Quando il Pci diceva: «Non togliete quel Crocifisso»
Quello che leggerete non la reazione scomposta del papa-teologo Benedetto XVI all’indomani della sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo che, in nome della libertà religiosa, ammonisce dall’esporre nelle scuole la raffigurazione di Cristo in croce.
Nè, tantomeno, il delirio di un qualche integralista cattolico, turbato dall’insulsa pronuncia del tribunale europeo. No, è “semplicemente” l’editoriale pubblicato da L’Unità il 22 marzo 1988 a firma di Natalia Ginzburg, scrittrice, giornalista, deputata alla Camera come indipendente nelle liste del Pci, figura di primo piano della cultura del dopoguerra, autrice di “Lessico familiare”.
In questo editoriale, quanto mai attuale, l’intellettuale comunista, di origine ebrea, si schiera in difesa del crocifisso. Era il 1988 e in Italia era appena scoppiata la polemica sulla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche.
Scrive Natalia Ginzburg:
Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. La ricoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo smettere di dire così?
Il crocifisso è simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo.
Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.
Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.
Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
Non credo che ci sia da aggiunge altro. Vi invito solo a riflettere sui ragionamenti psicopatici di un tribunale che un giorno si occupa di curvature delle zucchine e l’altro del diametro dei piselli, che arriva a ritenere anti-igienica la pizza cotta nel forno al legna e tra una cosa e l’altra, trova il tempo per dire che esporre i crocifissi nelle aule scolastiche viola la libertà religiosa. Credibile? Più o meno quanto quell’ibrido politico-giuridico che è l’Europa!
Un premio Laqualunque!
La più bella di oggi la pubblica Calabria Ora a pagina 14. Tenetevi forte perché questa è ancora più stravagante dei calzini turchese del giudice Mesiano.
Il prossimo 24 ottobre a Catanzaro il gioioso presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero Laqualunque, riceverà il “Premio Vincenzo Restagno” da parte del Circolo culturale “Paleaghenea” di Roghudi (RC), con la seguente motivazione: “Gentiluomo della politica, esempio di concretezza, efficienza e risolutezza della pubblica amministrazione, ha saputo coniugare impegno e spirito di servizio. Artefice della crescita del Mezzogiorno degli ultimi anni è stato promotore di eccellenti iniziative volte allo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia”.
Sì, non avete letto male: Regione Calabria, quella con il consiglio regionale più indagato d’Italia. Ora dico io, Loiero avrà anche spirito di servizio, ma gli organizzatori del Premio hanno uno spiccato spirito di patata… Poi, però, non prendiamocela se un Venditti qualunque ci prende per il culo!
Questo il commento di un lettore appena appresa la notizia (clicca qui)
Opposizione turchese e stravagante!
Complimenti a Dario Frasceschini. Il quasi ex segretario del Pd sa bene come si fa opposizione: indossando un paio di calzini turchese. E poi a sinistra si lamentano che Berlusconi governa, quasi ininterrottamente, da 15 anni. Se questo è il modo di contrastarlo politicamente, sarà davvero dura mandarlo in pensione.
Se il giudice Raimondo Mesiano è stato definito “stravagante” in un servizio giornalistico di Canale 5 (che peraltro non ho condiviso, così come non avevo condiviso l’incursione dell’obiettivo di Zappaddu nella residenza privata di Berlusconi), l’opposizione targata Partito democratico non solo è stravagante, ma addirittura ridicola.
Tutta questa storia conferma, ancora una volta, la pochezza del nulla e la nullezza del poco di un’opposizione che la politica non sa neanche dove sta di casa. Aspirano a governare il paese, ma non sarebbero credibili neppure a Zelig o a Colorado Cafè.
La stampa italiana, invece, è da un po’ che si è sputtanata. Il servizio di Canale 5 è stata solo l’ultima perla di una guerra a colpi di gossip che ormai va avanti da mesi. Ad inaugurare la stagione del ridicolo ci hanno pensato Repubblica con la pubblicazione degli scatti di Zappaddu a Villa Certosa, ha proseguito il Corriere (seguito a ruota da Repubblica) con le vicende Noemi e D’Addario. Senza tralasciare Annozero (vedi puntata interamente dedicata proprio alla D’Addario), Il Giornale, Libero e Unità. Se n’è accorto anche il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, che alla chiamata alle armi diramata da Eugenio Scalfari, padre-padrone di Repravda, ha detto no.
