Articoli con tag Alitalia

Cara Cgil, i conti non tornano proprio

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Ricordate quel ministro dell’informazione iracheno che smentiva l’entrata dei soldati americani a Baghdad, proprio mentre alle sue spalle sfilavano carri armati e blindati a stelle e strisce? Bene, è la scena che mi è tornata in mente proprio ieri, ascoltando i sindacalisti della Cgil (Cisl e Uil stavolta hanno disertato) nei loro resoconti di dati e cifre post sciopero generale. Autentiche acrobazie aritmetiche.

L’ideale rappresentazione del ministro dell’informazione iracheno è stato il segretario nazionale della Cgil Guglielmo Epifani. Anzi, in quanto a cazzate si è spinto anche oltre. Di fronte al fallimento certificato della (pseudo)manifestazione antigovernativa, il compagno Guglielmo che dice? «Clima straordinario, siamo un milione e mezzo».

Infatti. I manifestanti erano talmente tanti che Repubblica.it e Corriere.it (solo per citare i due maggiori quotidiani che tutto sono tranne che simpatizzanti di Berlusconi e del suo governo) hanno fatto a pugni per rilanciare il clamore della notizia.

Che dire. Finalmente gli italiani stanno prendendo coscienza di chi e di cosa sono i sindacati. La gente ha compreso che lor signori non rappresentano gli interessi generali, ma godono di una forte rendita di posizione che danneggia il Paese. Il dato vero è che i sindacati rappresentano solo alcuni cittadini (per lo più i pensionati), ma prendono decisioni che riguardano tutti e gestiscono risorse che appartengono a tutti.

Per intenderci i sindacalisti sono quelli che erano al fianco dei piloti Alitalia che esultavano per il mancato accordo con la Cai, che protestano contro le sanzioni disciplinari ai dipendenti pubblici assenteisti o che accusano il governo di fare la carità alle famiglie italiane con la social card.

A proposito di social card. Ecco cosa ne pensa il sindacato: «Un’elemosina. Inadeguata e vessatoria, non abbiamo bisogno di finti e illusori pacchi di Natale».

Infatti, loro non ne hanno proprio bisogno. Leggete quanto percepiscono al mese i difensori di disoccupati, precari, fannulloni e assenteisti:

Guglielmo Epifani (Cgil) guadagna 3.500 euro netti al mese, i suoi 12 segretari confederali circa 2.400 euro.
Raffaele Bonanni (Cisl) 3.430 euro netti al mese.
Luigi Angeletti (Uil) 3.300 euro netti al mese, mentre i suoi 10 segretari confederali si ritriovano in busta paga qualcosa come 2.900 euro al mese.

Questo è quello che si sa, visto che i bilanci dei sindacati non sono affatto trasparenti, come invece essi stessi vorrebbero per le aziende e le pubbliche amministrazioni.

Mi permetto di fare una proposta ai signori sindacalisti. Considerato che la social card è un’elemosina, perché non invitate tutti i vostri iscritti a restituirla al governo? Magari i 40 euro mensili una tantum li potreste accreditare voi alle famiglie disagiate. Quale migliore forma di protesta!

Ma chi lo dice a tutta quella gente che in questi giorni è in fila nelle sedi dei sindacati, proprio per richiedere la social card. Troppo azzardata come proposta? Forse sì. (do.mal.)

Fonti:
L’altra Casta inchiesta di Stefano Livadiotti per L’Espresso

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A-a-bbronzatissimo

«Obama è giovane, bello e abbronzato»

Ebbene sì, c’è ricascato. Silvio alla battuta proprio non ci rinuncia. Quando può il nostro presidente del Consiglio con licenza di sorridere la spara lì in mezzo e chissenefrega. Alla faccia dei tanti giornalisti che non hanno di meglio da scrivere, se non le sue burle. Perché di questo s’è trattato e non di una gaffe, come molti continuano a chiamarla.

Ma è possibile che l’Obama abbronzato per due giorni è riuscito a fare dimenticare la crisi economica, la vicenda Alitalia, il decreto Gelmini, la riforma dell’università?

