Articoli con tag campania

C’è chi è uomo e chi Caporale!

Eccolo un altro partigiano dell’informazione libera, uno di quegli intellettualotti di sinistra che si credono i padreterno del giornalismo, i depositari della verità giusta ed equilibrata. Un altro componente di quella band stonata di tromboni che ti servono l’antiberlusconismo a colazione, pranzo e cena. E poco importa se per raggiungere il loro scopo buttano merda sull’Italia e sugli italiani.

Il soggetto in questione è il giornalista di Repubblica Antonello Caporale, il quale, intervenendo alla trasmissione Exit condotta da Ilaria D’Amico su La7, ha detto la sua sul Ponte sullo Stretto definendo le città di Reggio Calabria e Messina due cloache. Vale a dire due fogne.

Alle esternazioni di Caporale è seguito il disappunto, com’era prevedibile,  degli abitanti delle due sponde, con tanto di gruppi anti-Caporale su Facebook. Oltre alla presa di posizione netta da parte delle istituzioni di Reggio Calabria e Messina e di alcune associazioni di consumatori, con tanto di denuncia alla Procura della Repubblica e richiesta di risarcimento.

Comprendendo, probabilmente, la stronzata che aveva detto, Caporale in una lettera pubblicata su Facebook (il testo integrale si può leggere su Tempostretto.it), con una memorabile arrampicata sugli specchi, ha cercato di correggere il tiro, affermando che «il mio giudizio era rivolto a chi ha malgovernato quelle città».
Ergo, le cloache non sarebbero i cittadini di Reggio Calabria e Messina bensì i loro rispettivi sindaci, Giuseppe Scopelliti e Giuseppe Buzzanca. L’illuminato giornalista, dunque, ci sta dicendo di essere stato male interpretato. Ma un attimo, non era Berlusconi ad essere sempre frainteso?

Caro Caporale, capisco che l’Alzheimer è una brutta bestia, ma i tuoi 47 anni fuggono il dubbio di una qualche senilità precoce che ti fanno dimenticare di essere originario di una terra, la Campania, che in quanto a cloaca non è seconda a nessun altra regione italiana. Anche i tuoi rifiuti, signor giornalista d’assalto, hanno contribuito ad alimentare questa fogna a cielo aperto.

Nel caso, ancora, non dovessi ricordare, riguarda queste cartoline illustrare della tua bella Campania, autentico orgoglio nazionale:

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Quindi, illustre collega, mi sembra evidente che il termine cloaca, ossia fogna, ben si adatta alla tua Campania, prima ancora che a Reggio Calabria e Messina. E non solo per i politici che la governano!

In fine dei conti non era un grande napoletano (lui sì) come Totò che si chiedeva: siamo uomini o caporali? Evidentemente il dubbio era più che fondato: c’è chi nasce uomo e chi Caporale! (do.mal.)

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Caro Travaglio, fatti, non pugnette!

È proprio vero, alcune volte è meglio stare zitti e dare l’impressione di essere stupidi che aprire bocca e togliere ogni dubbio. Marco Travaglio, ieri sera, questo dubbio ce l’ha tolto. Nella sua solita requisitoria ad Annozero, il pm dell’antipolitica, non solo ha dimostrato di essere stupido, ma probabilmente anche ignorante (intenso come colui che ignora, che non conosce un determinato insieme di nozioni o una determinata materia). Dico probabilmente perché è più verosimile che il professor sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti, accecato dal suo odio per quella cricca di malfattori di Berlusconi & Co., abbiamo solo voluto calcare la mano più del dovuto, non pensando che qualcuno potesse stanarlo.

La predica di padre Marco è incentrata sulle recenti inchieste giudiziarie napoletane in tema di corruzione. Ovviamente sta accuorto ed evita abilmente di tirare in ballo il figlio di Di Pietro, tanto più che il papà e in studio e potrebbe rimanerci male.

Travaglio sfodera il suo solito sorriso ironico e visto che non può parlare dell’enfaint prodige di casa Di Pietro, ripiega su Alfredo Vito, descritto come personaggio chiave nella spartizione della ricca torta degli appalti pubblici. Il politico napoletano è stato condannato in via definitiva a 2 anni (pena patteggiata) con restituzione di 5 miliardi di lire ascrivibili a episodi di corruzione. Lo stesso è stato deputato fino all’aprile 2008, eletto per Forza Italia nella circoscrizione Campania 2.

E qui casca l’asino, cioè Travaglio. Il documentatissimo Marco tira fuori dal suo tacquino dei peccati la solita perla di saggezza: «Alfredo Vito – dice – ha restituito 5 miliardi di lire di tangenti, ha promesso e giurato che lasciava la politica per sempre ed infatti oggi è deputato del Popolo della Libertà».