A questo punto non mi sorprenderebbe più di tanto se dopo i calzini turchese Franceschini, per protesta, portasse tutta l’opposizione dal barbiere del giudice Mesiano a fare la barba. Bindi compresa!
Venditti, la Calabria e il caffè… corretto!
Scoppia la pace tra Antonello Venditti e la Calabria. È bastato un buon caffè a Roma tra il cantautore e il sindaco di Reggio, Giuseppe Scopelliti, per chiudere una polemica che col passare dei giorni aveva assunto i contorni del ridicolo.
Ridicolo quando il servizio delle Iene andato in onda martedì 23 ottobre su Italia 1, in cui Giulio Golia, nei panni di Toto Fattazzo, ha intervistato Venditti mettendo in mostra, in modo sicuramente ironico e caracaturiale (anche troppo), il prototipo del calabrese “troglodita” con tanto di accento iper-marcato, soppressata, cipolla di Tropea e peperoncino. Un po’ come rappresentare i sardi con le pecore al pascolo e il pecorino in mano!
A fare da pacere tra la Calabria e Venditti è stato il giornalista Pierluigi Diaco, colui che per giorni è stato preso di mira e insultato dagli utenti di youtube dopo la sua partecipazione a “La vita in diretta”. In quell’occasione l’onorevole dj di Rtl (calabrese di origine), andando in controtendenza con il sentire popolare di chi si è sentito offeso dalle parole di Venditti, si era chiesto come mai i calabresi, così come hanno fatto con Venditti, non s’indignano per una classe politica regionale che, quella sì, ha portato la Calabria allo sfascio.
Diaco ha risposto agli insulti con i fatti. Ha messo in contatto e ha fatto incontrare il sindaco Scopelliti con il cantautore romano, a casa di quest’ultimo. Ne è venuto fuori un incontro cordiale, durante il quale Venditti ha rinnovato le sue scuse a tutti quei calabresi che si sono sentiti offesi dalle sue parole, confermando, però, che il suo voleva solo essere un grido di rabbia per una terra abbandonata da tutti, anche da Dio.
Venditti ha anche ribadito il suo amore per la Calabria («una regione che amo, onesta e pulita») manifestato l’intenzione «di fare tutto il possibile per partecipare al suo rilancio». Il primo incontro in terra calabrese avverrà nelle prossime settimane, quando il cantautore romano parteciperà a Reggio ad una conferenza stampa insieme al sindaco Scopelliti e a Pierluigi Diaco. Perché, a questo punto, non fare una proposta a Venditti: sull’esempio di Michele Placido (che a Locri ha creato un laboratorio teatrale simile a quello realizzato a Tor Bella Monaca), Venditti potrebbe creare un laboratorio musicale per giovani artisti, non solo calabresi, magari a Reggio. Un centro dove scoprire e produrre nuovi talenti della musica.
Stanotte (dalle ore 00.00), intanto, Antonello Venditti sarà ospite proprio di Diaco ad “Onorevole Dj” su Rtl 102.5, insieme al sindaco Giuseppe Scopelliti che interverrà telefonicamente da Reggio (clicca sull’immagine accanto per seguire la trasmissione in diretta e intervenire al dibattito).
La speranza è che, archiviata la vicenda Venditti, ora i calabresi, quelli veri, tirino fuori il loro orgoglio per cose più serie, visto che mentre ci s’indignava per le frasi del cantautore, in Calabria si continuava a morire negli ospedali, nuove navi dei veleni venivano scoperte nei fondali dei marini e i nostri politici regionali, i più indagati d’Italia per intenderci, a nostre spese se la spassavano al Columbus Day!
Clicca sui link per leggere gli articoli pubblicati sui quotidiani locali:
Gazzetta del Sud 1/2/3
Il Quotidiano della Calabria
Strill.it
Newz.it
Il grande scazzo De Bortoli-Scalfari-Travaglio
Vuoi vedere che Minzolini non aveva poi così torto e qualcuno, finalmente, inizia ad accorgersene? Quando il direttore del Tg1, nel suo famoso editoriale sulla manifestazione di Roma, disse che «si manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un inaccettabile regime mediatico», ci fu una levata di scudi. Tutti a parlare di uso indecente del servizio pubblico.
