Archivio per la categoria Trasporti

Giustizia: Salerno-Reggio con deviazione a Catanzaro

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di Marco Caruso

A leggere le cronache giudiziarie degli ultimi giorni, non sembrano azzardati certi paragoni e quello che è stato battezzato come “lo scontro tra procure” induce ad una similitudine comprensibile da tutti perchè da tutti conosciuta.

La giustizia italiana non è poi tanto differente dall’autostrada più malconcia del Paese, la A3 Salerno-Reggio Calabria. Un inferno: per chi la percorre sognando di raggiungere il tanto agognato luogo di vacanza; e per chi è costretto ad usarla per lavoro.
Cantieri aperti in ogni dove, rallentamenti, code, disagi; tortuosa e disconnessa come da poche altre parti richiede la massima prudenza e quindi la massima lentezza; talvolta l’idea di gettarsi tra le spire del serpentone diabolico ti induce perfino ad evitarla. Il problema è che le vie traverse sono anche peggio. Quindi sei immobile. Non sono poi rari gli incidenti. Ed è palese l’opera inquinante della politica e della malavita, che l’hanno resa ancora più impraticabile ed insicura di quanto già non fosse.

A ben vedere, anche la nostra giustizia è così: un inferno. Per chi vi deve far ricorso, ma anche per chi ne è artefice. Cavilli, procedure arcaiche e una burocrazia bradipidica frenano le ambizioni del Paese e fregano il cittadino onesto, che pure deve subire la beffa di vedere il delinquente e il furbetto fargliela sotto al naso. Spesso addirittura si rinuncia anzitempo ad affidarsi ad un giudice, certi come siamo che le cose si tireranno troppo per le lunghe con annesse spese insostenibili. Le ingiustizie sono all’ordine del giorno. E anche lì politica e criminalità si sono insinuate e radicate e hanno fatto e disfatto sempre come gli è parso.

Oggi, per l’appunto, si parla di guerra tra bande: una starebbe a Salerno, l’altra a Catanzaro. Per collegare queste due città (anche solo idealmente) non ci sono altre vie: bisogna infilarsi nella A3 e compiere giusto una piccola deviazione (ironia del caso…).

Sembra una metafora…ma è tutta realtà. Purtroppo.

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E Silvio obbedì a Tremonti. Grazie Giulio!

Ahi, ahi, ahi signor Silvio, lei mi casca proprio sull’uccello! Non c’è bisogno di andare ad Annozero perché stavolta Silvio il suo Travaglio ce l’ha in casa. Si chiama Giulio Tremonti, professione ministro dell’Economia. Il buon Giulio (non so perché ma questo nome mi ha sempre affascinato) ha clamorosamente sgamato il Berlusca con le mani nella marmellata.

Tra le righe del decreto Alitalia, infatti, vi era accuratamente nascosto un emendamento “salva manager”, che avrebbe permesso di riabilitare i furbetti del quartierino, responsabili dei recenti crack finanziari. L’articolo 7/bis del decreto Alitalia modificherebbe la legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto fallimentare del 1942. L’emendamento, infatti, dice che per essere perseguiti penalmente per una mala gestione aziendale è necessario che l’impresa si trovi in stato di fallimento. Se invece è guidata da un commissario, e magari va anche bene come nel caso della Parmalat, nessun pubblico ministero potrà mettere sotto processo chi ha determinato la crisi.

Emendamento, dunque, che avrebbero consentito a gente come Calisto Tanzi (Parmalat), Cesare Geronzi (Mediobanca) e Sergio Cragnotti (Cirio) di riacquistato lo status di verginità.

Avrebbero, perché il buon ministro Tremonti (lo stesso che con largo anticipo aveva previsto l’attuale catastrofe finanziaria, quanto tutti lo prendevano per il culo) ha letteralmente obligato il premier a cancellare quell’emendamento, pena le sue dimissioni dal governo. «O va via l’emendamento o va via il ministro dell’Economia», ha detto Giulio a Silvio nel corso dell’audizione al Senato di stamattina. Un “aut aut” che ha avuto effetti immediati, visto che la “salva manager” sarà cancellata dal decreto Alitalia. Una mossa che ha consentito a Tremonti di diventare, addirittura, il paladino dell’opposizione, con Giulio osannato e portato in trionfo da tutti, a cominciare da Veltroni per finire a Di Pietro.

A proposito di opposizione. Ma che fine avevano fatto Uolter, Di Pietro e company il 2 ottobre quando il decreto Alitana, comprensivo di emendamento “salva manager”, veniva discusso e approvato dal Senato? Boh!