La stronzata ormai è detta ed è il sottosegretario del PdL, Alfredo Mantovano, a beccare quel Travaglio di un Marco con le mani nella marmellata. Mantovano, infatti, ha ricordato che l’unico Vito attualmente in Parlamento per il PdL è Elio Vito (ministro per i rapporti con il parlamento) e che quando l’altro Vito era parlamentare, il PdL ancora non esisteva. Insomma, come si dice in questi casi, notizia falsa e destituita di ogni fondamento!

Guai, però, ad ammettere l’errore, dire “scusate mi sono sbagliato, anche io non sono infallibile”. Per carità, sarebbe come sconfessare se stessi. E così, con quel ghigno, che più che un sorriso sembra una paresi, Travaglio come si giustifica? Candidamente afferma di aver parlato di Alfredo Vito come di “un parlamentare del centrodestra”, e che in fin dei conti non fa differenza col PdL. Come dire: l’importante è sputtanarli, se poi ci sono delle imprecisioni non importa.

Caro Travaglio, spargiti il capo di cenere e ammetti di aver detto proprio una ca…, una vera cazza…, una grande gigantesca strepitosa cazzata! (do.mal.)

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Coglioni a Capodanno, coglioni tutto l’anno!

Perdonate il francesismo, ma di fronte a queste immagini, “coglione” è il primo aggettivo che mi viene in mente per etichettare i quattro deficienti napoletani protagonisti del servizio trasmesso in diretta da Canale 9, uno dei circuiti televisivi locali più importanti e seguiti di tutta la Campania.

La cosa che indigna di più non è Canale 9 che ha semplicemente mostrato la “normalità” di Napoli, ma quella specie di giornalista (il suo nome è Carlo Alvino, noto negli ambienti partenopei per le telecronache del Napoli), che prima incita il teppistello a mostrare l’arma, e dopo che questi ha sparato, davanti le telecamere lo giustifica come se avesse solo esploso il più innocuo dei mortaretti: «Questo… questo è un colpo beneaugurante, diciamo così».

A proposito, il bilancio di fine anno è stato di 382 feriti in tutta Italia e un morto a Napoli per un proiettile vagante. Ma che volete che sia, per dirla come Carlo Alvino, quelli erano colpi beneauguranti, diciamo così… (do.mal.)

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‘A da passà ‘a nuttata!

pulcinella

Un altro terremoto politico-giudiziario che si traduce nell’ennesima tranvata per il partito di Uolter Veltroni. Come se già non bastassero le guerre intestine con lo scomodo alleato Di Pietro, la sberla delle elezioni abruzzesi e i recenti arresti di Luciano D’Alfonso, sindaco di Pescara e segretario regionale del Partito Democratico, e del deputato Salvatore Margiotta, coinvolto nello scandalo Total in Basilicata, adesso la bufera si è abbattuta sulla giunta comunale napoletana, guidata da Rosa Russo Jervolino.

Associazione per delinquere finalizzata alla turbativa degli appalti, abuso d’ufficio e corruzione, sono le accuse mosse a tredici persone arrestate a Napoli, tra cui anche l’imprenditore Alfredo Romeo e due assessori comunali del Pd, nell’ambito dell’indagine sulla delibera “Global service” approvata dal Comune partenopeo per la manutenzione delle strade e del patrimonio pubblico, oltre che per la gestione di mense scolastiche. Secondo i magistrati «la prospettiva ultima è quella del saccheggio sistematico delle risorse pubbliche».

E la Jervolino cosa dichiara dopo gli arresti? «Andiamo avanti». Beh, non c’erano dubbi! Dispiace dirlo, ma bisogna dare atto a Clemente Mastella che è stato uno dei pochi a mollare la poltrona quando è stato travolto da un’inchiesta giudiziaria che lo riguardava.

E tra gli indagati risultano esserci anche i parlamentari Renzo Lusetti (Pd) e Italo Bocchino (An). Proprio quest’ultimo, da un po’ di tempo a questa parte, sembra avere un certo feeling con il partito veltroniano.

Questo giusto per precisare che il malaffare e la malapolitica sono bipartisan. Non è vero Travaglio?

In ogni regione o quasi c’è una brutta storia che coinvolge ex margheritini ed ex diesse (oltre all’Abruzzo e alla Campania, il caso più clamoroso è quello della Calabria del gioioso governatore Agazio Loiero), tanto che il povero Uolter Veltroni è costretto a rinnegare se stesso: «Questo non è il mio Pd, bisogna dare vita a un soggetto politico veramente nuovo».