Oggi a dare ragione (indirettamente) alla tesi di Minzolini è il direttore del Corriere della Sera, dopo che Marco Travaglio ed Eugenio Scalfari sui rispettivi giornali, Il Fatto e Repubblica, hanno sferrato un duro attacco nei confronti di De Bortoli, rimproveralo di non fare parte dell’esercito mediatico costituito per mandare a casa Berlusconi (i due articoli sono riportati in coda al post).
Con eleganza e fermezza De Bortoli ha risposto dalle colonne del Corriere con un editoriale in prima pagina in cui ricorda ai due Masanielli la sacrosanta necessità di raccontare i fatti, e solo quelli, da parte di chi fa informazione. Qui il link al pezzo, del quale riporto due passi significativi:
«Un giornale non è un partito. L’informazione è corretta se fornisce al lettore tutti gli elementi necessari per formarsi, in piena libertà e senza condizionamenti, un’opinione. Non lo è quando amplifica o sottostima una notizia chiedendosi prima se giova o no alla propria parte o al proprio padrone. Ed è quello che sta accadendo oggi: i fatti non sono più separati dalle opinioni. Sono al servizio delle opinioni…»
«…gli avvenimenti sono spesso manipolati, piegati alla bisogna. Trionfa la logica dell’attacco personale, della delegittimazione morale. C’è il regime in Italia, come scrivono alcuni giornali stranieri? No, e la pronuncia della Consulta lo dimostra. La libertà di stampa è in pericolo? Le querele sono gravi e da condannare, specie se vengono dal potere a scopo intimidatorio, ma il pluralismo c’è, nonostante tutto. Il premier deve rispondere alle domande? A tutte, anche alle più reiterate e innocue. Purtroppo, però, le regole di base di questa professione sono saltate. Chi non si mette un elmetto e si schiera è un traditore o un venduto, non un professionista al servizio del proprio pubblico…»
A Travaglio e Scalfari, De Bortoli risponde a parte, sbugiardando il primo e sputtanando il secondo. Lo stempiato di Torino, stretto parente dello smemorato di Collegno, mentendo sapendo di mentire, rimprovera De Bortoli di aver nascosto lo scoop sulla D’Addario. Il professor sò-tutto-io-voi-altri-siete-degli-ignoranti-leggetevi-le-carte-e-i-documenti sa bene, invece, che fu proprio il Corriere a parlare per primo della escort sgattaiolata a palazzo Grazioli con registratore al seguito.
Più pensate l’attacco al mega direttore galattico di Repravda, il duca-conte Eugenio Scalfari “Balabam”, colui il quale si crede si erge a portavoce della stampa libera e indipendente. Riporto due passaggi significativi:
«Scalfari tenta di delegittimarmi moralmente perché non abbiamo seguito il suo giornale, querelato dal premier, e non siamo scesi in piazza sotto le bandiere di un partito o di un sindacato. Sulle querele ho già detto quello che penso. Ed Ernesto Galli della Loggia ha preso posizione sul Corriere sul fatto che le querele a Repubblica e all’Unità fossero sbagliate e gravi…»
«Ma dov’erano lui e il suo giornale quando gli avvocati di Berlusconi, Ghedini e Pecorella (da me chiamati avvocaticchi per le leggi ad personam e per questo condannato) mi citarono in giudizio? E dov’erano lui e il suo giornale quando D’Alema, allora al potere, se la prese con noi fino a proporre la mia cacciata dall’Ordine dei giornalisti? Li ho forse accusati, in quelle occasioni, di essersi accucciati al potere di turno? No, rispettai il loro ruolo, anche se di spettatori. Interessati. Devo andare avanti?»
Le parole di Ferruccio De Bortoli, dunque, fanno il paio con quelle pronunciate qualche giorno prima da Augusto Minzolini. Con la differenza che il direttore del Corriere è tutto tranne che amico di Berlusconi. Non mi meraviglierei che la prossima raccolta firme di Repravda riguardi proprio il numero uno di via Solferino. Già immagino gli slogan: “Io mi sento offeso da De Bortoli”. Già pronte le adesioni di Topo Gigio edell’Ape Maia!
