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Ecco chi difende gli stupratori

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«Ci hanno picchiati, sì. Prima i carabinieri, nella camera di sicurezza della caserma di Guidonia; poi le guardie, entrando a Rebibbia. Hanno picchiato me e hanno picchiato anche gli altri: sentivo le loro urla».

Ve ne hanno date sempre troppo poche!

Si lamentano le bestie. Piangono e chiedono aiuto. Che fine hanno fatto le urla di gioia e di divertimento mentre stupravano la povera ragazza di Guidonia?

Svanite, adesso piangono e chiedono aiuto. Dicono di essere stati picchiati prima dai carabinieri e dopo dalle guardie carcerarie. E c’è pure chi, come la parlamentare dei radicali Rita Bernardini e il segretario dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” Sergio D’Elia (ex dirigente di “Prima Linea”, l’organizzazione terroristica di estrema sinistra), s’indigna e va a trovarli in carcere per confortarli e accertarsi che non siano maltrattati. Ma vaffanculo!

Dov’erano la Bernardini e D’Elia in questi giorni? Perché non hanno portato la loro solidarietà alla ragazza di Guidonia violentata? Come sempre la vittima è Caino, tanto Abele è ormai già bello che morto.

Leggetelo perché il racconto della Bernardini è proprio da strappalacrime:

«Uno zoppicava e aveva segni di percosse su un occhio, sulle gambe e sull’anca destra, altri due avevano gli occhi pesti, ma affermavano, uno di essere caduto e l’altro di essersi picchiato da solo per la disperazione. Ma due hanno ammesso di essere stati pestati a più riprese nelle camere di sicurezza della caserma dei carabinieri di Guidonia. Schiaffi, pugni e calci sono stati dati ai sei romeni in caserma, anche se non so se per rabbia o per farli confessare. Di sicuro oggi erano molto impauriti. Non ci sentiamo di escludere che i sei rumeni abbiano subito ulteriori maltrattamenti, seppure di minore intensità e violenza fisica, anche al momento dell’ingresso a Rebibbia. Il romeno che dice di essersi picchiato da solo non riesce a mangiare, è disperato e piange in continuazione. Un altro, che non parla una parola di italiano, deglutisce in continuazione, si vede che sono tutti terrorizzati. Quelli che parlano italiano ci hanno spiegato che in caserma erano in sei celle diverse e ogni tanto qualcuno entrava e li picchiava».

bernardini_ritai151206_adn-200x150Cara Bernardini e caro D’Elia, se avete così tanto timore che i vostri amati rumeni siano pestati in carcere, perché non ve li portate a casa? Poverini, col freddo di questi giorni gradiranno di certo un brodino caldo, una copertina, due carezzine e il bacino della buonanotte. Oppure potreste fare l’esatto contrario: stabilitevi voi in cella a Rebibbia con i vostri amati stupratori. Quale migliore modo per difenderli da possibili altre aggressioni. Mi raccomando però, attenti alle spalle!

Non solo. I deputati radicali presenteranno un’interrogazione urgente ai ministri della Difesa e della Giustizia, nella quale chiederanno che si accerti, attraverso il riscontro delle cartelle cliniche, in che condizioni fisiche i sei romeni sono entrati in carcere. «Nel nostro codice – ha detto la Bernardini – non è previsto che nessuno debba subire pestaggi o violenze perché ha commesso un reato».

Illustre radicale libero, perché non chiede anche le cartelle cliniche della povera ragazza di Guidonia? Le ricordo inoltre che nel nostro codice è anche previsto che nessuno debba subire pestaggi e violenze solo perché si azzarda incatuamente ad uscire la sera. Infine, signora Bernardini, li difenderebbe così strenuamente queste bestie se ad essere stuprata fosse stata lei o sua figlia? (do.mal.)

ULTIM’ORA: Mentre scrivo apprendo che due dei sei rumeni  di Guidonia sono già a casa grazie a una decisione del giudice di Tivoli che gli ha concesso i domiciliari (ma dove, se vivevano nelle baracche?). Tutto questo mentre a Cassano Jonio vengono arrestati altri  cinque rumeni con l’accusa di violenza sessuale di gruppo su di una donna, anch’essa rumena di 21 anni.

