrati negli uffici di Jannelli, dell’avvocato generale dello Stato Dolcino Favi, dei sostituti procuratori generali Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, del procuratore aggiunto vicario Salvatore Murone e del pm Salvatore Curcio. Contemporaneamente altri carabinieri si sono recati a perquisire l’abitazione dell’ex procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, ora in pensione, e quella di Antonio Saladino, già presidente della Compagnia delle Opere e principale indagato dell’inchiesta “Why not”. Ma non sono solo loro gli indagati: nell’inchiesta salernitana è coinvolto anche il deputato del Pdl Giancarlo Pittelli e il giudice del Tribunale Bruno Arcuri, nella sua qualità di componente del Consiglio giudiziario di Catanzaro. Perquisite anche le abitazioni di un commercialista e di un imprenditore di Cosenza che però non sarebbero indagati. L’inchiesta, partita dalle denunce di De Magistris (trasferito a Napoli dal Csm), ruota intorno all’avocazione dell’inchiesta “Why not” e della revoca di quella “Poseidone” sull’utilizzo di fondi comunitari e nazionali. Provvedimenti che, insieme alla successiva gestione delle inchieste, secondo i magistrati salernitani sarebbero serviti a «fermare De Magistris, danneggiare lui, consulenti tecnici e persone informate sui fatti, ostacolare le inchieste, smembrarle, disintegrarle e favorire taluni indagati».
Per la Procura di Salerno l’iscrizione nel registro degli indagati dell’allora ministro Clemente Mastella, che poco prima aveva chiesto il trasferimento di De Magistris, era «corretta e doverosa» e la richiesta di archiviazione fatta dalla Procura generale, e accolta dal gip, «illecita». Così come sarebbero stati illegali le archiviazioni disposte da Curcio in “Poseidone” per alcuni indagati tra i quali Pittelli, il generale della guardia di finanza Walter Cretella Lombardo, l’ex presidente della Regione Giuseppe Chiaravalloti, e il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa. Secondo i magistrati campani, in sostanza, c’era una «patologica attività di interferenza in un disegno corruttivo teso a favorire, tra gli altri, Antonio Saladino, Giancarlo Pittelli, e Mastella».
Il caso De Magistris, dunque, è riesploso e non è difficile prevedere che quella di oggi sarà solo la prima puntata, vista la veemente reazione del pg Jannelli, tra l’altro inviato a Catanzaro meno di un anno fa. (ANSA)

votami-su-oknotizie

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

1 Commento

Italia dei Valori… e delle contraddizioni

L’11 ottobre comincerà ufficialmente la raccolta delle firme contro il Lodo Alfano. Promotore dell’iniziativa è il partito senza macchia e senza paura di Antonio “Savonarola” Di Pietro, sempre in prima fila quando si tratta di denunciare le magagne berlusconesche, ma stitico di anatemi quando gli schizzi di fango colpiscono gli esponenti dei suo partito.

Delle contraddizioni che caratterizzano Italia dei Malori, ops dei Valori, il primo ad avere qualche difficoltà a parlarne è proprio l’elettore principe Marco “don Chisciotte” Travaglio nei suoi soliloqui ad Annozero. Sull’argomento mi sono già espresso nel post Non è tutto Travaglio quello che luccica.

Che il Lodo Alfano sia l’ennesima legge ad personam per togliere dagli impicci Silvio & Co. è fuori dubbio. Ma prima di attaccare gli altri è bene spulciare tra gli affari di casa propria, anche se, come accade spesso, è di gran lunga più facile guardare la pagliuzza negli occhi degli altri che la trave nelle proprie pupille.

Qualche esempio? Ovviamente non possiamo che partiare dal Consiglio regionale più inquisito d’Italia, ovvero quello calabrese, dove c’è il dipietrista Maurizio Feraudo che è stato indagato per concussione, per aver preteso la corresponsione di parte dello stipendio del suo autista, e di truffa per domande di rimborso su missioni mai compiute.

