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Archive for Dicembre 2008

Che sia davvero un buon anno!

31 Dicembre, 2008 Domenico Malara 1 commento

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TI AUGURO TEMPO
Non ti auguro un dono qualsiasi
Ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo per divertirti e per ridere.
Ti auguro tempo per il tuo Fare e il tuo Pensare, non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo non per affrettarti e correre, ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo non soltanto per trascorrerlo.
Ti auguro tempo perché te ne resti, tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guardarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle.
E tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso, per vivere ogni tuo giorno ogni tua ora come dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere, tempo per la vita.

(Poesia indiana)

Categories: Costume e società

Lo spumante delle Winx? Meglio una buona aranciata

spumante-winxQualcuno probabilmente ricorderà il post che avevo pubblicato tempo addietro sulla pericolosità della bevanda per bambini Winx Club Party.
Adesso lo pseudo spumante al gusto di fragola, che nell’etichetta riporta l’immagine delle sei magiche fatine amatissime dai più piccoli, è stato preso di mira anche dal Codacons.
In questi giorni, infatti, l’associazione dei consumatori ha presentato un esposto ai Nas e alla Procura della Repubblica di Roma, per il sequestro della bibita perché «potenzialmente pericolosa».

Qui di seguito il comunicato diramato del Codacons sul proprio sito ufficiale:

Dalla lettura degli ingredienti di tale prodotto, che apparentemente possono risultare innocui, non si evince la presenza di sostanze che, in realtà, da vari studi risultano essere potenzialmente pericolose. Con l’ausilio dell’Istituto di neurobiologia e medicina molecolare e del prof. Settimio Grimaldi (Cnr), il Codacons ha fatto eseguire una valutazione per cronomatografia in fase liquida del liquido contenuto nella bibita denominata “Winx Club Party”. Dall’analisi sono state rilevate le seguenti sostanze: Acesulfame potassio, sodio benzoato, cocciniglia, azorubina, blu patent V, acido ciclamino.
Vari studi scientifici hanno dimostrato che, tra gli elementi individuati nella miscela, alcuni sono a rischio della salute dell’uomo, e in particolare:

* Acesulfame Potassio: meglio conosciuto con il nome di aspartame. Numerosi sono gli studi che sostengono la dannosità dell’aspartame; induce un aumento statisticamente significativo di linfomi e leucemie maligni del rene nei ratti femmine e tumori maligni dei nervi periferici nei ratti maschi.
* Acido Ciclamico: noto per causare emicrania e altre reazioni, può essere cancerogeno, ha causato danni ai testicoli delle cavie da esperimento. Vietato negli Usa e nella Gran Bretagna a causa del forte rischio di cancro. I ciclamati possono inoltre causare: dermatite, prurito, eczema e fotosensibilizzazione.
* Azoburina: secondo alcune ricerche scientifiche, l’azorubina, assieme ad un altro colorante sintetico, danneggia la corteccia surrenale. Questo colorante è proibito in Austria, Norvegia ed in Svezia. Le associazioni dei consumatori australiane hanno incluso l’azorubina nel gruppo di allergeni alimentari pericolosi per la salute, specie per le persone asmatiche intolleranti all’aspirina (e ai farmaci antifebbrili e antinfiammatori).
* Fonte di fenilanalina: si tratta di un amminoacido essenziale che, tuttavia, nel caso di soggetti affetti da una malattia denominata fenilchetonuria, può determinare problemi neurologici con conseguente ritardo nello sviluppo del sistema nervoso centrale nei bambini che ne soffrono.

Appare di tutta evidenza che i risultati dei saggi sperimentali condotti su roditori, topi e ratti, sono altamente predittivi dei rischi cancerogeni per l’uomo e che, pertanto, il rischio degli additivi tossici, singoli o in combinazione, è molto più alto per i bambini, essendo loro più vulnerabili ai cancerogeni chimici. Inoltre la messa in commercio di una bibita per bambini da un lato attira gli stessi, per la veste pubblicitaria che gli è stata data, raffigurante, appunto, le proprie “eroine”, dall’altro potrebbe trarre in inganno i genitori i quali, ignorando le componenti chimiche che si celano dietro varie denominazioni, ritengono, per il solo fatto di essere in commercio, si tratti di sostanza innocua per i loro figli.
Per tali motivi l’associazione si è rivolta ai Nas e alla Procura della Repubblica, affinchè intervengano disponendo se necessario anche il sequestro del prodotto in oggetto su tutto il territorio nazionale.

