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Dario Brunori canta la Spoon River dei poveri cristi

“Il 31 agosto c’è una storia che nasce e un’estate che muore…”. C’eravamo lasciati esattamente qui con Dario Brunori, sulla spiaggia rovente di Guardia Piemontese tra falò, Supersantos e birre Peroni. Da quell’estate targata 2009, data di uscita di “Vol. 1″, la pluripremiata Brunori SAS (premio Ciampi 2009 e targa Tenco 2010) ne ha fatta davvero tanta di strada e oggi la “piccola impresa di produzione e commercializzazione di canzoni autentiche e lievemente malinconiche”, di cui Dario Brunori, artigiano delle sette note, ne è il rappresentante legale e socio accomandatario, prova a bissare il successo di critica e pubblico con “Vol. 2 – Poveri Cristi” (Picicca Dischi).

Abbandonati i primi impulsi amorosi, le lattine anni 80, il dandy che amava Edwige Fenech, l’euribor e la Panda di Paolo, messa da parte la nostalgia di un racconto intimistico e personale, il cantastorie calabrese sposta lo sguardo sulle storie di vite altrui. Storie di poveri cristi, persone normali, con vite normali che compiono imprese normali, la cui prerogativa è l’ingenuità e l’innocenza. Una sorta di Spoon River in salsa brunoriana che Dario racconta con una pietas e una simpatia che fanno di lui stesso un povero cristo.

C’è Il giovane Mario che sogna di cambiare la sua vita e quella della sua famiglia con una vincita al gratta e vinci e alla slot-machine (“Amore credimi nell’anno che verrà ci lasceremo dietro la miseria e la malinconia”), ma è talmente sfigato da non riuscire neppure a porre fine alla sua esistenza; c’è poi il fascino tutto retrò da cinema francese di Lei, lui, Firenze, fine di una storia d’amore mitigata dai ricordi della bella Firenze nelle sere d’estate (“Fare finta di niente, parlar di Firenze, di come è invecchiata…”); e poi Rosa (pregevole il videoclip realizzato dal filmaker reggino Giacomo Triglia), un folk incazzatissimo per un delirio d’amore con protagonista il più classico degli emigranti calabresi (“Qui in Calabria non c’è niente proprio niente da fare c’è chi canta e chi conta e chi continua a pregare…”), che da Milano torna in Calabria per sposare la sua Rosa e si ritrova abbandonato sull’altare (“Rosa mi guardi un po’ strano, 15 ore di treno, sono appena tornato e non mi dici ‘ti amo’/Forse è per via della mano, te l’avevo già detto, lavoravo alla morsa e per fare di corsa l’ho lasciata a Milano…”). Ma la vena romantica di Brunori viene fuori nella dolcissima Una domenica notte, dove il povero cristo in questo caso è un alcolista che nell’intimità della notte è alle prese con i rimorsi dell’ennesima settimana persa e buttata via e un’altra che sta per cominciare. Ne Il suo sorriso torna la collaudata collaborazione con Dente per un simpatico battibecco musicale con al centro un bizzarro triangolo amoroso; Brunori riesce anche a rendere simpatico un insetto fastidioso come La mosca in una scanzonata e divertente ballata che ci rimanda alle musicalità di “Vol. 1”; mentre un piccolo gioiellino, roba da pelle d’oca, è l’intimissima Bruno mio dove sei, dedicata al padre scomparso ma cantata da Dario come se fosse nei panni della madre (“Eh, ma come è ingiusto il buon Dio, dovevo esserci io al posto tuo, te la saresti cavata certo meglio di me che non so neanche ridere senza di te”). Animal Colletti è un rock urlatissimo cantato con Dimartino, grido disperato di un uomo alle prese con una crisi esistenziale (“Non ho una casa, non ho una donna, non ho un cane, non ho nemmeno quattro soldi per andarmene a puttane, che vita infame!”). Non mancano neppure le musicalità beatlesiane, come nella bella e fischiettante Tre capelli sul comò, ma è in Fra milioni di stelle che i poveri cristi di Brunori si prendono la loro rivincita sulle avversità della vita (“Forse ha ragione il profeta patrizio che la vita non è poi questo grande supplizio… c’è chi beve negroni, chi nemmeno un caffè, chi si è rotto i coglioni di guardare raitre… Ci sei tu, con il culo per terra e il morale alle stelle a tener su la vita con un paio di bretelle…”).

Storie, suggestioni e immagini che vengono fuori dalle note di una chitarra e diventano colonna sonora di un disco musicalmente perfetto, che decreta la definitiva maturità artistica del cantastorie cosentino e della sua pluripremiata ditta composta da Massimo Palermo (batteria), Dario Della Rossa (tastiere), Mirko Onofrio (fiati) e Simona Marrazzo (cori) . Un lavoro che conferma ancora una volta la grande capacità descrittiva di Brunori che nei suoi testi riesce a dosare sapientemente ironia, sofferenza, speranza, disperazione e rabbia, il tutto condito da una poetica e da un pizzico di sarcasmo che inevitabilmente ci riportano alla mente un certo Rino Gaetano. E scusate se è poco! (do.mal.)

Versione integrale dell’articolo pubblicato su Gazzetta del Sud del 21/7/2011

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Categorie: Musica
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