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Pari opportunità? Sì, ma solo per i posti di potere

renato-brunettaE poi si battono per la parità. Nei giorni scorsi il ministro Renato Brunetta è intervenuto sul tema delle pensioni, sostenendo che anche le donne devono andare in quiescienza a 65 anni, come gli uomini. Tre secondi dopo è venuto giù l’inferno, con i soliti sindacati (quelli, per intederci, che difendono fannulloni e  assenteisti) assaliti da un’attacco acuto d’orticaria.

«Il governo non ci provi nemmeno a mettere mano all’età pensionabile – ha avvertito il segretario confederale della Cgil-Fp, Carlo Podda –. Le donne vanno in pensione con il massimo dell’età e con il nostro sistema si va sulla base dei contributi. Dire che la misura serve per risolvere la sperequazione è una provocazione intollerabile»

Ma come, prima si invoca la tanto bistrattata parità e poi, quando c’è qualcuno che la vuole applicare, in questo caso il ministro Brunetta, tutti a dargli contro? Paese davvero strano l’Italia.

Brunetta spiega che la sua non è una boutade né una provocazione, si tratta solo di ottemperare a una pronuncia della Corte di Giustizia europea, che condanna l’Italia perché l’anticipazione dell’età pensionabile delle donne determina una discriminazione.

«Quelli di sinistra – dice il ministro – abbiano il coraggio di dire chiaramente che per loro la donna deve essere l’angelo del focolare. Che deve curare i genitori anziani o i nipotini. Loro vogliono la “donna-sandwich”, schiacciata, da una parte, da un lavoro nel quale non può fare carriera e guadagna meno degli uomini e, dall’altra, dalle cure familiari. Lo dica Epifani, che non legge i dossier, non studia e non s’informa. Sia onesto!»

Nel senso letterale del termine, la parità tra uomo e donna dovrebbe essere intesa come qualcosa simile a una partita doppia, con una colonna dare e un’altra avere. Insomma, non si può invocare una parità di convenienza e non accettare gli aspetti negativi che tante volte questa comporta. Oppure, le pari opportunità devono essere tali solo quando si tratta di spartire posti di potere?

E poi, qualcuno mi vuole spiegare perché le Commissioni pari opportunità presenti nelle istituzioni, sono composte esclusivamente da sole donne?

Cito solo tre casi. La Commissione regionale per la realizzazione di Pari Opportunità tra uomo e donna in Lombardia, conta 13 componenti femminili; la Regione Lazio, invece, ha istituito un Comitato regionale pari opputunità composto da un presidente e ben 27 componenti. Anche in questo caso tutte donne; stessa cosa in Calabria, dove la Commissione regionale per le pari opportunità è composta da 14 donne.

Non c’è che dire. Davvero un bell’esempio di parità. (do.mal.)

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Cara Cgil, i conti non tornano proprio

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Ricordate quel ministro dell’informazione iracheno che smentiva l’entrata dei soldati americani a Baghdad, proprio mentre alle sue spalle sfilavano carri armati e blindati a stelle e strisce? Bene, è la scena che mi è tornata in mente proprio ieri, ascoltando i sindacalisti della Cgil (Cisl e Uil stavolta hanno disertato) nei loro resoconti di dati e cifre post sciopero generale. Autentiche acrobazie aritmetiche.

L’ideale rappresentazione del ministro dell’informazione iracheno è stato il segretario nazionale della Cgil Guglielmo Epifani. Anzi, in quanto a cazzate si è spinto anche oltre. Di fronte al fallimento certificato della (pseudo)manifestazione antigovernativa, il compagno Guglielmo che dice? «Clima straordinario, siamo un milione e mezzo».

Infatti. I manifestanti erano talmente tanti che Repubblica.it e Corriere.it (solo per citare i due maggiori quotidiani che tutto sono tranne che simpatizzanti di Berlusconi e del suo governo) hanno fatto a pugni per rilanciare il clamore della notizia.

