Matti da slegare

pazzo

I matti sono punti di domanda senza frase, migliaia di astronavi che non tornano alla base. Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole. I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole…

Probabilmente le parole della canzone di Simone Cristicchi descrivono meglio di qualunque trattato di psichiatria la realtà dei malati mentali a trent’anni dalla legge Basaglia, passata alla storia come la legge che ha chiuso i manicomi in Italia. Strutture nate nel 1904 con lo scopo, non di curare la malattia mentale, ma di preservare i sani dai malati e dallo loro presunta pericolosità.

Oggi i matti continuano ad essere considerati corpi alieni della società, abbandonati a se stessi o affidati alle famiglie che, sempre più di frequente, si trovano ad assumersi il carico assistenziale in totale solitudine e disperazione.

Dai manicomi-lager si è passati a strutture sanitarie di dubbio valore, con medici di dubbia credibilità. Oggi i matti non vengono (forse) più incatenati ai letti o ai termosifoni, e al posto dell’elettroshock e delle camicie di forza viene loro somministrato ogni tipo di psicofarmaco. Ma in concreto non si è mai realizzata quella che era l’intuizione di Franco Basaglia, ossia strutture socio-sanitarie che, oltre a curare la malattia, aiutano il disabile mentale nel suo reinseriemento nella società.

Nelle sue intenzioni la “Basaglia”, conosciuta anche come legge 180, non era solo la chiusura dei manicomi, ma molto di più. Doveva rappresentare la restituzione dei diritti dei cittadini ai malati mentali, attraverso la loro riabilitazione e il reinserimento nella società. Il ricovero nei reparti di psichiatria degli ospedali doveva essere l’ultima ratio nei casi più acuti. Insomma, una vera e propria inversione culturale, con al centro non più la malattia, ma il malato.

La realtà odierna, però, non è esattamente quella immaginata da Basaglia. La fotografia del nostro territorio mostra poche luci e molte ombre, con gli ammalati acuti da una parte e i cronici dall’altra. In mezzo il nulla o quasi.

Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura,
puzza di piscio e segatura.
Questa è malattia mentale e non esiste cura.
La mia patologia è che son rimasto solo.
Ora prendete un telescopio… misurate le distanze
e guardate tra me e voi… chi è più pericoloso?

Quello che segue è un drammatico documento contenente le testimonianze e le memorie degli ex degenti e di un infermiere dell’ex manicomio di Roma “Santa Maria della Pietà”. Si parla delle condizioni di vita all’interno di quella struttura psichiatrica e della terapia dell’elettroshock:

Detto questo, servirebbe una seria presa di coscienza, affinché i matti  non continuino ad essere accordi dissonanti di un orchestra di ubriachi, punti di domanda senza frase, apostoli di un Dio che non li vuole… (do.mal.)

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  1. #1 di Andrea Mazzoleni il 14 dicembre, 2008 - 7:54 pm

    Le misure di contenzione in psichiatria
    Riflessioni su un tema troppo spesso sottovalutato

