Ma non era Silvio il burlone gaffeur?

17 Giugno, 2009

Ma non era Berlusconi il burlone per antonomasia? Quello che non mancava occasione per combinarne ogni volta una delle sue davanti alle telecamere? Quello che metteva a disagio gli italiani all’estero e dava un’immagine vergognosa del nostro Paese?
Bene, guardate cosa combina Barack Obama durante un’intervista. Ovviamente, per lui nessuno scandalo, solo qualche risata:

Durante un’intervista alla tv Cnbc, il presidente Usa uccide l’insetto molesto con un colpo secco. Prima aveva provato ad allontanarlo con le buone maniere agitando il braccio: «Ehi, vattene». Ma alla provocazione del giornalista John Harwood («È la mosca più testarda che abbia mai visto»), Obama decide di farla finita e fa secco l’animale al primo colpo.

Non contento, indica ai cameraman la mosca morta per terra: «Volete filmarla?». E l’operatore obbedisce al presidente.

Ovviamente tutto finisce con una risata. Non oso neppure immagginare cosa sarebbe successo se al posto di Obama ci fosse stato il Berlusca… (do.mal.)

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Zappadu “guardone”, Sant’Oro censore

12 Giugno, 2009

santoro

Chi l’avrebbe mai detto. Il paladino dell’informazione libera, il Masaniello de noantri sempre sul piede di guerra e pronto a scendere in piazza per combattere la censura, il martire dell’editto bulgaro, sì, insomma, quello lì, Michele Sant’Oro da Annozero, è riuscito a censurare persino se stesso. Anzi ha fatto di più: ha censurato il fotoreporter Antonello Zappadu. Il personaggio del momento, quello delle migliaia di foto scattate a Villa Certosa, colui che ha ripreso i festini del Berlusca e ha immortalato l’ex premier ceco Mirek Topolanek col gentil membro a penzoloni. Ebbene sì, quel Michele di un Sant’oro, pur avendo tra le mani un’intervista esclusiva di Zappadu, l’unica concessa alle televisioni, ha preferito cestinarla. Il motivo? Non è dato saperlo.

Certo, la notizia di un Sant’Oro censore potrà sembrare incredibile a tutti coloro che pendono dalle labbra dell’oracolo salernitano e da quelle della sua cricca di compagni di merenda, da Travaglio a Ruotolo, un po’ di meno per chi ha capito ormai da tempo che razza di personaggio è costui.

zappaduA raccontare come sono andati i fatti, in esclusiva per Fuorionda News e Malarablog, è Salvatore Zappadu, fratello di Antonello, che ne cura i rapporti con la stampa:

«L’intervista – racconta Salvatore – richiesta in maniera pressante e con la garanzia dell’esclusiva, era stata registrata, in oltre un ora di domande e risposte, ad Olbia lunedì 1 giugno e, per questioni di par condicio, era stata programmata per l’ultima puntata di Annozero, quella appunto andata in onda giovedì 11 giugno. Il giornalista del programma, Corrado Formigli, nel frattempo aveva composto il servizio in 7,30 minuti, programmati per la messa in onda. La decisione del direttore Santoro, giustificata come dimenticanza per via della diretta, appare non solo una censura nei confronti di un fotoreporter pesantemente preso di mira dal potere berlusconiano, ma un presente non di poco conto verso colui che, piaccia o no, detiene ancora il potere mediatico nel sistema televisivo italiano. Santoro compreso».

Questo è quanto ci ha riferito telefonicamente il fratello di Antonello Zappadu. Probabilmente anche il fotoreporter più discusso del momento, aveva creduto, come in tanti d’altronde, al fantomatico giornalismo duro e puro del signor Sant’Oro. La cosa più divertente, però, è la ridicola la giustificazione di Sant’Oro che dice di essersi dimenticato di mandare in onda l’intervista a causa della diretta. Ma come, tu giornalista d’assalto, che hai in esclusiva il personaggio del momento, ti dimentichi di mandarlo in onda? Caro “Michele chi?” hai due possibilità: o passi per coglione o passi per censore. A te la scelta. E che scelta… (do.mal.)