Clicca su read more… per leggere gli editoriali de Il Fatto Quotidiano e Repubblica
A Messina si muore e Vauro se la ride!
Una volta si chiamavano insulti, oggi si chiama satira. E guai a criticarla. La satira è sacra, e non importa se ad essere presi per il culo sono i morti. Ancora di più se lo sberleffo sui defunti è “necessario” per attaccare Berlusconi. D’altronde in guerra e in amore non ci sono regole.
Una bella lezione di stile ce l’ha regala, ancora una volta, l’ignobile vignettista di Annozero, Vauro Senesi, compagno di merende di Ruotolo, Travaglio e Sant’oro. Tutti martiri dell’informazione libera. Libera di insultare e offendere, ovviamente!
Dopo l’oltraggio alla memoria di Fabrizio Quattrocchi e l’ironia sulle cubature delle bare nei giorni successivi al terremoto dell’Aquila, Vauro ha pensato bene di deridere anche i morti dell’alluvione messinese.
Ancora più ignobili le risate di Sant’oro, Travaglio e della loro clac (minuto 5.25):
Qualcuno (Repravda docet), nei giorni scorsi, aveva duramente attaccato il direttore del Tg1 Augusto Minzolini per il suo editoriale riguardo la manifestazione sulla libertà di stampa. Si disse che una cosa del genere era inconcepibile e offensiva nel principale tg del servizio pubblico.
Strano che Repravda il giorno dopo le ignobili vignette di Vauro, non abbia avuto lo stesso moto d’indignazione. Eppure Annozero va in onda su Raidue, quindi servizio pubblico. Probabilmente il giornale diretto da Ezio Mauro era troppo impegnato nella beatificazione di Santa Rosy Bindi, quella sempre più bella che intelligente, per accorgersi che un certo Vauro e i suoi compagni di merenda ridevano sui morti messinesi.
Si dice che il tempo è un galantuomo e di certo non tarderà ad arrivare il giorno in cui saremo noi, insieme agli amici messinesi, a ridere di gusto!
Venditti vs Calabria: la vita in diretta… le figuracce pure!

Se qualcuno pensa davvero che la Calabria è uscita rafforzata dalla vicenda Venditti, si sbaglia di grosso. La figuraccia andata in onda ieri pomeriggio nel corso de “La vita in diretta” né è la dimostrazione. Basta riguardare i video per comprendere la stoltezza di un popolo che si sente offeso dalle parole di un cantante, tanto da crearne un caso nazionale, ma che non reagisce ad una classe politica che, quella sì, ha portato la Calabria allo sfascio, non a parole ma con i fatti.
Mi vengono in mente i versi di un grande poeta dialettale calabrese come Nicola Giunta, che già nel lontano 1977 aveva capito di che pasta sono fatti i calabresi:
…paisi d’erba i ventu’ e non di pianti:
va facitila a ‘n culu tutti quanti!
Si ‘nc’esti cacchir’uno chi s’affendi
mi scegghi ‘nu fanali e mi s’ampendi…
Ccà ‘nc’esti ‘nu cartellu aundi rici:
“Sti ‘ggenti tra di iddhi su’ ‘nnimici!”
Nimici i cui? Oh, frabbica di storti!
Sunnu sulu nimici da so’ sorti!
Nimici d’iddi stessi pi ppuntiggiu,
e i cchiù fissa dû mundu sunnu a Rriggiu!
Traduzione:
Paese d’erba di vento e non di pianti:
andate a farvela in culo tutti quanti!
Se c’è qualcuno che s’offende
che si scelga un lampione e che s’appenda
Qui c’è un cartello dove dice:
“Questa gente tra di loro sono nemici!”
Nemici di chi? Oh, fabbrica di stupidi!
Sono solo nemici della loro sorte!
Nemici loro stessi per puntiglio,
e i più stupidi del mondo sono a Reggio!
*versi tratti da ‘Nta ’stu paisi ‘nc’esti sulu ‘a piria (In questo paese c’è solo la presunzione)
Vedi anche il servizio su diacoblog.it
La terribile piaga della Calabria? Venditti. Parola di Johnny Stecchino!