    di Andrea Mazzoleni*

    A poco più di cent’anni dalla relazione di Ernesto Belmondo, che propose a Genova l’abolizione della contenzione fisica in psichiatria, questa pratica continua a ricevere insufficiente attenzione da parte degli psichiatri e costituire uno dei trattamenti gravati da vissuti soggettivi stressanti e dolorosi per i pazienti, i familiari e gli operatori.
    Vale la pena di riflettere su questo argomento poiché non va dimenticato che la pratica della contenzione rappresenta il paradosso dell’incontro tra la funzione custodialistica e di controllo sociale e la funzione di cura affidata alle istituzioni psichiatriche.
    In ogni caso va considerato che il più elementare dei diritti di libertà solennemente garantiti dalla Costituzione è il diritto alla libertà del proprio corpo, il diritto a non essere contenuti, a non essere legati. Quello di potersi muovere liberamente è il diritto primario, al quale conseguono tutti gli altri diritti : tale diritto spetta a chiunque, anche gli autori dei più gravi reati hanno la libertà di muoversi, seppur entro i limiti del carcere e delle sue regole. È qualcosa di ancora più forte di un diritto, è la condizione necessaria per una vita umana. Eppure basta una malattia, una perturbazione della mente, uno stato di dipendenza da droghe o da alcool, oppure semplicemente la vecchiaia, perché questo fondamentale diritto venga messo in discussione pretestando la pericolosità del soggetto, la sua dignità, la sua protezione.
    In un momento storico in cui emerge l’impressione che pochi credano ancora nella possibilità di utilizzare le istituzioni per la reintegrazione del soggetto, l’istituzionalizzazione della contenzione rappresenta un fallimento, il risultato di un’organizzazione estranea alla socialità che può arrivare a distruggere la persona per la paura che la sua stessa malattia gli incute.
    Sembra di essere tornati alla funzione frantumatrice e separatrice di una psichiatria alienante ed alienata che vuole imporre la sua rigida logica e impersonale ragione alle espressioni dei bisogni dell’uomo e alle devianze più o meno prodotte dal sistema sociale stesso.
    A questo proposito anche la recente proposta, formulata nell’ambito del “Messaggio sulla pianificazione ospedaliera”, di introdurre per la totalità delle Cliniche psichiatriche del Cantone il “Mandato per ricoveri coatti”, a fronte di una situazione dove Reparti psichiatrici dovrebbero essere praticamente esclusi da un’attenta applicazione della Legge sull’assistenza sociopsichiatrica cantonale, non può che inquietarci e preoccuparci.
    La vecchia realtà manicomiale può infatti nascere e rinascere in ogni istituzione, pubblica o privata, che nega i diritti e la dignità del soggetto che soffre, anche quando questa negazione è proposta in modo apparentemente accettabile, come allontanando o nascondendo la persona che ha bisogno di aiuto e togliendole anche solo parzialmente il diritto di parola e di critica nel nome di una protezione che diventa in realtà custodia, portando la persona ad una parziale morte civile e vittima di un circuito di emarginazione e stigmatizzazione che le impedisce la piena reintegrazione sociale a livello lavorativo, relazionale e, oggi, spesso anche abitativo.
    Franco Basaglia affermava che “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione, quanto la follia,invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla”.
    Non si tratta di negare la malattia mentale, ma di considerarla inserita, con le sue componenti bio e psicogenetiche, in un contesto socio-ambientale sempre più complicato e escludente.
    Secondo Brenner, Rössler e Fromm, autorevoli psichiatri svizzeri, esiste oggi un “consenso generale sull’esistenza di uno standard accettato, che riguarda la presa a carico psichiatrica, orientata al modello bio-psico-sociale. Questo significa, in buona sostanza, che le malattie psichiche si manifestano sul terreno biologico, nel vissuto soggettivo, e nel comportamento soggettivo.”
    Sempre gli stessi autori parlano di “un cambiamento di prospettiva rispetto alle malattie psichiche. Al centro troviamo un modello che si basa sulle limitazioni funzionali del paziente: il decorso della malattia non viene più misurato in primo luogo dalla sintomatologia psicopatologica. Centrale diventa la capacità del singolo di assumere i suoi ruoli sociali in famiglia, nel lavoro e nella società.”
    Occorre inoltre sottolineare che la grande maggioranza dei pazienti con disturbi psichiatrici non è aggressiva, come pure la grande maggioranza dei crimini violenti commessi nella comunità non è compiuta da pazienti psichiatrici.
    Nonostante questo nella prassi quotidiana della psichiatria ritroviamo spesso interventi coercitivi che possiamo in grandi linee distinguere tra la coercizione come privazione della libertà (ricovero coatto) e la coercizione come (sic!) parte del trattamento.