Tra i vari commenti che sono giunti dopo la pubblicazione del post “Cera una volta l’aranciata…”, anche quello di un utente che si è firmato con il nick “spumantebambini”. L’anonimo, oltre a contestare quanto vi era scritto nell’articolo, ha assunto in tutto e per tutto le difese dell’azienda distributrice della bibita, quasi fosse il legale rappresentante.

«L’azienda distributrice in Italia di “Party Frizz”, la bibita frizzante al gusto di fragola a marchio Winx, – si legge nella parte iniziale del lungo commento – dichiara che il prodotto in oggetto rispetta tutte le normative europee relative agli alimenti e gli additivi contenuti sono presenti in dosi inferiori rispetto a quanto consentito dalle disposizioni di legge. Motivi per cui la bevanda “Party Frizz” è da considerarsi sicura dal punto di vista igienico e sanitario e infondate sono talune dichiarazioni fatte a mezzo stampa volte a discriminare il prodotto in oggetto e a boicottarne l’acquisto».

Il tutto seguito da un lungo e dettagliato elenco degli ingredienti contenuti nella bevanda (esattamente gli stessi contestati dal Codacons) al fine di «rassicurare la clientela e il consumatore finale». In sostanza il signor “spumantebambini” ribadisce l’assoluta genuinità del prodotto.
Come mai, allora, a margine del commento si legge:

«Precisato tutto questo, a fronte delle perplessità suscitate e della volontà dell’azienda di perseguire un continuo processo di miglioramento qualitativo dei propri prodotti, con particolare riguardo nei confronti delle diverse tipologie dei consumatori, l’azienda informa che è stato avviato da tempo uno studio per modificare l’ingredientistica del prodotto. Già dal mese di dicembre è disponibile sul mercato una bevanda completamente naturale a base di succo d’uva e di pesca, senza conservanti, coloranti e additivi edulcoranti».

Cioè, prima si afferma che la bibita è «da considerarsi sicura dal punto di vista igienico e sanitario» e poi si dice che presto sarà disponibile una nuova bevanda «completamente naturale, senza conservanti, coloranti e additivi edulcorati». Complimenti per la coerenza!

A proposito. Lo scorso 19 dicembre ho scritto al signor “spumantebambini” per chiedere di qualificarsi con nome, cognome ed eventuale incarico ricoperto presso la “Party Frizz”, dichiarandomi disponibile a dedicare un intero post con la sua replica a difesa della bevanda incriminata. Siamo al 31 dicembre e ancora non ho ricevuto nessuna risposta. (do.mal.)

Ascolta la notizia commentata da Beppe Amato su Antenna dello Stretto nel corso della trasmissione “Non le mando a dire…”.

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Il giornalismo dei compagni di merenda

30 Dicembre, 2008 Domenico Malara 6 commenti

beppe_cheIn diversi post di questo blog ho scritto e riscritto dei compagni di merenda Marco Travaglio, Michele Sant’Oro e Beppe Grillo. Sto parlando, ovviamente, dei paladini della libera informazione, dei fustigatori del malcostume e della malapolitica, quelli che non mancano occasione per salire sul pulpito e divulgare il loro verbo. Ovviamente (e anche per fortuna, direi) non come Nostro Signore Gesù Cristo che andava a predicare nelle piazze o dentro le sinagoghe, loro preferiscono essere pagati e annunciare il loro vangelo in confortevoli teatri e palasport. Per trasmettere il festival del qualunquismo e mandare affanculo un paio di personaggi, il Grillo parlante si fa pagare dai 35 a 100 euro, mentre per leggerci le sue requisitorie e ricordarci che lo stalliere di Berlusconi era un mafioso,  il professor sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti, alias Marcolino Travaglio, chiede dai 18 ai 35 euro.