Altro che Alta Marea, Antonello Venditti ha provocato un vero e proprio maremoto. La sua sparata, decisamente infelice, sulla Calabria («Dio, ma perché hai creato la Calabria? In Calabria non c’è niente, proprio niente; speriamo che si faccia il ponte di Messina, così almeno in Calabria ci sarà qualcosa») durante un concerto nel 2008 in Sicilia, ha messo in subbuglio un’intera regione. Tutti indignati, organi si stampa, politici, comuni cittadini. La protesta è arrivata anche su facebook, con decine, centinaia, di messaggi e gruppi contro il cantautore romano.
Tutti a chiedere la sua testa, a pretendere pubbliche scuse, con la solita processione dei politici di turno che fanno a gara a chi s’indigna di più. Insomma, non c’è lodo Alfano che tenga, per i calabresi il vero caso nazionale è Antonello Venditti.
Premetto subito che sono calabrese anch’io e che il cantautore romano ha assolutamente sbagliato a pronunciare quelle parole, però mi chiedo: perché con la stessa rabbia con la quale i calabresi pretendono le scuse da Venditti non si scagliano contro la classe politica, a tuti i livelli, che ha governato e governa questa regione? Politici che molto più di Venditti ogni giorno offendono e infangano la nostra terra? Perché per le morti assurde negli ospedali calabresi, per la disoccupazione, per le navi dei veleni inabissate nei nostri mari, per il totale controllo del territorio da parte della ‘ndrangheta, nessuno dice niente o invoca le scuse di chi ci governa?
La verità è che siamo orgogliosi di essere calabresi solo quando vince la Reggina, quando passeggiamo sul Lungomare di Reggio, quando la Calabria trionfa a miss Italia o la Gregoraci sposa Briatore, quando Gattuso alza al cielo la Coppa del Mondo. Ci sentiamo orgogliosi di essere calabresi solo per la bellezza del nostro mare e per il clima mite. Salvo poi indignarci per la sparata infelice di un cantante. È un po’ come nel film “Johnny Stecchino”, quando Benigni arriva a Palermo e lo zio gli elenca le piaghe della Sicilia: l’Etna, la siccità, il traffico. La piaga che affligge la Calabria, invece, sembra essere Venditti, non un classe classe politica indegna, dalla quale nessuno ha mai preteso scuse!
Dedicata alla Calabria:
La sfortuna di Minzolini? Non chiamarsi Paolo Mieli!
Com’era prevedibile sull’editoriale del direttore del Tg1, Augusto Minzolini, riguardo la manifestazione di Roma, si è abbattuta la scomunica dell’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai) e quella ancora più velenosa di Repravda.
Mi chiedo: dov’erano i paladini della libertà di stampa e di opinione quando, nel 2006, un certo Paolo Mieli, all’epoca direttore del Corriere della Sera, con un editoriale scritto di suo pugno e dal titolo “La scelta del 9 aprile” si schierò e schierò apertamente il suo giornale a sostegno dell’Unione di centrosinistra? Nessuna protesta, nessuno sciopero, nessuna marcia su Roma!
Oggi, invece, Minzolini viene crocifisso da chi , come lui stesso afferma nel suo editoriale, «manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un inaccettabile regime mediatico».
Per fortuna c’è chi ancora, anche a sinistra, fa valere il lume della ragione alla cieca ideologia antiberlusconiana, da servire in tutte le salse, sempre e comunque. Chi non ci sta ad assecondare l’inaccettabile idea di un nascente regime mediatico targato Repravda è Mario Adinolfi, giornalista ed esponente del Partito democratico, quindi non proprio amico e sostenitore di Silvio Berlusconi, si distacca dai cori di dissenso e su Facebook commenta così la vicenda Minzolini:
«…sarò pure completamente rincretinito, ma a me l’editoriale di Augusto Minzolini è piaciuto. Sulle modalità della nomina di Minzolini al Tg1, sul suo intollerabile berlusconismo militante, ho già scritto e non certo a suo favore. Ma l’editoriale di sabato io l’ho trovato sensato: “Manifestare è sempre legittimo e salutare per la democrazia, ma in un Paese dove negli ultimi tre mesi sono finiti nel tritacarne mediatico Berlusconi, l’avvocato Agnelli, l’ingegner De Benedetti, l’ex direttore di Avvenire, il direttore di Repubblica e tanti altri, denunciare che la libertà di stampa è in pericolo è un assurdo. La difesa corporativa non fa bene all’autorevolezza dei media; specie in Italia, dove si ha una strana concezione del pluralismo dell’informazione. Ci sono giornali che si considerano depositari della verità e che giudicano gli altri che la pensano in modo diverso come nemici o servi: chi ha questa concezione, manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un inaccettabile regime mediatico”. Sottoscrivo dalla prima all’ultima parola. Decide la democrazia. Non decidono i giornali. Guai a quel Paese, poi, dove a decidere è un giornale solo».