Feraudo, però, non è l’unica mosca bianca (o nera) in IdV. L’elenco prosegue con:

Gaetano Vatiero (segretario cittadino di IdV a Caserta) arrestato nel 2006 per corruzione aggravata;
Paride Martella (ex forzista ora in quota IdV) arrestato per tangenti nel gennaio 2008. Ex presidente della Provincia di Latina, Martella è stato arrestato per gli appalti truccati dell’Acqua Latina, truffò 15 milioni di euro, indagato per concussione e associazione mafiosa;
Andrea Proto (consigliere comunale a Genova) condannato per aver raccolto la firma di un morto;
Gustavo Garifo (anche lui esponente genovese di IdV) arrestato perchè arraffava i soldi delle multe;
Orazio Schiavone (assessore foggiano) condannato per esercizio abusivo della professione di odontoiatra;
Aldo Michele Radice (portavoce di IdV in Basilicata e consigliere dell’ex ministro Di Pietro) alla sbarra dal 2006. Il Pm ha chiesto per lui 9 mesi per una storia simile a quella di lady Mastella: la raccomandazione di un manager sanitario;
– E in ultimo (ma non per demeriti, anzi), c’è un certo Leoluca Orlando (attuale portavoce nazionale di IdV). Indagato nel 1996 per corruzione aggravata e condannato nel 2005 per diffamazione aggravata.

E siccome Italia dei Valori non si fa mancare nulla, tra i suoi adepti c’è anche un tesserato P2. Si tratta del maggiore Giuseppe (detto Pino) Aleffi, candidato in Sardegna alle elezioni del 2006, in possesso della tessera numero 762 della loggia di Licio Gelli. Di questo se ne sono accorti anche i grillini (leggi qui).

Ora, come sbotterebbe il buon Tonino nazionale (vedi video in apertura, da non perdere): «È vero o non è vero» che Italia dei Valori non è poi così diverso da tutti gli altri partiti? «E se è vero – direbbe ancora Di Pietro – questo sarebbe un fatto di una gravità inaudida che andrebbe denuniato». (do.mal.)

Consiglio di leggere anche i post di Claudio Cordova e di Ewan J.

votami-su-oknotizie

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

17 commenti

Calabria, impossible is nothing

aula_cons_reg_calabria

Anche se potrebbe sembrare il titolo dell’ultimo episodio di Indiana Jones, L’impossibile altrove è più semplicemente uno dei libri recentemente scritti dal presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero. Bel titolo, non c’è che dire, ma ancora oggi ci si chiede se quella di Loiero è una minaccia o una lusinga? Probabilmente una minaccia… lusingata.

Leggere che quello calabrese è il Consiglio più indagato d’Italia con 33 consiglieri inquisiti su un tolate di 50 (ma il numero, ovviamente, è suscettibile di variazioni), con accuse che vanno dall’associazione mafiosa alle truffe all’Unione europea (reato che va molto in voga in Calabria) passando per il voto di scambio, le estorsioni, le infiltrazioni, la corruzione e la concussione; sapere che la Calabria è da sempre una delle regioni italiane più povere ma con un Consiglio regionale tra i più ricchi d’Italia, ci si rende conto che Loiero aveva proprio ragione: a quelle latitudini l’impossibile è davvero altrove!

A proposito di costi della politica. Il presidente del Consiglio regionale, Giuseppe Bova, ne ha fatto una battaglia personale, sbandierando ai quattro venti e annunciando in pompa magna la sua “cura di cavallo” che avrebbe ridotto drasticamente i privilegi della casta calabrese. Peccato, però, che nonostante la sua voglia di austerità, Bova abbia fatto passare in vergognoso silenzio l’emendamento alla manovra finanziaria regionale che ha aumentato lo stipendio dei capigruppo consiliari di oltre 1.300 euro al mese.

Non solo. Grazie all'”Operazione trasparenza” del ministro Renato Brunetta, che ha deciso di rendere noti i compensi erogati dalle pubbliche amministrazioni a consulenti e collaboratori esterni, si viene a sapere che Giuseppe Strangio, capo di gabinetto di Bova, nel 2007 ha percepito un compenso di 160.452 euro, mentre Giampaolo Latella, portavoce dello stesso presidente del Consiglio regionale, sempre lo scorso anno ha percepito qualcosa come 117.066 euro. Sono o non sono cose che fanno girare gli ammennicoli?

Ricordate lo spot di Oliviero Toscani commissionato dalla Regione Calabria? C’era proprio bisogno di spendere qualcosa come 370 mila euro per dire che i calabresi sono terroni, inaffidabili, malavitosi, incivili, i peggiori e gli ultimi della classe? E’ vero che “la verità vi renderà liberi”, dicono le Sacre Scritture, ma in questo caso la verità ha reso il buon Oliviero Toscani più ricco e la regione Calabria più povera. Decisamente meglio l’antispot che da qualche tempo gira su youtube, molto più realista e, soprattutto, senza costi aggiunti. (do.mal.)

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

6 commenti