Che dire. Finalmente gli italiani stanno prendendo coscienza di chi e di cosa sono i sindacati. La gente ha compreso che lor signori non rappresentano gli interessi generali, ma godono di una forte rendita di posizione che danneggia il Paese. Il dato vero è che i sindacati rappresentano solo alcuni cittadini (per lo più i pensionati), ma prendono decisioni che riguardano tutti e gestiscono risorse che appartengono a tutti.

Per intenderci i sindacalisti sono quelli che erano al fianco dei piloti Alitalia che esultavano per il mancato accordo con la Cai, che protestano contro le sanzioni disciplinari ai dipendenti pubblici assenteisti o che accusano il governo di fare la carità alle famiglie italiane con la social card.

A proposito di social card. Ecco cosa ne pensa il sindacato: «Un’elemosina. Inadeguata e vessatoria, non abbiamo bisogno di finti e illusori pacchi di Natale».

Infatti, loro non ne hanno proprio bisogno. Leggete quanto percepiscono al mese i difensori di disoccupati, precari, fannulloni e assenteisti:

Guglielmo Epifani (Cgil) guadagna 3.500 euro netti al mese, i suoi 12 segretari confederali circa 2.400 euro.
Raffaele Bonanni (Cisl) 3.430 euro netti al mese.
Luigi Angeletti (Uil) 3.300 euro netti al mese, mentre i suoi 10 segretari confederali si ritriovano in busta paga qualcosa come 2.900 euro al mese.

Questo è quello che si sa, visto che i bilanci dei sindacati non sono affatto trasparenti, come invece essi stessi vorrebbero per le aziende e le pubbliche amministrazioni.

Mi permetto di fare una proposta ai signori sindacalisti. Considerato che la social card è un’elemosina, perché non invitate tutti i vostri iscritti a restituirla al governo? Magari i 40 euro mensili una tantum li potreste accreditare voi alle famiglie disagiate. Quale migliore forma di protesta!

Ma chi lo dice a tutta quella gente che in questi giorni è in fila nelle sedi dei sindacati, proprio per richiedere la social card. Troppo azzardata come proposta? Forse sì. (do.mal.)

Fonti:
L’altra Casta inchiesta di Stefano Livadiotti per L’Espresso

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E la sinistra già pensa di clonare la social card

social-cardPoteva mai la sinistra spendere parole di apprezzamento per  la social card del governo Berlusconi? Assolutamente no. Il primo a dire la sua, neanche a dirlo, è stato Guglielmo Epifani, leader riconosciuto di una sinistra che ha da tempo rinnegato il povero Uolter Veltroni. Il numero uno della Cgil parla del provvedimento governativo a favore delle fasce meno abbienti come di «uno strumento usato da Roosevelt negli anni Trenta, una cosa vecchia di 60 anni». Al coro si unisce anche Rosy Bindi che parla di «pannicello caldo» e il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, che addirittura paragona la social card alle tessere annonarie del fascismo.

E leggete cosa dichiara l’ex parlamentare no-global Francesco Caruso, quello che dall’Italia e dagli italiani ha percepito 20.000 euro al mese. Un ragazzetto latifondista, proprietario di una distesa di terreni agricoli diventato deputato per meriti eversivi:

«Aspettiamo di vedere questa social card, per capire se e come sia possibile clonarla, per distribuirne non una ma qualche centinaia di tessere ad ogni precario, pensionato, disoccupato. Tremonti, in nome del comune richiamo a Robin Hood, non ci denuncerà certo per quest’azione di risarcimento sociale»

Parto dal precupposto che 40 euro al mese non sono di certo il paltò di Napoleone (Totò docet) che possono risolvere i problemi delle famiglie che non arrivano neppure alla terza settimana ma, come si dice in questi casi, sono sempre meglio di un calcio nel sedere (o nelle palle, ma detta così discriminerei una parte della popolazione!).