A proposito di gaffe. Chi si ricorda cosa disse Romano Prodi quando Berlusconi paventò il passaggio di alcuni senatori dal governo all’opposizione?

«Non sono preoccupato, perchè lo ha detto sempre. Poi è obbligato a dirlo, ha perso due elezioni, ha poco tempo davanti, ha fretta. Quindi, evidentemente lancia sempre messaggi che il governo cadrà domani, però sempre domani»

Mi sembra che quel “ha poco tempo davanti” sia tutt’altro che una battuta, addirittura un anatema. Eppure in quell’occasione nessuno s’indignò, nè gridò allo scandalo.

E Hillary Clinton, che durante la campagna per le primare del partito democratico americano, annerì il volto di Obama in un videospot elettorale? Come dire: “Cari americani, ricordatevi che lui non è proprio dei nostri, è un afroamericano. Quindi è meglio che votate per me”.

Gaffe? Battuta? No, razzismo bello e buono. Putiferio? Richiesta di scuse? Macchè, Hillary non è mica Berlusconi.

Lo stesso Barack Obama etichettò Sarah Palin, il vicepresidente designato da John McCain, «un maiale col rossetto». Ma anche in questo caso Barack non è mica Berlusconi da attirarsi le ire funeste dei giornalisti. Difatti Obama è più giovane, bello e abbronzato.

Che dire. Personalmente nella battuta di Berlusconi non ci trovo niente di così scandaloso e credo che anche Obama ci stia già facendo una risata sù. (do.mal.)

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Lezioni di piano con l’Orchestra dei Valori

Davvero una brutta razza quella dei moralizzatori. Pessimi soggetti inclini a prediche fastidiose, sempre pronti a denunciare i presunti vizi altrui per costruirsi una patina di onorabilità che distolga l’attenzione dai vizi propri.
Predicare bene e razzolare male è un’usanza abbastanza diffusa anche nella politica. Anzi, soprattutto nella politica. Prendete Italia dei Valori. Il suo portabandiera, Antonio Di Pietro, sembra ogni giorno di più un Savonarola laico dei giorni nostri. Ha sempre un predicozzo pronto per qualcuno e l’assoluta convinzione di incarnare i valori di giustizia e legalità. È convinto di essere il solo a sapere cosa è bene e cosa è male e non passa giorno che non abbia l’indice puntato contro qualcuno.

Di Pietro è così preso ad accusare il centrodestra di attentare alla democrazia, da non accorgersi che uno dei kamikaze si annida proprio nel suo partito. Ma veniamo ai fatti. Mercoledì 1 ottobre si riunisce il Parlamento per la discussione del disegno di legge 1441-bis (Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria). Improvvisamente, soprattutto dalle fila dell’Italia dei Valori, si leva la voce del rigore, l’appello contro la doppiezza, l’imbroglio. Il moralizzatore di turno è il dipietrista Domenico Scilipoti, che si scaglia contro i pianisti: «Votare per due – dice – è un problema di mentalità e di comportamento che ognuno ha dentro la propria testa, nel proprio cuore e nella propria anima» (dal resoconto stenografico della seduta n. 58 della Camera dei deputati). Bravo, bene, bis!

Si arriva al momento del voto e cosa succede? Tra i tanti pianisti (di maggioranza e di opposizione), impegnati in assoli e virtuosismi, c’è anche, udite udite, il difensore del voto pulito, Domenico “Mozart” Scilipoti, altrimenti detto “il pianista sul Transatrantico”. Guardare per cerdere.

E lo sapete cosa aveva dichiarato Di Pietro lo scorso 10 giugno in occasione della votazione sul decreto Alitalia?  «Chi vota per due commette truffa aggravata». Beh, complimenti!

Chissà se monsignor Travaglio, nel suo sermone del giovedì sera ad Annozero, condannerà questa «truffa aggravata» oppure, misericordioso com’è, dispensera indulgenze. Secondo me Scilipoti può stare tranquillo. Visto che la parrocchia si chiama Italia dei Valori, al massimo rischia una messa cantata. Il pianista già c’è! (do.mal.)