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Povero Pd, gli pisciano addosso e dicono che piove

8 Giugno, 2009

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Per fortuna che ci sono i numeri. Proprio così, perché stando alle parole e ai proclami, Silvio Berlusconi, e quindi il Popolo delle Libertà, in questa tornata elettorale avrebbe dovuto toccare la soglia del 45%, mentre a sentire Dario Francescini le Europee sarebbero state il fine corsa per il governo in carica. Anzi, avrebbero sancito la resurrezione del Partito democratico. Sta di fatto che Silvio è rimasto al di sotto delle sue previsioni e Lazzaro-Pd, invece di rialzarsi e camminare, continua beatamente a dormire.

Ma torniamo ai numeri che, alla fine della fiera, sono ciò che affettivamente conta. Il pallottoliere elettoreale dice che il Pdl si è assestato attorno al 35%, mentre il Pd si ferma al 26%, ben 9 punti percentuali di distacco. Se si confronta il dato con le ultime elezioni politiche, si ha pressappoco un dato speculare. Nel 2008, infatti, la coalizione di centrodestra (Pdl-Lega-Mpa) ottenne il 46,8%, mentre quella di centrosinistra (Pd-Idv) si attestò al 37,5%. Se nel confronto col dato odierno si scorpora, per quanto riguarda il centrodestra il dato della Lega (10,3%) e dell’Mpa (2,2%, ma va tenuto conto che a queste Europee il partito di Lombardo ha formato un cartello elettorale con La Destra e i Pensionati) si comprende bene come il Pdl ha confermato esattamente il dato del 2008. Diversamente il Pd, togliendo i voti di Italia dei Valori (8%), rispetto alle passate politiche è sotto di almeno 3 punti percentuali.

Se dunque si tiene conto dei numeri il quadro risulta essere pressappoco questo: stabile il Pdl, in discesa il Pd, boom di Lega e Italia dei Valori e definitivo tracollo dei comunisti (Prc-Pdci e Sinistra e Libertà). Tutto il resto è noia. O meglio, chiacchiere da bar dello sport.

Viene da ridere, quindi, quando senti parlare Franceschini e tutto il resto del centrosinistra, di una clamorosa sconfitta per Berlusca, senza però fare  un minimo di autocritica e pensare che loro sono rimasti letteralmente con le pezze al culo. Così come non dicono che Italia dei Valori ha rosicato proprio al Pd qualcosa come il 6% dei consensi (nelle passate Europee il partito di Di Pietro si era fermato al 2,1%). Come si ricorderà, dopo le disastrose Politiche del 2008 il povero Veltroni fu messo alle corde e al suo posto è stato chiamato Franceschini quale salvatore della patria. Oggi Walter si prende la sua bella rivincita: se il compagno Dario poteva fare peggio, c’è riuscito!

berlusconi_cornaE veniamo al Pdl. Berlusconi aveva detto che sarebbe arrivato al 45%, si è fermato “solo” al 35%. Di contro c’è una Lega che ha fatto il botto, raddoppiando i consensi delle precedenti europee. Messi insieme questi due dati, anche il peggior cieco che non vuole vedere comprende bene che la coalizione di governo (Pdl-Lega) conferma il dato (45-46%) delle Politiche dello scorso anno.

Se a tutto ciò si aggiunge che, notoriamente, in qualsiasi Paese chi governa viene sempre punito dal responso delle urne, ancora di più che c’è di mezzo una crisi economica che impone misure anche impopolari, si comprende bene che per Berlusconi e company ne sono usciti alla grande.

Morale della favola: ancora una volta ha avuto ragione “papi” Silvio. Il partito del gossip, che ha fatto del Noemigate la sua campagna elettorale, ha visto  rivoltarsi contro come un boomerang la sua arma antiberlusconiana.  Chiaro segno che ste stronzate non attecchiscono e finiscono per essere il migliore spot elettorale per Berlusca. Probabilmente agli italiani interessano di più i problemi del Paese anziché i pettegolezzi da portinaia di Franceschini, Sant’Oro e company. Esattamente quello che ancora non riescono a comprendere i signori della politica. (do.mal.)