Decide la democrazia e non i giornali. Capito Repravda? E grazie a Dio la democrazia, che significa anche libertà di stampa e di espressione, in questo Paese è ampiamente garantita, nonostante l’avanzare di un’inaccettabile regime mediatico. (do.mal.)
Repravda e la censura ai tempi di Baffino

Toh, guarda chi si vede alla pseudo maniestazione per la libertà di stampa a Roma: Massimo “Baffino” D’Alema, infuriato più che mai con quel dittatore immondo di Berlusconi che fa di tutto per mettere il bavaglio alla stampa. «È importante – sbotta il Baffino nazionale – che così tanti cittadini siano scesi in piazza, per fare argine all’arroganza con cui si cerca d’intimidire l’informazione libera». Eh sì, tempi bui!
Più o meno gli stessi del 1999, quando un certo Massimo D’Alema (toh, sempre lui!), all’epoca presidente del Consiglio, scosso e indignato per una vignetta di Forattini pubblicata su Repubblica, non perse tempo a querelare vignettista e giornale. Con le uniche differenza che allora nessuno parlò di censura né sbandierò il vessillo della libertà di stampa. La stessa Repubblica non fece appelli né organizzò manifestazioni in piazza. Quando si dice la coerenza!
Eppure nel 1999 lo scorno di Baffino D’Alema ebbe conseguenze peggiori della tanto ventilata censura berlusconiana. Altro che “editto bulgaro”.
Rinfreschiamoci la memoria. La vignetta pubblicata l’11 ottobre 1999 su Repubblica raffigura D’Alema mentre con un bianchetto cancella la lista Mitrokhin ed una voce che gli chiede: «Allora arriva ’sta lista??!!» e D’Alema: «Un momento! Non s’è ancora asciugato il bianchetto!». Baffino ha poi dichiarato di tenere in massima considerazione la satira, ma di aver agito perché la vignetta conteneva informazioni false e diffamatorie. Tanto in considerazione che chiesto un risarcimento di 3 miliardi di lire.

Ovviamente Repubblica che fa? S’indigna, grida alla censura, organizza manifestazioni in piazza, promuove appelli, inneggia a slogan del tipo “Siamo tutti Forattini”? Ma neppure per scherzo. Fa semplicemente finta che non sia successo nulla, tanto che Forattini, non sentendosi difeso dal suo quotidiano, decise di lasciare Repubblica.
Ma c’è di più. Forattini in quelle settimana fu invitato a “Porta a Porta”, ma inspiegabilmente la trasmissione di Vespa fu annullata dalla Rai. Questa è l’Ansa del 24 novembre 1999, che riporta il racconto di Forattini:
Mentre all’aeroporto di Linate mi accingevo a salire sull’aereo per Roma, dove avrei dovuto prendere parte alla puntata di “Porta a Porta” dedicata alla satira, prendendo spunto dalla vignetta per la quale il presidente del Consiglio mi ha citato in giudizio, ho ricevuto una telefonata con la quale mi si comunicava che l’ufficio legale della Rai aveva deciso di cancellare la trasmissione. Non ho chiesto, né mi sono state riferite, le ragioni di tale repentina decisione. La stessa comunicazione è giunta agli altri ospiti, alcuni dei quali erano già partiti per Roma. Io ho solo dovuto recuperare il bagaglio che era già stato imbarcato e tornare a Milano.
Censura? Ma neanche per sogno. Nessuno in quei giorni parlò di censura, neppure i martiri dell’informazione libera Sant’Oro e i Travaglio, che all’epoca probabilmente erano ancora aspiranti tali!
