Luci e ombre del volontariato

di Demetrio Calafiore per Malarablog

prociv

La quotidianità porta a documentarsi su situazioni o nuove terminologie spesso ignorate, o peggio ancora, considerate come una trovata pubblicitaria. In altri casi però, siamo chiamati in prima persona a essere i protagonisti di situazioni che, portano a scopi ben diversi da quelli che dovrebbero essere.

È il tanto discusso mondo del volontariato, ma quali sono tutte quelle attività connesse e come ci si comporta in ambito sociale?

Nel 1991 il Parlamento ha approvato la “Legge quadro sul volontariato”. Da allora sono nati moltissimi sodalizi che vedono impegnate 21 mila associazioni e oltre 800 mila operatori tra volontari e dipendenti. Tutte iscritte nel registro regionale delle associazioni, che ne controlla le attività attraverso esercitazioni, corsi di formazione etc.

Il 2001 è stato proclamato dall’Onu “Anno internazionale del volontariato”, un passo in avanti dopo alcuni tragici eventi che hanno segnato il secolo scorso e che hanno visto in prima linea, schiere di soccorritori e aiuti umanitari volontari.

I settori operativi vanno dall’assistenza sociale a quella soci- sanitaria, dalla beneficenza all’istruzione e alla formazione, dalla tutela del territorio alla promozione e alla valorizzazione dell’ambiente, della cultura, delle cose di interesse storico ed artistico, dallo sport dilettantistico alla ricerca scientifica.

Le esigenze sono davvero molteplici per il bisogno collettivo, anche se c’è da fare una sostanziale diversificazione tra volontari e dipendenti all’interno di un associazione. Là dove i volontari molto spesso danno l’anima, a volte, purtroppo, vengono anche strumentalizzati e convinti con idee di tipo lavorativo e remunerativo. Ci sono poi i dipendenti, professionisti o normali impiegati. Da un lato è un bene che siano presenti all’interno dell’apparato organizzativo, per arricchire anche il bagaglio professionale e culturale degli operatori, ma dall’altro troppo spesso si creano situazioni burocratiche e amministrative paradossali, che mettono continuamente in discussione i rapporti con gli altri volontari e con le istituzioni, che gli stessi, il più delle volte rappresentano.

Di fronte a queste realtà, ritengo che i volontari devono inventare nuovi ruoli all’interno delle associazioni, consolidando quanto hanno costruito ma cercando anche nuove strategie.

Nel campo della Protezione civile, dal 1993 ad oggi, si è registrato un incremento del volontariato pari al 54%. Spesso questo viene etichettato come quello che in determinate situazioni (concerti musicali, partite di calcio, processioni religiose, etc.) presta la sua opera dietro retribuzioni o compensi. Questo non è affatto vero. Al volontario, infatti, spetta solo ed esclusivamente, un rimborso forfettario per le spese realmente sostenute in casi di servizio espletati (alluvioni, terremoti, sbarchi di clandestini etc.), dove viene messa in discussione l’incolumità e la tutela delle popolazioni.

È sbagliato, dunque, pensare che fare il volontario significa avere un lavoro sicuro. Il volontariato dev’essere una passione, un atto dovuto verso chi ha bisogno.

Ma ci sono anche dei problemi da affrontare, uno su tutti è il dialogo con la classe politica e dirigente. Le attività di volontariato devono infatti essere svolte in collaborazione con tutte le istituzioni e queste ultime fanno sempre di tutto per ostacolare chi esce fuori dagli schemi legislativi.

Interloquire è diverso dall’essere ostili verso le istituzioni o essere aggressivi verso il volontariato, di fronte alle resistenze, bisogna cercare di superarle con la comprensione che spesso manca e con modifiche dell’apparato organizzativo.

A mio parere l’attuale legge quadro sul volontariato (L. 266/91) dev’essere revisionata e modificata, apportando cambiamenti chiarificatori ma anche delle limitazioni. Trovo inutile che un associazione, solo per accedere ad un progetto finanziato da un ente, ricorre ad essere presente in più settori operativi, dove magari altre associazioni sono molto più preparate professionalmente. Ne scaturisce l’egoismo e l’antipatia tra associazioni e operatori.

A volte non serve indossare una divisa o iscriversi nella più nominata associazione per rendere migliore il volontario. Serve uno spirito di partecipazione e di aggregazione sociale, serve umiltà ma allo stesso tempo occorre sinergia tra le associazioni per realizzare nel migliore dei modi gli scopi sociali prefissati.

Per tutte queste situazioni, il volontariato è sicuramente un mondo sconosciuto e troppo spesso ignorato.

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