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Moratti, Balotelli e la doppia morale interista

22 Aprile, 2009

birra-moratti1«I cori contro Balotelli sono stati terribili, ma ormai ci si sta abituando al razzismo da stadio… Se fossi stato a Torino sarei sceso in campo e avrei ritirato la squadra. Perché c’è un limite a tutto…». Così parlò Massimo Moratti dopo Inter-Juventus.

Siccome la storia non racconta bugie, a patto che la si sappia leggere, facciamo un passo indietro e torniamo al 27 novembre 2005. Allo stadio San Filippo si gioca Messina-Inter. Per tutta la partita il difensore ivoriano del Messina, Marc Zoro, viene bersagliato di insulti da parte dei tifosi nerazzurri, tanto che a un certo punto prende la palla in mano e minaccia di abbandonare il terreno di gioco. Un episodio che non gli era stato perdonato dagli ultrà nerazzurri, tanto che il 2 aprile 2006, durante la partita di ritorno al Meazza, continuarono a insultarlo.

Sapete cosa disse in quella circostanza il sor Moratti? «È stata una cosa molto stupida, ma non razzista. Ci sono altre cose di cui vergognarsi. In questo caso il razzismo non c’entra, è stata soltanto una manifestazione di stupidità da parte di un gruppo che pensa di essere stato ingiustamente danneggiato per quello che accadde nella gara di andata. Per questo motivo non temo assolutamente la squalifica del campo. Gli ultrà ce l’avevano con la persona». Insomma, Moratti descrive i suoi tifosi come dei ragazzotti troppo entusiasti, forse anche un po’ stupidi, ma razzisti no.

Delle due l’una: o Moratti ha gravi problemi di stabilità psichica, oppure il padre-padrone dell’Inter ha davvero la faccia come il culo per ergersi a paladino della morale e accusare di razzismo gli altri, quando i primi razzisti sono proprio i suoi amati tifosi.

Una terza possibilità è che tre anni fa a parlare dell’episodio di Zoro fu un altro dei tanti fratelli Moratti. Ma ne dubito, considerato che solitamente il giocattolino di famiglia (l’Inter, appunto) viene dato sempre al componente più incapace, giusto per distrarlo dagli altri affari ed evitare che arrechi danni patrimoniali di maggiore gravità.

Il palmares dei “ragazzotti troppo entusiasti” di Moratti e così ricco di trofei che il gioioso presidente dell’Inter, oltre all’episodio di Zoro, dimentica anche il lancio dello scooter da parte dei suoi tifosi in Inter-Atalanta del 2001, oppure il petardo scagliato contro il portiere del Milan Dida nell’euroderby di Champions League del 2005, e la distruzione di un asilo nido a Parma a maggio 2008.

Proprio in quest’ultima occasione il patron dell’Inter aveva dato un ulteriore saggio della sua devianza psichica. Intervenendo a Gr Parlamento, aveva tentato questa singolare giustificazione: «Peccato che ci sia stata questa specie di assalto a questo asilo, ma credo che sia stato involontario, da quello che ho letto pensavano fosse parte dello stadio», facendo capire che all’interno dello stadio quindi certi gesti sono giustificati.

Andando ancora indietro con la memoria, rimane indimenticabile per oscenità lo striscione apparso in una stracittadina Inter-Milan degli anni Ottanta che recitava così: «Rossoneri ebrei stessa razza stessa fine», oppure quello che campeggiava dal secondo anello verde alcuni anni dopo in occasione di un Inter-Napoli: «Hitler con gli ebrei anche con i napoletani».

Insomma, con questo popò di curriculum non mi pare proprio il caso di ergersi a paladini della morale, nè di recitare sempre e comunque il ruolo delle vittime. Quindi Moratti farebbe meglio a chiudere la bocca… anzi, a stringere le chiappe!

Questo il comunicato stampa dei Drughi bianconeri sulla vicenda Balotelli. E, giusto per non dimenticare, pubblico anche qualche perla dei tifosi interisti:


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C’è chi è uomo e chi Caporale!