Per quanto riguarda lo strumento in quanto tale, ovviamente quelle che raccontano Epifani e Ferrero sono emerite castronerie. Delle due l’una: o mentono sapendo di mentire oppure l’antiberlusconismo li ha accecati così tanto da non sapere che questo tipo di card esistono già in mezzo mondo.

social-card-pennsylvaniaUna carta ricaricabile per meno abbienti o per i giovani a basso reddito esiste in Gran Bretagna, Polonia e Olanda, con le stesse caratteristiche della social card italiana. Negli Usa è stata riavviata nel 1961 e dal primo ottobre di quest’anno è mirata agli acquisti di viveri per le persone a basso reddito (nella foto quella della Pennsylvania). Un’altra card lanciata dalla Croce Rossa si è rivelata determinante dopo l’uragano Katrina. Lo stato della Georgia, invece, la utilizza per il supporto all’infanzia e per evitare alle famiglie bisognose le spese dei conti bancari.

Condannando la social card, però, la Bindi, Ferrero, Caruso ed Epifani non ricordano agli italiani cosa ha fatto il governo Prodi per le fasce meno abbienti. Menziono solo due aspetti, per il resto vi rimando al blog di Wallace73:

Con l’aumento delle aliquote, il governo di centrosinistra ridusse la fascia di esenzione totale dalle tasse e soprattutto creò gli incapienti: contribuenti a basso reddito che, essendo esclusi dalla denuncia dei redditi, non potevano neppure usufruire delle detrazioni fiscali e di altri benefici. Non solo. La sinistra costrinse le fasce deboli a pagare anche le addizionali comunali e regionali, che non prevedevano alcuna franchigia per i disagiati.

Oggi quella stessa sinistra contesta le misure prese dal governo Berlusconi. E  ovviamente non si tratta dei 40 euro, i sinistri avrebbero fatto la voce grossa anche se fossero stati mille euro, così come è già avvenuto per il bonus bebè e l’aumento delle pensioni minime. Che ci volete fare, ognuno si eccita come può! (do.mal.)

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Alitalia-Cgil, quando si dice la coerenza

Alitalia sempre più nel caos. Gugliemo Epifani ha pisciato fuori dal vaso, se n’è accorto e adesso cerca di far ripulire gli altri: il governo Berlusconi, i colleghi sindacalisti di Cisl, Uil e Ugl, la Cai, i piloti, il commissario Fantozzi, il ragionier Filini, il geometra Calboni e la signorina Silvani. Anzi, il numero uno della Cgil fa di più e chiede «un’assunzione generale di responsabilità». Come dire: io ho pisciato fuori dal vaso, ma un goccino l’avete fatta pure voi!

Nell’intervista rialsciata oggi a Repubblica, Epifani respinge le accuse di Berlusconi, lancia segnali a Colaninno e soprattutto rilancia l’ipotesi di una cessione a un vettore internazionale. Proprio così, il leader del sindacato rosso, quello che si era scagliato contro Air France, adesso dispensa consigli (e con quello che costano le consulenze c’è poco da fidarsi) e dal suo pulpito proclama: «Il governo venda Alitalia a una compagnia straniera».

Ma facciamo un passo indietro. Il 29 novembre 2006 Epifani sceglie sempre Repubblica per dichiarare:

«Alitalia scomparirà se andrà all’accordo con Air France alle condizioni poste da quest’ultima»

Il 2 aprile 2008, quando il numero uno di Air France, Jean-Ciryl Spinetta, rompe le trattative dopo l’incontro con i sindacati, Epifani rincara la dose e dice: 

«Il piano di Air France presenta troppe incertezze e su troppi fronti: non sono indicate le risorse necessarie per garantire il rilancio e lo sviluppo di Alitalia, non è accettabile il livello di esuberi, non ci sono garazie per l’area di Az servizi, per il futuro dei suoi dipendenti, per il futuro di Malpensa e per il settore della manutenzione»

Bene, se ne deduce che non è stato Berlusconi, come anche Marco Travaglio vuole farci credere, a far fallire la trattativa con i francesi (vi era ancora in carica il governo Prodi), bensì l’onnipresente Guglielmo Epifani.