Altra domanda. Perché appena Tremonti ha aperto bocca Silvio si è messo sull’attenti? Almeno per due motivi. Perché Tremonti (insieme al ministro Renato Brunetta) è il migliore economista che c’è in circolazione, l’unico insostituibile dell’esecutivo Berlusconi, soprattutto in un momento critico come questo. E poi, dettaglio non trascurabile, congedare Giulio in nome della “salva manager” significava aprire una crisi di governo dai risvolti imprevedibili che sarebbe stata cavalcata anche dalla Lega Nord, partito da sempre vicino al ministro Tremonti.

Permettetemi, infine, di dire la mia su Mara Carfagna. Ieri sera a Matrix il ministro delle Pari opportunità ha dato una grande lezione di stile, dimostrando di essere un politico non solo con le tette ma anche con le palle. Classico esemplare di gnocca con cervello. Ai detrattoti della Carfagna (leggi Sabina Guzzanti) vorrei ricordare che loro e quelli come loro hanno portato in Parlamento gente come Francesco Caruso. Ma questa è un’altra storia. (do.mal.)

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Il Ponte di Messina in mano alla mafia? Giusto un po’, lo Stretto indispensabile!

Il presidente dell’Anas, Pietro Ciucci, ha annunciato: «Contiamo di aprire i cantieri per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina alla metà del 2010».

«Abbiamo più volte esposto il cronoprogramma di quest’opera – dice Ciucci – che non sarà facile perché è una scommessa con noi stessi. Il progetto era pronto due anni fa ed era già finanziato; poi quelle risorse sono state dirottate dal Governo per fabbisogni più urgenti. Stiamo lavorando in questi mesi per predisporre le regole, insieme con il Governo, che prevedono entro i primi mesi del prossimo anno l’ultimazione della progettazione definitiva con l’obiettivodi aprire i cantieri dalla metà del 2010. Siamo convinti che sia un’opera importante che può fare il bene di quelle aree. Un’opera che in larga parte si ripagherà. Il ponte non richiede investimenti a fondo perdutoma solo investimenti temporanei di risorse» (Ansa).

A questo punto prepariamoci all’invasione dell’esercito dei “no Ponte” sulle due sponde dello Stretto, con tanto di manifestazioni, sit-in di protesta, campeggi e quant’altro di folkoristico possa esserci. La regola è una sola: dire no. Bisogna andare in giro e dire che il Ponte sullo Stretto non deve essere costruito, che sono altre le priorità, che sara devastante per l’ambiente e per l’intero universo e, ovviamente, che sarà un grande regalo alla mafia (fosse il primo!).
Di tutte le preoccupazioni, quella che mi sento di condividere forse è proprio quest’ultima. Sarebbe sbagliato dire che la mafia non ha messo gli occhi sul Ponte. E allora che facciamo? Fermiamo il progresso e rinunciamo a quest’opera che “rischia” davvero di cambiare in positivo la storia del Sud, solo perché potrebbe essere un regalo alla mafia? Oppure qualcuno pensa di indebolire l’impero economico della criminalità organizzata non costruendo il Ponte? Alle reali opportunità reali di sviluppo dell’Area dello Stretto, però, nessuno ci pensa. Neppure ai posti di lavoro che si verranno a creare da qui a dieci anni.
In ogni caso quei soldi si dovranno spendere e se non sarà il Ponte, il regalo alla mafia sarà un altro e magari neppure lo sapremo. Ma tanto che ce frega, l’importante è che il Ponte non si realizzi. Vero?

A proposito di 2010. Questa data mi ricorda qualcosa. Non fu un certo Francesco Rutelli che nel chiudere la campagna elettorale dell’Ulivo del 2001 affermò, in pieno comizio a Messina, «il Ponte noi lo faremo ed io mi prenoto fin da ora per essere presente alla sua inaugurazione nel 2010»?

Quello che segue è il video realizzato alcuni anni fa dagli studenti della Facoltà di Architerrura dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria:

Mia nonna mi diceva sempre: «Prima di morire spero di vedere il ponte costruito». Lei è morta, ma io continuo a sperare. (do.mal.)

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Treni nuovi… di zecca

Va bene che si chiama Moretti, ma l’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato non può pensare che ci beviamo così, come fosse un boccale di birra gelata, la storiella che i treni italiani sono i più confortevoli, i più puntuali, i più economici e magari i più puliti d’Europa. E no caro Moretti, se vogliamo ubriacarci lo facciamo con del vino buono e non con della birra annacquata.

Passi per la puntualità, passi per il comfort, passi anche per l’economicità delle tariffe, ma difendere l’integrita igienico-sanitaria dei treni italiani e un po’ come difendere il lupo di Cappuccetto rosso, come ascoltare i Pink Floyd cantare le canzoni di Pupo (ci scusi Pupo, ma soprattutto i Pink Floyd). Non ci crederebbe praticamente nessuno, neppure Paperino, Paperoga e Ciccio di Nonna Papera messi insieme.