    Nel primo caso il ricovero coatto, al di là dei limiti previsti dalla Legge, rappresenta una riduzione sostanziale dell’autonomia e del principio di autodeterminazione con tutto ciò che questo comporta a livello di vissuti reali e percepiti da parte del paziente.
    Nel secondo caso l’intervento comprende l’uso di misure coercitive quali contenzione fisica, isolamento e somministrazione di psicofarmaci in urgenza, terapie forzate o altre forme di restrizione imposte contro la volontà del paziente.
    Sostanzialmente i messaggi che arrivano alla persona sottoposta a provvedimenti di contenzione rinforzano i concetti di pericolosità, dipendenza e spersonalizzazione, incrinando di fatto, o per lo meno non facilitando, la possibilità di relazioni evolutive.
    Prima ancora che deprecabile deontologicamente la contenzione è quindi un atto di resa dell’Istituzione che la pratica, e che con essa svela la propria difficoltà nello stabilire un vero rapporto umano e dignitoso con i suoi pazienti.
    Stefan Priebe, professore di Psichiatria sociale e di comunità all’Università di Londra, ci mette inoltre in guardia sui fenomeni di riflusso reistituzionale segnalandoci i seguenti indizi :
    • L’impressionante e costante aumento, in tutti i paesi occidentali dei letti nelle strutture psichiatrico-forensi;
    • Il cambiamento nell’atteggiamento dei professionisti riguardo allo strumento del ricovero obbligatorio con tassi sensibilmente in aumento;
    • L’espansione del settore residenziale in tutte le sue varie componenti;
    • La popolarità crescente di varie forme di trattamento assertivo;
    • L’evoluzione dei sistemi legislativi riguardanti la psichiatria che potrebbero comportare un allargamento delle possibilità di trattamento obbligatorio anche al di fuori delle strutture sanitarie.
    L’autore conclude affermando che “In molti professionisti si fa strada l’idea che ad una maggiore correttezza formale si stia accompagnando una maggiore coercitività effettiva.”
    La riflessione continua sulla contenzione, e in questo senso il lavoro iniziato qualche tempo fa alla Clinica psichiatrica cantonale, ed attualmente sempre più approfondito e sviluppato, ne è un esempio concreto, rappresenta un nodo critico e centrale dell’attività contribuendo ad evitare pericolose rimozioni che producono un’ideologia di giustificazione della contenzione elevata a intervento terapeutico.
    Alla luce della storia va quindi rivisto anche il concetto stesso di malattia mentale, rendendosi conto che lo stesso non si confina all’interno dell’individuo separato dal suo ambiente, ma interagisce in modo intersoggettivo con tutto ciò che gli sta intorno.
    In ogni ambito del lavoro psichiatrico diventa così importante porre in primo piano la persona nella sua concretezza, nella sua storia, nelle sue relazioni e rappresentazioni, al di là di quello che di lei è stato fatto attraverso il suo itinerario, più o meno drammatico, sociale e istituzionale.
    Tradurre però questo nell’ordine del funzionamento/disfunzionamento, come se il soggetto fosse una macchina, significa tentare di evitare il confronto con quello che si traduce nella pratica dell’incontro e nel riconoscimento della patologia sociale, annullando molto dell’umanità della follia stessa.
    Rivalutiamo quindi una cultura che non guardi la malattia solo come disfunzione della mente o come fallimento dell’integrazione sociale, ma come diverso modo di manifestarsi nell’ uomo delle componenti fondamentali dell’esistere.
    Ogni arresto di questo percorso, ogni tentativo di ripristinare i fenomeni di esclusione, ogni paura irrazionale della follia, rischiano di isolare la psichiatria, e i soggetti della psichiatria, operatori compresi, in un’agenzia di controllo sociale nell’illusione di una falsa luce abbagliante che ci ricorda il monito di Kierkegaard quando scriveva in Aut Aut: “in una notte oscura niente è più pericoloso per le altre imbarcazioni che accendere fuochi che ingannano più dell’oscurità”.
    Superiamo quindi l’assunto ideologico, ancora oggi presente dell’incomunicabilità e dell’incomprensibilità di alcune manifestazioni della follia che possono portare il soggetto a gesti apparentemente incongruenti e violenti, e che aumentano a loro volta la paura e la diffidenza tra i vari attori dello scenario istituzionale, condannando i nuovi e perversi meccanismi di esclusione sociale ed evitando una nuova spirale di disgregazione per l’intera società.
    Come diceva lo psicoanalista Jacques Lacan “Lungi dall’essere per la libertà un insulto la follia è la sua più fedele compagna, segue il suo movimento come un’ombra. E l’essere dell’uomo, non soltanto non può essere compreso senza la follia, ma non sarebbe l’essere dell’uomo se non portasse in sé la follia come limite della sua libertà.”

    *Andrea Mazzoleni, socioterapeuta, co-presidente IRFAPS

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