Anche questi sono “ignobili” pregiudizi nei confronti degli immigrati?

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Andate e stuprate più che potete. In Italia si può!

franceschini2Guardatelo bene. Questo nella foto è Davide Franceschini, la bestia che la notte di Capodanno a Roma ha stuprato la 25enne di Genzano.

Non sono sospetti o congetture, ma certezze. È stato lui a confessare la violenza compiuta sul corpo della povera ragazza romana, a descrivere nei particolari le sevizie, a  dire di avere agito perché imbottito di droga e alcool. Quasi che questo particolare potesse essere un’attenuante.

In un Paese civile, animali di questo genere, per giunta reo confesso, sarebbero già in carcere e chissà per quanti anni. Purtroppo siamo nella Italia dei balocchi, un Paese che difende assassini, mafiosi, terroristi, serial killer, stupratori, pedofili, e abbandona al proprio destino chi subisce le violenze. Per tutelare i delinquenti si sono addirittura iinventati la figura del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale (guai a chiamarli carcerati, si offenderebbero). E così, mentre Franceschini se ne sta tranquillo a casa (forse?), la sua vittima è in un letto d’ospedale a curarsi le ferite.

La decisione del giudice Marina Finiti di concedere i domiciliari alla bestia di Capodanno, apre uno scenario inquietante e lancia un messaggio che suona più o meno così: stuprate tranquillamente, divertitevi, confessate il reato, dimostratevi dispiaciuti e male che vada passerete qualche mese di vacanza forzata a casa.

Dicono che il magistrato abbia solo applicato le procedure. Parlano di rispetto della legge dimenticandosi, però, il rispetto della persona. Di quella povera ragazza stuprata e di tutte le altre che continueranno ad essere violentate.

Mi chiedo: come avrebbe agito il giudice Marini Finiti se ad essere violentata fosse stata lei o  peggio ancora la figlia? Avrebbe applicato allo stesso modo la legge?

Appaiono quanto mai asssurde le motivazioni che si leggono nell’ordinanza del giudice, secondo cui «è concreto il pericolo che il giovane si renda irreperibile per sottrarsi a una responsabilità per lui troppo onerosa da affrontare», così come «è concreto il rischio di recidiva specifica, desumibile dalle modalità della condotta, che denotano una specifica propensione dell’uomo alla violenza fisica». In sostanza Franceschini potrebbe fuggire e, cosa ancora più grave, potrebbe violentare ancora. E il giudice che fa? Lo lascia comonadamente andare a casa. Bella contraddizione.

Qualche anno fa la Lega aveva proposto la castrazione chimica per i pedofili e gli stupratori. Che fine hanno fatto quelle buone intenzioni? Il governo oggi  vorrebbe aumentare il numero dei soldati nelle città,  onestamente non so quanto possa servire. Credo che più che i soldati è necessaria una giustizia vera, con pene certe ed esemplari. Per alcuni reati, come appunto la pedofilia o lo stupro, la castrazione chimica potrebbe rivelarsi un ottimo deterrente. Come dire: punirne uno per colpirne cento.

Invece siamo al cospetto di un sistema giudiziario impotente. Come condannare, poi, coloro che decidono, in preda alla rabbia e alla disperazione, di farsi giustizia da soli?

la-legge-e-uguale-per-tuttiDavvero mi meraviglio che, nonostante questi episodi di violenza, ci sia ancora gente che parla di carcere rieducativo e non punitivo. Cazzate. La pena può e deve rieducare il soggetto che ruba o spaccia, ma dev’essere esclusivamente punitiva con bestie che vanno in giro a stuprare, molestare bambini, uccidere. Soggetti che devono terminare i loro giorni in carcere, gente che con la cosidetta società civile non hanno niente a che vedere.