Detto questo, il motivo per cui torno a parlare di Grillo e Travaglio si chiama Paolo Barnard, giornalista freelance, ex collaboratore di Report, censurato ed epurato dalla Rai per le sue scomode inchiesta, l’ultima delle quali riguardante il sistema di comparaggio nel settore farmaceutico.

Della vicenda di Barnard ho già scritto in un precedente post. Visto che in più di un’occasione sono stato accusato di dissacrare i mostri sacri dell’informazione Grillo e Travaglio, in questo articolo lascio che a parlare dei nostri due paladini, sia proprio Paolo Barnard, uno al di sopra di ogni sospetto:

Barnard parla dunque di gatekeepers. In parte, nella sua intervista, l’ex giornalista di Report lo spiega. Per capire meglio chi e cosa sono i gatekeepers vi invito a leggere il più ampio articolo di Antonella Randazzo. (do.mal.)

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Giornalismo silente e censura strisciante

27 Dicembre, 2008 Domenico Malara 4 commenti

censuraLa storia risale a qualche mese fa, ma voglio rilanciarla perché la ritengo quanto mai educativa per tutti coloro che si fanno portavoci della tanto decantata controinformazione, in nome e per conto dei vari Marco Travaglio, Michele Santoro, Beppe Grillo e Milena Gabanelli.

La vicenda riguarda Paolo Barnard, un giornalista free-lance vittima di una delle forme più infami di censura, al cui confronto l’editto bulgaro berlusconiano è roba da ragazzini. Proprio perché a tappare la bocca a Barnard non è stato Re Silvio, bensì Milena Gabanelli, quella che con il suo Report si innalza a paladina della libera informazione.

La storia è pressapoco questa: un giornalista fa un’inchiesta per Report che viene apprezzata, mandata in onda, lodata, perciò replicata due anni dopo, ma a un certo punto querelata; e la Rai e la Gabanelli non solo abbandonano il giornalista al suo destino, ma gli comunicano che nel caso si rivarranno su di lui. La Rai ha potuto far questo in virtù della clausola di manleva, una condizione presente nei contratti dei giornalisti che permette all’editore (in questo caso la Rai) di sollevarsi da ogni responsabilità legale dovuta al lavoro del giornalista a libro paga, che è costretto a firmare se vuole lavorare.

Il giornalista in questione è Paolo Barnard, il quale aveva denunciato il sistema di comparaggio nel settore farmaceutico. Nell’inchiesta “Little Pharma & Big Pharma”, Barnard illustra la pratica attuata, secondo quanto da egli accertato, da alcune case farmaceutiche, consistente nella corruzione di medici di base al fine di ottenere prescrizioni illecite di farmaci da esse prodotti. Mediante questa procedura illegale, il comparaggio appunto, si causano gravissime ripercussioni sull’intera comunità e sull’efficienza del servizio sanitario nazionale. Un gesto nobile, di “vera” informazione, che la Rai avrebbe dovuto difendere sino in fondo, in tutte le sedi di giudizio: al contrario, l’Azienda ha promesso al giornalista di rivalersi nei suoi confronti.

Ascolta tutta la vicenda raccontata direttamente dalla voce di Paolo Barnard:

Questa, invece, è la lettera aperta in cui Barnard spiega le sue ragioni:

Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell’informazione di cui non si parla mai. È la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell’appoggio dell’indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l’opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti “fuori dal coro”.

Si tratta, in sintesi, dell’abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste “scomode”. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d’informazione ve lo illustro citando il mio caso.

Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un’inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l’11/10/2001 (“Little Pharma & Big Pharma”). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: «Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie») e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).

L’inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la Rai la replicò il 15/2/2003.

Per quella inchiesta io, la Rai e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.

Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della Rai prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.

Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla Rai, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.

All’atto di citazione in giudizio, la Rai e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la Rai in questa controversia legale(3). Ma non solo.

La linea difensiva dell’azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa(4).

E questo per un’inchiesta di pubblico interesse da loro (Rai-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata*.

*(la Rai può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell’editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l’accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giusificabile l’operato della Rai in questi casi).

Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per Rai e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l’impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un’inchiesta che la Rai stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.

La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.

Ma al peggio non c’è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. È un atto di costituzione in mora della Rai contro di me. Significa che la Rai si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: “La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la Rai s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell’eventuale accoglimento della domada posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della Rai medesima”(6).

Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell’incredulità.

Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la Rai, e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all’evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che «la rivalsa che ti era stata fatta (dalla Rai contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio… è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso… Finirà tutto in nulla»(7).

Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell’atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell’atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della Rai che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso(8).

Non mi dilungo. All’epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la Rai. Non ci sarà mai più un’inchiesta da me firmata sull’emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l’unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste “coraggiose”. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.

Così la mia voce d’inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.

Ecco come funziona la vera “scomparsa dei fatti”, quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli ‘”editti bulgari”, i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.

Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.

Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.

Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.

Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.

Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l’energia possibile questa realtà, via mailing list, siti, blog, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.

In ultimo. È assai probabile che verrò querelato dalla Rai e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d’allarme, e ciò non sarà piacevole per me.

Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.

Grazie di avermi letto.

Paolo Barnard
dpbarnard@libero.it

Note:

1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.

2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.

3) Nel volume “Le inchieste di Report” (Rizzoli Bur, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: «…alle nostre spalle non c’è un’azienda che ci tuteli dalle cause civili». Prendo atto che il prestigioso studio legale del prof. avv. Andrea Di Porto, ordinario nell’Università di Roma La Sapienza, difende in questo dibattimento sia la Rai che Milena Gabanelli. Ma non me.

4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: “Per tutto quanto argomentato la Rai-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia: …porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria…”.

5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI: “Lei in qualità di avente diritto… esonera la Rai da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria”.

6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della Rai contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.

7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18

8) Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: “La parte convenuta Rai-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005…” (si veda nota 4).

Credo che ci sia davvero poco da aggiungere alle parole di Paolo Barnard. La migliore cosa sarebbe divulgare questa sua lettera e dare ampio risalto a quella che lo stesso Barnard definisce “censura legale”. (do.mal.)

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Anche i gay fanno oh!

25 Dicembre, 2008 Domenico Malara 18 commenti

gay

Ridicoli e insopportabili. Chiarisco subito che non ho nulla contro i gay, d’altronde ognuno è libero e ha diritto di vivere la propria sessualità come meglio crede. Da un po’ di tempo, però, l’omosessualità è uscita dal suo contesto ordinario, che dovrebbe essere quello dei comportamenti privati, per essere brandita come un’ideologia. Cosicchè, chi non condivide l’ideologia gay rischia di essere additato come “omofobo”.

Dove per “omofobi” non si intende – come l’etimologia vorrebbe – coloro che hanno paura dell’omosessualità, o, per estensione, coloro che hanno atteggiamenti discriminatori nei confronti degli omosessuali; ma chiunque non condivide gli obiettivi del movimento gay o si azzardi a dire, ad esempio, che è meglio che un bambino abbia un papà e una mamma piuttosto che due papà o due mamme.

Omofobo è anche chi si permette, sconfinando lo steccato del politicamente corretto, di chiamare gli “omosessuali” con sinonimi quali “froci” o “checche”. Non sia mai. Meglio “gay” che suona meglio e fa più chic.

L’ultima caccia alle streghe intentata dall’Arcigay ha come bersaglio Giuseppe Povia, accusato di omofobia per il brano che canterà a Sanremo dal titolo “Luca era gay”.  Il testo non lo conosce nessuno, ma basta quell’imperfetto “era” a scatenare le ire e le angoscie dell’Arcigay, che fa le sue deduzioni solo ed esclusivamente sul titolo della canzone che racconterebbe, secondo quanto suppone l’associazione, di un ex gay (Luca appunto) guarito grazie alle teorie riparative di Joseph Nicolosi, cattolico integralista americano. Oltre che  per un’intervista rilasciata da Povia a Panorama, dove lo stesso  cantante dichiara che «gay non si nasce, ma lo si diventa in base a chi frequenti».

A conti fatti, l’Arcigay si dice pronta a bloccare il Festival se la Rai non prende posizioni contro il brano, definito dal presidente dell’Arcigay, Aurelio Mancuso, «uno spottone clerical-reazionario».