Zecche, acari, pidocchi e parassititi di ogni genere, sui vagoni ferroviari sono ormai all’ordine del giorno, più numerosi anche dei viaggiatori al rientro dalle vacanze. Le cronache raccontano persino di un topo, avvistato nell’ottobre 2008 sull’intercity Caserta-Roma. «Un ospite indesiderato», così l’aveva definito Trenitalia in un comunicato stampa, che aveva terrorizzato e fatto evacquare i pendolari che affollavano il treno.

La ixodes ricinus (magari detta così la zecca del cane suona pure meglio e fa meno ribrezzo) si sveglia dal letargo in una calda mattina di settembre e torna a colpire ancora. Stavolta a essere punta dai parassiti è stata una donna di 62 anni che viaggiava sul treno Roma-Agrigento. L’episodio è avvenuto domenica scorsa e in base alla ricostruzione dei fatti, dopo che il convoglio è giunto nei pressi di Enna, la viaggiatrice originaria di Canicattì ha detto al personale ferroviario di avvertire un forte prurito nelle parti intime, notando anche evidenti rigonfiamenti all’altezza delle braccia. Una volta giunta a destinazione, la signora è stata trasportata all’ospedale “Barone Lombardo” dove i medici le hanno effettivamente riscontrato segni di punture d’insetto. Dopo le prime cure la donna ha lasciato l’ospedale e ha subito sporto denuncia contro Trenitalia.  Nel frattempo la carrozza è stata fatta evacuare, “piombata” e inviata a Roma per gli esami necessari ad accertare la presenza di pulci, zecche o altri insetti e la successiva disinfestazione.

Episodio isolato? Ora, non è che vogliamo fare le pulci a Trenitalia, ma non sembra proprio che si tratti di un fatto nuovo. A settembre del 2005 si sono verificati ben quattro episodi: sull’intercity 768 Reggio Calabria-Torino le zecche hanno attaccato 18 passeggeri; sul treno internazionale Ventimiglia-Parigi, sempre le zecche, supportate dalle cimici, hanno assaltano i malcapitati passeggeri; poi è toccato all’Intercity Torino-Milano, dove una passeggera ha denunciato di essere stata morsicata ancora dalle zecche; stesso copione sull’espresso 810 Palermo-Torino, a bordo del quale un’altra passeggera è stata morsicata dai parassiti. Insomma non c’è che dire, il 2005 è stata una buona annata per le zecche. Anche il 2008, però, non sembra essere da meno. A marzo, infatti, si registra la denuncia di un passeggero dell’espresso 806 Napoli-Torino, punto dalle zecche in più parti del corpo. La cosa si ripete lo scorso 17 agosto, sempre sullo stesso treno, l’espresso 806 Napoli-Torino, ma stavolta con un “bollettino di guerra” ben più preoccupate: cinquanta passeggeri rientrano dalle vacanze e vengono assaliti da battaglioni di zecche. L’ultimo episodio proprio domenica scorsa sul Roma-Acireale (prezzo del biglietto in seconda classe 62,15 euro, zecche comprese).

Ma cosa volete che siano dei piccoli parassiti di fronte alla stazza di qualsiasi uomo? Quisquilie, bazzecole. Un po’ come l’elefante e la farfalla di Michele Zarrillo. Cinico? Mai quanto l’ad di Ferrovie dello Stato. Leggete cosa ha dichiarato Moretti intervistato il 19 agosto 2008 dal “Giornale”: «Ho sentito l’accusa per il Torino-Napoli di questi giorni. Ma si tratta di un treno su 9 mila. Non mi sembra una percentuale così grave. A parte il fatto che quelle, secondo me, non sono nemmeno zecche. Lì si tratta semplicemente di un’impresa di pulizie che non ha fatto il suo dovere». Non mi sembra una percentuale così grave? È evidente, dunque, che per Moretti rientra nella normalità il fatto che almeno un treno su 9 mila sia preso di mira dalle zecche.

Ora, in un Paese normale l’amministratore di un’azienda infestata come Ferrovie dello Stato sarebbe già stato cacciato via o, se avesse un barlume di dignità (mamma mia che parolone) si sarebbe subito dimesso. Considerato, però, che siamo in Italia e il nostro non è un Paese normale, la migliore cosa da fare sarebbe quella di obbligare Moretti a viaggiare in uno dei suoi 9 mila treni in compagnia di zecche, pidocchi e acari. Certo, poi il rischio sarebbe quello di una crisi mistica dell’ad di Ferrovie dello Stato, che davvero potrebbe sentirsi come Noè sull’Arca. (do.mal.)

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