Questo, invece, è quanto scriveva Repubblica il 25 novembre 1999 sulla mancata mandata in onda di “Porta a Porta”:
“Caso Forattini”, la Rai blocca lo show di Vespa
I legali fanno annullare la puntata sulla satira: “Stiamo fuori dalla lite con D’Alema”di ALDO FONTANAROSA
ROMA – Su consiglio del suo ufficio legale, ieri la Rai ha annullato la registrazione della puntata di “Porta a porta” che Bruno Vespa avrebbe dedicato al rapporto tra satira e politica. La puntata, che sarebbe andata in onda domani, prevedeva la presenza in studio dei maggiori disegnatori satirici, incluso Giorgio Forattini. Ed è stata proprio la presenza di Forattini a mettere in allarme la Rai, decisa a non giocare alcun ruolo nella lite giudiziaria che sta opponendo il disegnatore di Repubblica e Panorama al presidente del Consiglio, Massimo D’Alema.
La lite nasce dalla vignetta che Repubblica ha messo in pagina l’11 ottobre, vignetta che mostra il premier D’Alema cancellare con il bianchetto alcuni nomi dal dossier Mitrokhin sulle spie del Kgb. D’Alema ha chiesto a Forattini un risarcimento di 3 miliardi. Nel suo parere, Rubens Esposito, responsabile degli Affari legali della Rai, ricostruisce il caso e indica almeno due rischi per l’azienda. Intanto, la trasmissione di Bruno Vespa avrebbe potuto “amplificare” l’eventuale diffamazione, l’ eventuale danno procurato a D’ Alema: la tv pubblica, insomma, poteva essere chiamata lei pure in giudizio. C’era poi il rischio di esporre il premier alle critiche dei disegnatori senza fornirgli un’opportunità di replica, il tutto a poche ore dalle elezioni politiche suppletive di domenica 28, mentre vigono le norme del ‘93 sulla “par condicio”. Norme che hanno già bloccato la presenza di Berlusconi alla trasmissione di Fabio Fazio.
Già sulla strada degli studi tv di Saxa Rubra, i politici invitati da Vespa hanno preso male le decisione della Rai di spegnere le telecamere. Umberto Bossi, leader della Lega, chiede che sia messa in onda una «trasmissione di rara utilità» che avrebbe sottolineato la «scarsa tolleranza del premier». Francesco Storace, An, già annuncia che il caso sarà discusso dalla commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai che lui stesso presiede: «È un caso di servilismo», dice. Batte un colpo anche Lucio Malan, Forza Italia, per difendere «la sistematica intimidazione di chi, come Forattini, vuole stare fuori dal coro». Per l’ Usigrai, il principale sindacato dei giornalisti della Rai, «la vicenda dà, comunque la si guardi, una brutta immagine della tv di Stato, confusa o addirittura timorosa al cospetto del potere».
Lui, Forattini, racconta: «Nessuno mai mi aveva citato per danni o querelato. Né i democristiani, né Berlusconi. Gli unici sono stati Craxi e D’Alema. La verità è che, da quando la sinistra è al potere, tira un’aria gelida per noi. Perché parlo di intimidazione? Perché ricevo una citazione miliardaria e non una semplice querela penale. Perché D’Alema cita me e, a dispetto della consuetudine, non cita anche il giornale. Perché non ho la possibilità di andare in video a esporre le mie ragioni».
Pasquale Cascella, portavoce di Palazzo Chigi, ribalta l’accusa: «Primo: ieri noi non abbiamo mosso un dito e sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario. Piuttosto leggiamo sul Corriere della Sera di martedì che Forattini aveva posto una precisa condizione alla sua partecipazione a “Porta a porta”: che non ci fosse D’Alema. Dunque, l’unica censura preventiva è quella che lui ha provato a esercitare. Vogliamo anche rassicurare la Rai: non vediamo alcun rischio che il caso, già ampiamente discusso sulla stampa, trovi altre amplificazioni». Sulla vignetta, il giudizio resta severo («neanche il Polo fino ad allora si era spinto a certe allusioni»), ma sarà un soggetto terzo, un giudice, «a valutare se e in che misura è diffamatoria».
Detto questo, vi lascio tranquillamente riflettere sul quarto segreto di Fatima: dov’erano nel 1999 i toni rabbiosi che oggi Repravda usa per scagliarsi contro il fantomatico regime mediatico berlusconiano? (do.mal.)












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