Il bersaglio, dunque, non è solo Povia, ma anche e soprattutto la Chiesa cattolica. Curioso, visto che gli omosessuali, più che dalla Chiesa, sono stati perseguitati dalle grandi ideologie anticristiane del XX secolo, il nazismo e il comunismo (nella Cuba tanto esaltata dall’Arci, i gay continuano a finire in galera) e lo sono tuttora da quell’islam. Per non parlare di Israele, dove l’omosessualità fra maggiorenni consenzienti ha cessato di essere un reato penale solo nel 1988, centodueanni dopo la “clericale” Italia.

Ma ammettiamo che quella di Povia sia una canzone che racconta la “conversione” sessuale di un ex gay. Perché non dovrebbe venire cantata a Sanremo? Perché non piace all’Arcigay? Anche Anna Tatangelo lo scorso anno al Festival aveva cantato la storia di un suo amico gay, ma non ci fu nessuna polemica. Probabilmente perché in quel caso il messaggio della canzone era: “Gay è bello”, diversamente dal “gay era bello, ma adesso non lo è più” del Luca di Povia.

E poi, gli omossessuali non sono quelli che rivendicano ad ogni piè sospinto i sacri valori del liberalismo, tanto da scendere ogni anno in piazza con lo spettacolo circense del gay pride? E adesso che fine ha fatto la libertà di espressione? Si dice, si scrive e si canta di tutto. Però che un omosessuale possa diventare eterosessuale no, accidenti, è troppo grossa e troppo grave. A tutto c’è un limite.

Lo sapete che vi dico? Ma andate a… Anzi no, che potreste anche divertirvi! (do.mal.)

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Buon Natale e buona vita a tutti voi

Chi l’ha detto che bisogna essere più buoni a Natale, forse sarebbe utile essere meno cattivi tutto l’anno… Ovunque voi siate, auguri e buona vita!

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I figli so’ piezz ‘e core…

23 Dicembre, 2008 Domenico Malara 1 commento

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È vero che i figli so’ piezz ‘e core, ma un uomo come Antonio Di Pietro che fonda le sue fortune politiche sulla fama di rigoroso cultore delle regole e della morale non può farsi beccare in un plateale fallo di nepotismo. Il rischio è quello di assomigliare sempre più ad una brutta copia di Mastella. E forse non è un caso che sempre più notabili di Ceppaloni emigrino politicamente in quel di Montenero di Bisaccia, dall’Udeur a Idv.

Ma veniamo ai fatti. L’inchiesta di Napoli sugli appalti esalta la figura di Mario Mautone, ex provveditore alle Opere Pubbliche della Campania, finito agli arresti domiciliari durante il blitz della scorsa settimana. E svela i suoi rapporti controversi con la famiglia di Antonio Di Pietro, quando quest’ultimo era ministro delle Infrastrutture. In particolare sono state acquisite una serie di intercettazioni riguardanti il figlio dell’ex ministro, nel corso delle quali Cristiano Di Pietro chiede a Mautone alcuni interventi di “cortesia” quali affidare incarichi a persone da lui segnalate anche al di fuori degli ambiti di competenza istituzionale («Io ho un amico però è ingegnere che sta a Bologna – dice Cristiano a Mautone – volevo sapere se su Bologna c’era la possibilità di trovargli qualche cosa»). Beh, per essere un Cristiano il figlio di Di Pietro ha usato metodi poco ortosossi!

L’informativa della Dia sulle intercettazioni, da conto anche delle preoccupazioni di Antonio Di Pietro per tenere fuori dall’indagine il figlio Cristiano.

Secondo la Procura, il 29 luglio del 2007 potrebbe esserci stata «qualche fuga di notizia», a seguito della quale il provveditore Mautone viene trasferito, Cristiano Di Pietro non parlerà mai più al telefono con Mautone, il ministro Di Pietro chiede di parlare di persona con il senatore Nello Formisano (Idv), sempre Di Pietro senior chiede ai suoi collaboratori di tenere fuori il figlio poiché «ritenuto troppo esposto». E a questo punto Mario Mautone tenta il «ricatto» contro Di Pietro junior, premendo perché intervenga sul padre per non farlo trasferire.