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La dolce euchessina purgata da Santoro

Non ci volevo credere, fin quando non ho visto la prima puntata di Annozero. È proprio vero, se la sono trombata. Anzi se la sono purgata. Ci mancherà la dolce euchessina Beatrice Borromeo, nipote di Marta Marzotto, cognata di Lapo Elkann, ex di Tommaso Buti e attuale di Pierre Casiraghi. Ci mancherà questo distillato di giornalismo purissimo, questa Oriana Fallaci intrappolata nel corpo di una velina (vedasi video allegato). Ci mancheranno le sue lezioni di morale condite di indignazione e qualunquismo, ci mancherà l’aria da imbronciata e la esse sifulina (leggasi zeppola) che fanno tanto radical-chic.
La dolce euchessina ad Annozero aveva il gravoso compito di rappresentare la rabbia dei giovani italiani, era il simbolo di un’intera generazione. E ora? Niente paura, ora ce la ritroveremo a Radio 105. A fare cosa? «A raccontare un Paese che è ormai una giungla – dice lei in un’intervista a La Stampa -, tra mafie, crescente razzismo e crisi Alitalia. Farò piccole inchieste e interviste». Aridaglie!

E visto che c’è, l’Oriana Fallaci de’ noantri non disdegna giudizi e consigli a destra, e soprattutto a sinistra. Annozero? «L’unico vero programma d’informazione». E l’oracolo Michele? «Santoro è l’unico ad avere la schiena dritta. La sua onestà viene scambiata per faziosità. La stessa cosa vale anche per Travaglio». Certo che definire Santoro uno con la schiena dritta ce ne vuole. Magari con un po’ di scoliosi a sinistra, già va meglio.
E arriviamo a Vespa e al suo Porta a Porta: «Ridicolo e privo di qualsiasi dignità». Va un po’ meglio Matrix: «Mentana è simpatico e arguto. Tenta di barcamenarsi e di fare la trasmissioni più indipendente della sua azienda, ma non va mai troppo fuori dalle linee. Ma questo è il problema di tutta l’informazione tv». Basta così? Macchè. E Ballarò dove lo mettiamo? «È sulla linea di Porta a Porta, ma in maniera meno evidente. Floris deve avere più coraggio». Così parlò nostra signora del giornalismo.

A questo punto la domanda è: perché la dolce euchessina è stata purgata da Annozero? A giudicare dalle sue parole probabilmente o non l’ha capito neppure lei oppure sta tentando di farci una supercazzola: «In tanti hanno cercato di far sembrare che Santoro mi abbia epurato o che io mi sia data alla bella vita: la verità è che vorrei costruirmi una mia professionalità per poi eventualmente tornare a lavorare con lui quando avrò di più da offrire». Brava, ben detto. E poi le chiamano “gnocche senza cervello”. Ma come si permettono! (do.mal.)

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E adesso pagateci tutti

Senza soldi non si canta messa e così anche “Ammazzateci tutti” batte cassa, pena l’estinzione. Il movimento antimafia calabrese, nato all’indomani dell’omicidio del vice presidente del Consiglio regionale Franco Fortugno, in una lettera aperta rivolta alla Nazione («Cari italiani, care italiane», parte proprio così la missiva, neppure fosse il messaggio di fine anno del presidente della Repubblica) chiede «un piccolo grande gesto di solidarietà» per garantirne la sopravvivenza. Un piccolo gesto di solidarietà che tradotto in soldoni è quantificabile in circa 30 mila euro «che – si legge ancora nella lettera a firma di Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti – basterebbero per farci riprendere fiato e metterci in condizione di fissare obiettivi di medio-lungo termine». In sostanza, i ragazzi cuor di leone di “Ammazzateci tutti” chiedono ai cari italiani e alle care italiane di diventare i loro “azionisti”.