Ma come, il Pd era stato annunciato in pompa magna come il nuovo che avanza, come l’unica vera novità del panorama politico italiano, doveva essere quel partito innovatore che faceva della questione morale un punto d’orgoglio.

Chissà se anche dopo le vicende napoletane, Uolter parlerà  ancora di «attacchi strumentali e delegittimanti nei confronti del Pd a cui i media stanno dando grande risonanza».

Che dire, ‘a da passà ‘a nuttata. Anche per il Pd. (do.mal.)

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La rivincita di De Magistris

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A Catanzaro riesplode il caso De Magistris. Ma stavolta da parte dei magistrati di Salerno che indagano altri otto loro colleghi che avrebbero sostanzialmente ostacolato l’ex pm, ora giudice al Tribunale del riesame di Napoli, nelle sue inchieste “Why not” e “Poseidone”.
Un altro terremoto, stavolta di più ampie dimensioni, visto che tra gli indagati, per accuse che a vario titolo vanno dal falso ideologico all’abuso d’ufficio, alla corruzione in atti giudiziari, c’è addirittura il procuratore generale, il procuratore della Repubblica aggiunto e il titolare dell’inchiesta “Poseidone”. Naturalmente il pg Enzo Jannelli non ci sta e a tarda sera, sfidando il freddo, pungente di Catanzaro, mentre ancora i carabinieri sono nel palazzo di giustizia ad accatastare carte da portare in Campania, esce, e ai giornalisti che gli si fanno incontro dice di avere informato di quanto accaduto il Capo dello Stato, il Csm e il Ministro della Giustizia. Nessun commento, invece, sul contenuto della perquisizione avviata sin dalla prima mattina da un centinaio di carabinieri giunti direttamente da Salerno insieme al procuratore capo di quella Procura Luigi Apicella e ai suoi sostituti Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi. Ed alla fine se ne sono andati con pacchi e pacchi di documenti, tra i quali quelli delle inchieste “Why not” e “Poseidone”.
Insieme a un nutrito gruppo di consulenti informatici, che hanno copiato le memorie fisse dei computer dei magistrati catanzaresi, i carabinieri sono entrati negli uffici di Jannelli, dell’avvocato generale dello Stato Dolcino Favi, dei sostituti procuratori generali Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, del procuratore aggiunto vicario Salvatore Murone e del pm Salvatore Curcio. Contemporaneamente altri carabinieri si sono recati a perquisire l’abitazione dell’ex procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, ora in pensione, e quella di Antonio Saladino, già presidente della Compagnia delle Opere e principale indagato dell’inchiesta “Why not”. Ma non sono solo loro gli indagati: nell’inchiesta salernitana è coinvolto anche il deputato del Pdl Giancarlo Pittelli e il giudice del Tribunale Bruno Arcuri, nella sua qualità di componente del Consiglio giudiziario di Catanzaro. Perquisite anche le abitazioni di un commercialista e di un imprenditore di Cosenza che però non sarebbero indagati. L’inchiesta, partita dalle denunce di De Magistris (trasferito a Napoli dal Csm), ruota intorno all’avocazione dell’inchiesta “Why not” e della revoca di quella “Poseidone” sull’utilizzo di fondi comunitari e nazionali. Provvedimenti che, insieme alla successiva gestione delle inchieste, secondo i magistrati salernitani sarebbero serviti a «fermare De Magistris, danneggiare lui, consulenti tecnici e persone informate sui fatti, ostacolare le inchieste, smembrarle, disintegrarle e favorire taluni indagati».
Per la Procura di Salerno l’iscrizione nel registro degli indagati dell’allora ministro Clemente Mastella, che poco prima aveva chiesto il trasferimento di De Magistris, era «corretta e doverosa» e la richiesta di archiviazione fatta dalla Procura generale, e accolta dal gip, «illecita». Così come sarebbero stati illegali le archiviazioni disposte da Curcio in “Poseidone” per alcuni indagati tra i quali Pittelli, il generale della guardia di finanza Walter Cretella Lombardo, l’ex presidente della Regione Giuseppe Chiaravalloti, e il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa. Secondo i magistrati campani, in sostanza, c’era una «patologica attività di interferenza in un disegno corruttivo teso a favorire, tra gli altri, Antonio Saladino, Giancarlo Pittelli, e Mastella».
Il caso De Magistris, dunque, è riesploso e non è difficile prevedere che quella di oggi sarà solo la prima puntata, vista la veemente reazione del pg Jannelli, tra l’altro inviato a Catanzaro meno di un anno fa. (ANSA)