E curioso notare come la stampa riporta la vicenda. Mentre per il Corriere della Sera, La Stampa e Il Giornale, la notizia è il convolgimento nell’inchiesta napoletana di Cristiano Di Pietro e i suoi rapporti con Mautone, La Repubblica si schiera apertamente con il leader di Idv ed evidenzia il ricatto subito dal figlio, nel tentativo di tenere “sotto scacco” l’ex ministro.

È chiaro che sarà la magistratura a fare chiarezza su tutta questa vicenda, ma se dovessero emergere responsabilità a carico dell’enfaint prodige di casa Di Pietro, «questo – per dirla con le stesse parole e la stessa enfasi del papà – sarebbe un fatto di una gravità inaudida che andrebbe denuniato».

C’è da dire che l’inquisitiore di Montenero di Bisaccia non è nuovo a questioni nepotistiche di stampo mastelliano. Nel marzo 2006, infatti, fa assumere la figlia Anna Di Pietro dall’Editrice Mediterranea, la società che pubblicava il giornale dell’Italia dei valori: nella redazione romana di via della Vite, una splendida traversa di via del Corso, raccontano però di non averla mai vista, nemmeno per ritirare le buste paga. Sulla carta è assunta a tutti gli effetti per svolgere il praticantato che dà diritto a sostenere l’esame da professionista. Solo che non ha mai lavorato.

Insomma, è sempre la solita storia: fate ciò che dico, non fate ciò che faccio. Ma è ancora più grave se a predicare bene e razzolare male è uno come Antonio “Savonarola” Di Pietro, il più grande moralista d’Italia, l’incorruttibile, quello che se un’inchiesta lo sfiorasse si dimetterebbe instantaneamente. O almeno è quello che sicuramente pretenderebbe da Berlusconi.

Ma sono certo che a chiarirci le idee ci pensarà il sempre ben informato Marcolino Travaglio. (do.mal.)

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Musica è…

Oggi inauguro videocast, una nuova sezione di questo blog. Uno spazio musicale, dove ogni settimana è possibile guardare i miei video preferiti da condividere insieme a voi, magari con i vostri suggerimenti e le vostre richieste. Un particolare ringraziamento lo vogli fare al calabro-londinese Maurizio Morabito per il suo indispensabile contributo.

Perché una sezione musicale? Perché sono convinto che esiste sempre una musica, una melodia o una canzone adatta ad ogni momento, ad ogni situazione, ad ogni stato d’animo e ad ogni necessità.
C’è quella di cui ti innamori dalla prima nota. Quella che potrebbe perfettamente parlare per conto tuo perché riconosce chi sei e conosce i tuoi pensieri. Quella che ti fa rabbrividire. Quella che ti lascia sempre senza parole. Quella che ti fa capire ciò che vuoi capire. Quella che quando sembra che il mondo ti stia per crollare addosso è più forte di qualsiasi carezza di conforto. Quella che quando hai voglia di spaccare tutto diventa la tua arma di sfogo. Quella che conforta ogni momento di tristezza. Quella per cui le lacrime non sono mai troppe. Quella che supporta la sanità della ragione mentre la follia avanza come gli infiniti giorni di noia intrappolati nel tempo. Quella che, ascoltata in macchina, dà un senso ad ogni viaggio. Quella che ti porta in qualsiasi posto dell’universo e quella che ti fa sentire a casa quando sei lontano. Quella che non ti lascia mai solo e che non ti tradirà mai. Quella che senti tua, che vivi.

Tutto questo è musica.

Accedi alla nuova sezione videocast cliccando sull’immagine:

videocast-logo

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Nome: Fini Gianfranco. Segno zodiacale: camaleonte

18 Dicembre, 2008 Domenico Malara 5 commenti

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È da un po’ di tempo che Gianfranco Fini le spara davvero grosse. L’ex segretario del Movimento sociale italiano, cresciuto fra busti del Duce, camicie nere e l’orbace delle divise da gerarca fascista, colui che definì Benito Mussolini «il più grande statista del secolo», alla disperata ricerca di una nuova verginità, nel giro di pochi anni ha abiurato tutto l’abiurabile.