Al di là della richiesta di pecunia, quello che colpisce di più sono alcuni passaggi della lettera strappalacrime di Pecora & Co. Ad esempio questo: «Per essere davvero liberi non ci siamo mai voluti legare a nessun carrozzone, nè politico nè imprenditoriale…  Pensate come sarebbe stato fin troppo conveniente e facile per noi sceglierci uno o più “mecenate”, anche i meno peggiori e, nel portare silenziosamente acqua al loro mulino, ottenerne laute ricompense in termini economico-logistici (apertura sedi, pubbliche relazioni con gente che conta, produzione di gadget, pianificazione di campagne pubblicitarie, ecc..). Ma abbiamo fatto la scelta di essere come gli straccioni di Valmy, abbiamo scelto di combattere contro mostri pieni di soldi e di potere…»

Un passaggio che puzza quanto meno di ambiguità, visto che proprio il leader del movimento, Aldo Pecora, in un’intervista rilasciata nel maggio 2007 al periodico “IlTribuno” dichiara che già dopo un anno dalla costituzione del movimento «qualcuno è entrato in politica attivamente… Io ero già in un partito, che era quello di Franco Fortugno (La Margherita), già prima del 16 ottobre quando è stato ucciso». Chiaro no? Se non lo è abbastanza continuate nella lettura dell’intervista, quando Pecora ammette di aver sostenuto la candidatura, sempre nella Margherita, della vedova Fortugno: «Era un messaggio che bisognava dare a chi aveva ucciso suo marito». E ancora, parlando del suo percoso, Pecora dice: «Io avevo già avuto una esperienza politica pregressa con i Ds ma me ne sono andato, con tutto che ero responsabile scuola provinciale. Anche perché, essendo politicamente figlio di nessuno, non avevo nè padre nè madre dirigenti di partito nei Ds, (anzi mio padre viene dalla Dc e io partivo dal movimento studentesco, già dal liceo ero attivo nei movimenti), quando sono arrivato ai Ds mi sono reso conto che non si poteva lavorare perché c’era un “tappo”; quindi ho detto: arrivederci e grazie, non mi faccio usare da nessuno…  Poi Franco mi ha voluto nella Margherita».
Ora, non vogliamo credere che Antonio Aprile, giornalista de “Il Tribuno” si sia inventato di sana pianta l’intervista nè che abbia frainteso o riportato in modo scorretto ciò che il suo intervistato ha dichiarato. Appare dunque evidente che Pecora libero politicamente non lo è proprio. Anche il resto del movimento non è da meno, basta guardare lo striscione (foto in alto) che i ragazzi di Locri esibiscono ad ogni piè sospinto, con tanto di addobbo floreale… Quanto meno ci viene il dubbio, confermato anche dalle parole di Pecora, che molti dei giovani antimafia hanno utilizzato “Ammazzateci tutti” quale trampolino di lancio per entrare nel mondo della politica che conta.

Nella loro lettera alla Nazione i ragazzi di “Ammazzateci tutti” dicono di avere «diverse migliaia di euro di debiti contratti (anche personalmente) nell’organizzazione delle nostre iniziative (sostenute solo parzialmente dalle poche istituzioni alle quali ci siamo rivolti). Senza contare il fatto che ormai i nostri ragazzi stanno devolvendo interamente alla causa le loro paghette settimanali in ricariche telefoniche e fotocopie». Adesso, non vogliamo fare i conti in tasca a Pecora & Co. ma basta andare a sfogliare il Bur Calabria per leggere che il primo meeting nazionale giovani antimafia denominato “Legalitàlia”, tenutosi nel 2007 a Reggio Calabria, è stato finanziato dalla Regione con qualcosa come 15 mila euro (Decreto n. 12182 del 13 agosto 2007). Saranno anche iniziative “sostenute solo parzialmente”, ma 30 milioni delle vecchie lire, solo per dire quanto è brutta la mafia non mi pare che siano pochi. Solo per citare uno dei tanti contributi ricevuti dai ragazzi di Locri in questi anni. E poi, se è vero come sostiene Pecora che gli adepti di “Ammazzateci tutti” sono circa 8000 in tutta Italia, basterebbe autotassarsi di 10 euro a testa per andare ben oltre i 30 mila euro richiesti ai cari italiani e alle care italiane.