Il 21 aprile 2008, esattamente 19 giorni dopo la rottora con Spinetta, Epifani ritratta e aggiusta il tiro:

«Per Alitalia, Air France resta la via principale, ma i francesi devono pensare di più a Malpensa. Contemporaneamente credo che si debba assicurare, con Air France, una presenza di soggetti italiani più robusta di quella ipotizzata»

E sapete cosa dichiara oggi, 20 settembre 2008, il leader della Cgil?

«O il governo e il commissario trovano il modo di riaprire la trattativa con Cai, oppure io vedo una sola strada: la vendita immediata a una grande compagnia straniera, che ci può assicurare un know-how industriale più forte e condizioni finanziarie più solide»

Ma come, non era proprio Epifani che ha fatto la voce grossa quando i francesi volevano comprare l’Alitalia? Quando si dice la coerenza. L’impressione è che il signor Cgil stia rischiando nuovamente di farla fuori dal vaso. Qualcuno prepari la segatura. (do.mal.)

Sulla vicenda Alitalia leggi anche l’editoriale di Mario Giordano

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Come la marcia dei quarantamila

di Mario Giordano

«E se la chiamassimo la strage di via Epifani?». C’è anche il lettore spiritoso. E poi c’è quello infuriato, quello sdegnato, quello sgomento. Ce ne sono di tutti i tipi fra le centinaia e centinaia che in queste ore hanno fatto arrivare in redazione messaggi in ogni modo, via mail, telefono o posta tradizionale. Tutti hanno in comune una cosa: condividono la denuncia contro i mandarini del sindacato kamikaze. C’è chi si sfoga, chi s’interroga, chi propone misure drastiche, chi chiede di ripubblicare le inchieste sul giro d’affari della Cgil, che come sapete custodisce i bilanci come il Vaticano il segreto di Fatima. Qualcuno propone addirittura uno sciopero contro i sindacati, una specie di nemesi storica, di impraticabile legge del contrappasso all’insegna del «chi di cobas ferisce di cobas perisce».
I messaggi arrivati in redazione, d’altra parte, combaciano alla perfezione con quello che si respira nel Paese, nelle strade delle città, sui tram, nei bar, fra la gente comune, fra le persone normali, quelli per cui il giorno dura sempre 24 ore (mica come i piloti che possono farlo diventare di 33 ore), quelli che non vanno a lavorare con l’autista mandato dall’azienda e faticano a farsi retribuire quando restano in fabbrica fino all’ultimo minuto, figurarsi se c’è qualcuno che paga loro pure i giorni di riposo.
Anche i sondaggi lo confermano: per la maggior parte degli italiani la colpa del fallimento della trattativa Alitalia è della Cgil e dei piloti. E con buona pace degli affannosi proclami di Fassino (ma non doveva occuparsi della Birmania?) e di Veltroni in gita a New York (ma non doveva occuparsi dell’Italia?), solo il 10 per cento degli intervistati addossa qualche responsabilità al governo. Chissà che stupore per i bonzi della cloche dorata. Ma in realtà si stupiscono solo loro: agli altri è abbastanza evidente che ormai i sindacati non li comprende più nessuno. Sono lontani dal Paese, non lo capiscono e non si fanno capire, parlano un linguaggio esoterico e sconosciuto.