Del Fini figlio di una destra che era Dio, patria, famiglia, tradizione mischiata a futurismo, un po’ di reducismo e nostalgia, un po’ di feticismo e goliardia, saluti romani, circoli evoliani, nobiltà e sottoproletariato, non è rimasto praticamente nullà. Il Gianfranco che fu si è fatto tanto prendere la mano dal sentimento antifascista, che è arrivato a rinnegare anche la moglie Daniela Di Sotto (fascista della prima ora).

Non sapendo più chi e cosa rinnegare, l’ex “figlioccio” di Giorgio Almirante adesso se la prende con la Chiesa, arrivando a dire che «le leggi razziali furono un’infamia, e la Chiesa non si oppose».

Adesso, al di là delle dichiarazioni dell’Osservatore romano, che definisce le parole pronunciate dal presidente della Camera «approssimazione storica e meschino opportunismo politico», è bene riportare un elenco degli atti della Chiesa Cattolica contro il razzismo antisemita del nazismo:

Febbraio 1931: lettera pastorale dell’episcopato bavarese, che condanna gli errori del razzismo.
23 gennaio 1933: lettera pastorale di monsignor Gfoellner, vescovo di Linz, contro il paganesimo e il razzismo nazista.
Dicembre 1933: sermoni del cardinale Faulhaber che stigmatizza la persecuzione contro gli Ebrei.
21 dicembre 1933: lettera pastorale collettiva dell’episcopato austriaco.
9 febbraio 1934
: messa all’indice del libro di A. Rosemberg, Der Mythus des 19 Jahrhunderts (Acta Ap. Sedis, 1934).
7 giugno 1934: lettera pastorale collettiva dei vescovi tedeschi.
19 luglio 1935: messa all’indice del libro di A. Rosemberg, An die Dunkelmänner unserer Zeit. Eine Antwort auf die Angriffe gegen den “Mythus des 19 Jahrhunderts” (Acta Ap. Sedis, 1935).
14 marzo 937
: enciclica di Pio XI Mit brennender Sorge che condanna le dottrine del nazismo (Acta Ap. Sedis, 1937); il testo, clandestinamente introdotto e diffuso in Germania, viene letto nelle chiese.
19 giugno 1937: messa all’indice del libro di C. Cogni, Il Razzismo (Acta Ap. Sedis, 1937).
13 aprile 1938: lettera della Congregazione dei seminari e università al cardinale Baudrillart che ingiunge alle istituzioni scientifiche cattoliche di confutare le tesi del razzismo.
19 aprile 1938: lettera pastorale collettiva dei vescovi tedeschi.
3 maggio 1938: visita di Hitler a Roma. Il 30 aprile, Pio XI aveva lasciato il Vaticano per Castelgandolfo dichiarando che l’aria di Roma gli era irrespirabile; ordinò anche la chiusura dei musei del Vaticano e proibì alle strutture religiose di esporre le bandiere con i colori del reich nazista: «Non si può non trovare fuori posto e intempestivo il fatto di erigere il giorno della santa Croce l’insegna di un’altra croce che non sia la croce di Cristo», dichiarò Pio XI. Per di più, fu precisamente il 3 maggio che l’Osservatore Romano, giornale della Santa Sede, pubblicò la Lettera contro il razzismo, datata 13 aprile, mentre taceva completamente sulla visita di Hitler a Roma.
15 luglio 1938: in seguito alla pubblicazione, da parte di un gruppo di scienziati fascisti, di un documento in dieci punti, favorevole al razzismo e all’antisemitismo, discorso di Pio XI contro il «nazionalismo esagerato che innalza barriere tra i popoli…» (Osservatore Romano del 17 luglio).
21 luglio 1938: discorso di Pio XI davanti agli alunni del Collegio della propaganda, che rappresentava trentasette nazioni: «Cattolico vuol dire universale… Non vogliamo dividere niente della famiglia umana…. L’espressione “genere umano” rivela l’unità della razza umana… Possiamo chiederci com’è possibile che, sfortunatamente, l’Italia abbia avuto bisogno di imitare la Germania…. La dignità umana è di essere una sola e grande famiglia, il genere umano, la razza umana… Ecco la risposta della Chiesa….» (Osservatore Romano del 23 luglio).
6 novembre 1938: discorso del cardinale Faulhaber, arcivescovo di Monaco, sul senso cristiano della comunione nella fede, non nel sangue.
Novembre 1938: pubblicazione da parte del cardinale Van Roey, arcivescovo di Malines, di un discorso che condanna il razzismo e il suo mito del sangue.
13 novembre 1938: discorso del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, contro il mito razziale.
17 novembre 1938: lettera del cardinale Verdier, arcivescovo di Parigi, che aderisce al testo di monsignor Van Roey.
6 gennaio 1939: discorso del cardinale Piazza, patriarca di Venezia, che condanna l’antisemitismo razzista.