La lettera di “Ammazzateci tutti” si conclude con uno slogan a effetto («Diventate nostri “azionisti”, almeno noi cercheremo di non fare la fine di Parmalat e Alitalia») e con un appello dal chiaro impatto emotivo: «Il 16 ottobre prossimo è il terzo anniversario dell’omicidio Fortugno e quindi della nostra “nascita”. Se entro questa data non dovessimo riuscire a sanare ogni passivo saremo costretti a staccarci la spina da soli, archiviando prematuramente questa bellissima esperienza». Una minaccia o una lusinga?

Dimenticavo. Sul suo blog Aldo Pecora scrive: «Chi non si indigna non vale niente». Che dire? Hai proprio ragione Aldo… (do.mal.)

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Come la marcia dei quarantamila

di Mario Giordano

«E se la chiamassimo la strage di via Epifani?». C’è anche il lettore spiritoso. E poi c’è quello infuriato, quello sdegnato, quello sgomento. Ce ne sono di tutti i tipi fra le centinaia e centinaia che in queste ore hanno fatto arrivare in redazione messaggi in ogni modo, via mail, telefono o posta tradizionale. Tutti hanno in comune una cosa: condividono la denuncia contro i mandarini del sindacato kamikaze. C’è chi si sfoga, chi s’interroga, chi propone misure drastiche, chi chiede di ripubblicare le inchieste sul giro d’affari della Cgil, che come sapete custodisce i bilanci come il Vaticano il segreto di Fatima. Qualcuno propone addirittura uno sciopero contro i sindacati, una specie di nemesi storica, di impraticabile legge del contrappasso all’insegna del «chi di cobas ferisce di cobas perisce».
I messaggi arrivati in redazione, d’altra parte, combaciano alla perfezione con quello che si respira nel Paese, nelle strade delle città, sui tram, nei bar, fra la gente comune, fra le persone normali, quelli per cui il giorno dura sempre 24 ore (mica come i piloti che possono farlo diventare di 33 ore), quelli che non vanno a lavorare con l’autista mandato dall’azienda e faticano a farsi retribuire quando restano in fabbrica fino all’ultimo minuto, figurarsi se c’è qualcuno che paga loro pure i giorni di riposo.
Anche i sondaggi lo confermano: per la maggior parte degli italiani la colpa del fallimento della trattativa Alitalia è della Cgil e dei piloti. E con buona pace degli affannosi proclami di Fassino (ma non doveva occuparsi della Birmania?) e di Veltroni in gita a New York (ma non doveva occuparsi dell’Italia?), solo il 10 per cento degli intervistati addossa qualche responsabilità al governo. Chissà che stupore per i bonzi della cloche dorata. Ma in realtà si stupiscono solo loro: agli altri è abbastanza evidente che ormai i sindacati non li comprende più nessuno. Sono lontani dal Paese, non lo capiscono e non si fanno capire, parlano un linguaggio esoterico e sconosciuto.
L’altra sera sono capitato in mezzo a un dibattito sull’Alitalia in cui c’erano tre di loro: mi sembrava di essere un marziano piovuto per sbaglio a Trastevere. Li ho sentiti arrampicarsi sugli specchi dei loro formalismi, li ho visti specchiarsi dentro le circonlocuzioni che nascondono il loro nulla. Alla fine si dipingevano sempre come eroi, generosi condottieri, salvatori della patria. A un certo punto, mi chiedevo: ma ci sono o ci fanno? Sanno quel che dicono o ci stanno prendendo in giro?
E ho realizzato di colpo che lo choc dell’Alitalia forse potrebbe diventare un bene per il Paese. Come lo fu la marcia dei quarantamila a Torino, come lo fu lo sciopero dei minatori per la Thatcher. Può essere il punto di svolta, il momento di non ritorno, il vero cambiamento del Paese. Fateci caso: i sindacati hanno perso definitivamente la faccia, il loro consenso è crollato. Hanno dimostrato la loro vera natura: sono marajah, una casta, boiardi iperprotetti con tendenza al parassitismo, privilegiati che arricchiscono le loro organizzazioni alle spalle del sistema senza mai difendere i più deboli. Anzi, il più delle volte danneggiandoli.
La dimostrazione sta in quelle scene di giubilo esplose alla notizia del fallimento delle trattative. Immagini che oggi riepiloghiamo in un’apposita pagina: sono da staccare e conservare perché resteranno nella storia del Paese. Voi avete mai visto operai che festeggiano perché la loro fabbrica sta chiudendo? Tute blu che esultano quando lo stabilimento viene smantellato? No? E allora perché, invece quei bei figurini imbustati dentro tailleur e divise d’ordinanza si sganasciavano dalle risate? Per un motivo semplice: speravano (e sperano) nell’intervento dello Stato. In fondo per decenni è sempre stato così: loro si rimpinzavano di privilegi, piatto ricco mi ci ficco, menu da business class. Tanto poi il conto l’abbiamo sempre pagato noi.
Ecco perché facevano festa l’altro giorno. Perché temevano che con il piano Cai la pacchia sarebbe finita. Addio all’era dei vizi rimborsati dal contribuente a piè di lista. E si illudevano, al contrario, con il fallimento delle trattative, di poter contare ancora sull’intervento pubblico, sui soldi di papà Stato, su una giravolta in stile Iri, magari addirittura una nazionalizzazione. Ma ciò non accadrà. Non può e non deve accadere. Il ministro Tremonti ha escluso subito ogni possibilità di questo genere. E ha fatto bene, anzi benissimo. Gli italiani non capirebbero una scelta diversa. Non accetterebbero di mettere mani al portafoglio per consentire ai privilegiati di continuare a godere dei loro privilegi. Non sopporterebbero neanche un euro di tasse per la messa in piega perfetta di quella signorina che esultava di fronte al crac.
Fra le lettere che sono arrivate ieri in redazione, oltre a quelle sdegnate, infuriate e sgomente, ce n’era anche una molto sofferta. Ce l’ha scritta un ingegnere, piccolo imprenditore in edilizia da 28 anni, settore restauro ed edifici storici. Ha 10 dipendenti, 4 di loro lavorano con lui da 25 anni. Mai una sanzione fiscale e amministrativa, nessun incidente sul lavoro, mai un giorno di ritardo nel pagamento di salari e contributi. Lo scorso 8 settembre ha dovuto chiudere. «La resa», la chiama lui. «Tutti in cassa integrazione per mancanza di commesse, tutte scippate da concorrenti fuori dalle regole. Protezioni sociali: una miseria per sei mesi. Per i dipendenti dell’Alitalia si prevedevano 7 anni di cassa integrazione». Lui dice di essere senza parole. Anche noi.

