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Archive for Aprile 2009

Moratti, Balotelli e la doppia morale interista

22 Aprile, 2009 Domenico Malara 3 commenti

birra-moratti1«I cori contro Balotelli sono stati terribili, ma ormai ci si sta abituando al razzismo da stadio… Se fossi stato a Torino sarei sceso in campo e avrei ritirato la squadra. Perché c’è un limite a tutto…». Così parlò Massimo Moratti dopo Inter-Juventus.

Siccome la storia non racconta bugie, a patto che la si sappia leggere, facciamo un passo indietro e torniamo al 27 novembre 2005. Allo stadio San Filippo si gioca Messina-Inter. Per tutta la partita il difensore ivoriano del Messina, Marc Zoro, viene bersagliato di insulti da parte dei tifosi nerazzurri, tanto che a un certo punto prende la palla in mano e minaccia di abbandonare il terreno di gioco. Un episodio che non gli era stato perdonato dagli ultrà nerazzurri, tanto che il 2 aprile 2006, durante la partita di ritorno al Meazza, continuarono a insultarlo.

Sapete cosa disse in quella circostanza il sor Moratti? «È stata una cosa molto stupida, ma non razzista. Ci sono altre cose di cui vergognarsi. In questo caso il razzismo non c’entra, è stata soltanto una manifestazione di stupidità da parte di un gruppo che pensa di essere stato ingiustamente danneggiato per quello che accadde nella gara di andata. Per questo motivo non temo assolutamente la squalifica del campo. Gli ultrà ce l’avevano con la persona». Insomma, Moratti descrive i suoi tifosi come dei ragazzotti troppo entusiasti, forse anche un po’ stupidi, ma razzisti no.

Delle due l’una: o Moratti ha gravi problemi di stabilità psichica, oppure il padre-padrone dell’Inter ha davvero la faccia come il culo per ergersi a paladino della morale e accusare di razzismo gli altri, quando i primi razzisti sono proprio i suoi amati tifosi.

Una terza possibilità è che tre anni fa a parlare dell’episodio di Zoro fu un altro dei tanti fratelli Moratti. Ma ne dubito, considerato che solitamente il giocattolino di famiglia (l’Inter, appunto) viene dato sempre al componente più incapace, giusto per distrarlo dagli altri affari ed evitare che arrechi danni patrimoniali di maggiore gravità.

Il palmares dei “ragazzotti troppo entusiasti” di Moratti e così ricco di trofei che il gioioso presidente dell’Inter, oltre all’episodio di Zoro, dimentica anche il lancio dello scooter da parte dei suoi tifosi in Inter-Atalanta del 2001, oppure il petardo scagliato contro il portiere del Milan Dida nell’euroderby di Champions League del 2005, e la distruzione di un asilo nido a Parma a maggio 2008.

Proprio in quest’ultima occasione il patron dell’Inter aveva dato un ulteriore saggio della sua devianza psichica. Intervenendo a Gr Parlamento, aveva tentato questa singolare giustificazione: «Peccato che ci sia stata questa specie di assalto a questo asilo, ma credo che sia stato involontario, da quello che ho letto pensavano fosse parte dello stadio», facendo capire che all’interno dello stadio quindi certi gesti sono giustificati.

Andando ancora indietro con la memoria, rimane indimenticabile per oscenità lo striscione apparso in una stracittadina Inter-Milan degli anni Ottanta che recitava così: «Rossoneri ebrei stessa razza stessa fine», oppure quello che campeggiava dal secondo anello verde alcuni anni dopo in occasione di un Inter-Napoli: «Hitler con gli ebrei anche con i napoletani».

Insomma, con questo popò di curriculum non mi pare proprio il caso di ergersi a paladini della morale, nè di recitare sempre e comunque il ruolo delle vittime. Quindi Moratti farebbe meglio a chiudere la bocca… anzi, a stringere le chiappe!

Questo il comunicato stampa dei Drughi bianconeri sulla vicenda Balotelli. E, giusto per non dimenticare, pubblico anche qualche perla dei tifosi interisti:


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C’è chi è uomo e chi Caporale!

18 Aprile, 2009 Domenico Malara 13 commenti

Eccolo un altro partigiano dell’informazione libera, uno di quegli intellettualotti di sinistra che si credono i padreterno del giornalismo, i depositari della verità giusta ed equilibrata. Un altro componente di quella band stonata di tromboni che ti servono l’antiberlusconismo a colazione, pranzo e cena. E poco importa se per raggiungere il loro scopo buttano merda sull’Italia e sugli italiani.

Il soggetto in questione è il giornalista di Repubblica Antonello Caporale, il quale, intervenendo alla trasmissione Exit condotta da Ilaria D’Amico su La7, ha detto la sua sul Ponte sullo Stretto definendo le città di Reggio Calabria e Messina due cloache. Vale a dire due fogne.

Alle esternazioni di Caporale è seguito il disappunto, com’era prevedibile,  degli abitanti delle due sponde, con tanto di gruppi anti-Caporale su Facebook. Oltre alla presa di posizione netta da parte delle istituzioni di Reggio Calabria e Messina e di alcune associazioni di consumatori, con tanto di denuncia alla Procura della Repubblica e richiesta di risarcimento.