Nel passato governo Berlusconi, Gianfranco Fini è stato vicepremier e ministro degli Esteri. Il 30 aprile 2008 è stato eletto presidente della Camera dei deputati per il Popolo delle libertà. Approssimazione storica? Macché, è semplicemente il prezzo che bisogna pagare al potere. E c’è chi è pronto a farlo rinnegando anche la storia e gli ideali. D’altronde si sa, la politica è macchiavellica e mai come in questo caso il Fini giustifica i mezzi! (do.mal.)

Fonti:
“La Chiesa cattolica di fronte alla questione razziale”
, del padre predicatore Yves M. J. Congar, stampato dall’Accademia degli Incolti in occasione di un convegno promosso a Milano dal gruppo ecumenico cristiano-ebraico, il 30 novembre 1998.

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‘A da passà ‘a nuttata!

17 Dicembre, 2008 Domenico Malara 6 commenti

pulcinella

Un altro terremoto politico-giudiziario che si traduce nell’ennesima tranvata per il partito di Uolter Veltroni. Come se già non bastassero le guerre intestine con lo scomodo alleato Di Pietro, la sberla delle elezioni abruzzesi e i recenti arresti di Luciano D’Alfonso, sindaco di Pescara e segretario regionale del Partito Democratico, e del deputato Salvatore Margiotta, coinvolto nello scandalo Total in Basilicata, adesso la bufera si è abbattuta sulla giunta comunale napoletana, guidata da Rosa Russo Jervolino.

Associazione per delinquere finalizzata alla turbativa degli appalti, abuso d’ufficio e corruzione, sono le accuse mosse a tredici persone arrestate a Napoli, tra cui anche l’imprenditore Alfredo Romeo e due assessori comunali del Pd, nell’ambito dell’indagine sulla delibera “Global service” approvata dal Comune partenopeo per la manutenzione delle strade e del patrimonio pubblico, oltre che per la gestione di mense scolastiche. Secondo i magistrati «la prospettiva ultima è quella del saccheggio sistematico delle risorse pubbliche».

E la Jervolino cosa dichiara dopo gli arresti? «Andiamo avanti». Beh, non c’erano dubbi! Dispiace dirlo, ma bisogna dare atto a Clemente Mastella che è stato uno dei pochi a mollare la poltrona quando è stato travolto da un’inchiesta giudiziaria che lo riguardava.

E tra gli indagati risultano esserci anche i parlamentari Renzo Lusetti (Pd) e Italo Bocchino (An). Proprio quest’ultimo, da un po’ di tempo a questa parte, sembra avere un certo feeling con il partito veltroniano.

Questo giusto per precisare che il malaffare e la malapolitica sono bipartisan. Non è vero Travaglio?

In ogni regione o quasi c’è una brutta storia che coinvolge ex margheritini ed ex diesse (oltre all’Abruzzo e alla Campania, il caso più clamoroso è quello della Calabria del gioioso governatore Agazio Loiero), tanto che il povero Uolter Veltroni è costretto a rinnegare se stesso: «Questo non è il mio Pd, bisogna dare vita a un soggetto politico veramente nuovo».

Ma come, il Pd era stato annunciato in pompa magna come il nuovo che avanza, come l’unica vera novità del panorama politico italiano, doveva essere quel partito innovatore che faceva della questione morale un punto d’orgoglio.

Chissà se anche dopo le vicende napoletane, Uolter parlerà  ancora di «attacchi strumentali e delegittimanti nei confronti del Pd a cui i media stanno dando grande risonanza».

Che dire, ‘a da passà ‘a nuttata. Anche per il Pd. (do.mal.)

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