L’altra sera sono capitato in mezzo a un dibattito sull’Alitalia in cui c’erano tre di loro: mi sembrava di essere un marziano piovuto per sbaglio a Trastevere. Li ho sentiti arrampicarsi sugli specchi dei loro formalismi, li ho visti specchiarsi dentro le circonlocuzioni che nascondono il loro nulla. Alla fine si dipingevano sempre come eroi, generosi condottieri, salvatori della patria. A un certo punto, mi chiedevo: ma ci sono o ci fanno? Sanno quel che dicono o ci stanno prendendo in giro?
E ho realizzato di colpo che lo choc dell’Alitalia forse potrebbe diventare un bene per il Paese. Come lo fu la marcia dei quarantamila a Torino, come lo fu lo sciopero dei minatori per la Thatcher. Può essere il punto di svolta, il momento di non ritorno, il vero cambiamento del Paese. Fateci caso: i sindacati hanno perso definitivamente la faccia, il loro consenso è crollato. Hanno dimostrato la loro vera natura: sono marajah, una casta, boiardi iperprotetti con tendenza al parassitismo, privilegiati che arricchiscono le loro organizzazioni alle spalle del sistema senza mai difendere i più deboli. Anzi, il più delle volte danneggiandoli.
La dimostrazione sta in quelle scene di giubilo esplose alla notizia del fallimento delle trattative. Immagini che oggi riepiloghiamo in un’apposita pagina: sono da staccare e conservare perché resteranno nella storia del Paese. Voi avete mai visto operai che festeggiano perché la loro fabbrica sta chiudendo? Tute blu che esultano quando lo stabilimento viene smantellato? No? E allora perché, invece quei bei figurini imbustati dentro tailleur e divise d’ordinanza si sganasciavano dalle risate? Per un motivo semplice: speravano (e sperano) nell’intervento dello Stato. In fondo per decenni è sempre stato così: loro si rimpinzavano di privilegi, piatto ricco mi ci ficco, menu da business class. Tanto poi il conto l’abbiamo sempre pagato noi.
Ecco perché facevano festa l’altro giorno. Perché temevano che con il piano Cai la pacchia sarebbe finita. Addio all’era dei vizi rimborsati dal contribuente a piè di lista. E si illudevano, al contrario, con il fallimento delle trattative, di poter contare ancora sull’intervento pubblico, sui soldi di papà Stato, su una giravolta in stile Iri, magari addirittura una nazionalizzazione. Ma ciò non accadrà. Non può e non deve accadere. Il ministro Tremonti ha escluso subito ogni possibilità di questo genere. E ha fatto bene, anzi benissimo. Gli italiani non capirebbero una scelta diversa. Non accetterebbero di mettere mani al portafoglio per consentire ai privilegiati di continuare a godere dei loro privilegi. Non sopporterebbero neanche un euro di tasse per la messa in piega perfetta di quella signorina che esultava di fronte al crac.
Fra le lettere che sono arrivate ieri in redazione, oltre a quelle sdegnate, infuriate e sgomente, ce n’era anche una molto sofferta. Ce l’ha scritta un ingegnere, piccolo imprenditore in edilizia da 28 anni, settore restauro ed edifici storici. Ha 10 dipendenti, 4 di loro lavorano con lui da 25 anni. Mai una sanzione fiscale e amministrativa, nessun incidente sul lavoro, mai un giorno di ritardo nel pagamento di salari e contributi. Lo scorso 8 settembre ha dovuto chiudere. «La resa», la chiama lui. «Tutti in cassa integrazione per mancanza di commesse, tutte scippate da concorrenti fuori dalle regole. Protezioni sociali: una miseria per sei mesi. Per i dipendenti dell’Alitalia si prevedevano 7 anni di cassa integrazione». Lui dice di essere senza parole. Anche noi.