Comprendendo, probabilmente, la stronzata che aveva detto, Caporale in una lettera pubblicata su Facebook (il testo integrale si può leggere su Tempostretto.it), con una memorabile arrampicata sugli specchi, ha cercato di correggere il tiro, affermando che «il mio giudizio era rivolto a chi ha malgovernato quelle città».
Ergo, le cloache non sarebbero i cittadini di Reggio Calabria e Messina bensì i loro rispettivi sindaci, Giuseppe Scopelliti e Giuseppe Buzzanca. L’illuminato giornalista, dunque, ci sta dicendo di essere stato male interpretato. Ma un attimo, non era Berlusconi ad essere sempre frainteso?

Caro Caporale, capisco che l’Alzheimer è una brutta bestia, ma i tuoi 47 anni fuggono il dubbio di una qualche senilità precoce che ti fanno dimenticare di essere originario di una terra, la Campania, che in quanto a cloaca non è seconda a nessun altra regione italiana. Anche i tuoi rifiuti, signor giornalista d’assalto, hanno contribuito ad alimentare questa fogna a cielo aperto.

Nel caso, ancora, non dovessi ricordare, riguarda queste cartoline illustrare della tua bella Campania, autentico orgoglio nazionale:

rifiuti_campania_2

rifiuti_campania

rifiuti_campania_3

rifiuti_campania_4

Quindi, illustre collega, mi sembra evidente che il termine cloaca, ossia fogna, ben si adatta alla tua Campania, prima ancora che a Reggio Calabria e Messina. E non solo per i politici che la governano!

In fine dei conti non era un grande napoletano (lui sì) come Totò che si chiedeva: siamo uomini o caporali? Evidentemente il dubbio era più che fondato: c’è chi nasce uomo e chi Caporale! (do.mal.)

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San Vauro Martire protettore dei vignettisti proscritti

16 Aprile, 2009 Domenico Malara 16 commenti

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Rieccolo Sant’Oro Masaniello, pronto a preparare la Resistenza per difendere il suo Vauro Senesi, l’ignobile vignettista che scherza sui morti dell’Abruzzo, sol perché la satira può permettersi di fare lo sberleffo a chicchessia. E non importa  se per attaccare Berlusconi e il suo governo si prendono per il culo i terremotati e ancora di più si strumentalizzano i defunti di quella immane tragedia: la guerra è guerra e ogni guerra ha i suoi morti. In questa caso quelli dell’Abruzzo!

Com’era prevedibile Marco Travaglio e Sabina Guzzanti, martiri dell’informazione libera capeggiata da San Michele da Annozero, hanno avviato la causa di beatificazione di Vauro, da ieri protettore dei vignettisti proscritti. Un film già visto e rivisto: si grida al regime, alla censura, si fanno girotondi a viale Mazzini sulle note di Bella Ciao (stonata, ovviamente, da Sant’Oro martire).

Strano, però, che a gridare alla censura e al regime siano proprio coloro che ogni giovedì sono puntualmente in onda sulla tv di Stato a innegiare, con i loro sermoni, alla Resistenza contro Silvio l’aggressore. Profutamente pagati, ci mancherebbe altro. Visto che insieme ai morti, la guerra antiberlusconiana ha anche i suoi costi. E che costi!

Tale è la censura che stasera Michele chi?, insieme al suo luogotenente Sandro Ruotolo e allo stempiato di Torino, sono ancora in onda con una puntata di Annozero dedicata nuovamente all’Abruzzo. Se è possibile più ignobile della precedente, nel corso della quale si procederà alla santificazione di Vauro Senesi, che a tre giorni dal suo trapasso è resuscitato e si è reincarnato in Sabina Guzzanti.  Alla cerimonia officierà padre Tonino “eccheciazzecca” Di Pietro. Dimenticavo, probabilmente si parlerà anche dei terremotati dell’Abruzzo. Poveri loro! (do.mal.)

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Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro…

15 Aprile, 2009 Domenico Malara 5 commenti

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Anche stavolta gli impegni di lavoro mi hanno tenuto lontano per qualche giorno da questo blog. I drammatici eventi del terremoto in Abruzzo, poi, mi hanno spinto a un’ulteriore pausa di riflessione. I reportage giornalistici sono stati ampi e completi, non sono mancate neppure le polemiche e gli attacchi di sciacallaggio di chi non aspetta altro che la disgrazia di turno per gridare al “governo ladro”, specie se è quello di Berlusconi (ogni riferimento a Sant’Oro e soci è puramente voluto), infischiandosene se sotto le macerie hanno perso la vita 294 persone (ogni riferimento alle macrabe vignette di Vauro, è anche questo puramente voluto).

Sulla vicenda abruzzese condivido una nota di Giacomo di Girolamo. Un analisi probabilmente dura, ma talmente vera nella sua durezza che fa comprendere perché l’Italia, nonostante le catastrofi naturali (per non parlare di quelle politiche) continua ad essere, sempre e comunque, il Paese del volemosebbene.

Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro…
di Giacomo di Girolamo

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no-stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?

Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. È un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il presidente del Senato dice che «in questo momento serve l’unità di tutta la politica». Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.

Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.

Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.

Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto tecnico commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.

Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.

Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know-how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.

E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso. Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

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