18 Aprile, 2009

Eccolo un altro partigiano dell’informazione libera, uno di quegli intellettualotti di sinistra che si credono i padreterno del giornalismo, i depositari della verità giusta ed equilibrata. Un altro componente di quella band stonata di tromboni che ti servono l’antiberlusconismo a colazione, pranzo e cena. E poco importa se per raggiungere il loro scopo buttano merda sull’Italia e sugli italiani.

Il soggetto in questione è il giornalista di Repubblica Antonello Caporale, il quale, intervenendo alla trasmissione Exit condotta da Ilaria D’Amico su La7, ha detto la sua sul Ponte sullo Stretto definendo le città di Reggio Calabria e Messina due cloache. Vale a dire due fogne.

Alle esternazioni di Caporale è seguito il disappunto, com’era prevedibile,  degli abitanti delle due sponde, con tanto di gruppi anti-Caporale su Facebook. Oltre alla presa di posizione netta da parte delle istituzioni di Reggio Calabria e Messina e di alcune associazioni di consumatori, con tanto di denuncia alla Procura della Repubblica e richiesta di risarcimento.

Comprendendo, probabilmente, la stronzata che aveva detto, Caporale in una lettera pubblicata su Facebook (il testo integrale si può leggere su Tempostretto.it), con una memorabile arrampicata sugli specchi, ha cercato di correggere il tiro, affermando che «il mio giudizio era rivolto a chi ha malgovernato quelle città».
Ergo, le cloache non sarebbero i cittadini di Reggio Calabria e Messina bensì i loro rispettivi sindaci, Giuseppe Scopelliti e Giuseppe Buzzanca. L’illuminato giornalista, dunque, ci sta dicendo di essere stato male interpretato. Ma un attimo, non era Berlusconi ad essere sempre frainteso?

Caro Caporale, capisco che l’Alzheimer è una brutta bestia, ma i tuoi 47 anni fuggono il dubbio di una qualche senilità precoce che ti fanno dimenticare di essere originario di una terra, la Campania, che in quanto a cloaca non è seconda a nessun altra regione italiana. Anche i tuoi rifiuti, signor giornalista d’assalto, hanno contribuito ad alimentare questa fogna a cielo aperto.

Nel caso, ancora, non dovessi ricordare, riguarda queste cartoline illustrare della tua bella Campania, autentico orgoglio nazionale:

rifiuti_campania_2

rifiuti_campania

rifiuti_campania_3

rifiuti_campania_4

Quindi, illustre collega, mi sembra evidente che il termine cloaca, ossia fogna, ben si adatta alla tua Campania, prima ancora che a Reggio Calabria e Messina. E non solo per i politici che la governano!

In fine dei conti non era un grande napoletano (lui sì) come Totò che si chiedeva: siamo uomini o caporali? Evidentemente il dubbio era più che fondato: c’è chi nasce uomo e chi Caporale! (do.mal.)

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San Vauro Martire protettore dei vignettisti proscritti

16 Aprile, 2009

vauro

Rieccolo Sant’Oro Masaniello, pronto a preparare la Resistenza per difendere il suo Vauro Senesi, l’ignobile vignettista che scherza sui morti dell’Abruzzo, sol perché la satira può permettersi di fare lo sberleffo a chicchessia. E non importa  se per attaccare Berlusconi e il suo governo si prendono per il culo i terremotati e ancora di più si strumentalizzano i defunti di quella immane tragedia: la guerra è guerra e ogni guerra ha i suoi morti. In questa caso quelli dell’Abruzzo!

Com’era prevedibile Marco Travaglio e Sabina Guzzanti, martiri dell’informazione libera capeggiata da San Michele da Annozero, hanno avviato la causa di beatificazione di Vauro, da ieri protettore dei vignettisti proscritti. Un film già visto e rivisto: si grida al regime, alla censura, si fanno girotondi a viale Mazzini sulle note di Bella Ciao (stonata, ovviamente, da Sant’Oro martire).