Come se non bastassero già i nostri di stupratori, oggi sono stati arrestati i cinque rumeni che nella notte tra giovedì e venerdì scorsi, violentarono una ragazza di 21 anni e picchiarono il suo fidanzato. Certo, con questo non voglio dire che tutti i rumeni sono feroci delinquenti, ma è ormai statisticamente provato che tra gli stranieri sono i maggiori responsabili di episodi criminali nel nostro Paese.

Messaggio a tutti coloro che hanno strenuamente sostenuto l’apertura indiscriminata delle frontiere europee? Ecco questi sono i frutti. O meglio, i frutti marci dell’europeismo tout court. (do.mal.)

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Amanda Knox nel Paese delle meraviglie

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Quando un giorno, nel corso di una conferenza stampa, mi “permisi” di affermare che le carceri italiane assomigliano più a villaggi-vacanza Valtur che a luoghi di punizione, venne giù il putiferio. Mugugni e scene d’indignazione da parte del direttore del carcere e del garante (ne sentivamo davvero la mancanza) delle persone private della libertà peronale. Perché adesso è con questa acrobazia letteraria che si chiamano i delinquenti, che detto così fa anche molto chic e buonista. Insomma, guai a parlare male dei poveri detenuti.

Mi solleva il fatto che non sono il solo a pensarla così, visto che la vergogna del sistema giudiziario e della realtà carceraria italiana è sotto gli occhi di tutti. Paradosso vuole che oggi l’assassino, il ladro e lo spacciatore, siano più tutelati della gente onesta. Chi entra in carcere può stare certo di avere assicurati tutti i comfort che fuori non potrebbe permettersi. Può fare teatro oppure giocare a calcio o a pallavolo. Una volta usciti, poi, lor signori hanno già in cassaforte un lavoro sicuro, interviste in esclusiva (ma questo dipende dal clamore e dall’efferatezza del reato. Le stragi familiari o gli atti di terrorismo sono preferibili) e libri pronti da dare alle stampe  dove raccontano le loro “eroiche” gesta come fossero bibbie da tramandare ai posteri. A che prezzo? Appena qualche anno di carcere, vitto e alloggio a spese degli italiani ovviamente.

Dei casi Carretta, Maso, Mambro, Izzo, Erika e Omar, ho già parlato in un precedente post.

La notizia di oggi riguarda Amanda Marie Knox, la principale accusata, insieme a Raffaele Sollecito, di aver violentato e ucciso Meredith Kercher, la ragazza inglese assassinata un anno fa a Perugia.

Nel carcere di Capanne si gira un film, “L’ultima città”, finanziato dalla Regione Toscana con un budget tra i dieci e i quindicimila euro. La storia racconta del viaggio fantastico di 12 detenute spinte dal desiderio di fuga. Indovinate chi è l’attrice protagonista? Proprio Amanda Knox (leggi la notizia riportata da Corriere.it).

Mi sembra giusto. Sei accusata di un tremendo omicidio e invece di trascorrere le tue giornate dentro una cella a fare i conti con la tua coscienza (sempre che ne hai una) che ti fanno fare? Un film. Ti iniziano al mestiere di attrice, nel caso in cui già non lo fossi.

Mi sembra uno spot efficace per tutti i provetti delinquenti: volete diventare famosi? Uccidete!

Adesso ditemi: l’Italia è o non è il Paese delle meraviglie?

Per fortuna c’è ancora qualcuno che s’indigna. Su Facebook da qualche settimana è nato il gruppo “La certezza della pena-Movimento per la giustizia” e anche su internet, su iniziativa di Barbara Benedettelli, è stata avviata una petizione online per la raccolta di firme da presentare al ministro della Giustizia.

Peccato che i santoni dell’informazione libera e i savonarola che pontificano e condannano da palchi e schermi televisivi, di questo non ne parlano. Probabilmente hanno altro per cui indignarsi! (do.mal.)

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Abele contro Caino. Vince sempre Caino…

Trenta e ventinove anni. Sono le condanne in primo grado (quindi posso essere ancora tranquillamente ridotte) che sono state inflitte, rispetivamente, a Rudy Guede, per l’omicidio a Perugia della studentessa Meredith Kercher, e a Romulus Nicolae Mailat, il rumeno che a novembre dello scorso anno a Roma violentò e picchiò a morte Francesca Reggiani.