Fonte: Il Giornale (edizione del 20/9/2008)

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Venghi Fantozzi, venghi!

I giorni passano e Alitalia assomiglia sempre più alla corazzata Potëmkin. Alle fine il commissario straordinario Fantozzi, che di nome fa Augusto, esausto e disperato si alzerà in piedi per urlare ai quattro venti che la compagnia di bandiera «è una cagata pazzesca», esattamente come il film di Sergej M. Ejzenštejn. Uno sfogo liberatorio al quale seguiranno novantadue minuti di applausi.

Per adesso Fantozzi – lingua felpata, mani due spugne e salivazione azzerata – avverte: «I soldi non sono pochi, sono pochissimi, e stanno per finire». Nel frattempo sono già stati cancellati 40 voli e proclamate 4 ore di sciopero. Prepariamoci al peggio, dunque.

Una volta fallita Alitalia, Fantozzi sarà convocato dal megadirettore galattico dott. ing. lup. man. di gran croc. pezz. di merd. gran figl. di put. (c’è ne sempre uno nella vita di ogni “sottoposto”) per essere crocifisso in sala mensa. La pratica poi passerà nelle mani del ragionier Filini dell’ufficio sinistri. Per la definitivamente liquidazione ci pensaranno, infine, il geometra Calboni e la signorina Silvani. (do.mal.)

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