Strano, però, che a gridare alla censura e al regime siano proprio coloro che ogni giovedì sono puntualmente in onda sulla tv di Stato a innegiare, con i loro sermoni, alla Resistenza contro Silvio l’aggressore. Profutamente pagati, ci mancherebbe altro. Visto che insieme ai morti, la guerra antiberlusconiana ha anche i suoi costi. E che costi!

Tale è la censura che stasera Michele chi?, insieme al suo luogotenente Sandro Ruotolo e allo stempiato di Torino, sono ancora in onda con una puntata di Annozero dedicata nuovamente all’Abruzzo. Se è possibile più ignobile della precedente, nel corso della quale si procederà alla santificazione di Vauro Senesi, che a tre giorni dal suo trapasso è resuscitato e si è reincarnato in Sabina Guzzanti.  Alla cerimonia officierà padre Tonino “eccheciazzecca” Di Pietro. Dimenticavo, probabilmente si parlerà anche dei terremotati dell’Abruzzo. Poveri loro! (do.mal.)

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Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro…

15 Aprile, 2009

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Anche stavolta gli impegni di lavoro mi hanno tenuto lontano per qualche giorno da questo blog. I drammatici eventi del terremoto in Abruzzo, poi, mi hanno spinto a un’ulteriore pausa di riflessione. I reportage giornalistici sono stati ampi e completi, non sono mancate neppure le polemiche e gli attacchi di sciacallaggio di chi non aspetta altro che la disgrazia di turno per gridare al “governo ladro”, specie se è quello di Berlusconi (ogni riferimento a Sant’Oro e soci è puramente voluto), infischiandosene se sotto le macerie hanno perso la vita 294 persone (ogni riferimento alle macrabe vignette di Vauro, è anche questo puramente voluto).

Sulla vicenda abruzzese condivido una nota di Giacomo di Girolamo. Un analisi probabilmente dura, ma talmente vera nella sua durezza che fa comprendere perché l’Italia, nonostante le catastrofi naturali (per non parlare di quelle politiche) continua ad essere, sempre e comunque, il Paese del volemosebbene.

Ma io per il terremoto non do nemmeno un euro…
di Giacomo di Girolamo

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no-stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?

Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. È un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il presidente del Senato dice che «in questo momento serve l’unità di tutta la politica». Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.

Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.

Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.

Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto tecnico commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.

Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.

Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know-how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.

E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso. Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

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Congresso Pdl, Scopelliti: «Un nuovo Sud è possibile»

30 Marzo, 2009

«Con questo Congresso si concretizza un percorso avviato da tempo dopo oltre 10 anni di battaglie comuni tra Alleanza Nazionale e Forza Italia». Così il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, intervenendo alla seconda giornata di lavori del Congresso fondativo del Pdl. Per Scopelliti la nascita Popolo della Libertà semplificherà la politica «rendendola credibile e comprensibile», e l’obiettivo del Pdl sarà quello di «raggiungere la maggioranza assoluta dei consensi». Di qui il ricordo di Pinuccio Tatarella e poi il riferimento all’Europa: «Non c’è’ Europa senza Italia». Ma l’Europa deve liberarsi dai «legacci della sinistra che la tengono ancorata». E poi il tema naturalmente caro a Scopelliti, il Mezzogiorno: «Il Sud – ha detto – può trovare in questa stagione federalista un’opportunità» ed è così ritornato su un passo del discorso pronunciato la scorsa settimana da Gianfranco Fini sui problemi e le necessità del Mezzogiorno. «Un nuovo Sud – ha sottolineato Scopelliti – è possibile» del resto è sul «territorio si gioca partita fondamentale». (Asca)

Clicca sul video in basso per rivedere l’intervento integrale del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, al congresso fondativo del Popolo della libertà.