Due storie che mi fanno tornare in mente un nome e un cognome: Pietro Maso (di cui mi sono già occupato in un precedente post). Anche costui il 29 febbario 1992 venne condannato a 30 anni di carcere per uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo familiare della cronaca italiana. Maso il 17 aprile 1991 nella sua casa di Montecchia di Crosara, uccise entrambi i genitori servendosi di un tubo di ferro e di altri corpi contundenti. La motivazione era di intascare subito la sua parte di eredità.

Oggi il “signor” Maso ha ottenuto la semilibertà, dopo aver trascorso solo 17 anni in carcere e avere usufruito, nel frattempo, di alcuni permessi premio. Mi sembra più che regolare: uccidi i tuoi genitori e ti premiano pure. Con l’indulto, poi, il termine ufficiale della sua pena è fissato al 2015 e non più al 2018.

Pietro Maso distrutto dal dolore
Pietro Maso distrutto dal dolore

Chi continua a sostenere che il carcere è un posto orribile, un luogo di sofferenza, è bene che sappia che il “povero” Pietro Maso durante la carcerazione ha anche partecipato alla rappresentazione del celebre musical Jesus Christ Superstar. La scrittrice Cinzia Tani, esperta di storia sociale del delitto, racconta inoltre che «in carcere le sue preoccupazioni sono la cura della propria persona, dal profumo all’abbronzante, dalla ginnastica a prendere il sole. Non prova alcun rimorso. Riceve lettere da migliaia di fans». Insomma, teatro, beauty-farm, ginnastica, sole e fans. Il tutto alla modica cifra di 250 euro al giorno. A spese dello Stato (cioè nostre) ovviamente. Un’ulteriore conferma che in Italia il carcere è un vero e proprio villaggio-vacanze Valtur.

Non solo. Visto che è stato così bravo, l’amministrazione penitenziaria ha pensato bene di trovare anche un lavoro al detenuto-modello Pietro Maso. Dal 22 ottobre 2008, infatti, questo signore lavora a Peschiera Borromeo in una ditta di assemblaggio computer e componentistica varia, uscendo alle 7.30 e rientrando in carcere entro le 22.30.

Angelo Izzo

Angelo Izzo

Ovviamente Pietro Maso non è l’unico esempio tangibile di come funziona il sistema giudiziario e carcerario italiano. Potrei anche citare i fidanzatini di Novi Ligure, Erika De Nardo e Omar Favaro, Fernando Carretta e Angelo Izzo. Ma l’elenco sarebbe molto più lungo.

Detto questo, Rudy Guede e Romulus Nicolae Mailat possono dormire sonni tranquilli. Sopratutto il secondo, visto che fino a qualche tempo fa dimorava tra il sudiciume delle baracche. Male che vada si faranno qualche annetto di soggiorno – vitto, alloggio e divertimento pagato dai cittadini onesti -, usciranno per buona condotta, otterranno la semilibertà e se proprio gli dovesse andare male saranno assegnati ai servizi sociali. Ovviamente alla conclusione del soggiorno Valtur avranno anche “diritto” a un lavoro.

Cosa vuoi di più dalla vita? Un lucano…

Dimenticavo. A Reggio Calabria, Giuseppe Tuccio, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale (guai a chiamarli carcerati, si offenderebbero), nel corso di una conferenza stampa dichiara testualmente:

«Ma quale certezza della pena, il nostro Paese ha bisogno dell’incertezza della pena. Le pene devono essere incerte nella quantità ma certe nella qualità»

Per favore, qualcuno avverta Tuccio che quello che lui sostiene è esattamente ciò che avviene ora. Pochi anni di galera, con tutti i comfort e i privilegi di cui sopra. A proposito, alle vittime di assassini e stupratori chi ci pensa? Ovviamente nessuno, impegnati come sono a difendere e rimettere in libertà i delinquenti della peggiore razza.
È sempre la solita storia: Caino che uccide Abele, ma guai a toccare Caino! (do.mal.)