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Per un antipatico al Tg1 una Concitina al Tg2

rai_bnRiccardo Villari continua a tenere ben saldo il suo deretano sulla poltrona presidenziale della Vigilanza Rai. E c’è da scommettere che ci resterà fin quando non gli sarà proposta una seggiola altrettanto comoda. Da parte sua il buon Sergio Zavoli fa sapere che ogni limite ha una pazienza, e anche la sua sta per varcare la soglia della sopportazione:

«Non ci resterò più di tanto sulla graticola dice Zavoli, e lascerò a un centimetro dal ridicolo…»

D’altra parte sarebbe ingiusto addebitare a Villari colpe non sue. Da buon vecchio democristiano qual è, il senatore del Pd sa di poter giocare le sue carte senza troppa fretta.

Di Villari c’è addirittura chi ne rivendica la paternità politica. Indovinate chi? Proprio lui, il Clemente nazionale, che in un intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera parla di un Villari abile ma sfaticato:

«L’ho cresciuto io. Lo presi dal Cdu, portandolo via a Buttiglione. Lo feci segretario regionale in Campania. Poi lo feci eleggere consigliere regionale. Quindi lo portai in Parlamento, nel 2001. Lui esordì alla grande, regalando a tutte le deputate una statuetta di pastorello da presepe napoletano. Purtroppo racconta Mastellafinì come sempre in questi casi: crescono con me, poi quando arrivano in alto mi abbandonano. Così passò con Rutelli. Ma non ce l’ho con Villari, anzi, mi è carissimo. Perché è stato tra i pochi democratici cristiani a restarmi vicino, nei giorni della disgrazia. Mi chiamò. Venne anche a casa mia. Ancora adesso mi telefona spesso, mi chiede consigli. Riccardo è uno intelligente, svelto. Capisce la politica. Sa come muoversi ma è un po’ sfaticato. Viene da una famiglia importante, di medici facoltosi. È un altoborghese napoletano, e di conseguenza ha una concezione altoborghese della politica»

Intanto inizia a soffiare qualche spiffero dal fronte nomine. Secondo i rumors prende sempre più piede l’ipotesi di dare il Tg2 a Walter Veltroni (che piazzerebbe alla direzione Concitina De Gregorio, attuale direttore de L’Unità), e passare il Tg3 al centrodestra. Per il Tg1, invece, si fa con insistenza il nome dell'”antipatico” Maurizio Belpietro, attuale direttore di Panorama. (do.mal.)

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Dieci, cento, mille Roberto Saviano

Il mio amico Peppe Careri mi perdonerà se prendo in prestito il titolo del suo post per dire ciò che penso di Roberto Saviano ed esprimere la mia gratitudine per il suo grande coraggio. Ha ragione Peppe quando dice che regioni come Campania, Calabria e Sicilia avrebbero bisogno di dieci, cento, mille Saviano. Quello che manca, però, è proprio il coraggio di Roberto.

Stanotte sono intervenuto ad “Onorevole Dj”, la trasmissione di Rtl 102.5 condotta dal mio amico Pierluigi Diaco. Si parlava appunto del caso Saviano e di Gomorra. Pierluigi mi ha chiesto come mai anche in Calabria non c’è un Saviano che denuncia gli orrori della ‘ndrangheta. A questa domanda ho risposto con la più cruda e semplice verità: perché nessuno ha il coraggio di farlo.

È vero, ci vorrebbero dieci, cento, mille Saviano, ma a che prezzo? Credo che Roberto non si è pentito di ciò che ha fatto, ma forse ci ripenserebbe cento volte prima di pubblicare un altro Gomorra. Forse anche lui, sulla sua pelle, si è reso conto che probabilmente non ne vale la pena, soprattutto quando ti accorgi che vivi in uno Stato che tutela più gli assassini (vedi Carretta o Maso) e i terroristi (leggi Sofri, Mambro, Petrella) che gente come Saviano.

Ci vorrebbero dieci, cento, mille Saviano, ma non cambierebbe ugualmente nulla. Guardate Falcone, Borsellino, Impastato. Cos’è cambiato? Niente. Tra qualche tempo i casalesi torneranno liberi, così come sono tornati liberi tanti boss mafiosi.

Se davvero Roberto Saviano decidesse di lasciare l’Italia per costruirsi una nuova vita lontano da qui, chi potrebbe dargli torto? Forse qualcuno già lo accusa di vigliaccheria. Ma a questo prezzo meglio un vigliacco vivo che un eroe morto. La storia insegna. Forza Roberto. (do.mal.)

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