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Benito Berlusconi e i suoi complici del Pd

27 Marzo, 2009

di Fausto Carioti per Libero del 26 marzo 2009

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Nel manicomio della politica italiana mancava solo lo schizofrenico. Ci ha pensato il Partito democratico a colmare la lacuna. Al momento, infatti, di Pd ne esistono almeno due. Il primo, che è facile incontrare sui titoli dei giornali, è quello che minaccia di rivolgersi al Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca. È il partito del Walter Veltroni che paragona il premier oggi a Vladimir Putin e domani a Benito Mussolini. E intanto denuncia, fremente di sdegno, «il disegno scellerato e autoritario» di un governo che «minaccia la democrazia». È il Pd di Dario Franceschini che sale sulle barricate perché se il premier vincerà pure le elezioni europee «quello che potrà fare dal giorno dopo è inimmaginabile». Del capogruppo al Senato Luigi Zanda, convinto che Berlusconi voglia decretare «la fine della divisione dei poteri». Poi c’è l’altro Pd, di cui però si parla poco. Meno affascinante, forse, ma di sicuro molto più concreto. È quello che, se si va a guardare le votazioni parlamentari sui provvedimenti più importanti, si scopre essere allineato al pericoloso «regime» berlusconiano. Un partito che riesce a fare eleggere i suoi uomini alla guida delle giunte e delle commissioni parlamentari. E che poi, incassata la poltrona, come se nulla fosse tornare a gridare al golpe strisciante.

L’ultimo esempio è quello del federalismo fiscale. Era «un testo contraddittorio e pasticciato di cui non si capiscono i tempi e soprattutto i costi» (parole di Anna Finocchiaro, 3 ottobre del 2008). Veltroni lo definiva «una concessione alla Lega». Alla fine, nonostante Giulio Tremonti non abbia fornito chiarimenti sui costi, lo hanno fatto passare senza nemmeno opporsi. Segno che forse non faceva poi così schifo. Alla votazione finale della Camera, infatti, il Pd si è astenuto, mentre l’Italia dei valori ha votato addirittura a favore. Morale: 319 voti favorevoli, 195 astenuti e appena 35 contrari. Certo, ha pesato la decisione del governo di accogliere qualche emendamento del Pd, oltre alla volontà del partito di Franceschini di non rompere i rapporti con la Lega (domani, chissà, Umberto Bossi potrebbe tornare utile). Proprio questo, però, fa del federalismo fiscale – la più importante delle riforme volute sinora dal governo – un provvedimento bipartisan.

Ma il Pd è riuscito a fare anche di meglio. Una delle novità più discusse della legislatura, ovvero la modifica della legge elettorale per le europee, fatta apposta per tagliare i “nanetti” di destra e sinistra da ogni rappresentanza parlamentare e privarli dei contributi pubblici, è stata votata in fraterna armonia dal Pd assieme al PdL. A Montecitorio, dopo una votazione – questa sì – bulgara (517 favorevoli, 22 contrari, 2 astenuti), Veltroni andò a stringere la mano ai berlusconiani Elio Vito, ministro per i rapporti con il Parlamento, e Denis Verdini, coordinatore di Forza Italia. «Almeno una cosa insieme in questa legislatura l’abbiamo fatta», gongolava felice il leader del Pd. A dimostrazione del fatto che con i colonnelli del tremendo dittatore di Arcore si possono anche fare buoni affari, quando conviene.

Del resto è dall’inizio della legislatura che il Pd intasca poltrone con il benestare dell’«anti-democratico» Berlusconi. Alla Camera ha ottenuto la presidenza della giunta per le Elezioni, andata a Maurizio Migliavacca, e della giunta per le Autorizzazioni, toccata a Pierluigi Castagnetti. Alla guida del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è stato mandato Francesco Rutelli. Il comitato per i procedimenti di accusa (di fatto un ente parlamentare inutile) è stato affidato al senatore del Pd Marco Follini, che somma questa carica con quella di presidente della giunta per le Elezioni e le Immunità parlamentari di Palazzo Madama. Sempre al Senato Ignazio Marino, del Pd, è stato mandato alla guida della commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, mentre a Montecitorio la presidenza della commissione d’inchiesta sugli Errori in campo sanitario è andata all’esponente dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando. Un altro senatore del Pd, Pietro Marcenaro, è presidente della commissione straordinaria per i Diritti umani, ed Emma Bonino, eletta pure lei nelle liste del Partito democratico, presiede la commissione per le Pari opportunità nel Senato. Gran parte di queste cariche sono andate all’opposizione perché così vuole la prassi parlamentare. Ma il punto è proprio questo: la normalità della spartizione delle poltrone, alla quale l’opposizione partecipa senza remore, smentisce le invettive sul regime che gli esponenti del Pd lanciano un giorno sì e l’altro pure.