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Facciamoli marcire in carcere

Dopo Ferdinando Carretta, che ha assassinato padre, madre e fratello, nelle scorse settimane sono tornati in libertà Pietro Maso, che ha ucciso i suoi genitori, l’ex Nar Francesca Mambro, tra i responsabili della strage di Bologna, e prima ancora Gianni Guido, uno dei massacratori del Circeo. Prossimamente sarà il turno di Erika De Nardo e Omar Favaro, i fidanzatini omicidi di Novi Ligure.
Tutti questi “signori” hanno già in cassaforte un lavoro sicuro, interviste in esclusiva (che significa un bel gruzzolo di soldini) e libri pronti da dare alle stampe (che vuol dire altri bei soldi), dove raccontano le loro “eroiche” gesta come fossero bibbie da tramandare ai posteri. Insomma, è gente che può tranquillamente campare di rendita per il resto della loro insignificante esistenza. A che prezzo? Appena qualche anno di carcere, vitto e alloggio a spese degli italiani ovviamente.

Tra indulto (che riduce di tre anni le pene di molti reati tra cui l’omicidio), liberazione anticipata, semilibertà, libertà condizionale e affidamento in prova ai servizi sociali, la pena da scontare in carcere si tramuta nè più nè meno in un soggiorno-vacanza Valtur, dove si può fare teatro oppure giocare a calcio o a pallavolo. Tutto a spese dei contribuenti. Un Pietro Maso qualsiasi, ad esempio, è costato alla società circa 300 euro al giorno. Dati alla mano, chi non ha colpa, cioè gli italiani, hanno pagato il soggiorno di questo assassino circa 1.700.000 euro, oltre 3 miliardi delle vecchie lire.

Detto questo, c’è da chiedersi: come mai in Italia tutti si preoccupano delle porcherie che fa Berlusconi e nessuno scende in piazza per protestare contro un sistema giudiziario che garantisce l’impunità ad assassini e terroristi? Possibile che nessuno s’indigna sapendo che gente come Francesca Mambro o Ferdinando Carretta, sono a piede libero?

Eppure, secondo un’indagine, il 66% degli italiani si dichiara decisamente in disaccordo con il vecchio (e condiviso da tanti giuristi) principio del “meglio un colpevole libero che un innocente in galera”, preferendo al contrario rinchiudere in prigione quanti più criminali – veri o potenziali – possibile. Non a caso quasi un terzo (31%) è d’accordo nel proporre l’introduzione della pena di morte per delitti particolarmente gravi.

Sinceramente mi verrebbe da dire anche a me “sì” alla pena di morte. Ma pensandoci bene, che senso avrebbe? Il rischio sarebbe quello di trasformare questi assassini in protagonisti, quasi dei martiri. Alla sedia elettrica o all’iniezione letale, molto meglio il carcere a vita. Ma quello vero e soprattutto senza privileggi: cella austera, brandina e bagno. Stop. Si abbattono anche i costi che gravano sulla testa degli italiani.

E per favore, non venitemi a parlare di pietà e rispetto dei diritti umani. Non credo che bestie del genere sappiamo cosa significhi la parola pietà. Se non per loro. (do.mal.)

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Lo sciopero della gnocca

Continua a fare discutere il ddl Carfagna anti-prostituzione recentemente approvato dal Consiglio dei ministri, secondo cui sarà vietato prostituirsi nei parchi, nelle strade, nelle campagna e in ogni altro luogo pubblico. Le sanzioni previste sono l’arresto da cinque a quindici giorni e un’ammenda da 200 a 3 mila euro. Sanzioni che si applicheranno sia a chi vende il proprio corpo sia a chi si avvale del sesso a pagamento.

Insomma, si annunciano tempi duri per lucciole e viados. A Roma le prime manifestazioni di protesta (sostenute dai soliti “radicali liberi”) al grido: «Tremate, tremate! Le seghe son tornate». Proclama che ha “seminato”, mai come in questo caso, preoccupazione anche tra i clienti, costretti a tornare ai vecchi metodi tradizionali. (do.mal.)

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