Fonte: Il Giornale (edizione del 20/9/2008)

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Lo sciopero dei fannulloni

di Mario Giordano

«Ragazzi, non possiamo star qui a far nulla. La gente potrebbe scambiarci per lavoratori». Non so chi sia l’autore di questa memorabile frase, ma non mi stupirei se fosse Carlo Podda. Il nome, mi rendo conto, non vi dice nulla, ma secondo me è bene che impariamo a conoscerlo perché, si sa, se li conosci li eviti. Ed evitare di finire nella Podda è fondamentale se vogliamo diventare un Paese normale.
L’uomo, che si presenta come da cliché (barba post-sessantottina su faccia tonda e corpo imponente) e ha nel suo curriculum i migliori convegni della sinistra estrema degli ultimi tempi (da «Resistere 365 giorni all’anno», a «La rivoluzione precaria» e «Precariare stanca») è molto più che il segretario generale della Cgil Funzione Pubblica: è il Sancho Panza dei fannulloni, il Masaniello degli scioperanti, il Giovanno d’Arco capace di sentire le voci di chi non si vede. Soprattutto, di chi non si vede mai in ufficio. L’avevano eletto per difendere chi lavora, lui ha capito che rende molto di più, almeno mediaticamente, difendere chi non lavora. E così s’è trasformato nel paladino degli assenteisti.
Infatti, appena il ministro Brunetta ha annunciato che la cura anti fannulloni produceva effetti positivi, riducendo il numero delle assenze a luglio, il nostro mitico Podda anziché rallegrarsi del risultato, come il resto del Paese, ha cominciato a intristirsi. Al colmo dell’insoddisfazione, come un amante tradito, ha provato a negare l’evidenza dei fatti, contestando i dati con spericolate arrampicate sui vetri della statistica. Poi quando anche i suoi, sul blog della Cgil, hanno preso a rammentargli che stava dicendo scemenze, Sancho Podda è crollato nel più nero sconforto. «Gli statali producono di più, che disdetta», deve aver pensato temendo per il suo posto. Anche perché, per lui, restare disoccupato significherebbe, per paradosso, cominciare a lavorare.
E siccome si sa, precariare stanca, ma lavorare stanca molto di più, il nostro eroe ha aguzzato l’ingegno per evitare l’incidente dell’occupazione. E ha trovato l’idea giusta: «Le assenze diminuiscono? Bene: noi le faremo crescere con gli scioperi», ha annunciato finalmente sollevato. Quando si dice il genio: lo sciopero contro l’aumento di produttività. Vade retro, Brunetta. Voi ci riducete le finte assenze per malattia? Ebbene: noi aumentiamo le vere assenze per protesta. L’importante, si capisce, è che gli uffici restino deserti. E che la macchina dello Stato continui a non funzionare. E, se possibile, che i cittadini ne paghino le conseguenze. «Non è meraviglioso?», deve aver pensato il nostro Podda, stanco di cotanta fatica. E si è subito messo al lavoro per fare in modo che non si lavori.
Badate bene, quell’uomo è un fenomeno. Non sottovalutatelo. Uno che arriva a pensare la nobile arma dello sciopero come una specie di compensazione statistica della riduzione dell’assenteismo, merita una pagina nella storia del sindacato: dalla linea dell’Eur alla linea di Podda. E non gli dedicheremmo tanta attenzione se l’uomo della Finzione (con la i) Pubblica Cgil non rischiasse di diventare il simbolo di tutti coloro che del lavoro hanno la stessa idea di un celebre comico: è affascinante, starei per ore a guardarlo.
Il problema è serio. Non li avete sentiti? Dal segretario generale della Cgil Epifani alle corporazioni dei ferrovieri, si sta preparando la linea del Piave contro l’avanzata del cambiamento nel pubblico impiego. E l’annuncio di un autunno caldo, di lotte e conflitti, fa capire chiaramente che appena si comincia a prosciugare un po’ la palude burocratica dello Stato, ci si scontra con chi in quella palude ci sguazza da sempre. In particolare gli statali non meritevoli e i sindacati che li proteggono. Facciano pure, se credono. Ma se vogliono continuare a spacciare l’aumento della produttività come un male per il Paese, la prossima volta che rilasciano interviste abbiano almeno il buon senso di non presentarsi come rappresentanti dei lavoratori. Al massimo, rappresentanti dei fannulloni.

Fonte: Il Giornale (edizione del 21/8/2008)

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