Normalità che si è vista anche con le nomine in campo radiotelevisivo. Alla fine la presidenza della commissione di Vigilanza sulla Rai è andata a Sergio Zavoli, senza dubbio più gradito al Pd di quanto lo fosse Leoluca Orlando, sul cui nome il partito di Veltroni, all’inizio della legislatura, aveva finto di essere d’accordo. Ieri Paolo Garimberti, proveniente dal gruppo di Repubblica, scelto anch’egli dal Pd e approvato da Berlusconi, è stato indicato per la presidenza della Rai. A febbraio era toccato a Giuliano Amato, già ministro nei governi di Massimo D’Alema e Romano Prodi, essere chiamato dal governo a presiedere l’istituto Treccani. Ad aversene a male – non senza qualche ragione – furono tanti esponenti del PdL, mentre i parlamentari del Pd applaudivano alla «prestigiosa» scelta fatta da Berlusconi. Il giorno dopo, manco a dirlo, avevano già ricominciato con la litania del governo che occupa tutti gli spazi e fa carne di porco della democrazia. Fosse vero, visto come sono andate sinora le cose in Parlamento, difficilmente il «regime» di Berlusconi avrebbe potuto trovare un complice migliore del Pd.

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Dalla casa del padre alla villa del padrone

26 Marzo, 2009
fini_almirante

Dalla casa del padre...

Dalla casa del padre alla villa del padrone. Ecco come in una sola battuta (la paternità è di Francesco Storace) si può riassumere vita, morte e sepoltura della Destra che fu e la transumanza in atto, o la deportazione volontaria, fate voi, di Alleanza Nazionale nel Popolo delle libertà.

Se usava questo come slogan per l’ultimo congresso di An, probabilmente Gianfranco Fini sarebbe stato più credibile. Ma di credibilità e coerenza all’ex figlioccio di Giorgio Almirante ne è rimasta ben poca, tanto poca che dopo aver buttato nel cesso la destra e la sua storia, adesso certifica la sua instabilità mentale (che fa rima con opportunismo politico) rinnegando ciò che egli stesso aveva orgogliosamente affermato non più di qualche anno fa: «Mussolini è il più grande statista del Novecento».

Al giornalista che gli ricorda come 15 anni fa definì il Duce il più grande statista del secolo, Fini replica: «Sono affascinato dalla sua domanda… è evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi anni… la mia risposta è no, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico. Un minimo di coerenza, altrimenti avremmo fatto bingo…».

...alla villa del padrone
…alla villa del padrone

Certo che sentire parlare Fini di coerenza fa un certo senso. Proprio lui che “coerentemente” ha abiurato tutto l’abiurabile possibile, financo la moglie Daniela Di Sotto (fascista della prima ora);  lui che se avesse un quotidiano tutto suo lo chiamerebbe “Svolta continua” e che nel giro i pochi anni è passato dal cameratismo alla Camera dei deputati. Il prossimo gradino sarà quello di presidente del Consiglio con Berlusconi capo dello Stato. Un copione già scritto. Il prezzo da pagare, quello che oggi è sotto gli occhi di tutti.

Ma torniamo alle esequie… ops, al Congresso di An. Forse non è un caso che gli applausi più fragorosi si sono avuti quando sul vidiwall è passato il video di Giorgio Almirante e durante l’intervento del deputato triestino Roberto Menia, il quale ha espresso forti perplessità per la fusione nel Pdl. Tutto questo prima delle lacrime di coccodrillo del buon Fini che, qualcun maligna, sembra avere avvertito i suoi di non votare per alzata di mano. Si sarebbero notate troppe braccia tese… (do.mal.)

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